Alessandro Manzoni.
I PROMESSI SPOSI
storia milanese del secolo diciassettesimo.

    Prima parte.


    INDICE.

    Introduzione.
    Capitolo 1.
    Capitolo 2.
    Capitolo 3.
    Capitolo 4.
    Capitolo 5.
    Capitolo 6.
    Capitolo 7.
    Capitolo 8.
    Capitolo 9.
    Capitolo 10.
    Capitolo 11.
    Capitolo 12.
    Capitolo 13.
    Capitolo 14.
    Capitolo 15.
    Capitolo 16.
    Capitolo 17.
    Capitolo 18.
    Capitolo 19.
    Capitolo 20.
    Capitolo 21.

    Glossario.











    INTRODUZIONE.

    "L'Historia si pu veramente deffinire una guerra illustre  contro  il
    Tempo,  perch togliendoli di mano gl'anni suoi prigionieri,  anzi gi
    fatti cadaueri,  li richiama in vita,  li  passa  in  rassegna,  e  li
    schiera  di  nuovo  in  battaglia.  Ma gl'illustri Campioni che in tal
    Arringo fanno messe di Palme e d'Allori rapiscono  solo  che  le  sole
    spoglie  pi  sfarzose e brillanti imbalsamando co' loro inchiostri le
    Imprese de Prencipi e Potentati e qualificati Personaggi e trapontando
    coll'ago finissimo dell'ingegno i fili d'oro e di seta, che formano un
    perpetuo ricamo di Attioni gloriose.  Per alla mia  debolezza  non  
    lecito   solleuarsi  a  tal'argomenti  e  sublimit  pericolose,   con
    aggirarsi tra Labirinti de'  Politici  maneggj,  et  il  rimbombo  de'
    bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili
    se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di
    lasciarne  memoria  a Posteri con far di tutto schietta e genuinamente
    il Racconto,  ouuero sia Relatione.  Nella quale si vedr  in  angusto
    Teatro  luttuose  Traggedie d'horrori e Scene di malvaggit grandiosa,
    con intermezi d'Imprese virtuose  e  buont  angeliche,  opposte  alle
    operationi  diaboliche.  E  veramente,  considerando che questi nostri
    climi sijno sotto l'amparo del Re Cattolico nostro Signore, che  quel
    Sole che mai tramonta,  e che sopra di essi con  riflesso  Lume,  qual
    Luna  giamai  calante,  risplenda  l'Heroe  di nobil Prosapia che "pro
    tempore" ne tiene le sue parti e gl'Amplissimi Senatori  quali  Stelle
    fisse,  e gl altri Spettabili Magistrati qual'erranti Pianeti spandino
    la luce per ogni doue,  venendo cos a formare un  nobilissimo  Cielo,
    altra  causale  trouar  non  si  pu  del vederlo tramutato in inferno
    d'atti tenebrosi,  malvaggit e sevitie che dagl'huomini temerarij  si
    vanno  moltiplicando,  se  non se arte e fattura diabolica,  attesoch
    l'humana malitia per s sola bastar non dourebbe a  resister  a  tanti
    Heroi che con occhij d'Argo e braccij di Briareo, si vanno trafficando
    per  li  pubblici  emolumenti.  Per locch descriuendo questo Racconto
    auuenuto ne' tempi di mia verde staggione, abbench la pi parte delle
    persone che vi rappresentano le loro parti,  sijno sparite dalla Scena
    del  Mondo,  con  rendersi  tributarij  delle  Parche,  pure per degni
    rispetti si tacer li loro nomi cio la parentela,  et  il  medemo  si
    far de' luochi, solo indicando li Territorij "generaliter". N alcuno
    dir questa sij imperfettione del Racconto, e defformit di questo mio
    rozzo  Parto,  a  meno  questo  tale  Critico  non sij persona affatto
    diggiuna della Filosofia: che quanto agl'huomini in essa  versati  ben
    vederanno   nulla   mancare   alla   sostanza   di  detta  Narratione.
    Imperciocch,  essendo cosa evidente,  e da verun negata non essere  i
    nomi se non puri purissimi accidenti...".

    -  Ma,  quando  io  avr  durata  l'eroica fatica di trascriver questa
    storia da questo dilavato e graffiato autografo,  e l'avr data,  come
    si  suol  dire,  alla  luce,  si  trover  poi  chi  duri la fatica di
    leggerla?
    Questa riflessione dubitativa,  nata nel travaglio del  decifrare  uno
    scarabocchio che veniva dopo accidenti,  mi fece sospender la copia, e
    pensar pi seriamente a quello che convenisse di fare.
    Ben  vero, dicevo tra me,  scartabellando il manoscritto,  ben  vero
    che  quella  grandine di concettini e di figure non continua cos alla
    distesa per tutta l'opera.  Il buon secentista ha voluto sul principio
    mettere in mostra la sua virt;  ma poi, nel corso della narrazione, e
    talvolta per lunghi tratti,  lo stile cammina ben pi naturale  e  pi
    piano.  S;  ma  com'  dozzinale!  com'  sguaiato!  com' scorretto!
    Idiotismi lombardi a iosa,  frasi della lingua adoperate a sproposito,
    grammatica arbitraria,  periodi sgangherati.  E poi,  qualche eleganza
    spagnola seminata qua e  l;  e  poi,  ch'  peggio,  ne'  luoghi  pi
    terribili  o  pi  pietosi  della  storia,  a ogni occasione d'eccitar
    maraviglia,  o  di  far  pensare,  a  tutti  que'  passi  insomma  che
    richiedono bens un po' di rettorica,  ma rettorica discreta, fine, di
    buon gusto,  costui non manca mai di metterci di quella sua cos fatta
    del proemio. E allora, accozzando, con un'abilit mirabile, le qualit
    pi  opposte,  trova  la maniera di riuscir rozzo insieme e affettato,
    nella stessa pagina, nello stesso periodo, nello stesso vocabolo. Ecco
    qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e
    da per tutto quella goffaggine ambiziosa,  ch' il  proprio  carattere
    degli scritti di quel secolo,  in questo paese. In vero, non  cosa da
    presentare a lettori  d'oggigiorno:  son  troppo  ammaliziati,  troppo
    disgustati  di  questo genere di stravaganze.  Meno male,  che il buon
    pensiero m' venuto sul principio di questo sciagurato lavoro: e me ne
    lavo le mani.  -
    Nell'atto per di chiudere lo scartafaccio,  per  riporlo,  mi  sapeva
    male che una storia cos bella dovesse rimanersi tuttavia sconosciuta;
    perch,   in  quanto  storia,  pu  essere  che  al  lettore  ne  paia
    altrimenti,  ma a me era parsa bella,  come  dico;  molto  bella.    -
    Perch non si potrebbe,  pensai,  prender la serie de' fatti da questo
    manoscritto,  e rifarne la dicitura?   -    Non  essendosi  presentato
    alcuna obiezion ragionevole, il partito fu subito abbracciato. Ed ecco
    l'origine   del   presente   libro,   esposta  con  un'ingenuit  pari
    all'importanza del libro medesimo.
    Taluni per di que' fatti,  certi costumi descritti dal nostro autore,
    c'eran  sembrati  cos nuovi,  cos strani,  per non dir peggio,  che,
    prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e
    ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo,  per chiarirci  se
    veramente  il  mondo camminasse allora a quel modo.  Una tale indagine
    dissip tutti i nostri dubbi: a ogni  passo  ci  abbattevamo  in  cose
    consimili,  e in cose pi forti: e,  quello che ci parve pi decisivo,
    abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi,  de' quali non avendo  mai
    avuto  notizia  fuor che dal nostro manoscritto,  eravamo in dubbio se
    fossero realmente esistiti.  E,  all'occorrenza,  citeremo  alcuna  di
    quelle testimonianze,  per procacciar fede alle cose,  alle quali, per
    la loro stranezza, il lettore sarebbe pi tentato di negarla.
    Ma,  rifiutando come intollerabile la dicitura del nostro autore,  che
    dicitura vi abbiam noi sostituita? Qui sta il punto.
    Chiunque,  senza  esser pregato,  s'intromette a rifar l'opera altrui,
    s'espone a rendere uno stretto conto della sua,  e ne contrae in certo
    modo  l'obbligazione:  questa una regola di fatto e di diritto,  alla
    quale non pretendiam punto di sottrarci. Anzi, per conformarci ad essa
    di buon grado, avevam proposto di dar qui minutamente ragione del modo
    di scrivere da noi tenuto; e, a questo fine,  siamo andati,  per tutto
    il  tempo  del  lavoro,  cercando d'indovinare le critiche possibili e
    contingenti, con intenzione di ribatterle tutte anticipatamente. N in
    questo sarebbe stata la difficolt;  giacch (dobbiam dirlo a onor del
    vero)  non  ci si present alla mente una critica,  che non le venisse
    insieme una risposta trionfante,  di quelle  risposte  che,  non  dico
    risolvon  le  questioni,  ma  le  mutano.  Spesso anche,  mettendo due
    critiche alle mani tra loro,  le facevam battere l'una dall'altra;  o,
    esaminandole  ben a fondo,  riscontrandole attentamente,  riuscivamo a
    scoprire e a mostrare che, cos opposte in apparenza,  eran per d'uno
    stesso  genere,  nascevan  tutt'e  due  dal  non  badare ai fatti e ai
    princpi su cui il giudizio doveva essere  fondato;  e,  messele,  con
    loro  gran sorpresa,  insieme,  le mandavamo insieme a spasso.  Non ci
    sarebbe mai stato autore che provasse cos ad  evidenza  d'aver  fatto
    bene.  Ma  che?  quando  siamo  stati al punto di raccapezzar tutte le
    dette  obiezioni  e  risposte,   per  disporle  con  qualche   ordine,
    misericordia!  venivano a fare un libro.  Veduta la qual cosa,  abbiam
    messo da parte il pensiero,  per due ragioni che  il  lettore  trover
    certamente buone: la prima,  che un libro impiegato a giustificarne un
    altro,  anzi lo stile d'un altro,  potrebbe parer  cosa  ridicola:  la
    seconda, che di libri basta uno per volta, quando non  d'avanzo.









    CAPITOLO 1.

    Descrizione  geografica.    -   Il brutto incontro di don Abbondio coi
    bravi.  -  Le grida contro i bravi.  -  Il carattere di don Abbondio e
    un po' di storia de' suoi tempi.   -  Ritorno di don Abbondio a  casa.
    -  I consigli di Perpetua.

    Quel  ramo del lago di Como,  che volge a mezzogiorno,  tra due catene
    non interrotte di monti,  tutto a seni e  a  golfi,  a  seconda  dello
    sporgere  e  del  rientrare  di  quelli,  vien,  quasi a un tratto,  a
    ristringersi, e a prender corso e figura di fiume,  tra un promontorio
    a destra,  e un'ampia costiera dall'altra parte;  e il ponte,  che ivi
    congiunge le due rive,  par che renda ancor pi  sensibile  all'occhio
    questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda
    rincomincia,   per   ripigliar   poi   nome  di  lago  dove  le  rive,
    allontanandosi di nuovo,  lascian l'acqua distendersi e rallentarsi in
    nuovi golfi e in nuovi seni.  La costiera, formata dal deposito di tre
    grossi, torrenti, scende appoggiata a due monti contigui,  l'uno detto
    di san Martino,  l'altro,  con voce lombarda, il "Resegone", dai molti
    suoi cocuzzoli in fila,  che in vero lo fanno somigliare a  una  sega:
    talch  non  chi,  al primo vederlo,  purch sia di fronte,  come per
    esempio di su le mura di Milano che guardano a  settentrione,  non  lo
    discerna  tosto,  a  un  tal  contrassegno,  in  quella  lunga e vasta
    giogaia,  dagli altri monti di nome pi oscuro e di forma pi  comune.
    Per un buon pezzo,  la costa sale con un pendio lento e continuo;  poi
    si rompe in poggi e in valloncelli,  in erte e in  ispianate,  secondo
    l'ossatura  de' due monti,  e il lavoro dell'acque.  Il lembo estremo,
    tagliato dalle foci de' torrenti,   quasi tutto ghiaia e  ciottoloni;
    il resto,  campi e vigne,  sparse di terre,  di ville,  di casali;  in
    qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna. Lecco,  la
    principale  di quelle terre,  e che d nome al territorio,  giace poco
    discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi
    nel lago stesso,  quando questo ingrossa:  un  gran  borgo  al  giorno
    d'oggi,  e che s'incammina a diventar citt. Ai tempi in cui accaddero
    i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, gi considerabile, era
    anche un castello,  e aveva perci l'onore d'alloggiare un comandante,
    e  il  vantaggio  di  possedere  una  stabile  guarnigione  di soldati
    spagnoli,  che insegnavan la modestia alle fanciulle e alle donne  del
    paese,  accarezzavan  di tempo in tempo le spalle a qualche marito,  a
    qualche padre; e, sul finir dell'estate, non mancavan mai di spandersi
    nelle vigne, per diradar l'uve,  e alleggerire a' contadini le fatiche
    della vendemmia.  Dall'una all'altra di quelle terre, dall'alture alla
    riva, da un poggio all'altro, correvano, e corrono tuttavia,  strade e
    stradette,  pi o meno ripide,  o piane; ogni tanto affondate, sepolte
    tra due muri, donde, alzando lo sguardo, non iscoprite che un pezzo di
    cielo e qualche vetta di  monte;  ogni  tanto  elevate  su  terrapieni
    aperti:  e da qui la vista spazia per prospetti pi o meno estesi,  ma
    ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi,  secondo che  i  diversi  punti
    piglian pi o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa
    o  quella  parte campeggia o si scorcia,  spunta o sparisce a vicenda.
    Dove un pezzo,  dove un altro,  dove una lunga distesa di quel vasto e
    variato  specchio  dell'acqua;  di  qua  lago,  chiuso all'estremit o
    piuttosto smarrito in un gruppo,  in un andirivieni di montagne,  e di
    mano  in  mano pi allargato tra altri monti che si spiegano,  a uno a
    uno,  allo sguardo,  e che l'acqua riflette  capovolti,  co'  paesetti
    posti sulle rive;  di l braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora,
    che va  a  perdersi  in  lucido  serpeggiamento  pur  tra'  monti  che
    l'accompagnano,  degradando  via  via,  e  perdendosi  quasi anch'essi
    nell'orizzonte.   Il  luogo  stesso  da  dove  contemplate  que'  vari
    spettacoli,   vi  fa  spettacolo  da  ogni  parte:  il  monte  di  cui
    passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d'intorno, le sue cime e
    le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e
    contornandosi in gioghi ci che v'era sembrato prima un sol  giogo,  e
    comparendo  in  vetta  ci  che poco innanzi vi si rappresentava sulla
    costa: e l'ameno,  il domestico di quelle falde tempera  gradevolmente
    il selvaggio, e orna vie pi il magnifico dell'altre vedute.
    Per  una  di queste stradicciole,  tornava bel bello dalla passeggiata
    verso casa,  sulla sera del giorno  7  novembre  dell'anno  1628,  don
    Abbondio,  curato  d'una  delle  terre  accennate di sopra: il nome di
    questa,  n il casato del personaggio,  non si trovan nel manoscritto,
    n a questo luogo n altrove.  Diceva tranquillamente il suo ufizio, e
    talvolta,  tra un salmo e l'altro,  chiudeva il  breviario,  tenendovi
    dentro,  per segno,  l'indice della mano destra,  e,  messa poi questa
    nell'altra dietro la schiena,  proseguiva il suo cammino,  guardando a
    terra,  e  buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano
    inciampo nel sentiero: poi alzava il viso,  e,  girati oziosamente gli
    occhi  all'intorno,  li fissava alla parte d'un monte dove la luce del
    sole gi scomparso,  scappando per  i  fessi  del  monte  opposto,  si
    dipingeva qua e l sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze
    di  porpora.  Aperto  poi  di nuovo il breviario,  e recitato un altro
    squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov'era solito d'alzar
    sempre gli occhi dal libro,  e di guardarsi dinanzi: e cos fece anche
    quel  giorno.  Dopo  la voltata,  la strada correva diritta,  forse un
    sessanta passi,  e poi si divideva in  due  viottole,  a  foggia  d'un
    ipsilon:  quella  a destra saliva verso il monte,  e menava alla cura:
    l'altra scendeva nella valle fino a un torrente;  e da questa parte il
    muro non arrivava che all'anche del passeggiero.  I muri interni delle
    due viottole,  in vece  di  riunirsi  ad  angolo,  terminavano  in  un
    tabernacolo, sul quale eran dipinte certe figure lunghe, serpeggianti,
    che  finivano  in punta,  e che,  nell'intenzion dell'artista,  e agli
    occhi degli abitanti del vicinato,  volevan dir fiamme;  e,  alternate
    con  le  fiamme,  cert'altre  figure  da  non potersi descrivere,  che
    volevan dire anime del purgatorio: anime e fiamme a color di  mattone,
    sur un fondo bigiognolo, con qualche scalcinatura qua e l. Il curato,
    voltata  la  stradetta,  e dirizzando,  com'era solito,  lo sguardo al
    tabernacolo,  vide una cosa che non s'aspettava,  e  che  non  avrebbe
    voluto  vedere.  Due  uomini stavano,  l'uno dirimpetto all'altro,  al
    confluente,  per dir cos,  delle  due  viottole:  un  di  costoro,  a
    cavalcioni sul muricciolo basso, con una gamba spenzolata al di fuori,
    e  l'altro  piede  posato  sul terreno della strada;  il compagno,  in
    piedi,  appoggiato al muro,  con  le  braccia  incrociate  sul  petto.
    L'abito,  il  portamento,  e  quello  che,  dal luogo ov'era giunto il
    curato,  si  poteva  distinguer  dell'aspetto,  non  lasciavan  dubbio
    intorno  alla  lor  condizione.  Avevano  entrambi intorno al capo una
    reticella verde, che cadeva sull'omero sinistro, terminata in una gran
    nappa,  e dalla quale usciva sulla fronte un enorme ciuffo: due lunghi
    mustacchi arricciati in punta: una cintura lucida di cuoio, e a quella
    attaccate  due  pistole: un piccol corno ripieno di polvere,  cascante
    sul petto,  come una collana: un manico di coltellaccio  che  spuntava
    fuori d'un taschino degli ampi e gonfi calzoni,  uno spadone,  con una
    gran guardia traforata a lamine d'ottone,  congegnate come  in  cifra,
    forbite  e  lucenti: a prima vista si davano a conoscere per individui
    della specie de' "bravi".
    Questa specie,  ora del tutto  perduta,  era  allora  floridissima  in
    Lombardia,  e  gi molto antica.  Chi non ne avesse idea,  ecco alcuni
    squarci autentici,  che potranno darne una bastante de' suoi caratteri
    principali,  degli  sforzi  fatti  per ispegnerla,  e della sua dura e
    rigogliosa vitalit.
    Fino   dall'otto   aprile   dell'anno   1583,    l'Illustrissimo    ed
    Eccellentissimo Signor Don Carlo d'Aragon,  Principe di Castelvetrano,
    Duca  di  Terranuova,  Marchese  d'Avola,  Conte  di  Burgeto,  grande
    Ammiraglio,  e  gran Contestabile di Sicilia,  Governatore di Milano e
    Capitan Generale  di  Sua  Maest  Cattolica  in  Italia,  "pienamente
    informato  della  intollerabile  miseria in che  vivuta e vive questa
    citt di Milano, per cagione dei bravi e vagabondi", pubblica un bando
    contro di essi. "Dichiara e diffinisce tutti coloro essere compresi in
    questo bando, e doversi ritenere bravi e vagabondi... i quali, essendo
    forestieri o del paese, non hanno esercizio alcuno,  od avendolo,  non
    lo fanno...  ma, senza salario, o pur con esso, s'appoggiano a qualche
    cavaliere o gentiluomo,  officiale o mercante...  per fargli spalle  e
    favore,  o  veramente,  come si pu presumere,  per tendere insidie ad
    altri"...  A tutti costoro ordina che,  nel  termine  di  giorni  sei,
    abbiano a sgomberare il paese,  intima la galera a' renitenti,  e d a
    tutti  gli  ufiziali  della  giustizia  le  pi  stranamente  ampie  e
    indefinite  facolt,   per  l'esecuzione  dell'ordine.  Ma,  nell'anno
    seguente, il 12 aprile, scorgendo il detto signore,  che "questa Citt
      tuttavia  piena  di  detti  bravi...  tornati  a  vivere come prima
    vivevano, non punto mutato il costume loro, n scemato il numero",  d
    fuori un'altra grida,  ancor pi vigorosa e notabile, nella quale, fra
    l'altre ordinazioni, prescrive:
    "Che qualsivoglia persona, cos di questa Citt, come forestiera,  che
    per  due  testimonj conster esser tenuto,  e comunemente riputato per
    bravo, et aver tal nome,  ancorch non si verifichi aver fatto delitto
    alcuno...  per  questa sola riputazione di bravo,  senza altri indizj,
    possa dai detti giudici e da ognuno di loro esser posto alla corda  et
    al  tormento,  per  processo  informativo...  et ancorch non confessi
    delitto alcuno,  tuttavia sia mandato alla galea,  per detto triennio,
    per la sola opinione e nome di bravo,  come di sopra". Tutto ci, e il
    di pi che si tralascia,  perch "Sua Eccellenza  risoluta  di  voler
    essere obbedita da ognuno".
    All'udir  parole  d'un  tanto  signore,  cosi  gagliarde  e sicure,  e
    accompagnate da tali ordini, viene una gran voglia di credere che,  al
    solo rimbombo di esse, tutti i bravi siano scomparsi per sempre. Ma la
    testimonianza  d'un  signore  non  meno autorevole,  n meno dotato di
    nomi,   ci  obbliga  a  credere  tutto   il   contrario.   E'   questi
    l'Illustrissimo  ed  Eccellentissimo Signor Juan Fernandez de Velasco,
    Contestabile di Castiglia,  Cameriero maggiore  di  Sua  Maest,  Duca
    della Citt di Frias,  Conte di Haro e Castelnovo,  Signore della Casa
    di Velasco, e di quella delli sette Infanti di Lara, Governatore dello
    Stato di Milano, etc. Il 5 giugno dell'anno 1593, pienamente informato
    anche lui "di quanto danno e rovine sieno...  i bravi e  vagabondi,  e
    del  pessimo effetto che tal sorta di gente fa contra il ben pubblico,
    et in delusione della  giustizia",  intima  loro  di  nuovo  che,  nel
    termine  di giorni sei,  abbiano a sbrattare il paese,  ripetendo a un
    dipresso le prescrizioni e le minacce medesime del  suo  predecessore.
    Il 23 maggio poi dell'anno 1598,  "informato,  con non poco dispiacere
    dell'animo suo,  che...  ogni d  pi  in  questa  Citt  e  Stato  va
    crescendo il numero di questi tali" (bravi e vagabondi),  "n di loro,
    giorno e  notte,  altro  si  sente  che  ferite  appostatamente  date,
    omicidii  e  ruberie  et  ogni  altra  qualit  di delitti ai quali si
    rendono pi facili,  confidati essi bravi d'esser aiutati dai  capi  e
    fautori loro,  ..." prescrive di nuovo gli stessi rimedi,  accrescendo
    la  dose,  come  s'usa  nelle  malattie  ostinate.   "Ognuno  dunque",
    conchiude poi, "onninamente si guardi di contravvenire in parte alcuna
    alla  grida presente,  perch,  in luogo di provare la clemenza di Sua
    Eccellenza,  prover il rigore,  e l'ira  sua...  essendo  risoluta  e
    determinata che questa sia l'ultima e perentoria monizione".
    Non  fu  per  di  questo  parere  l'Illustrissimo  ed Eccellentissimo
    Signore,  il Signor Don Pietro Enriquez de Acevedo,  Conte di Fuentes,
    Capitano,  e  Governatore  dello  Stato  di  Milano;  non fu di questo
    parere,  e per buone ragioni.  "Pienamente informato della miseria  in
    che vive questa Citt e Stato per cagione del gran numero di bravi che
    in  esso  abbonda...  e  risoluto  di  totalmente estirpare seme tanto
    pernizioso",  d fuori,  il 5 decembre 1600,  una  nuova  grida  piena
    anch'essa  di  severissime comminazioni,  "con fermo proponimento che,
    con ogni rigore,  e senza speranza di  remissione,  siano  onninamente
    eseguite".
    Convien  credere  per  che  non ci si mettesse con tutta quella buona
    voglia che sapeva impiegare nell'ordir cabale,  e nel suscitar  nemici
    al  suo gran nemico Enrico IV;  giacch,  per questa parte,  la storia
    attesta come riuscisse ad armare contro quel re il duca di  Savoia,  a
    cui  fece  perder pi d'una citt;  come riuscisse a far congiurare il
    duca di Biron,  a cui fece perder la testa;  ma,  per ci che riguarda
    quel  seme  tanto pernizioso de' bravi,  certo  che esso continuava a
    germogliare,   il  22  settembre  dell'anno  1612.   In  quel   giorno
    l'Illustrissimo ed Eccellentissimo Signore,  il Signor Don Giovanni de
    Mendozza, Marchese de la Hynojosa, Gentiluomo etc.,  Governatore etc.,
    pens  seriamente ad estirparlo.  A quest'effetto,  sped a Pandolfo e
    Marco Tullio Malatesti,  stampatori regii camerali,  la solita  grida,
    corretta  ed  accresciuta,  perch  la  stampassero  ad esterminio de'
    bravi. Ma questi vissero ancora per ricevere, il 24 decembre dell'anno
    1618,   gli  stessi  e   pi   forti   colpi   dall'Illustrissimo   ed
    Eccellentissimo Signore,  il Signor Don Gomez Suarez de Figueroa, Duca
    di Feria, etc., Governatore etc.  Per,  non essendo essi morti neppur
    di  quelli,  l'Illustrissimo  ed  Eccellentissimo  Signore,  il Signor
    Gonzalo  Fernandez  di  Cordova,  sotto  il  cui  governo  accadde  la
    passeggiata di don Abbondio,  s'era trovato costretto a ricorreggere e
    ripubblicare la solita grida contro i bravi,  il giorno 5 ottobre  del
    1627,  cio  un  anno,  un  mese e due giorni prima di quel memorabile
    avvenimento.
    N fu questa l'ultima  pubblicazione;  ma  noi  delle  posteriori  non
    crediamo  dover far menzione,  come di cosa che esce dal periodo della
    nostra storia.  Ne accenneremo soltanto una del 13 febbraio  dell'anno
    1632,  nella  quale  l'Illustrissimo  ed Eccellentissimo Signore,  "el
    Duque de Feria",  per la seconda volta governatore,  ci avvisa che "le
    maggiori sceleraggini procedono da quelli che chiamano bravi".  Questo
    basta ad assicurarci che,  nel tempo di cui noi trattiamo,  c'era  de'
    bravi tuttavia.
    Che i due descritti di sopra stessero ivi ad aspettar qualcheduno, era
    cosa troppo evidente;  ma quel che pi dispiacque a don Abbondio fu il
    dover accorgersi, per certi atti, che l'aspettato era lui. Perch,  al
    suo apparire, coloro s'eran guardati in viso, alzando la testa, con un
    movimento  dal  quale  si  scorgeva  che tutt'e due a un tratto avevan
    detto:  lui;  quello che stava a cavalcioni s'era alzato,  tirando la
    sua gamba sulla strada;  l'altro s'era staccato dal muro; e tutt'e due
    gli s'avviavano incontro.  Egli,  tenendosi sempre il breviario aperto
    dinanzi,  come se leggesse,  spingeva lo sguardo in su,  per ispiar le
    mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro,  fu assalito a
    un tratto da mille pensieri. Domand subito in fretta a s stesso, se,
    tra  i  bravi e lui,  ci fosse qualche uscita di strada,  a destra o a
    sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse
    peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma,  anche
    in  quel  turbamento,  il  testimonio  consolante  della  coscienza lo
    rassicurava alquanto: i bravi per s'avvicinavano,  guardandolo fisso.
    Mise  l'indice  e  il medio della mano sinistra nel collare,  come per
    raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto
    la faccia all'indietro, torcendo insieme la bocca,  e guardando con la
    coda dell'occhio,  fin dove poteva,  se qualcheduno arrivasse;  ma non
    vide nessuno.  Diede un'occhiata,  al di  sopra  del  muricciolo,  ne'
    campi:  nessuno;  un'altra  pi modesta sulla strada dinanzi: nessuno,
    fuorch i bravi. Che fare? tornare indietro,  non era a tempo: darla a
    gambe,  era  lo stesso che dire,  inseguitemi,  o peggio.  Non potendo
    schivare  il  pericolo,  vi  corse  incontro,   perch  i  momenti  di
    quell'incertezza erano allora cos penosi per lui,  che non desiderava
    altro che d'abbreviarli. Affrett il passo,  recit un versetto a voce
    pi alta,  compose la faccia a tutta quella quiete e ilarit che pot,
    fece ogni sforzo per preparare un sorriso;  quando si trov  a  fronte
    dei due galantuomini,  disse mentalmente: ci siamo;  e si ferm su due
    piedi.  "Signor curato," disse un di que' due,  piantandogli gli occhi
    in faccia.
    "Cosa comanda?" rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro,
    che gli rest spalancato nelle mani, come sur un leggo.
    "Lei  ha  intenzione,"  prosegu  l'altro,  con  l'atto  minaccioso  e
    iracondo  di  chi  coglie  un  suo  inferiore  sull'intraprendere  una
    ribalderia,  "lei  ha  intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e
    Lucia Mondella!"
    "Cio..." rispose,  con voce  tremolante,  don  Abbondio:  "cio.  Lor
    signori  son  uomini  di  mondo,  e  sanno benissimo come vanno queste
    faccende.  Il povero curato non c'entra: fanno  i  loro  pasticci  tra
    loro,  e poi...  e poi,  vengon da noi,  come s'anderebbe a un banco a
    riscotere: e noi... noi siamo i servitori del comune."
    "Or bene," gli disse il bravo,  all'orecchio,  ma in tono  solenne  di
    comando, "questo matrimonio non s'ha da fare, n domani, n mai."
    "Ma,  signori  miei,"  replic  don  Abbondio,  con la voce mansueta e
    gentile di chi vuol persuadere un impaziente,  "ma,  signori miei,  si
    degnino  di  mettersi ne' miei panni.  Se la cosa dipendesse da me,...
    vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca..."
    "Ors," interruppe il bravo,  "se la cosa avesse a decidersi a ciarle,
    lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, n vogliam saperne di
    pi. Uomo avvertito... lei c'intende."
    "Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli..."
    "Ma,"  interruppe  questa  volta  l'altro  compagnone,  che  non aveva
    parlato fin allora,  "ma il matrimonio non si far,  o..." e  qui  una
    buona bestemmia,  "o chi lo far non se ne pentir, perch non ne avr
    tempo, e..." un'altra bestemmia.
    "Zitto, zitto," riprese il primo oratore,  "il signor curato  un uomo
    che  sa il viver del mondo;  e noi siam galantuomini,  che non vogliam
    fargli del male, purch abbia giudizio. Signor curato, l'illustrissimo
    signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente."
    Questo nome fu,  nella mente di don Abbondio,  come,  nel  forte  d'un
    temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso
    gli  oggetti,  e  accresce  il  terrore.  Fece,  come per istinto,  un
    grand'inchino, e disse: "se mi sapessero suggerire..."
    "Oh!  suggerire a lei che sa di latino!" interruppe ancora  il  bravo,
    con un riso tra lo sguaiato e il feroce.  "A lei tocca. E sopra tutto,
    non si lasci uscir parola su questo avviso, che le abbiam dato per suo
    bene;  altrimenti...  ehm...  sarebbe lo  stesso  che  fare  quel  tal
    matrimonio.  Via,  che  vuol che si dica in suo nome all'illustrissimo
    signor don Rodrigo?"
    "Il mio rispetto..."
    "Si spieghi meglio!"
    "...Disposto... disposto sempre all'ubbidienza." E,  proferendo queste
    parole,   non  sapeva  nemmen  lui  se  faceva  una  promessa,   o  un
    complimento.  I  bravi  le  presero,  o  mostraron  di  prenderle  nel
    significato pi serio.
    "Benissimo,  e  buona notte,  messere," disse l'un d'essi,  in atto di
    partir col compagno. Don Abbondio, che,  pochi momenti prima,  avrebbe
    dato  un  occhio  per  iscansarli,  allora avrebbe voluto prolungar la
    conversazione e le trattative.  "Signori..."  cominci,  chiudendo  il
    libro con le due mani; ma quelli, senza pi dargli udienza, presero la
    strada   dond'era   lui  venuto,   e  s'allontanarono,   cantando  una
    canzonaccia che non voglio trascrivere.  Il povero don Abbondio rimase
    un momento a bocca aperta,  come incantato; poi prese quella delle due
    stradette che conduceva a casa sua,  mettendo  innanzi  a  stento  una
    gamba dopo l'altra,  che parevano aggranchiate. Come stesse di dentro,
    s'intender meglio,  quando avrem detto qualche cosa del suo naturale,
    e de' tempi in cui gli era toccato di vivere.
    Don Abbondio (il lettore se n' gi avveduto) non era nato con un cuor
    di leone. Ma, fin da' primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la
    peggior  condizione,  a  que'  tempi,  era  quella  d'un animale senza
    artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d'esser
    divorato.  La forza  legale  non  proteggeva  in  alcun  conto  l'uomo
    tranquillo,  inoffensivo,  e  che  non avesse altri mezzi di far paura
    altrui.  Non gi che  mancassero  leggi  e  pene  contro  le  violenze
    private.  Le  leggi  anzi  diluviavano;  i delitti erano enumerati,  e
    particolareggiati,   con  minuta  prolissit;   le  pene,   pazzamente
    esorbitanti  e,  se non basta,  aumentabili,  quasi per ogni caso,  ad
    arbitrio del legislatore stesso e di cento  esecutori;  le  procedure,
    studiate  soltanto  a  liberare  il  giudice  da ogni cosa che potesse
    essergli d'impedimento a  proferire  una  condanna:  gli  squarci  che
    abbiam  riportato delle gride contro i bravi,  ne sono un piccolo,  ma
    fedel saggio.  Con tutto ci,  anzi in gran parte  a  cagion  di  ci,
    quelle  gride,  ripubblicate  e rinforzate di governo in governo,  non
    servivano ad altro che ad  attestare  ampollosamente  l'impotenza  de'
    loro  autori;   o,   se  producevan  qualche  effetto  immediato,  era
    principalmente d'aggiunger molte vessazioni a quelle che i pacifici  e
    i deboli gi soffrivano da' perturbatori,  e d'accrescer le violenze e
    l'astuzia di questi. L'impunit era organizzata, e aveva radici che le
    gride non toccavano, o non potevano smovere. Tali eran gli asili, tali
    i privilegi d'alcune classi, in parte riconosciuti dalla forza legale,
    in  parte  tollerati  con  astioso  silenzio,  o  impugnati  con  vane
    proteste,  ma  sostenuti  in  fatto  e  difesi  da quelle classi,  con
    attivit d'interesse, e con gelosia di puntiglio. Ora,  quest'impunit
    minacciata  e  insultata,   ma  non  distrutta  dalle  gride,   doveva
    naturalmente, a ogni minaccia, e a ogni insulto, adoperar nuovi sforzi
    e nuove invenzioni,  per conservarsi.  Cos accadeva  in  effetto;  e,
    all'apparire  delle  gride  dirette  a  comprimere i violenti,  questi
    cercavano nella loro forza reale i  nuovi  mezzi  pi  opportuni,  per
    continuare  a  far  ci che le gride venivano a proibire.  Potevan ben
    esse inceppare a ogni passo,  e molestare l'uomo  bonario,  che  fosse
    senza forza propria e senza protezione;  perch, col fine d'aver sotto
    la  mano  ogni  uomo,   per  prevenire  o  per  punire  ogni  delitto,
    assoggettavano ogni mossa del privato al volere arbitrario d'esecutori
    d'ogni genere.  Ma chi, prima di commettere il delitto, aveva prese le
    sue misure per ricoverarsi a tempo in un convento, in un palazzo, dove
    i  birri  non  avrebber  mai  osato  metter  piede;  chi,   senz'altre
    precauzioni,  portava una livrea che impegnasse a difenderlo la vanit
    e l'interesse d'una famiglia potente,  di tutto un  ceto,  era  libero
    nelle  sue  operazioni,  e poteva ridersi di tutto quel fracasso delle
    gride.  Di quegli stessi ch'eran deputati  a  farle  eseguire,  alcuni
    appartenevano   per   nascita  alla  parte  privilegiata,   alcuni  ne
    dipendevano per clientela;  gli uni e gli altri,  per educazione,  per
    interesse, per consuetudine, per imitazione, ne avevano abbracciate le
    massime,  e  si sarebbero ben guardati dall'offenderle,  per amor d'un
    pezzo di carta attaccata sulle cantonate.  Gli uomini  poi  incaricati
    dell'esecuzione  immediata,  quando  fossero stati intraprendenti come
    eroi,  ubbidienti come monaci,  e pronti a sacrificarsi come  martiri,
    non  avrebber  per  potuto  venirne alla fine,  inferiori com'eran di
    numero a quelli che si  trattava  di  sottomettere,  e  con  una  gran
    probabilit d'essere abbandonati da chi, in astratto e, per cos dire,
    in teoria,  imponeva loro di operare.  Ma,  oltre di ci, costoro eran
    generalmente de' pi abbietti  e  ribaldi  soggetti  del  loro  tempo;
    l'incarico  loro era tenuto a vile anche da quelli che potevano averne
    terrore,  e il loro titolo un improperio.  Era quindi ben naturale che
    costoro,  in vece d'arrischiare,  anzi di gettar la vita in un'impresa
    disperata, vendessero la loro inazione,  o anche la loro connivenza ai
    potenti, e si riservassero a esercitare la loro esecrata autorit e la
    forza  che pure avevano,  in quelle occasioni dove non c'era pericolo;
    nell'opprimer cio, e nel vessare gli uomini pacifici e senza difesa.
    L'uomo che vuole offendere, o che teme, ogni momento, d'essere offeso,
    cerca naturalmente alleati e compagni.  Quindi  era,  in  que'  tempi,
    portata   al  massimo  punto  la  tendenza  degl'individui  a  tenersi
    collegati in classi,  a formarne delle nuove,  e a procurare ognuno la
    maggior  potenza  di  quella  a  cui apparteneva.  Il clero vegliava a
    sostenere e ad estendere le sue immunit, la nobilt i suoi privilegi,
    il militare le sue esenzioni. I mercanti, gli artigiani erano arrolati
    in maestranze e in confraternite, i giurisperiti formavano una lega, i
    medici stessi una corporazione.  Ognuna di queste  piccole  oligarchie
    aveva una sua forza speciale e propria;  in ognuna l'individuo trovava
    il vantaggio d'impiegar per s,  a proporzione della  sua  autorit  e
    della  sua  destrezza,  le  forze  riunite  di molti.  I pi onesti si
    valevan di  questo  vantaggio  a  difesa  soltanto;  gli  astuti  e  i
    facinorosi ne approfittavano,  per condurre a termine ribalderie, alle
    quali i loro mezzi personali non sarebber bastati, e per assicurarsene
    l'impunit.  Le forze per di queste varie leghe eran molto disuguali;
    e,  nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con
    intorno uno stuolo di bravi,  e una popolazione di contadini  avvezzi,
    per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi
    come  sudditi  e  soldati  del  padrone,  esercitava un potere,  a cui
    difficilmente  nessun'altra  frazione  di  lega  avrebbe  ivi   potuto
    resistere.
    Il  nostro  Abbondio,  non nobile,  non ricco,  coraggioso ancor meno,
    s'era  adunque  accorto,   prima  quasi  di  toccar  gli  anni   della
    discrezione, d'essere, in quella societ, come un vaso di terra cotta,
    costretto  a  viaggiare  in  compagnia  di molti vasi di ferro.  Aveva
    quindi,  assai di buon grado,  ubbidito ai  parenti,  che  lo  vollero
    prete. Per dir la verit, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e
    ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che
    vivere  con  qualche agio,  e mettersi in una classe riverita e forte,
    gli eran sembrate due ragioni pi che sufficienti per una tale scelta.
    Ma una classe qualunque non protegge un individuo,  non  lo  assicura,
    che  fino  a  un  certo  segno:  nessuna  lo dispensa dal farsi un suo
    sistema  particolare.   Don  Abbondio,   assorbito  continuamente  ne'
    pensieri  della  propria quiete,  non si curava di que' vantaggi,  per
    ottenere i quali facesse bisogno d'adoperarsi molto,  o d'arrischiarsi
    un poco.  Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti
    i contrasti,  e  nel  cedere,  in  quelli  che  non  poteva  scansare.
    Neutralit disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui,
    dalle  contese,  allora  frequentissime,  tra  il  clero  e le podest
    laiche,  tra il militare e il civile,  tra nobili e nobili,  fino alle
    questioni tra due contadini, nate da una parola, e decise coi pugni, o
    con  le  coltellate.  Se  si trovava assolutamente costretto a prender
    parte tra due contendenti,  stava col  pi  forte,  sempre  per  alla
    retroguardia, e procurando di far vedere all'altro ch'egli non gli era
    volontariamente  nemico:  pareva  che gli dicesse: ma perch non avete
    saputo esser voi il pi forte?  ch'io  mi  sarei  messo  dalla  vostra
    parte.   Stando  alla  larga  da'  prepotenti,  dissimulando  le  loro
    soverchierie passeggiere e capricciose, corrispondendo con sommissioni
    a quelle che venissero da un'intenzione  pi  seria  e  pi  meditata,
    costringendo,  a  forza d'inchini e di rispetto gioviale,  anche i pi
    burberi e sdegnosi,  a fargli un sorriso,  quando gl'incontrava per la
    strada,  il  pover'uomo  era riuscito a passare i sessant'anni,  senza
    gran burrasche.
    Non  per che non avesse anche lui il suo po' di fiele  in  corpo;  e
    quel continuo esercitar la pazienza, quel dar cos spesso ragione agli
    altri,  que'  tanti  bocconi  amari  inghiottiti  in silenzio,  glielo
    avevano esacerbato a segno che,  se non avesse,  di  tanto  in  tanto,
    potuto  dargli  un  po'  di sfogo,  la sua salute n'avrebbe certamente
    sofferto.  Ma siccome v'eran poi finalmente al mondo,  e vicino a lui,
    persone  ch'egli  conosceva  ben  bene per incapaci di far male,  cos
    poteva con quelle  sfogare  qualche  volta  il  mal  umore  lungamente
    represso,  e cavarsi anche lui la voglia d'essere un po' fantastico, e
    di gridare a torto.  Era poi un rigido censore degli uomini che non si
    regolavan  come lui,  quando per la censura potesse esercitarsi senza
    alcuno,  anche lontano,  pericolo.  Il battuto era  almeno  almeno  un
    imprudente;  l'ammazzato  era  sempre  stato  un uomo torbido.  A chi,
    messosi a sostener le sue ragioni contro un potente, rimaneva col capo
    rotto,  don Abbondio sapeva trovar  sempre  qualche  torto;  cosa  non
    difficile,  perch  la  ragione  e il torto non si dividono mai con un
    taglio  cos  netto,   che  ogni  parte  abbia  soltanto  dell'una   o
    dell'altro.  Sopra  tutto poi,  declamava contro quei suoi confratelli
    che, a loro rischio,  prendevan le parti d'un debole oppresso,  contro
    un  soverchiatore  potente.  Questo chiamava un comprarsi gl'impicci a
    contanti,  un  voler  raddrizzar  le  gambe  ai  cani;   diceva  anche
    severamente,  ch'era  un mischiarsi nelle cose profane,  a danno della
    dignit del sacro ministero. E contro questi predicava,  sempre per a
    quattr'occhi,  o  in  un  piccolissimo  crocchio,  con  tanto  pi  di
    veemenza,  quanto pi essi eran conosciuti per alieni dal  risentirsi,
    in  cosa  che  li  toccasse personalmente.  Aveva poi una sua sentenza
    prediletta,  con la  quale  sigillava  sempre  i  discorsi  su  queste
    materie: che a un galantuomo, il qual badi a s e stia ne' suoi panni,
    non accadon mai brutti incontri.
    Pensino  ora  i  miei venticinque lettori che impressione dovesse fare
    sull'animo del poveretto,  quello che s' raccontato.  Lo spavento  di
    que' visacci e di quelle parolacce,  la minaccia d'un signore noto per
    non minacciare invano,  un sistema di quieto  vivere,  ch'era  costato
    tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo
    dal  quale  non  si  poteva  veder come uscirne: tutti questi pensieri
    ronzavano tumultuariamente nel capo basso di don  Abbondio.    -    Se
    Renzo  si potesse mandare in pace con un bel no,  via;  ma vorr delle
    ragioni; e cosa ho da rispondergli, per amor del cielo? E, e, e, anche
    costui  una testa: un agnello se nessun lo  tocca,  ma  se  uno  vuol
    contraddirgli...  ih!  E  poi,  e poi,  perduto dietro a quella Lucia,
    innamorato  come...   Ragazzacci,   che,   per  non  saper  che  fare,
    s'innamorano,  voglion maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno
    carico de' travagli in che mettono un povero galantuomo. Oh povero me!
    vedete se quelle due figuracce dovevan  proprio  piantarsi  sulla  mia
    strada,  e  prenderla  con  me!  Che  c'entro  io?  Son  io che voglio
    maritarmi?  Perch non son andati piuttosto a parlare...  Oh vedete un
    poco: gran destino  il mio,  che le cose a proposito mi vengan sempre
    in mente un momento dopo l'occasione.  Se avessi pensato  di  suggerir
    loro  che  andassero a portar la loro imbasciata...   -  Ma,  a questo
    punto,  s'accorse che il pentirsi di non essere  stato  consigliere  e
    cooperatore  dell'iniquit era cosa troppo iniqua;  e rivolse tutta la
    stizza  de'  suoi  pensieri  contro  quell'altro  che  veniva  cos  a
    togliergli  la  sua pace.  Non conosceva don Rodrigo che di vista e di
    fama,  n aveva mai avuto che far con lui,  altro che  di  toccare  il
    petto  col  mento,  e  la terra con la punta del suo cappello,  quelle
    poche volte che l'aveva incontrato per la strada.  Gli era occorso  di
    difendere,  in  pi  d'un'occasione,  la  riputazione di quel signore,
    contro coloro che,  a bassa voce,  sospirando,  e alzando gli occhi al
    cielo,  maledicevano qualche suo fatto: aveva detto cento volte ch'era
    un rispettabile cavaliere. Ma, in quel momento,  gli diede in cuor suo
    tutti que' titoli che non aveva mai udito applicargli da altri,  senza
    interrompere in fretta con un oib.  Giunto,  tra il tumulto di questi
    pensieri,  alla porta di casa sua,  ch'era in fondo del paesello, mise
    in fretta nella toppa la chiave, che gi teneva in mano; apr,  entr,
    richiuse  diligentemente;  e,  ansioso  di  trovarsi  in una compagnia
    fidata, chiam subito: "Perpetua! Perpetua!", avviandosi pure verso il
    salotto, dove questa doveva esser certamente ad apparecchiar la tavola
    per la cena.  Era Perpetua,  come ognun se n'avvede,  la serva di  don
    Abbondio: serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare,
    secondo   l'occasione,   tollerare   a   tempo   il   brontolo  e  le
    fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che
    divenivan di giorno in giorno pi  frequenti,  da  che  aveva  passata
    l'et  sinodale  dei  quaranta,  rimanendo celibe,  per aver rifiutati
    tutti i partiti che le si erano offerti,  come diceva lei,  o per  non
    aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche.
    "Vengo,"  rispose,   mettendo  sul  tavolino,   al  luogo  solito,  il
    fiaschetto del vino prediletto di don Abbondio, e si mosse lentamente;
    ma non aveva ancor toccata la soglia del salotto, ch'egli v'entr, con
    un passo cos legato, con uno sguardo cos adombrato, con un viso cos
    stravolto,  che non ci sarebbero nemmen bisognati gli occhi esperti di
    Perpetua,  per  iscoprire  a  prima vista che gli era accaduto qualche
    cosa di straordinario davvero.
    "Misericordia! cos'ha, signor padrone?"
    "Niente,  niente,"  rispose  don  Abbondio,  lasciandosi  andar  tutto
    ansante sul suo seggiolone.
    "Come,  niente?  La  vuol  dare ad intendere a me?  cos brutto com'?
    Qualche gran caso  avvenuto."
    "Oh, per amor del cielo! Quando dico niente, o  niente,  o  cosa che
    non posso dire."
    "Che non pu dir neppure a me?  Chi si prender cura della sua salute?
    Chi le dar un parere?..."
    "Ohim! tacete, e non apparecchiate altro: datemi un bicchiere del mio
    vino."
    "E lei mi vorr sostenere che non ha niente!" disse Perpetua, empiendo
    il bicchiere,  e tenendolo poi in mano,  come se non volesse darlo che
    in premio della confidenza che si faceva tanto aspettare.
    "Date  qui,  date qui," disse don Abbondio,  prendendole il bicchiere,
    con la mano non ben ferma,  e votandolo poi in fretta,  come se  fosse
    una medicina.
    "Vuol  dunque  ch'io  sia  costretta  di  domandar  qua  e l cosa sia
    accaduto al mio padrone?" disse Perpetua, ritta dinanzi a lui,  con le
    mani  arrovesciate  sui  fianchi,   e  le  gomita  appuntate  davanti,
    guardandolo fisso, quasi volesse succhiargli dagli occhi il segreto.
    "Per amor del cielo!  non fate pettegolezzi,  non fate schiamazzi:  ne
    va... ne va la vita!"
    "La vita!"
    "La vita."
    "Lei sa bene che, ogni volta che m'ha detto qualche cosa sinceramente,
    in confidenza, io non ho mai..."
    "Brava! come quando..."
    Perpetua  s'avvide  d'aver  toccato  un tasto falso;  onde,  cambiando
    subito il tono,  "signor padrone,"  disse,  con  voce  commossa  e  da
    commovere,  "io  le  sono sempre stata affezionata;  e,  se ora voglio
    sapere,  per premura, perch vorrei poterla soccorrere, darle un buon
    parere, sollevarle l'animo..."
    Il fatto sta che don Abbondio aveva forse tanta voglia  di  scaricarsi
    del  suo  doloroso  segreto,  quanta ne avesse Perpetua di conoscerlo;
    onde,  dopo  aver  respinti  sempre  pi  debolmente  i  nuovi  e  pi
    incalzanti  assalti di lei,  dopo averle fatto pi d'una volta giurare
    che non fiaterebbe,  finalmente,  con  molte  sospensioni,  con  molti
    ohim,  le  raccont  il  miserabile  caso.  Quando  si  venne al nome
    terribile del mandante, bisogn che Perpetua proferisse un nuovo e pi
    solenne giuramento; e don Abbondio, pronunziato quel nome, si rovesci
    sulla spalliera della seggiola, con un gran sospiro,  alzando le mani,
    in  atto  insieme  di comando e di supplica,  e dicendo: "per amor del
    cielo!"
    "Delle sue!" esclam Perpetua. "Oh che birbone!  oh che soverchiatore!
    oh che uomo senza timor di Dio!"
    "Volete tacere? o volete rovinarmi del tutto?"
    "Oh!  siam qui soli che nessun ci sente.  Ma come far,  povero signor
    padrone?"
    "Oh vedete," disse don Abbondio,  con voce stizzosa: "vedete  che  bei
    pareri  mi  sa  dar costei!  Viene a domandarmi come far,  come far;
    quasi fosse lei nell'impiccio, e toccasse a me di levarnela."
    "Ma! io l'avrei bene il mio povero parere da darle; ma poi..."
    "Ma poi, sentiamo."
    "Il mio parere  sarebbe  che,  siccome  tutti  dicono  che  il  nostro
    arcivescovo  un sant'uomo,  e un uomo di polso, e che non ha paura di
    nessuno, e, quando pu fare star a dovere un di questi prepotenti, per
    sostenere un curato,  ci  gongola;  io  direi,  e  dico  che  lei  gli
    scrivesse una bella lettera, per informarlo come qualmente."
    "Volete  tacere?  volete  tacere?  Son  pareri  codesti  da  dare a un
    pover'uomo?  Quando mi fosse toccata una schioppettata nella  schiena,
    Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe?"
    "Eh! le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi
    cani  dovessero  mordere  tutte le volte che abbaiano!  E io ho sempre
    veduto che a chi sa mostrare i denti,  e farsi stimare,  gli si  porta
    rispetto;  e, appunto perch lei non vuol mai dir la sua ragione, siam
    ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a..."
    "Volete tacere?"
    "Io taccio subito; ma  per certo che,  quando il mondo s'accorge che
    uno, sempre, in ogni incontro, e pronto a calar le..."
    "Volete tacere? E' tempo ora di dir codeste baggianate?"
    "Basta:  ci penser questa notte;  ma intanto non cominci a farsi male
    da s, a rovinarsi la salute; mangi un boccone."
    "Ci penser io," rispose,  brontolando,  don Abbondio: "sicuro;  io ci
    penser,  io  ci  ho  da pensare." E s'alz,  continuando: "non voglio
    prender niente;  niente: ho altra voglia: lo so anch'io  che  tocca  a
    pensarci a me. Ma! la doveva accader per l'appunto a me."
    "Mandi almen gi quest'altro gocciolo," disse Perpetua, mescendo. "Lei
    sa che questo le rimette sempre lo stomaco."
    "Eh! ci vuol altro, ci vuol altro, ci vuol altro."
    Cos  dicendo,  prese  il  lume,  e,  brontolando sempre: "una piccola
    bagattella!  a un galantuomo par mio!  e domani  com'andr?"  e  altre
    simili  lamentazioni,  s'avvi  per  salire  in  camera.  Giunto su la
    soglia,  si volt indietro verso Perpetua,  mise il dito sulla  bocca,
    disse, con tono lento e solenne: "per amor del cielo!" e disparve.




    CAPITOLO 2.

    Renzo  si  porta  da  don  Abbondio per fissare l'ora del matrimonio.-
    Pretesti di don Abbondio per differirlo.   -  Renzo,  dalle parole  di
    Perpetua    messo in sospetto,  e ritornato dal curato lo costringe a
    parlare.   -  Renzo porta l'annuncio alle donne.  -  La "malattia" del
    curato.

    Si  racconta  che  il  principe  di Cond dorm profondamente la notte
    avanti  la  giornata  di  Rocroi:  ma,  in  primo  luogo,   era  molto
    affaticato;  secondariamente  aveva  gi  date  tutte  le disposizioni
    necessarie, e stabilito ci che dovesse fare, la mattina. Don Abbondio
    in vece non sapeva altro ancora se non che l'indomani  sarebbe  giorno
    di  battaglia;  quindi una gran parte della notte fu spesa in consulte
    angosciose. Non far caso dell'intimazione ribalda, n delle minacce, e
    fare il matrimonio,  era un partito,  che non volle neppur mettere  in
    deliberazione.  Confidare  a  Renzo  l'occorrente,  e  cercar  con lui
    qualche  mezzo...   Dio  liberi!   "Non  si  lasci  scappar  parola...
    altrimenti...  "ehm!""  aveva detto un di que' bravi;  e,  al sentirsi
    rimbombar quell'"ehm!" nella mente,  don Abbondio,  non che pensare  a
    trasgredire  una  tal  legge,  si pentiva anche dell'aver ciarlato con
    Perpetua.  Fuggire?  Dove?  E poi!  Quant'impicci,  e quanti conti  da
    rendere!  A ogni partito che rifiutava, il pover'uomo si rivoltava nel
    letto. Quello che, per ogni verso,  gli parve il meglio o il men male,
    fu  di  guadagnar  tempo,  menando Renzo per le lunghe.  Si ramment a
    proposito che mancavan pochi giorni al tempo proibito per le nozze;  -
    e, se posso tenere a bada, per questi pochi giorni, quel ragazzone, ho
    poi due mesi di respiro; e, in due mesi,  pu nascer di gran cose.   -
    Rumin  pretesti  da metter in campo;  e,  bench gli paressero un po'
    leggieri,  pur s'andava rassicurando col pensiero che la sua  autorit
    gli avrebbe fatti parer di giusto peso, e che la sua antica esperienza
    gli  darebbe gran vantaggio sur un giovanetto ignorante.   -  Vedremo,
    -  diceva tra s:  -  egli pensa alla morosa;  ma io penso alla pelle:
    il  pi  interessato son io,  lasciando stare che sono il pi accorto.
    Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma
    io non voglio andarne di mezzo.  -  Fermato cos un poco l'animo a una
    deliberazione,  pot finalmente chiuder  occhio:  ma  che  sonno!  che
    sogni! Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti,
    grida, schioppettate.
    Il primo svegliarsi, dopo una sciagura, e in un impiccio,  un momento
    molto  amaro.  La mente,  appena risentita,  ricorre all'idee abituali
    della vita tranquilla antecedente;  ma il pensiero del nuovo stato  di
    cose  le  si  affaccia subito sgarbatamente;  e il dispiacere ne  pi
    vivo in quel  paragone  istantaneo.  Assaporato  dolorosamente  questo
    momento, don Abbondio ricapitol subito i suoi disegni della notte, si
    conferm in essi, gli ordin meglio, s'alz, e stette aspettando Renzo
    con timore e, ad un tempo, con impazienza.
    Lorenzo  o,  come  dicevan  tutti,  Renzo non si fece molto aspettare.
    Appena gli parve ora di poter,  senza  indiscrezione,  presentarsi  al
    curato, v'and, con la lieta furia d'un uomo di vent'anni, che deve in
    quel giorno sposare quella che ama. Era, fin dall'adolescenza, rimasto
    privo  de' parenti,  ed esercitava la professione di filatore di seta,
    ereditaria, per dir cos, nella sua famiglia; professione,  negli anni
    indietro,  assai lucrosa; allora gi in decadenza, ma non per a segno
    che un abile operaio non potesse cavarne di che vivere onestamente. Il
    lavoro andava di giorno in giorno scemando;  ma l'emigrazione continua
    de' lavoranti, attirati negli stati vicini da promesse, da privilegi e
    da  grosse  paghe,  faceva  s che non ne mancasse ancora a quelli che
    rimanevano in paese. Oltre di questo, possedeva Renzo un poderetto che
    faceva lavorare e lavorava  egli  stesso,  quando  il  filatoio  stava
    fermo;  di  modo che,  per la sua condizione,  poteva dirsi agiato.  E
    quantunque quell'annata fosse ancor pi scarsa  delle  antecedenti,  e
    gi  si  cominciasse  a  provare  una  vera  carestia,  pure il nostro
    giovine,  che,  da quando aveva messi gli occhi addosso a  Lucia,  era
    divenuto  massaio,  si trovava provvisto bastantemente,  e non aveva a
    contrastar con la fame. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala,
    con penne di vario colore al cappello,  col  suo  pugnale  dal  manico
    bello,  nel  taschino de' calzoni,  con una cert'aria di festa e nello
    stesso tempo di braveria,  comune allora anche agli uomini pi quieti.
    L'accoglimento   incerto   e   misterioso  di  don  Abbondio  fece  un
    contrapposto singolare ai modi gioviali e risoluti del giovinotto.
    - Che abbia qualche pensiero per la testa,  -  argoment Renzo tra s;
    poi disse: "son venuto, signor curato,  per sapere a che ora le comoda
    che ci troviamo in chiesa."
    "Di che giorno volete parlare?"
    "Come, di che giorno? non si ricorda che s' fissato per oggi?"
    "Oggi?" replic don Abbondio, come se ne sentisse parlare per la prima
    volta. "Oggi, oggi... abbiate pazienza, ma oggi non posso."
    "Oggi non pu! Cos' nato?"
    "Prima di tutto, non mi sento bene, vedete."
    "Mi dispiace; ma quello che ha da fare  cosa di cosi poco tempo, e di
    cos poca fatica..."
    "E poi, e poi, e poi..."
    "E poi che cosa?"
    "E poi c' degli imbrogli."
    "Degl'imbrogli? Che imbrogli ci pu essere?"
    "Bisognerebbe  trovarsi nei nostri piedi,  per conoscer quanti impicci
    nascono in queste materie, quanti conti s'ha da rendere. Io son troppo
    dolce di cuore,  non penso che  a  levar  di  mezzo  gli  ostacoli,  a
    facilitar tutto,  a far le cose secondo il piacere altrui,  e trascuro
    il mio dovere; e poi mi toccan de' rimproveri, e peggio."
    "Ma,  col nome del cielo,  non mi tenga cos sulla corda,  e  mi  dica
    chiaro e netto cosa c'."
    "Sapete  voi  quante  e  quante  formalit  ci  vogliono  per  fare un
    matrimonio in regola?"
    "Bisogna ben ch'io ne sappia qualche cosa," disse  Renzo,  cominciando
    ad  alterarsi,  "poich  me  ne  ha  gi rotta bastantemente la testa,
    questi giorni addietro.  Ma ora non s' sbrigato ogni cosa?  non  s  
    fatto tutto ci che s'aveva a fare?"
    "Tutto, tutto, pare a voi: perch, abbiate pazienza, la bestia son io,
    che  trascuro  il mio dovere,  per non far penare la gente.  Ma ora...
    basta,  so quel che dico.  Noi poveri curati siamo tra l'ancudine e il
    martello:  voi  impaziente;   vi  compatisco,   povero  giovane;  e  i
    superiori...  basta,  non si pu dir tutto.  E noi siam quelli che  ne
    andiam di mezzo."
    "Ma  mi spieghi una volta cos' quest'altra formalit che s'ha a fare,
    come dice; e sar subito fatta."
    "Sapete voi quanti siano gl'impedimenti dirimenti?"
    "Che vuol ch'io sappia d'impedimenti?"
    ""Error, conditio, votum, cognatio, crimen,
    Cultus dirparitas, vis, ordo, tigamen, honestas,
    Si sis affinis", ..."
    cominciava don Abbondio, contando sulla punta delle dita.
    "Si piglia gioco di me?" interruppe il giovine. "Che vuol ch'io faccia
    del suo "latinorum"?"
    "Dunque, se non sapete le cose, abbiate pazienza,  e rimettetevi a chi
    le sa."
    "Ors!..."
    "Via,  caro  Renzo,  non  andate in collera,  che son pronto a fare...
    tutto quello che dipende da me.  Io,  io vorrei vedervi  contento;  vi
    voglio  bene io.  Eh!...  quando penso che stavate cos bene;  cosa vi
    mancava? V' saltato il grillo di maritarvi..."
    "Che discorsi sono questi,  signor mio?" proruppe Renzo,  con un volto
    tra l'attonito e l'adirato.
    "Dico  per  dire,  abbiate  pazienza,  dico  per dire.  Vorrei vedervi
    contento."
    "In somma..."
    "In somma, figliuol caro, io non ci ho colpa;  la legge non l'ho fatta
    io.  E, prima di conchiudere un matrimonio, noi siam proprio obbligati
    a far molte e  molte  ricerche,  per  assicurarci  che  non  ci  siano
    impedimenti."
    "Ma via, mi dica una volta che impedimento  sopravvenuto?"
    "Abbiate  pazienza,  non  son  cose  da  potersi decifrare cos su due
    piedi.  Non ci sar  niente,  cos  spero;  ma,  non  ostante,  queste
    ricerche noi le dobbiam fare.  Il testo  chiaro e lampante: "antequam
    matrimonium denunciet"..."
    "Le ho detto che non voglio latino."
    "Ma bisogna pur che vi spieghi..."
    "Ma non le ha gi fatte queste ricerche?"
    "Non le ho fatte tutte, come avrei dovuto, vi dico."
    "Perch non le ha fatte a tempo?  perch dirmi che tutto  era  finito?
    perch aspettare..."
    "Ecco!  mi  rimproverate la mia troppa bont.  Ho facilitato ogni cosa
    per servirvi pi presto: ma... ma ora mi son venute... basta, so io."
    "E che vorrebbe ch'io facessi?"
    "Che aveste pazienza per qualche giorno. Figliuol caro, qualche giorno
    non  poi l'eternit: abbiate pazienza."
    "Per quanto?"
    - Siamo a buon porto,   -  pens fra s don Abbondio;  e,  con un fare
    pi manieroso che mai, "via," disse: "in quindici giorni cercher, ...
    procurer..."
    "Quindici giorni!  oh questa s ch' nuova! S' fatto tutto ci che ha
    voluto lei;  s' fissato il giorno;  il giorno arriva;  e ora  lei  mi
    viene  a  dire che aspetti quindici giorni!  Quindici..." riprese poi,
    con voce pi alta e stizzosa, stendendo il braccio e battendo il pugno
    nell'aria;  e chi sa qual diavoleria avrebbe attaccata a quel  numero,
    se  don  Abbondio non l'avesse interrotto,  prendendogli l'altra mano,
    con un'amorevolezza timida e premurosa: "via, via, non v'alterate, per
    amor del cielo. Vedr, cercher se, in una settimana..."
    "E a Lucia che devo dire?"
    "Ch' stato un mio sbaglio."
    "E i discorsi del mondo?"
    "Dite pure a tutti, che ho sbagliato io, per troppa furia,  per troppo
    buon cuore: gettate tutta la colpa addosso a me.  Posso parlar meglio?
    via, per una settimana."
    "E poi, non ci sar pi altri impedimenti?"
    "Quando vi dico..."
    "Ebbene: avr pazienza per una settimana; ma ritenga bene che, passata
    questa,  non m'appagher pi di chiacchiere.  Intanto la riverisco." E
    cos detto,  se n'and, facendo a don Abbondio un inchino men profondo
    del solito, e dandogli un'occhiata pi espressiva che riverente.
    Uscito poi, e camminando di mala voglia, per la prima volta,  verso la
    casa della sua promessa, in mezzo alla stizza, tornava con la mente su
    quel colloquio; e sempre pi lo trovava strano. L'accoglienza fredda e
    impicciata  di  don  Abbondio,  quel  suo  parlare  stentato insieme e
    impaziente,  que' due occhi grigi che,  mentre  parlava,  eran  sempre
    andati  scappando qua e l,  come se avesser avuto paura d'incontrarsi
    con le parole che gli uscivan di bocca,  quel farsi  quasi  nuovo  del
    matrimonio cos espressamente concertato, e sopra tutto quell'accennar
    sempre  qualche  gran  cosa,  non  dicendo mai nulla di chiaro;  tutte
    queste circostanze messe insieme facevan pensare a Renzo che ci  fosse
    sotto  un  mistero diverso da quello che don Abbondio aveva voluto far
    credere.  Stette il giovine in forse un momento di  tornare  indietro,
    per metterlo alle strette,  e farlo parlar pi chiaro; ma, alzando gli
    occhi,  vide Perpetua che camminava dinanzi a lui  ed  entrava  in  un
    orticello pochi passi distante dalla casa.  Le diede una voce,  mentre
    essa apriva l'uscio; studi il passo,  la raggiunse,  la ritenne sulla
    soglia,  e,  col  disegno  di scovar qualche cosa di pi positivo,  si
    ferm ad attaccar discorso con essa.
    "Buon giorno,  Perpetua: io speravo che oggi si sarebbe stati  allegri
    insieme."
    "Ma! quel che Dio vuole, il mio povero Renzo."
    "Fatemi   un  piacere:  quel  benedett'uomo  del  signor  curato  m'ha
    impastocchiate certe ragioni che non ho potuto ben capire;  spiegatemi
    voi meglio perch non pu o non vuole maritarci oggi."
    "Oh! vi par egli ch'io sappia i segreti del mio padrone?"
    -  L'ho detto io,  che c'era mistero sotto,   -  pens Renzo;  e,  per
    tirarlo in luce, continu: "via,  Perpetua;  siamo amici;  ditemi quel
    che sapete, aiutate un povero figliuolo."
    "Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo."
    "E' vero," riprese questo, sempre pi confermandosi ne' suoi sospetti;
    e,  cercando d'accostarsi pi alla questione, " vero," soggiunse, "ma
    tocca ai preti a trattar male co' poveri?"
    "Sentite, Renzo; io non posso dir niente, perch... non so niente;  ma
    quello  che  vi  posso  assicurare    che il mio padrone non vuol far
    torto, n a voi n a nessuno; e lui non ci ha colpa."
    "Chi  dunque che ci  ha  colpa?"  domand  Renzo,  con  un  cert'atto
    trascurato, ma col cuor sospeso, e con l'orecchio all'erta.
    "Quando vi dico che non so niente...  In difesa del mio padrone, posso
    parlare;  perch mi fa male sentire che gli si dia carico di voler far
    dispiacere a qualcheduno.  Pover'uomo!  se pecca,   per troppa bont.
    C' bene a questo mondo de'  birboni,  de'  prepotenti,  degli  uomini
    senza timor di Dio..."
    - Prepotenti!  birboni!   -  pens Renzo: questi non sono i superiori.
    "Via," disse poi,  nascondendo a stento l'agitazione crescente,  "via,
    ditemi chi ."
    "Ah! voi vorreste farmi parlare; e io non posso parlare, perch... non
    so niente;  quando non so niente,   come se avessi giurato di tacere.
    Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca. Addio; 
    tempo perduto per tutt'e due." Cos dicendo entr in fretta nell'orto,
    e chiuse l'uscio. Renzo, rispostole con un saluto, torn indietro pian
    piano, per non farla accorgere del cammino che prendeva; ma, quando fu
    fuor del tiro dell'orecchio della buona donna, allung il passo; in un
    momento fu all'uscio di don Abbondio;  entr,  and diviato al salotto
    dove  l'aveva lasciato,  ve lo trov,  e corse verso lui,  con un fare
    ardito, e con gli occhi stralunati.
    "Eh! eh! che novit  questa?" disse don Abbondio.
    "Chi  quel prepotente," disse Renzo,  con  la  voce  d'un  uomo  ch'
    risoluto  d'ottenere una risposta precisa,  "chi  quel prepotente che
    non vuol ch'io sposi Lucia?"
    "Che? che? che?" balbett il povero sorpreso, con un volto fatto in un
    istante bianco e floscio, come un cencio che esca dal bucato.  E,  pur
    brontolando,  spicc  un  salto  dal  suo  seggiolone,  per  lanciarsi
    all'uscio.  Ma Renzo,  che doveva aspettarsi  quella  mossa,  e  stava
    all'erta,  vi  balz  prima  di lui,  gir la chiave,  e se la mise in
    tasca.
    "Ah! ah! parler ora, signor curato?  Tutti sanno i fatti miei,  fuori
    di me. Voglio saperli, per bacco, anch'io. Come si chiama colui?"
    "Renzo!  Renzo!  per carit, badate a quel che fate; pensate all'anima
    vostra."
    "Penso che lo voglio saper subito,  sul  momento."  E,  cos  dicendo,
    mise, forse senza avvedersene, la mano sul manico del coltello che gli
    usciva dal taschino.
    "Misericordia!" esclam con voce fioca don Abbondio.
    "Lo voglio sapere."
    "Chi v'ha detto..."
    "No, no; non pi fandonie. Parli chiaro e subito."
    "Mi volete morto?"
    "Voglio sapere ci che ho ragion di sapere."
    "Ma se parlo, son morto. Non m'ha da premere la mia vita?"
    "Dunque parli."
    Quel  "dunque"  fu proferito con una tale energia,  l'aspetto di Renzo
    divenne cos minaccioso, che don Abbondio non pot pi nemmen supporre
    la possibilit di disubbidire.
    "Mi promettete,  mi giurate," disse "di non parlarne con  nessuno,  di
    non dir mai...?"
    "Le  prometto che fo uno sproposito,  se lei non mi dice subito subito
    il nome di colui."
    A quel nuovo scongiuro, don Abbondio,  col volto,  e con lo sguardo di
    chi ha in bocca le tenaglie del cavadenti, profer: "don..."
    "Don?"  ripet  Renzo,  come per aiutare il paziente a buttar fuori il
    resto; e stava curvo, con l'orecchio chino sulla bocca di lui,  con le
    braccia tese, e i pugni stretti all'indietro.
    "Don  Rodrigo!"  pronunci  in fretta il forzato,  precipitando quelle
    poche sillabe,  e strisciando le consonanti,  parte per il turbamento,
    parte perch,  rivolgendo pure quella poca attenzione che gli rimaneva
    libera,  a fare una transazione tra le due paure,  pareva che  volesse
    sottrarre  e  fare  scomparir  la  parola,  nel  punto  stesso  ch'era
    costretto a metterla fuori.
    "Ah cane!" url Renzo. "E come ha fatto? Cosa le ha detto per...?"
    "Come eh? come?" rispose,  con voce quasi sdegnosa,  don Abbondio,  il
    quale, dopo un cos gran sagrifizio, si sentiva in certo modo divenuto
    creditore. "Come eh? Vorrei che la fosse toccata a voi, come  toccata
    a  me,  che  non  c'entro  per  nulla;  che certamente non vi sarebber
    rimasti tanti grilli in capo." E qui si fece  a  dipinger  con  colori
    terribili il brutto incontro;  e,  nel discorrere, accorgendosi sempre
    pi d'una gran collera che aveva in corpo,  e che fin allora era stata
    nascosta  e  involta  nella  paura,  e  vedendo nello stesso tempo che
    Renzo, tra la rabbia e la confusione, stava immobile,  col capo basso,
    continu allegramente,  "avete fatta una bella azione! M'avete reso un
    bel servizio!  Un tiro di questa sorte  a  un  galantuomo,  al  vostro
    curato!  in casa sua!  in luogo sacro! Avete fatta una bella prodezza!
    Per cavarmi di bocca il mio malanno,  il vostro malanno!  ci ch'io vi
    nascondevo per prudenza,  per vostro bene! E ora che lo sapete? Vorrei
    vedere che mi faceste...! Per amor del cielo!  Non si scherza.  Non si
    tratta  di torto o di ragione;  si tratta di forza.  E quando,  questa
    mattina, vi davo un buon parere...  eh!  subito nelle furie.  Io avevo
    giudizio per me e per voi; ma come si fa? Aprite almeno; datemi la mia
    chiave."
    "Posso  aver  fallato,"  rispose Renzo,  con voce raddolcita verso don
    Abbondio,  ma nella quale  si  sentiva  il  furore  contro  il  nemico
    scoperto.  "posso aver fallato;  ma si metta la mano al petto, e pensi
    se nel mio caso..."
    Cos dicendo, s'era levata la chiave di tasca, e andava ad aprire. Don
    Abbondio gli and dietro,  e,  mentre quegli girava  la  chiave  nella
    toppa,  se  gli  accost,  e,  con  volto serio e ansioso,  alzandogli
    davanti agli occhi le tre prime dita della destra,  come per  aiutarlo
    anche lui dal canto suo, "giurate almeno..." gli disse.
    "Posso  aver  fallato;   e  mi  scusi,"  rispose  Renzo,   aprendo,  e
    disponendosi ad uscire.
    "Giurate..." replic don Abbondio,  afferrandogli il  braccio  con  la
    mano tremante.
    "Posso aver fallato," ripet Renzo,  sprigionandosi da lui; e part in
    furia,  troncando cos la questione,  che,  al pari d'una questione di
    letteratura o di filosofia o d'altro, avrebbe potuto durar dei secoli,
    giacch  ognuna  delle  parti  non faceva che replicare il suo proprio
    argomento.
    "Perpetua! Perpetua!" grid don Abbondio,  dopo aver invano richiamato
    il  fuggitivo.  Perpetua  non risponde: don Abbondio non sapeva pi in
    che mondo si fosse.
    E' accaduto pi d'una volta a personaggi di ben pi  alto  affare  che
    don  Abbondio,  di  trovarsi  in  frangenti cos fastidiosi,  in tanta
    incertezza di partiti,  che parve loro un ottimo  ripiego  mettersi  a
    letto  con  la  febbre.  Questo ripiego,  egli non lo dovette andare a
    cercare, perch gli si offerse da s.  La paura del giorno avanti,  la
    veglia  angosciosa  della  notte,  la  paura  avuta  in  quel momento,
    l'ansiet dell'avvenire,  fecero l'effetto.  Affannato e  balordo,  si
    ripose  sul  suo  seggiolone,  cominci  a  sentirsi  qualche  brivido
    nell'ossa,  si guardava le unghie sospirando,  e chiamava di tempo  in
    tempo,   con   voce   tremolante  e  stizzosa:  "Perpetua!"  La  venne
    finalmente,  con un gran cavolo sotto il  braccio,  e  con  la  faccia
    tosta,  come se nulla fosse stato.  Risparmio al lettore i lamenti, le
    condoglianze, le accuse, le difese,  i "voi sola potete aver parlato",
    e  i  "non  ho parlato",  tutti i pasticci in somma di quel colloquio.
    Basti dire che don Abbondio ordin a  Perpetua  di  metter  la  stanga
    all'uscio, di non aprir pi per nessuna cagione, e, se alcun bussasse,
    risponder  dalla  finestra  che  il  curato  era andato a letto con la
    febbre. Sal poi lentamente le scale, dicendo, ogni tre scalini,  "son
    servito"; e si mise davvero a letto dove lo lasceremo.
    Renzo  intanto  camminava  a  passi  infuriati verso casa,  senza aver
    determinato quel che dovesse fare,  ma con una smania addosso  di  far
    qualcosa  di  strano e di terribile.  I provocatori,  i soverchiatori,
    tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non
    solo del male che  commettono,  ma  del  pervertimento  ancora  a  cui
    portano gli animi degli offesi. Renzo era un giovine pacifico e alieno
    dal sangue,  un giovine schietto e nemico d'ogni insidia;  ma, in que'
    momenti, il suo cuore non batteva che per l'omicidio, la sua mente non
    era occupata che a fantasticare un tradimento.  Avrebbe voluto correre
    alla casa di don Rodrigo,  afferrarlo per il collo, e... ma gli veniva
    in mente ch'era come una fortezza,  guarnita di bravi al di dentro,  e
    guardata  al  di  fuori;  che  i soli amici e servitori ben conosciuti
    v'entravan liberamente, senza essere squadrati da capo e piedi; che un
    artigianello sconosciuto non vi  potrebb'entrare  senza  un  esame,  e
    ch'egli  sopra  tutto...  egli vi sarebbe forse troppo conosciuto.  Si
    figurava allora di prendere il suo schioppo,  d'appiattarsi dietro una
    siepe,  aspettando  se  mai,  se  mai colui venisse a passar solo;  e,
    internandosi,  con  feroce  compiacenza,  in  quell'immaginazione,  si
    figurava di sentire una pedata,  quella pedata,  d'alzar chetamente la
    testa;  riconosceva lo scellerato,  spianava lo schioppo,  prendeva la
    mira,  sparava,  lo  vedeva  cadere e dare i tratti,  gli lanciava una
    maledizione e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo.  -
    E Lucia?   -  Appena questa parola si fu gettata a traverso di  quelle
    bieche  fantasie,  i  migliori  pensieri a cui era avvezza la mente di
    Renzo, v'entrarono in folla. Si ramment degli ultimi ricordi de' suoi
    parenti,  si ramment di Dio,  della Madonna e de' santi,  pens  alla
    consolazione  che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti,
    all'orrore che aveva tante volte provato al racconto d'un omicidio;  e
    si risvegli da quel sogno di sangue,  con ispavento,  con rimorso,  e
    insieme  con  una  specie  di  gioia  di  non  aver  fatto  altro  che
    immaginare.  Ma  il  pensiero  di Lucia,  quanti pensieri tirava seco!
    Tante speranze, tante promesse,  un avvenire cos vagheggiato,  e cos
    tenuto sicuro,  e quel giorno cos sospirato!  E come,  con che parole
    annunziarle una tal nuova?  E poi,  che partito prendere?  Come  farla
    sua, a dispetto della forza di quell'iniquo potente? E insieme a tutto
    questo,  non  un sospetto formato,  ma un'ombra tormentosa gli passava
    per la mente.  Quella soverchieria di don  Rodrigo  non  poteva  esser
    mossa che da una brutale passione per Lucia.  E Lucia? Che avesse data
    a colui la pi piccola occasione, la pi leggiera lusinga,  non era un
    pensiero  che  potesse  fermarsi  un momento nella testa di Renzo.  Ma
    n'era informata?  Poteva colui aver concepita  quell'infame  passione,
    senza  che  lei  se  n'avvedesse?  Avrebbe spinte le cose tanto in l,
    prima d'averla tentata in qualche modo? E Lucia non ne aveva mai detta
    una parola a lui! al suo promesso!
    Dominato da questi pensieri,  pass davanti a  casa  sua,  ch'era  nel
    mezzo  del villaggio,  e,  attraversatolo,  s'avvi a quella di Lucia,
    ch'era in fondo,  anzi un po' fuori.  Aveva quella casetta un  piccolo
    cortile  dinanzi,  che  la  separava dalla strada,  ed era cinto da un
    murettino. Renzo entr nel cortile, e sent un misto e continuo ronzo
    che veniva da una stanza di sopra.  S'immagin che sarebbero amiche  e
    comari, venute a far corteggio a Lucia; e non si volle mostrare a quel
    mercato,  con quella nuova in corpo e sul volto.  Una fanciulletta che
    si trovava nel cortile,  gli corse incontro gridando:  "lo  sposo!  lo
    sposo!"
    "Zitta,  Bettina,  zitta!"  disse  Renzo.  "Vien qua;  va su da Lucia,
    tirala in disparte,  e dille all'orecchio...  ma che nessun senta,  n
    sospetti  di  nulla,  ve'...  dille che ho da parlarle,  che l'aspetto
    nella stanza terrena,  e che venga subito." La  fanciulletta  sal  in
    fretta  le  scale,  lieta  e superba d'avere una commission segreta da
    eseguire.
    Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani  della  madre.
    Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perch si lasciasse
    vedere;  e  lei  s'andava  schermendo,  con  quella  modestia  un  po'
    guerriera delle contadine,  facendosi scudo alla  faccia  col  gomito,
    chinandola  sul  busto,  e  aggrottando  i  lunghi e neri sopraccigli,
    mentre per la bocca s'apriva al sorriso.  I neri e giovanili capelli,
    spartiti  sopra  la fronte,  con una bianca e sottile dirizzatura,  si
    ravvolgevan,   dietro  il  capo,   in  cerchi  moltiplici  di  trecce,
    trapassate da lunghi spilli d'argento,  che si dividevano all'intorno,
    quasi a guisa de' raggi d'un'aureola,  come ancora usano le  contadine
    nel Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con
    bottoni  d'oro  a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori,
    con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella
    di filaticcio di seta,  a pieghe fitte e minute,  due calze vermiglie,
    due  pianelle,  di seta anch'esse,  a ricami.  Oltre a questo,  ch'era
    l'ornamento particolare del giorno delle  nozze,  Lucia  aveva  quello
    quotidiano d'una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle
    varie  affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da
    un turbamento leggiero,  quel placido accoramento  che  si  mostra  di
    quand'in quando sul volto delle spose,  e,  senza scompor la bellezza,
    le d un carattere particolare.  La  piccola  Bettina  si  cacci  nel
    crocchio,  s'accost a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva
    qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all'orecchio.
    "Vo un momento,  e torno," disse Lucia alle donne;  e scese in fretta.
    Al  veder  la  faccia mutata e il portamento inquieto di Renzo,  "cosa
    c'?" disse, non senza un presentimento di terrore.
    "Lucia!" rispose Renzo,  "per oggi,  tutto  a monte;  e Dio sa quando
    potremo esser marito e moglie."
    "Che?"  disse  Lucia  tutta smarrita.  Renzo le raccont brevemente la
    storia di quella mattina: ella ascoltava con angoscia: e quando ud il
    nome di don Rodrigo,  "ah!" esclam,  arrossendo e tremando,  "fino  a
    questo segno!"
    "Dunque voi sapevate...?" disse Renzo.
    "Pur troppo!" rispose Lucia; "ma a questo segno!"
    "Che cosa sapevate?"
    "Non  mi fate ora parlare,  non mi fate piangere.  Corro a chiamar mia
    madre, e a licenziar le donne: bisogna che siam soli."
    Mentre ella partiva, Renzo susurr: "non m'avete mai detto niente."
    "Ah, Renzo!" rispose Lucia,  rivolgendosi un momento,  senza fermarsi.
    Renzo  intese  benissimo  che il suo nome pronunziato in quel momento,
    con quel tono, da Lucia,  voleva dire: potete voi dubitare ch'io abbia
    taciuto se non per motivi giusti e puri?
    Intanto la buona Agnese (cos si chiamava la madre di Lucia), messa in
    sospetto  e  in curiosit dalla parolina all'orecchio,  e dallo sparir
    della figlia,  era discesa a veder cosa c'era di nuovo.  La figlia  la
    lasci con Renzo,  torn alle donne radunate, e, accomodando l'aspetto
    e la voce,  come pot meglio,  disse: "il signor curato  ammalato;  e
    oggi non si fa nulla".  Ci detto,  le salut tutte in fretta, e scese
    di nuovo.
    Le donne sfilarono,  e si sparsero a raccontar l'accaduto.  Due o  tre
    andaron  fin  all'uscio  del  curato,  per  verificar  se era ammalato
    davvero.
    "Un febbrone," rispose Perpetua dalla finestra;  e la  trista  parola,
    riportata  all'altre,  tronc  le  congetture  che  gi cominciavano a
    brulicar ne' loro cervelli,  e ad annunziarsi tronche e misteriose ne'
    loro discorsi.

















    CAPITOLO 3.

    Le persecuzioni di don Rodrigo.   -  La proposta di Agnese.   -  Renzo
    dal dottor Azzecca-garbugli.   -  Fra Galdino.   -    L'ambasciata  al
    padre Cristoforo.

    Lucia  entr nella stanza terrena,  mentre Renzo stava angosciosamente
    informando Agnese,  la quale angosciosamente lo ascoltava.  Tutt'e due
    si  volsero  a  chi  ne  sapeva pi di loro,  e da cui aspettavano uno
    schiarimento,  il quale non poteva essere che  doloroso:  tutt'e  due,
    lasciando  travedere,  in  mezzo al dolore,  e con l'amore diverso che
    ognun d'essi portava a Lucia,  un cruccio pur  diverso  perch  avesse
    taciuto loro qualche cosa,  e una tal cosa.  Agnese, bench ansiosa di
    sentir parlare la figlia, non pot tenersi di non farle un rimprovero.
    "A tua madre non dir niente d'una cosa simile!"
    "Ora vi  dir  tutto,"  rispose  Lucia,  asciugandosi  gli  occhi  col
    grembiule.
    "Parla, parla!  -  Parlate, parlate!" gridarono a un tratto la madre e
    lo sposo.
    "Santissima  Vergine!" esclam Lucia: "chi avrebbe creduto che le cose
    potessero arrivare a questo segno!" E,  con  voce  rotta  dal  pianto,
    raccont come,  pochi giorni prima,  mentre tornava dalla filanda,  ed
    era rimasta indietro dalle sue compagne,  le era passato  innanzi  don
    Rodrigo,  in compagnia d'un altro signore;  che il primo aveva cercato
    di trattenerla con chiacchiere, com'ella diceva,  non punto belle;  ma
    essa,  senza dargli retta,  aveva affrettato il passo.  e raggiunte le
    compagne;  e intanto aveva sentito quell'altro signore rider forte,  e
    don Rodrigo dire: scommettiamo.  Il giorno dopo, coloro s'eran trovati
    ancora sulla strada;  ma Lucia era nel mezzo delle compagne,  con  gli
    occhi  bassi;  e  l'altro signore sghignazzava,  e don Rodrigo diceva:
    vedremo, vedremo. "Per grazia del cielo," continu Lucia, "quel giorno
    era l'ultimo della filanda. Io raccontai subito..."
    "A chi hai raccontato?" domand Agnese,  andando incontro non senza un
    po' di sdegno, al nome del confidente preferito.
    "Al  padre  Cristoforo,  in confessione,  mamma," rispose Lucia con un
    accento soave di scusa. "Gli raccontai tutto, l'ultima volta che siamo
    andate insieme alla chiesa del convento: e,  se vi  ricordate,  quella
    mattina,  io andava mettendo mano ora a una cosa,  ora a un'altra, per
    indugiare tanto che passasse altra gente del paese  avviata  a  quella
    volta,   e  far  la  strada  in  compagnia  con  loro;   perch,  dopo
    quell'incontro, le strade mi facevan tanta paura..."
    Al nome riverito del padre Cristoforo, lo sdegno d'Agnese si raddolc.
    "Hai fatto bene," disse,  "ma perch non raccontar tutto anche  a  tua
    madre?"
    Lucia  aveva  avute  due  buone ragioni: l'una,  di non contristare n
    spaventare la buona donna, per cosa alla quale essa non avrebbe potuto
    trovar rimedio; l'altra, di non metter a rischio di viaggiar per molte
    bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta: tanto pi che
    Lucia sperava che le sue nozze  avrebber  troncata,  sul  principiare,
    quell'abbominata persecuzione.  Di queste due ragioni per, non alleg
    che la prima.
    "E a voi," disse poi,  rivolgendosi a Renzo,  con quella voce che vuol
    far  riconoscere  a  un  amico  che ha avuto torto: "e a voi doveva io
    parlar di questo? Pur troppo lo sapete ora!"
    "E che t'ha detto il padre?" domand Agnese.
    "M'ha detto che cercassi d'affrettar le nozze il pi  che  potessi,  e
    intanto stessi rinchiusa;  che pregassi bene il Signore; e che sperava
    che colui, non vedendomi, non si curerebbe pi di me.  E fu allora che
    mi sforzai," prosegu,  rivolgendosi di nuovo a Renzo,  senza alzargli
    per gli occhi in viso,  e arrossendo tutta,  "fu allora che  feci  la
    sfacciata,  e  che  vi  pregai  io che procuraste di far presto,  e di
    concludere prima del tempo che s'era stabilito.  Chi  sa  cosa  avrete
    pensato  di  me!  Ma io facevo per bene,  ed ero stata consigliata,  e
    tenevo per certo... e questa mattina, ero tanta lontana da pensare..."
    Qui le parole furon troncate da un violento scoppio di pianto.
    "Ah birbone!  ah  dannato!  ah  assassino!"  gridava  Renzo,  correndo
    innanzi  e  indietro per la stanza,  e stringendo di tanto in tanto il
    manico del suo coltello.
    "Oh che imbroglio,  per amor di Dio!" esclamava Agnese.  Il giovine si
    ferm d'improvviso davanti a Lucia che piangeva; la guard con un atto
    di  tenerezza  mesta  e  rabbiosa,  e disse: "questa  l'ultima che fa
    quell'assassino."
    "Ah! no, Renzo, per amor del cielo!" grid Lucia.  "No,  no,  per amor
    del  cielo!  Il  Signore c' anche per i poveri;  e come volete che ci
    aiuti, se facciam del male?"
    "No, no, per amor del cielo!" ripeteva Agnese.
    "Renzo," disse Lucia,  con un'aria di speranza e  di  risoluzione  pi
    tranquilla:  "voi  avete un mestiere,  e io so lavorare: andiamo tanto
    lontano, che colui non senta pi parlar di noi."
    "Ah Lucia!  e poi?  Non siamo ancora marito e moglie!  Il curato vorr
    farci  la  fede  di  stato  libero?  Un  uomo come quello?  Se fossimo
    maritati, oh allora...!"
    Lucia si rimise a piangere: e tutt'e tre rimasero in silenzio, e in un
    abbattimento che faceva un tristo contrapposto alla pompa festiva  de'
    loro abiti.
    "Sentite,  figliuoli;  date retta a me," disse,  dopo qualche momento,
    Agnese. "Io son venuta al mondo prima di voi; e il mondo lo conosco un
    poco.  Non bisogna poi spaventarsi tanto:  il  diavolo  non    brutto
    quanto  si dipinge.  A noi poverelli le matasse paion pi imbrogliate,
    perch non sappiam trovarne il bandolo;  ma alle volte un parere,  una
    parolina  d'un  uomo  che abbia studiato...  so ben io quel che voglio
    dire.  Fate a mio modo,  Renzo;  andate a Lecco;  cercate  del  dottor
    Azzecca-garbugli,  raccontategli...  Ma non lo chiamate cos, per amor
    del cielo:  un soprannome.  Bisogna dire il signor dottor...  Come si
    chiama,  ora?  Oh to'! non lo so il nome vero: lo chiaman tutti a quel
    modo. Basta, cercate di quel dottore alto, asciutto. pelato,  col naso
    rosso, e una voglia di lampone sulla guancia."
    "Lo conosco di vista," disse Renzo.
    "Bene,"  continu  Agnese: "quello  una cima d'uomo!  Ho visto io pi
    d'uno ch'era pi impicciato che un pulcin nella stoppa,  e non  sapeva
    dove batter la testa,  e,  dopo essere stato un'ora a quattr'occhi col
    dottor Azzecca-garbugli (badate bene di  non  chiamarlo  cos!),  l'ho
    visto,  dico,  ridersene.  Pigliate quei quattro capponi, poveretti! a
    cui  dovevo  tirare  il  collo,  per  il  banchetto  di  domenica,   e
    portateglieli;  perch  non bisogna mai andar con le mani vote da que'
    signori. Raccontategli tutto l'accaduto; e vedrete che vi dir, su due
    piedi, di quelle cose che a noi non verrebbero in testa, a pensarci un
    anno."
    Renzo abbracci molto volentieri questo  parere;  Lucia  l'approv;  e
    Agnese,  superba d'averlo dato,  lev,  a una a una,  le povere bestie
    dalla stia,  riun le loro otto gambe,  come se facesse un mazzetto di
    fiori,  le avvolse e le strinse con uno spago, e le consegn in mano a
    Renzo; il quale, date e ricevute parole di speranza,  usc dalla parte
    dell'orto,  per  non  esser  veduto  da' ragazzi,  che gli correrebber
    dietro, gridando: lo sposo! lo sposo!  Cos,  attraversando i campi o,
    come  dicon  col,   i  luoghi,  se  n'and  per  viottole,  fremendo,
    ripensando alla sua disgrazia,  e ruminando il  discorso  da  fare  al
    dottor Azzecca-garbugli. Lascio poi pensare al lettore, come dovessero
    stare  in  viaggio  quelle povere bestie,  cos legate e tenute per le
    zampe,  a capo all'ingi,  nella mano d'un uomo il quale,  agitato  da
    tante  passioni,  accompagnava col gesto i pensieri che gli passavan a
    tumulto per la  mente.  Ora  stendeva  il  braccio  per  collera,  ora
    l'alzava  per  disperazione,  ora  lo  dibatteva  in  aria,  come  per
    minaccia,  e,  in tutti i modi,  dava loro di fiere scosse,  e  faceva
    balzare   quelle   quattro   teste   spenzolate;   le   quali  intanto
    s'ingegnavano a beccarsi l'una con l'altra, come accade troppo sovente
    tra compagni di sventura.
    Giunto al borgo, domand dell'abitazione del dottore; gli fu indicata,
    e v'and.  All'entrare,  si sent preso da  quella  suggezione  che  i
    poverelli  illetterati provano in vicinanza d'un signore e d'un dotto,
    e dimentic tutti i discorsi che aveva preparati; ma diede un'occhiata
    ai capponi, e si rincor. Entrato in cucina, domand alla serva, se si
    poteva parlare al signor dottore.  Adocchi essa le  bestie,  e,  come
    avvezza  a  somiglianti  doni,  mise loro le mani addosso,  quantunque
    Renzo andasse tirando indietro, perch voleva che il dottore vedesse e
    sapesse ch'egli portava qualche cosa.  Capit appunto mentre la  donna
    diceva: "date qui, e andate innanzi". Renzo fece un grande inchino: il
    dottore  l'accolse umanamente,  con un "venite,  figliuolo," e lo fece
    entrar con s nello studio. Era questo uno stanzone, su tre pareti del
    quale eran distribuiti  i  ritratti  de'  dodici  Cesari;  la  quarta,
    coperta  da un grande scaffale di libri vecchi e polverosi: nel mezzo,
    una tavola gremita d'allegazioni, di suppliche, di libelli,  di gride,
    con tre o quattro seggiole all'intorno, e da una parte un seggiolone a
    braccioli, con una spalliera alta e quadrata, terminata agli angoli da
    due ornamenti di legno,  che s'alzavano a foggia di corna,  coperta di
    vacchetta,  con grosse borchie,  alcune delle quali,  cadute  da  gran
    tempo,   lasciavano  in  libert  gli  angoli  della  copertura,   che
    s'accartocciava qua e l.  Il dottore era in  veste  da  camera,  cio
    coperto  d'una toga ormai consunta,  che gli aveva servito,  molt'anni
    addietro, per perorare, ne' giorni d'apparato, quando andava a Milano,
    per qualche causa  d'importanza.  Chiuse  l'uscio,  e  fece  animo  al
    giovine, con queste parole: "figliuolo, ditemi il vostro caso".
    "Vorrei dirle una parola in confidenza."
    "Son qui," rispose il dottore: "parlate." E s'accomod sul seggiolone.
    Renzo,  ritto  davanti  alla  tavola  con  una  mano nel cocuzzolo del
    cappello, che faceva girar con l'altra,  ricominci: "vorrei sapere da
    lei che ha studiato..."
    "Ditemi il fatto come sta," interruppe il dottore.
    "Lei  m'ha  da  scusare:  noi  altri  poveri non sappiamo parlar bene.
    Vorrei dunque sapere..."
    "Benedetta gente!  siete tutti cos: in vece di  raccontar  il  fatto,
    volete interrogare, perch avete gi i vostri disegni in testa."
    "Mi scusi,  signor dottore.  Vorrei sapere se, a minacciare un curato,
    perch non faccia un matrimonio, c' penale."
    - Ho capito,   -  disse tra s il dottore,  che in  verit  non  aveva
    capito.   -  Ho capito.   -  E subito si fece serio,  ma d'una seriet
    mista di compassione e  di  premura;  strinse  fortemente  le  labbra,
    facendone  uscire  un  suono inarticolato che accennava un sentimento,
    espresso poi pi chiaramente nelle  sue  prime  parole.  "Caso  serio,
    figliuolo;  caso  contemplato.  Avete fatto bene a venir da me.  E' un
    caso  chiaro,  contemplato  in  cento  gride,  e...  appunto,  in  una
    dell'anno scorso, dell'attuale signor governatore. Ora vi fo vedere, e
    toccar con mano."
    Cos dicendo, s'alz dal suo seggiolone, e cacci le mani in quel caos
    di  carte,  rimescolandole dal sotto in su,  come se mettesse grano in
    uno staio.
    "Dov' ora? Vien fuori, vien fuori. Bisogna aver tante cose alle mani!
    Ma la dev'esser qui sicuro, perch  una grida d'importanza. Ah! ecco,
    ecco." La prese, la spieg, guard alla data,  e,  fatto un viso ancor
    pi  serio,  esclam:  "il  15  d'ottobre  1627!  Sicuro;   dell'anno
    passato: grida fresca; son quelle che fanno pi paura. Sapete leggere,
    figliuolo?"
    "Un pochino, signor dottore."
    "Bene, venitemi dietro con l'occhio, e vedrete."
    E,   tenendo  la  grida  sciorinata  in  aria,   cominci  a  leggere,
    borbottando a precipizio in alcuni passi,  e fermandosi distintamente,
    con grand'espressione, sopra alcuni altri, secondo il bisogno:
    ""Se bene,  per la grida pubblicata d'ordine del signor Duca di  Feria
    ai 14 dicembre 1620,  et confirmata dall'Illustriss.  et Eccellentiss.
    Signore il Signor Gonzalo Fernandez de  Cordova",  eccetera,  "fu  con
    rimedii   straordinarii   e   rigorosi   provvisto  alle  oppressioni,
    concussioni et atti  tirannici  che  alcuni  ardiscono  di  commettere
    contra  questi  Vassalli  tanto  divoti  di  S.  M.,  ad  ogni modo la
    frequenza degli eccessi e la malitia", eccetera, " cresciuta a segno,
    che ha posto in necessit l'Eccell. Sua", eccetera. "Onde,  col parere
    del Senato et di una Giunta",  eccetera, "ha risoluto che si pubblichi
    la presente".
    ""E cominciando  dagli  atti  tirannici,  mostrando  l'esperienza  che
    molti,  cos  nelle Citt,  come nelle Ville"...  sentite?  "di questo
    Stato,  con tirannide esercitano concussioni et opprimono i pi deboli
    in  varii  modi  come in operare che si facciano contratti violenti di
    compre,  d'affitti"...  eccetera: dove sei?  ah!  ecco;  sentite: "che
    seguano o non seguano matrimonii." Eh?"
    "E' il mio caso," disse Renzo.
    "Sentite,  sentite,  c'  ben  altro;  e  poi  vedremo  la  pena.  "Si
    testifichi o non si testifichi;  che  uno  si  parta  dal  luogo  dove
    abita",  eccetera;  "che  quello  paghi un debito;  quell'altro non lo
    molesti quello vada al suo molino": tutto questo non ha  che  far  con
    noi.  Ah  ci  siamo: "quel prete non faccia quello che  obbligato per
    l'uficio suo, o faccia cose che non gli toccano." Eh?"
    "Pare che abbian fatta la grida apposta per me."
    "Eh? non  vero?  sentite,  sentite: "et altre simili violenze,  quali
    seguono  da  feudatarii  nobili  mediocri  vili  e plebei".  Non se ne
    scappa: ci son tutti:  come la valle  di  Giosafat.  Sentite  ora  la
    pena.  "Tutte  queste  et  altre  simili  male  attioni,  bench siano
    proibite, nondimeno, convenendo metter mano a maggior rigore,  S.  E.,
    per  la  presente,  non  derogando",  eccetera,  "ordina e comanda che
    contra li contravventori in qualsivoglia dei  suddetti  capi  o  altro
    simile,  si  proceda  da  tutti li giudici ordinarii di questo Stato a
    pena pecuniaria e corporale, ancora di relegatione o di galera, e fino
    alla morte"...  una piccola bagattella!  "all'arbitrio dell'Eccellenza
    Sua,  o del Senato, secondo la qualit dei casi persone e circostanze.
    E questo ir-re-mis-si-bil-mente e con ogni rigore",  eccetera.  Ce n'
    della roba,  eh? E vedete qui le sottoscrizioni: "Gonzalo Fernandez de
    Cordova"; e pi in gi: "Platonus";  e qui ancora: "Vidit Ferrer": non
    ci manca niente."
    Mentre  il  dottore  leggeva,  Renzo  gli andava dietro lentamente con
    l'occhio,  cercando di cavar il costrutto chiaro,  e di mirar  proprio
    quelle sacrosante parole,  che gli parevano dover essere il suo aiuto.
    Il dottore,  vedendo il nuovo cliente pi attento  che  atterrito,  si
    maravigliava.  -  Che sia matricolato costui,  -  pensava tra s. "Ah!
    ah!"  gli  disse  poi: "vi siete per fatto tagliare il ciuffo.  Avete
    avuto prudenza: per,  volendo mettervi nelle  mie  mani,  non  faceva
    bisogno.  Il caso  serio; ma voi non sapete quel che mi basti l'animo
    di fare, in un'occasione."
    Per intender quest'uscita del dottore,  bisogna sapere,  o rammentarsi
    che,  a quel tempo, i bravi di mestiere, e i facinorosi d'ogni genere,
    usavan portare un lungo ciuffo, che si tiravan poi sul volto, come una
    visiera,  all'atto d'affrontar qualcheduno,  ne' casi in cui stimasser
    necessario   di   travisarsi,   e  l'impresa  fosse  di  quelle,   che
    richiedevano nello stesso tempo forza e prudenza.  Le gride non  erano
    state  in  silenzio  su  questa  moda.  "Comanda  Sua  Eccellenza" (il
    marchese de la Hynojosa) "che chi porter i capelli di  tal  lunghezza
    che  coprano il fronte fino alli cigli esclusivamente,  ovvero porter
    la trezza,  o avanti o dopo le orecchie,  incorra la pena di  trecento
    scudi;  et in caso d'inhabilit,  di tre anni di galera,  per la prima
    volta,  e  per  la  seconda,  oltre  la  suddetta,   maggiore  ancora,
    pecuniaria et corporale, all'arbitrio di Sua Eccellenza.
    Permette per che, per occasione di trovarsi alcuno calvo, o per altra
    ragionevole  causa  di  segnale  o  ferita,  possano quelli tali,  per
    maggior decoro e sanit loro,  portare i capelli tanto lunghi,  quanto
    sia bisogno per coprire simili mancamenti e niente di pi,  avvertendo
    bene a non eccedere il dovere e pura necessit,  per" (non) "incorrere
    nella pena agli altri contraffacienti imposta.
    E  parimente  comanda a' barbieri,  sotto pena di cento scudi o di tre
    tratti di corda da esser dati  loro  in  pubblico,  et  maggiore  anco
    corporale,  all'arbitrio  come  sopra,  che  non  lascino a quelli che
    toseranno, sorte alcuna di dette trezze, zuffi, rizzi,  n capelli pi
    lunghi dell'ordinario,  cos nella fronte come dalle bande,  e dopo le
    orecchie,  ma che siano tutti uguali,  come sopra,  salvo nel caso dei
    calvi, o altri difettosi, come si  detto". Il ciuffo era dunque quasi
    una  parte  dell'armatura,  e  un  distintivo  de'  bravacci  e  degli
    scapestrati;  i quali poi da ci vennero comunemente chiamati  ciuffi.
    Questo  termine    rimasto  e  vive tuttavia,  con significazione pi
    mitigata, nel dialetto: e non ci sar forse nessuno de' nostri lettori
    milanesi, che non si rammenti d'aver sentito,  nella sua fanciullezza,
    o i parenti,  o il maestro, o qualche amico di casa, o qualche persona
    di servizio, dir di lui:  un ciuffo,  un ciuffetto.
    "In verit,  da povero figliuolo,"  rispose  Renzo,  "io  non  ho  mai
    portato ciuffo in vita mia."
    "Non  facciam  niente," rispose il dottore,  scotendo il capo,  con un
    sorriso,  tra malizioso e impaziente.  "Se non avete fede in  me,  non
    facciam niente.  Chi dice le bugie al dottore, vedete figliuolo,  uno
    sciocco che dir la verit al giudice.  All'avvocato bisogna raccontar
    le  cose  chiare:  a  noi  tocca  poi a imbrogliarle.  Se volete ch'io
    v'aiuti,  bisogna dirmi tutto,  dall'a fino alla zeta,  col  cuore  in
    mano,  come  al  confessore.  Dovete nominarmi la persona da cui avete
    avuto il mandato: sar naturalmente persona di riguardo; e,  in questo
    caso,  io  ander  da  lui,  a  fare un atto di dovere.  Non gli dir,
    vedete, ch'io sappia da voi, che v'ha mandato lui: fidatevi.  Gli dir
    che  vengo  ad  implorar  la  sua  protezione,  per  un povero giovine
    calunniato.  E con  lui  prender  i  concerti  opportuni,  per  finir
    l'affare  lodevolmente.  Capite bene che,  salvando s,  salver anche
    voi.  Se poi la scappata fosse tutta vostra,  via,  non mi ritiro:  ho
    cavato  altri da peggio imbrogli...  Purch non abbiate offeso persona
    di riguardo,  intendiamoci,  m'impegno a togliervi d'impiccio: con  un
    po'  di spesa,  intendiamoci.  Dovete dirmi chi sia l'offeso,  come si
    dice: e,  secondo la condizione,  la qualit e l'umore dell'amico,  si
    vedr  se convenga pi di tenerlo a segno con le protezioni,  o trovar
    qualche modo d'attaccarlo noi in  criminale,  e  mettergli  una  pulce
    nell'orecchio;  perch,  vedete,  a  saper  ben  maneggiare  le gride,
    nessuno  reo,  e nessuno  innocente.  In  quanto  al  curato,  se  
    persona di giudizio,  se ne star zitto;  se fosse una testolina,  c'
    rimedio anche per quelle. D'ogni intrigo si pu uscire; ma ci vuole un
    uomo: e il vostro caso  serio; serio, vi dico,  serio: la grida canta
    chiaro;  e  se la cosa si deve decider tra la giustizia e voi,  cos a
    quattr'occhi, state fresco.  Io vi parlo da amico: le scappate bisogna
    pagarle: se volete passarvela liscia,  danari e sincerit,  fidarvi di
    chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sar suggerito."
    Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole,  Renzo  lo  stava
    guardando  con  un'attenzione estatica,  come un materialone sta sulla
    piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata
    in bocca stoppa e stoppa e stoppa,  ne cava nastro e nastro e  nastro,
    che  non  finisce  mai.  Quand'ebbe  per  capito bene cosa il dottore
    volesse dire,  e quale equivoco avesse preso,  gli tronc il nastro in
    bocca,  dicendo: "oh!  signor dottore,  come l'ha intesa?  l' proprio
    tutta al rovescio.  Io non ho minacciato nessuno;  io non fo di queste
    cose,  io: e domandi pure a tutto il mio comune che sentir che non ho
    mai avuto che fare con la giustizia.  La bricconeria l'hanno  fatta  a
    me; e vengo da lei per sapere come ho da fare per ottener giustizia; e
    son ben contento d'aver visto quella grida."
    "Diavolo!" esclam il dottore, spalancando gli occhi. "Che pasticci mi
    fate?  Tant';  siete  tutti  cos:  possibile  che non sappiate dirle
    chiare le cose?"
    "Ma mi scusi;  lei non m'ha dato tempo: ora  le  racconter  la  cosa,
    com'.  Sappia  dunque  ch'io  dovevo  sposare oggi," e qui la voce di
    Renzo si commosse,  "dovevo  sposare  oggi  una  giovine,  alla  quale
    discorrevo,  fin da quest'estate;  e oggi, come le dico, era il giorno
    stabilito col signor curato,  e s'era disposto ogni cosa.  Ecco che il
    signor  curato  comincia a cavar fuori certe scuse...  basta,  per non
    tediarla,  io l'ho fatto parlar chiaro,  com'era giusto;  e  lui  m'ha
    confessato  che  gli era stato proibito,  pena la vita,  di far questo
    matrimonio. Quel prepotente di don Rodrigo..."
    "Eh  via!"  interruppe  subito  il  dottore,  aggrottando  le  ciglia,
    aggrinzando  il  naso  rosso,  e storcendo la bocca,  "eh via!  Che mi
    venite a rompere il capo con queste fandonie?  Fate di questi discorsi
    tra voi altri,  che non sapete misurar le parole; e non venite a farli
    con un galantuomo che sa quanto valgono.  Andate,  andate;  non sapete
    quel  che  vi  dite: io non m'impiccio con ragazzi;  non voglio sentir
    discorsi di questa sorte, discorsi in aria."
    "Le giuro..."
    "Andate,  vi dico: che volete ch'io faccia de' vostri  giuramenti?  Io
    non  c'entro: me ne lavo le mani." E se le andava stropicciando,  come
    se le lavasse davvero.  "Imparate a parlare: non si viene a sorprender
    cos un galantuomo."
    "Ma  senta,  ma  senta,"  ripeteva  indarno Renzo: il dottore,  sempre
    gridando, lo spingeva con le mani verso l'uscio;  e,  quando ve l'ebbe
    cacciato,  apr,  chiam  la  serva,  e le disse: "restituite subito a
    quest'uomo quello che ha portato: io non  voglio  niente,  non  voglio
    niente."
    Quella  donna non aveva mai,  in tutto il tempo ch'era stata in quella
    casa,  eseguito un ordine simile: ma  era  stato  proferito  con  tale
    risoluzione, che non esit a ubbidire. Prese le quattro povere bestie,
    e  le  diede a Renzo,  con un'occhiata di compassione sprezzante,  che
    pareva volesse dire: bisogna che tu l'abbia fatta bella.  Renzo voleva
    far  cerimonie;  ma  il  dottore fu inespugnabile;  e il giovine,  pi
    attonito e pi  stizzito  che  mai,  dovette  riprendersi  le  vittime
    rifiutate,  e tornar al paese, a raccontar alle donne il bel costrutto
    della sua spedizione.
    Le donne,  nella sua  assenza,  dopo  essersi  tristamente  levate  il
    vestito  delle feste e messo quello del giorno di lavoro,  si misero a
    consultar di nuovo,  Lucia singhiozzando e Agnese  sospirando.  Quando
    questa ebbe ben parlato de' grandi effetti che si dovevano sperare dai
    consigli  del  dottore,  Lucia disse che bisognava veder d'aiutarsi in
    tutte le maniere;  che il  padre  Cristoforo  era  uomo  non  solo  da
    consigliare, ma da metter l'opera sua, quando si trattasse di sollevar
    poverelli;  e  che sarebbe una gran bella cosa potergli far sapere ci
    ch'era accaduto.  "Sicuro," disse  Agnese:  e  si  diedero  a  cercare
    insieme  la  maniera;  giacch andar esse al convento,  distante di l
    forse due miglia,  non se ne sentivano il coraggio,  in quel giorno: e
    certo nessun uomo di giudizio gliene avrebbe dato il parere.  Ma,  nel
    mentre che bilanciavano i partiti,  si sent un picchietto  all'uscio,
    e,  nello  stesso  momento,  un  sommesso  ma distinto: "Deo gratias."
    Lucia,  immaginandosi chi poteva essere,  corse ad aprire;  e  subito,
    fatto  un piccolo inchino famigliare,  venne avanti un laico cercatore
    cappuccino,  con la sua bisaccia  pendente  alla  spalla  sinistra,  e
    tenendone  l'imboccatura  attorcigliata  e  stretta nelle due mani sul
    petto.
    "Oh fra Galdino!" dissero le due donne.
    "Il Signore sia con voi," disse il  frate.  "Vengo  alla  cerca  delle
    noci."
    "Va  a  prender  le noci per i padri," disse Agnese.  Lucia s'alz,  e
    s'avvi all'altra stanza, ma, prima d'entrarvi, si trattenne dietro le
    spalle di fra Galdino,  che rimaneva diritto nella medesima  positura;
    e,  mettendo  il  dito  alla  bocca,  diede alla madre un'occhiata che
    chiedeva il segreto, con tenerezza, con supplicazione, e anche con una
    certa autorit.
    Il cercatore,  sbirciando Agnese cos da  lontano,  disse:  "e  questo
    matrimonio?  Si  doveva  pur  fare oggi: ho veduto nel paese una certa
    confusione, come se ci fosse una novit. Cos' stato?"
    "Il signor curato  ammalato,  e bisogna differire," rispose in fretta
    la  donna.  Se  Lucia  non  faceva  quel  segno,  la  risposta sarebbe
    probabilmente stata diversa. "E come va la cerca?" soggiunse poi,  per
    mutar discorso.
    "Poco  bene,  buona  donna,  poco bene.   -  Le son tutte qui." E cos
    dicendo,  si lev la bisaccia d'addosso,  e la fece saltar tra le  due
    mani.  "Son tutte qui; e, per mettere insieme questa bella abbondanza,
    ho dovuto picchiare a dieci porte."
    "Ma! le annate vanno scarse, fra Galdino; e,  quando s'ha a misurar il
    pane, non si pu allargar la mano nel resto."
    "E  per  far  tornare  il buon tempo,  che rimedio c',  la mia donna?
    L'elemosina.  Sapete  di  quel  miracolo  delle  noci,   che  avvenne,
    molt'anni sono, in quel nostro convento di Romagna?"
    "No, in verit; raccontatemelo un poco."
    "Oh!  dovete  dunque  sapere  che,  in quel convento,  c'era un nostro
    padre,  il quale era un santo,  e si chiamava  il  padre  Macario.  Un
    giorno d'inverno,  passando per una viottola,  in un campo d'un nostro
    benefattore,  uomo dabbene anche lui,  il padre  Macario  vide  questo
    benefattore  vicino  a un suo gran noce;  e quattro contadini,  con le
    zappe in aria, che principiavano a scalzar la pianta,  per metterle le
    radici  al sole.   -  Che fate voi a quella povera pianta?  domand il
    padre Macario.  -  Eh!  padre,  son anni e anni che la non mi vuol far
    noci;  e  io  ne faccio legna.   -  Lasciatela stare,  disse il padre:
    sappiate che, quest'anno, la far pi noci che foglie. Il benefattore,
    che sapeva chi era colui che aveva detta quella parola,  ordin subito
    ai  lavoratori,  che  gettasser  di  nuovo  la terra sulle radici;  e,
    chiamato il padre,  che continuava la sua strada,   -  padre  Macario,
    gli disse,  la meta della raccolta sar per il convento.  Si sparse la
    voce della predizione; e tutti correvano a guardare il noce. In fatti,
    a primavera, fiori a bizzeffe,  e,  a suo tempo,  noci a bizzeffe.  Il
    buon benefattore non ebbe la consolazione di bacchiarle;  perch and,
    prima della raccolta,  a ricevere il premio della sua  carit.  Ma  il
    miracolo  fu  tanto pi grande,  come sentirete.  Quel brav'uomo aveva
    lasciato un figliuolo di stampa ben diversa. Or dunque, alla raccolta,
    il cercatore and per riscotere la met ch'era dovuta al convento;  ma
    colui se ne fece nuovo affatto,  ed ebbe la temerit di rispondere che
    non aveva mai sentito dire che i cappuccini sapessero far noci. Sapete
    ora cosa avvenne?  Un giorno,  (sentite questa) lo  scapestrato  aveva
    invitato  alcuni  suoi  amici  dello stesso pelo,  e,  gozzovigliando,
    raccontava la storia del noce,  e rideva de' frati.  Que'  giovinastri
    ebber voglia d'andar a vedere quello sterminato mucchio di noci; e lui
    li mena su in granaio. Ma sentite: apre l'uscio, va verso il cantuccio
    dov'era stato riposto il gran mucchio, e mentre dice: guardate, guarda
    egli  stesso  e vede...  che cosa?  Un bel mucchio di foglie secche di
    noce. Fu un esempio questo?  E il convento,  in vece di scapitare,  ci
    guadagn; perch, dopo un cos gran fatto, la cerca delle noci rendeva
    tanto,  tanto,  che  un  benefattore,  mosso  a compassione del povero
    cercatore,  fece al convento la carit  d'un  asino,  che  aiutasse  a
    portar le noci a casa. E si faceva tant'olio, che ogni povero veniva a
    prenderne,  secondo  il suo bisogno;  perch noi siam come il mare che
    riceve acqua da tutte le parti,  e la torna a distribuire  a  tutti  i
    fiumi."
    Qui  ricomparve  Lucia,  col  grembiule  cos  carico di noci,  che lo
    reggeva a fatica, tenendone le due cocche in alto, con le braccia tese
    e allungate.  Mentre fra Galdino,  levatasi di nuovo  la  bisaccia  la
    metteva  gi,  e  ne scioglieva la bocca,  per introdurvi l'abbondante
    elemosina,  la madre fece un volto attonito e severo a Lucia,  per  la
    sua  prodigalit;  ma Lucia le diede un'occhiata,  che voleva dire: mi
    giustificher. Fra Galdino proruppe in elogi, in auguri,  in promesse,
    in  ringraziamenti,  e,  rimessa la bisaccia al posto,  s'avviava.  Ma
    Lucia,  richiamatolo,  disse: "vorrei un servizio da voi;  vorrei  che
    diceste al padre Cristoforo, che ho gran premura di parlargli e che mi
    faccia la carit di venir da noi poverette,  subito subito; perch non
    possiamo andar noi alla chiesa."
    "Non volete altro? Non passer un'ora che il padre Cristoforo sapr il
    vostro desiderio."
    "Mi fido."
    "Non dubitate." E cos detto,  se n'and,  un  po'  pi  curvo  e  pi
    contento, di quel che fosse venuto.
    Al  vedere  che  una  povera  ragazza  mandava  a chiamare,  con tanta
    confidenza,  il padre Cristoforo,  e che  il  cercatore  accettava  la
    commissione,  senza maraviglia e senza difficolt, nessun si pensi che
    quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo.  Era
    anzi un uomo di molta autorit, presso i suoi, e in tutto il contorno;
    ma  tale  era la condizione de' cappuccini,  che nulla pareva per loro
    troppo basso,  n troppo elevato.  Servir gl'infimi,  ed esser servito
    da' potenti,  entrar ne' palazzi e ne' tuguri,  con lo stesso contegno
    d'umilt e  di  sicurezza,  esser  talvolta,  nella  stessa  casa,  un
    soggetto  di  passatempo,  e  un  personaggio  senza  il  quale non si
    decideva nulla, chieder l'elemosina per tutto,  e farla a tutti quelli
    che  la  chiedevano  al  convento,  a tutto era avvezzo un cappuccino.
    Andando per la strada, poteva ugualmente abbattersi in un principe che
    gli baciasse riverentemente la punta del cordone,  o in una brigata di
    ragazzacci    che,    fingendo    d'esser    alle   mani   tra   loro,
    gl'inzaccherassero la barba di fango.  La parola  "frate"  veniva,  in
    que'  tempi,  proferita  col  pi  gran  rispetto,  e  col  pi  amaro
    disprezzo: e i cappuccini, forse pi d'ogni altr'ordine,  eran oggetto
    de'  due  opposti  sentimenti,  e  provavano  le  due opposte fortune;
    perch,  non possedendo  nulla,  portando  un  abito  pi  stranamente
    diverso   dal   comune,   facendo  pi  aperta  professione  d'umilt,
    s'esponevan pi da vicino alla venerazione e al vilipendio che  queste
    cose  possono attirare da' diversi umori,  e dal diverso pensare degli
    uomini.
    Partito  fra  Galdino,   "tutte  quelle  noci!"  esclam  Agnese:  "in
    quest'anno!"
    "Mamma,   perdonatemi,"   rispose  Lucia;   "ma,   se  avessimo  fatta
    un'elemosina come gli altri, fra Galdino avrebbe dovuto girare ancora,
    Dio sa quanto,  prima d'aver la bisaccia piena;  Dio sa quando sarebbe
    tornato al convento; e, con le ciarle che avrebbe fatte e sentite, Dio
    sa se gli sarebbe rimasto in mente..."
    "Hai pensato bene; e poi  tutta carit che porta sempre buon frutto,"
    disse Agnese, la quale, co' suoi difettucci, era una gran buona donna,
    e si sarebbe,  come si dice, buttata nel fuoco per quell'unica figlia,
    in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza.
    In questa, arriv Renzo, ed entrando con un volto dispettoso insieme e
    mortificato,  gett i capponi sur una tavola;  e  fu  questa  l'ultima
    trista vicenda delle povere bestie, per quel giorno.
    "Bel parere che m'avete dato!" disse ad Agnese. "M'avete mandato da un
    buon  galantuomo,  da uno che aiuta veramente i poverelli!" E raccont
    il suo abboccamento col dottore.  La donna,  stupefatta di cos trista
    riuscita, voleva mettersi a dimostrare che il parere per era buono, e
    che  Renzo  non  doveva aver saputo far la cosa come andava fatta;  ma
    Lucia interruppe quella  questione,  annunziando  che  sperava  d'aver
    trovato un aiuto migliore.  Renzo accolse anche questa speranza,  come
    accade a quelli che sono nella sventura e nell'impiccio.  "Ma,  se  il
    padre," disse,  "non ci trova un ripiego,  lo trover io, in un modo o
    nell'altro."
    Le donne consigliaron la pace,  la pazienza,  la  prudenza.  "Domani,"
    disse  Lucia,  "il  padre Cristoforo verr sicuramente;  e vedrete che
    trover qualche rimedio,  di quelli  che  noi  poveretti  non  sappiam
    nemmeno immaginare."
    "Lo spero;" disse Renzo,  "ma,  in ogni caso,  sapr farmi ragione,  o
    farmela fare. A questo mondo c' giustizia, finalmente."
    Co' dolorosi discorsi,  e con le andate e venute che si son  riferite,
    quel giorno era passato, e cominciava a imbrunire.
    "Buona  notte,"  disse tristamente Lucia a Renzo,  il quale non sapeva
    risolversi d'andarsene.
    "Buona notte," rispose Renzo, ancor pi tristamente.
    "Qualche  santo  ci  aiuter,"  replic  Lucia:  "usate  prudenza,   e
    rassegnatevi."
    La  madre  aggiunse altri consigli dello stesso genere;  e lo sposo se
    n'and, col cuore in tempesta,  ripetendo sempre quelle strane parole:
    "a  questo  mondo c' giustizia,  finalmente!" Tant' vero che un uomo
    sopraffatto dal dolore non sa pi quel che si dica.














    CAPITOLO 4.

    La storia di Lodovico,  poi padre Cristoforo.   -   La  sua  vita  nel
    secolo: l'omicidio;  il rifugio nel convento;  la conversione.   -  La
    scena del perdono.  -  La vita di cappuccino.

    Il sole non era ancor tutto apparso sull'orizzonte,  quando  il  padre
    Cristoforo  usc  dal  suo  convento  di Pescarenico,  per salire alla
    casetta dov'era aspettato. E' Pescarenico una terricciola,  sulla riva
    sinistra dell'Adda,  o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte:
    un gruppetto di case,  abitate la pi parte da pescatori,  e addobbate
    qua  e  l  di  tramagli e di reti tese ad asciugare.  Il convento era
    situato (e la fabbrica ne sussiste tuttavia) al di fuori,  e in faccia
    all'entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco conduce a
    Bergamo.  Il  cielo  era  tutto  sereno:  di  mano in mano che il sole
    s'alzava dietro il monte,  si vedeva la sua luce,  dalle  sommit  de'
    monti  opposti,  scendere,  come spiegandosi,  rapidamente,  gi per i
    pendi, e nella valle. Un venticello d'autunno,  staccando da' rami le
    foglie  appassite  del  gelso,  le  portava  a  cadere,  qualche passo
    distante dall'albero. A destra e a sinistra,  nelle vigne,  sui tralci
    ancor tesi, brillavan le foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra
    lavorata  di  fresco,  spiccava  bruna e distinta ne' campi di stoppie
    biancastre e luccicanti dalla guazza.  La scena  era  lieta;  ma  ogni
    figura d'uomo che vi apparisse,  rattristava lo sguardo e il pensiero.
    Ogni tanto, s'incontravano mendichi laceri e macilenti,  o invecchiati
    nel  mestiere,  o  spinti  allora  dalla  necessit  a tender la mano.
    Passavano  zitti  accanto   al   padre   Cristoforo,   lo   guardavano
    pietosamente,  e, bench non avesser nulla a sperar da lui, giacch un
    cappuccino  non  toccava  mai  moneta,  gli  facevano  un  inchino  di
    ringraziamento,  per l'elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a
    cercare al convento.  Lo spettacolo de' lavoratori sparsi  ne'  campi,
    aveva  qualcosa  d'ancor pi doloroso.  Alcuni andavan gettando le lor
    semente, rade, con risparmio, e a malincuore,  come chi arrischia cosa
    che  troppo  gli  preme;  altri  spingevan  la vanga come a stento,  e
    rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per
    la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita,  guardava innanzi,
    e si chinava in fretta,  a rubarle,  per cibo della famiglia,  qualche
    erba,  di cui la fame aveva insegnato che  anche  gli  uomini  potevan
    vivere.  Questi spettacoli accrescevano, a ogni passo, la mestizia del
    frate,  il quale camminava gi  col  tristo  presentimento  in  cuore,
    d'andar a sentire qualche sciagura.
    -  Ma perch si prendeva tanto pensiero di Lucia?  E perch,  al primo
    avviso,  s'era mosso con tanta sollecitudine,  come a una chiamata del
    padre  provinciale?   E  chi  era  questo  padre  Cristoforo?  Bisogna
    soddisfare a tutte queste domande.
    Il padre Cristoforo da *** era un uomo pi vicino ai sessanta  che  ai
    cinquant'anni.  Il suo capo raso,  salvo la piccola corona di capelli,
    che vi girava intorno,  secondo il  rito  cappuccinesco,  s'alzava  di
    tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che
    d'altero e d'inquieto; e subito s'abbassava, per riflessione d'umilt.
    La barba bianca e lunga,  che gli copriva le guance e il mento, faceva
    ancor pi risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto,
    alle quali un'astinenza,  gi da gran pezzo abituale,  aveva assai pi
    aggiunto  di gravit che tolto d'espressione.  Due occhi incavati eran
    per lo pi chinati a terra,  ma talvolta  sfolgoravano,  con  vivacit
    repentina; come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere,
    col quale sanno,  per esperienza, che non si pu vincerla, pure fanno,
    di tempo in tempo, qualche sgambetto che scontan subito, con una buona
    tirata di morso.
    Il padre Cristoforo non era sempre stato cos,  n  sempre  era  stato
    Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico.  Era figliuolo d'un
    mercante di *** (questi asterischi vengon  tutti  dalla  circospezione
    del mio anonimo) che, ne' suoi ultim'anni, trovandosi assai fornito di
    beni,  e  con quell'unico figliuolo,  aveva rinunziato al traffico,  e
    s'era dato a viver da signore.
    Nel suo nuovo ozio, cominci a entrargli in corpo una gran vergogna di
    tutto quel tempo che aveva speso  a  far  qualcosa  in  questo  mondo.
    Predominato  da  una  tal  fantasia,  studiava tutte le maniere di far
    dimenticare ch'era stato mercante: avrebbe voluto poterlo  dimenticare
    anche  lui.  Ma  il  fondaco,  le  balle,  il libro,  il braccio,  gli
    comparivan sempre nella memoria come l'ombra di Banco a Macbeth, anche
    tra la pompa delle mense,  e  il  sorriso  de'  parassiti.  E  non  si
    potrebbe  dire la cura che dovevano aver que' poveretti,  per schivare
    ogni parola che potesse  parere  allusiva  all'antica  condizione  del
    convitante. Un giorno, per raccontarne una, un giorno, sul finir della
    tavola,  ne'  momenti  della pi viva e schietta allegria,  che non si
    sarebbe potuto dire chi pi godesse,  o la brigata di sparecchiare,  o
    il padrone d'aver apparecchiato,  andava stuzzicando,  con superiorit
    amichevole,  uno di que' commensali,  il  pi  onesto  mangiatore  del
    mondo.  Questo, per corrispondere alla celia, senza la minima ombra di
    malizia,  proprio col  candore  d'un  bambino,  rispose:  "eh!  io  fo
    l'orecchio  del  mercante."  Egli  stesso  fu subito colpito dal suono
    della parola che gli era uscita di bocca: guard,  con faccia incerta,
    alla  faccia  del  padrone,  che  s'era  rannuvolata:  l'uno e l'altro
    avrebber voluto riprender quella di prima;  ma non era possibile.  Gli
    altri convitati pensavano,  ognun da s,  al modo di sopire il piccolo
    scandolo, e di fare una diversione; ma, pensando, tacevano, e, in quel
    silenzio,  lo scandolo era pi manifesto.  Ognuno scansava d'incontrar
    gli  occhi  degli  altri;  ognuno  sentiva che tutti eran occupati del
    pensiero che tutti volevan dissimulare. La gioia, per quel giorno,  se
    n'and; e l'imprudente o, per parlar con pi giustizia, lo sfortunato,
    non  ricevette pi invito.  Cos il padre di Lodovico pass gli ultimi
    suoi anni in angustie continue,  temendo sempre d'essere schernito,  e
    non  riflettendo  mai  che  il  vendere non  cosa pi ridicola che il
    comprare,  e che quella  professione  di  cui  allora  si  vergognava,
    l'aveva  pure  esercitata per tant'anni,  in presenza del pubblico,  e
    senza  rimorso.   Fece  educare  il  figlio  nobilmente,   secondo  la
    condizione  de'  tempi,  e  per  quanto gli era concesso dalle leggi e
    dalle  consuetudini,   gli  diede  maestri  di  lettere  e  d'esercizi
    cavallereschi; e mor lasciandolo ricco e giovinetto.
    Lodovico aveva contratte abitudini signorili;  e gli adulatori,  tra i
    quali era cresciuto,  l'avevano avvezzato ad esser trattato con  molto
    rispetto.  Ma, quando volle mischiarsi coi principali della sua citt,
    trov un fare ben diverso da quello a cui era accostumato; e vide che,
    a voler esser  della  lor  compagnia,  come  avrebbe  desiderato,  gli
    conveniva  fare  una  nuova scuola di pazienza e di sommissione,  star
    sempre al di sotto, e ingozzarne una, ogni momento. Una tal maniera di
    vivere non s'accordava,  n con l'educazione,  n  con  la  natura  di
    Lodovico.  S'allontan  da essi indispettito.  Ma poi ne stava lontano
    con rammarico; perch gli pareva che questi veramente avrebbero dovuto
    essere i suoi compagni;  soltanto gli avrebbe voluti  pi  trattabili.
    Con questo misto d'inclinazione e di rancore, non potendo frequentarli
    famigliarmente,  e volendo pure aver che far con loro in qualche modo,
    s'era  dato  a  competer  con  loro  di  sfoggi  e  di   magnificenza,
    comprandosi  cos  a contanti inimicizie,  invidie e ridicolo.  La sua
    indole, onesta insieme e violenta,  l'aveva poi imbarcato per tempo in
    altre  gare  pi  serie.  Sentiva  un  orrore  spontaneo e sincero per
    l'angherie e per i soprusi: orrore reso ancor pi vivo  in  lui  dalla
    qualit delle persone che pi ne commettevano alla giornata;  ch'erano
    appunto coloro coi quali aveva pi di quella ruggine.  Per acquietare,
    o  per  esercitare  tutte  queste  passioni  in  una  volta,  prendeva
    volentieri le parti d'un debole sopraffatto, si piccava di farci stare
    un soverchiatore,  s'intrometteva in una briga,  se ne tirava  addosso
    un'altra;  tanto  che,  a  poco  a  poco,  venne a costituirsi come un
    protettor degli oppressi,  e un vendicatore de' torti.  L'impiego  era
    gravoso;  e  non    da domandare se il povero Lodovico avesse nemici,
    impegni e  pensieri.  Oltre  la  guerra  esterna,  era  poi  tribolato
    continuamente da contrasti interni;  perch, a spuntarla in un impegno
    (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche lui
    adoperar raggiri e violenze,  che la  sua  coscienza  non  poteva  poi
    approvare.  Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, cos
    per la sua sicurezza,  come per averne un aiuto pi  vigoroso,  doveva
    scegliere i pi arrischiati, cio i pi ribaldi; e vivere co' birboni,
    per amor della giustizia.  Tanto che,  pi d'una volta,  o scoraggito,
    dopo una trista  riuscita,  o  inquieto  per  un  pericolo  imminente,
    annoiato  del  continuo guardarsi,  stomacato della sua compagnia,  in
    pensiero dell'avvenire,  per le sue  sostanze  che  se  n'andavan,  di
    giorno  in giorno,  in opere buone e in braverie,  pi d'una volta gli
    era saltata la fantasia di farsi frate;  che,  a que'  tempi,  era  il
    ripiego pi comune,  per uscir d'impicci. Ma questa, che sarebbe forse
    stata una fantasia per tutta la sua vita,  divenne una risoluzione,  a
    causa d'un accidente, il pi serio che gli fosse ancor capitato.
    Andava un giorno per una strada della sua citt, seguito da due bravi,
    e accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega e,
    dopo  chiusa questa,  diventato maestro di casa.  Era un uomo di circa
    cinquant'anni,  affezionato,  dalla giovent,  a Lodovico.  che  aveva
    veduto  nascere,  e  che,  tra salario e regali,  gli dava non solo da
    vivere,  ma di che mantenere e tirar su una  numerosa  famiglia.  Vide
    Lodovico spuntar da lontano un signor tale,  arrogante e soverchiatore
    di professione,  col quale non aveva mai parlato in vita sua,  ma  che
    gli  era  cordiale  nemico,  e  al  qual  rendeva,  pur  di cuore,  il
    contraccambio: giacch  uno de' vantaggi di questo mondo,  quello  di
    poter  odiare ed esser odiati,  senza conoscersi.  Costui,  seguito da
    quattro bravi,  s'avanzava diritto,  con passo superbo,  con la  testa
    alta,  con la bocca composta all'alterigia e allo sprezzo.  Tutt'e due
    camminavan rasente al muro;  ma Lodovico (notate bene)  lo  strisciava
    col lato destro;  e ci, secondo una consuetudine, gli dava il diritto
    (dove mai si va a ficcare il diritto!) di  non  istaccarsi  dal  detto
    muro,  per dar passo a chi si fosse; cosa della quale allora si faceva
    gran  caso.   L'altro  pretendeva,   all'opposto,   che  quel  diritto
    competesse a lui,  come a nobile e che a Lodovico toccasse d'andar nel
    mezzo;  e ci in forza d'un'altra consuetudine.  Perocch,  in questo,
    come  accade  in molti altri affari,  erano in vigore due consuetudini
    contrarie,  senza che fosse deciso qual delle due fosse la  buona;  il
    che dava opportunit di fare una guerra, ogni volta che una testa dura
    s'abbattesse  in  un'altra  della stessa tempra.  Que' due si venivano
    incontro,  ristretti alla muraglia,  come due figure di basso  rilievo
    ambulanti.  Quando  si  trovarono  a  viso  a  viso,  il  signor tale,
    squadrando Lodovico, a capo alto,  col cipiglio imperioso,  gli disse,
    in un tono corrispondente di voce: "fate luogo".
    "Fate luogo voi," rispose Lodovico. "La diritta  mia."
    "Co' vostri pari,  sempre mia."
    "S, se l'arroganza de' vostri pari fosse legge per i pari miei."
    I  bravi dell'uno e dell'altro eran rimasti fermi,  ciascuno dietro il
    suo  padrone,  guardandosi  in  cagnesco,  con  le  mani  alle  daghe,
    preparati  alla  battaglia.  La gente che arrivava di qua e di l,  si
    teneva in distanza,  a osservare il fatto;  e la  presenza  di  quegli
    spettatori animava sempre pi il puntiglio de' contendenti.
    "Nel mezzo, vile meccanico; o ch'io t'insegno una volta come si tratta
    co' gentiluomini."
    "Voi mentite ch'io sia vile."
    "Tu menti ch'io abbia mentito." Questa risposta era di prammatica. "E,
    se tu fossi cavaliere, come son io," aggiunse quel signore, "ti vorrei
    far vedere, con la spada e con la cappa, che il mentitore sei tu."
    "E' un buon pretesto per dispensarvi di sostener co' fatti l'insolenza
    delle vostre parole."
    "Gettate nel fango questo ribaldo," disse il gentiluomo, voltandosi a'
    suoi.
    "Vediamo!"  disse  Lodovico,  dando  subitamente un passo indietro,  e
    mettendo mano alla spada.
    "Temerario!" grid l'altro,  sfoderando la sua: "io  spezzer  questa,
    quando sar macchiata del tuo vil sangue."
    Cos  s'avventarono  l'uno  all'altro;  i servitori delle due parti si
    slanciarono  alla  difesa  de'  loro  padroni.  Il  combattimento  era
    disuguale, e per il numero, e anche perch Lodovico mirava piuttosto a
    scansare i colpi, e a disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo
    voleva la morte di lui,  a ogni costo.  Lodovico aveva gi ricevuta al
    braccio sinistro una pugnalata d'un bravo, e una sgraffiatura leggiera
    in una guancia,  e il  nemico  principale  gli  piombava  addosso  per
    finirlo;  quando  Cristoforo,  vedendo  il  suo  padrone  nell'estremo
    pericolo, and col pugnale addosso al signore.  Questo,  rivolta tutta
    la  sua  ira  contro  di  lui,  lo pass con la spada.  A quella vista
    Lodovico, come fuor di s,  cacci la sua nel ventre del feritore,  il
    quale cadde moribondo, quasi a un punto col povero Cristoforo. I bravi
    del gentiluomo,  visto ch'era finita,  si diedero alla fuga, malconci:
    quelli di Lodovico,  tartassati e sfregiati anche loro,  non essendovi
    pi a chi dare, e non volendo trovarsi impicciati nella gente, che gi
    accorreva,  scantonarono  dall'altra  parte: e Lodovico si trov solo,
    con que' due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.
    "Com' andata?  -  E' uno.  -  Son due.   -  Gli ha fatto un occhiello
    nel  ventre.   -  Chi  stato ammazzato?   -  Quel prepotente.   -  Oh
    santa Maria,  che sconquasso!   -  Chi cerca trova.   -  Una  le  paga
    tutte.    -  Ha finito anche lui.   -  Che colpo!   -  Vuol essere una
    faccenda seria.  -  E quell'altro disgraziato!   -  Misericordia!  che
    spettacolo!  Salvatelo,  salvatelo.   -  Sta fresco anche lui.  Vedete
    com' concio! butta sangue da tutte le parti.  -  Scappi, scappi.  Non
    si lasci prendere."
    Queste  parole,  che  pi  di  tutte  si  facevan sentire nel frastono
    confuso di quella folla, esprimevano il voto comune; e, col consiglio,
    venne anche l'aiuto.  Il fatto era accaduto vicino  a  una  chiesa  di
    cappuccini,  asilo,  come ognun sa, impenetrabile allora a' birri, e a
    tutto quel complesso  di  cose  e  di  persone,  che  si  chiamava  la
    giustizia.  L'uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla,
    quasi fuor di sentimento;  e i frati lo  ricevettero  dalle  mani  del
    popolo,  che  glielo  raccomandava  dicendo: " un uomo dabbene che ha
    freddato un birbone superbo: l'ha fatto  per  sua  difesa:  c'  stato
    tirato per i capelli".
    Lodovico  non  aveva mai,  prima d'allora,  sparso sangue;  e,  bench
    l'omicidio fosse,  a que' tempi,  cosa tanto comune,  che gli  orecchi
    d'ognuno  erano avvezzi a sentirlo raccontare,  e gli occhi a vederlo,
    pure l'impressione ch'egli ricevette dal vedere l'uomo morto per  lui,
    e  l'uomo morto da lui,  fu nuova e indicibile;  fu una rivelazione di
    sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l'alterazione
    di quel volto,  che passava,  in un  momento,  dalla  minaccia  e  dal
    furore,  all'abbattimento  e  alla quiete solenne della morte,  fu una
    vista che cambi, in un punto,  l'animo dell'uccisore.  Strascinato al
    convento,  non  sapeva  quasi  dove si fosse,  n cosa si facesse;  e,
    quando fu tornato in s,  si trov in un letto dell'infermeria,  nelle
    mani del frate chirurgo (i cappuccini ne avevano ordinariamente uno in
    ogni  convento),  che  accomodava  faldelle  e  fasce sulle due ferite
    ch'egli aveva  ricevute  nello  scontro.  Un  padre,  il  cui  impiego
    particolare  era  d'assistere i moribondi,  e che aveva spesso avuto a
    render questo servizio sulla strada,  fu chiamato subito al luogo  del
    combattimento.  Tornato,  pochi minuti dopo, entr nell'infermeria, e,
    avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, "consolatevi," gli disse:
    "almeno  morto bene, e m'ha incaricato di chiedere il vostro perdono,
    e di portarvi il suo." Questa parola fece rinvenire affatto il  povero
    Lodovico,  e  gli  risvegli  pi  vivamente  e  pi  distintamente  i
    sentimenti  ch'eran  confusi  e  affollati  nel  suo   animo:   dolore
    dell'amico,  sgomento  e rimorso del colpo che gli era uscito di mano,
    e,  nello stesso tempo,  un'angosciosa compassione dell'uomo che aveva
    ucciso. "E l'altro?" domand ansiosamente al frate.
    "L'altro era spirato, quand'io arrivai."
    Frattanto,  gli  accessi  e  i  contorni  del convento formicolavan di
    popolo curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla,  e si
    post  a  una  certa  distanza  dalla porta,  in modo per che nessuno
    potesse uscirne inosservato. Un fratello del morto,  due suoi cugini e
    un  vecchio  zio,  vennero  pure,  armati da capo a piedi,  con grande
    accompagnamento di  bravi;  e  si  misero  a  far  la  ronda  intorno,
    guardando,  con aria e con atti di dispetto minaccioso,  que' curiosi,
    che non osavan dire: gli sta bene; ma l'avevano scritto in viso.
    Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri,  chiamato  un
    frate confessore, lo preg che cercasse della vedova di Cristoforo, le
    chiedesse   in  suo  nome  perdono  d'essere  stato  lui  la  cagione,
    quantunque ben certo involontaria,  di quella  desolazione,  e,  nello
    stesso tempo,  l'assicurasse ch'egli prendeva la famiglia sopra di s.
    Riflettendo quindi a' casi suoi,  sent rinascere pi che mai  vivo  e
    serio  quel  pensiero di farsi frate,  che altre volte gli era passato
    per la mente: gli parve che Dio medesimo l'avesse messo sulla  strada,
    e datogli un segno del suo volere,  facendolo capitare in un convento,
    in quella congiuntura;  e  il  partito  fu  preso.  Fece  chiamare  il
    guardiano,  e gli manifest il suo desiderio.  N'ebbe in risposta, che
    bisognava  guardarsi  dalle  risoluzioni  precipitate;   ma  che,   se
    persisteva,  non  sarebbe rifiutato.  Allora,  fatto venire un notaro,
    dett una donazione di tutto ci che gli rimaneva (ch'era tuttavia  un
    bel  patrimonio)  alla  famiglia di Cristoforo: una somma alla vedova,
    come se le costituisse una contraddote,  e il resto a  otto  figliuoli
    che Cristoforo aveva lasciati.
    La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti,
    i  quali,  per  cagion sua,  erano in un bell'intrigo.  Rimandarlo dal
    convento, ed esporlo cos alla giustizia,  cio alla vendetta de' suoi
    nemici,  non era partito da metter neppure in consulta.  Sarebbe stato
    lo stesso che rinunziare a' propri privilegi,  screditare il  convento
    presso  il  popolo,   attirarsi  il  biasimo  di  tutti  i  cappuccini
    dell'universo,   per  aver  lasciato  violare  il  diritto  di  tutti,
    concitarsi  contro  tutte  l'autorit  ecclesiastiche,   le  quali  si
    consideravan come tutrici di  questo  diritto.  Dall'altra  parte,  la
    famiglia dell'ucciso,  potente assai, e per s, e per le sue aderenze,
    s'era messa al punto  di  voler  vendetta;  e  dichiarava  suo  nemico
    chiunque  s'attentasse di mettervi ostacolo.  La storia non dice che a
    loro dolesse molto dell'ucciso,  e nemmeno che una lagrima fosse stata
    sparsa  per  lui,  in  tutto il parentado: dice soltanto ch'eran tutti
    smaniosi d'aver nell'unghie l'uccisore,  o vivo o morto.  Ora  questo,
    vestendo l'abito di cappuccino, accomodava ogni cosa. Faceva, in certa
    maniera,    un'emenda,   s'imponeva   una   penitenza,   si   chiamava
    implicitamente in colpa,  si ritirava da ogni gara;  era in  somma  un
    nemico  che  depon l'armi.  I parenti del morto potevan poi anche,  se
    loro  piacesse,   credere  e  vantarsi  che  s'era  fatto  frate   per
    disperazione,  e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre
    un uomo a spropriarsi del suo, a tosarsi la testa, a camminare a piedi
    nudi, a dormir sur un saccone, a viver d'elemosina,  poteva parere una
    punizione competente, anche all'offeso il pi borioso.
    Il padre guardiano si present,  con un'umilt disinvolta, al fratello
    del morto,  e,  dopo mille proteste di  rispetto  per  l'illustrissima
    casa,  e  di  desiderio  di  compiacere ad essa in tutto ci che fosse
    fattibile, parl del pentimento di Lodovico,  e della sua risoluzione,
    facendo  garbatamente  sentire che la casa poteva esserne contenta,  e
    insinuando poi soavemente,  e  con  maniera  ancor  pi  destra,  che,
    piacesse o non piacesse,  la cosa doveva essere.  Il fratello diede in
    ismanie,  che il cappuccino lasci  svaporare,  dicendo  di  tempo  in
    tempo: " un troppo giusto dolore".  Fece intendere che, in ogni caso,
    la sua famiglia avrebbe  saputo  prendersi  una  soddisfazione:  e  il
    cappuccino,  qualunque cosa ne pensasse,  non disse di no.  Finalmente
    richiese,  impose come una condizione,  che l'uccisor di suo  fratello
    partirebbe  subito  da  quella  citt.  Il  guardiano,  che  aveva gi
    deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che
    l'altro credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d'ubbidienza: e
    tutto fu concluso.  Contenta la famiglia,  che ne  usciva  con  onore;
    contenti  i  frati,  che  salvavano un uomo e i loro privilegi,  senza
    farsi alcun nemico; contenti i dilettanti di cavalleria,  che vedevano
    un affare terminarsi lodevolmente; contento il popolo, che vedeva fuor
    d'impiccio un uomo ben voluto, e che, nello stesso tempo, ammirava una
    conversione;  contento finalmente, e pi di tutti, in mezzo al dolore,
    il nostro Lodovico,  il quale cominciava una vita  d'espiazione  e  di
    servizio,  che potesse, se non riparare, pagare almeno il mal fatto, e
    rintuzzare il pungolo intollerabile del rimorso.  Il sospetto  che  la
    sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l'afflisse un momento; ma
    si  consol  subito,  col  pensiero  che anche quell'ingiusto giudizio
    sarebbe  un  gastigo  per  lui,  e  un  mezzo  d'espiazione.  Cos,  a
    trent'anni, si ravvolse nel sacco; e, dovendo, secondo l'uso, lasciare
    il suo nome,  e prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse,
    ogni momento, ci che aveva da espiare: e si chiam fra Cristoforo.
    Appena compita la cerimonia della vestizione,  il guardiano  gl'intim
    che  sarebbe  andato  a  fare il suo noviziato a ***,  sessanta miglia
    lontano,   e  che  partirebbe  all'indomani.   Il  novizio   s'inchin
    profondamente,  e  chiese  una grazia.  "Permettetemi,  padre," disse,
    "che,  prima di partir da questa citt,  dove ho sparso il sangue d'un
    uomo,  dove  lascio  una  famiglia  crudelmente offesa,  io la ristori
    almeno dell'affronto,  ch'io mostri almeno il  mio  rammarico  di  non
    poter risarcire il danno,  col chiedere scusa al fratello dell'ucciso,
    e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore dall'animo."
    Al guardiano parve che un tal passo,  oltre all'essere  buono  in  s,
    servirebbe  a riconciliar sempre pi la famiglia col convento;  e and
    diviato da quel  signor  fratello,  ad  esporgli  la  domanda  di  fra
    Cristoforo.  A proposta cos inaspettata,  colui sent, insieme con la
    maraviglia,  un  ribollimento  di  sdegno,   non  per  senza  qualche
    compiacenza.  Dopo aver pensato un momento,  "venga domani," disse;  e
    assegn l'ora.  Il guardiano torn,  a portare al novizio il  consenso
    desiderato.
    Il gentiluomo pens subito che,  quanto pi quella soddisfazione fosse
    solenne e clamorosa,  tanto pi accrescerebbe il  suo  credito  presso
    tutta  la  parentela,  e presso il pubblico;  e sarebbe (per dirla con
    un'eleganza moderna) una bella pagina  nella  storia  della  famiglia.
    Fece  avvertire  in  fretta  tutti  i  parenti  che,  all'indomani,  a
    mezzogiorno,  restassero serviti (cosi si diceva allora) di  venir  da
    lui,  a ricevere una soddisfazione comune.  A mezzogiorno,  il palazzo
    brulicava di signori d'ogni et e d'ogni  sesso:  era  un  girare,  un
    rimescolarsi di gran cappe,  d'alte penne,  di durlindane pendenti, un
    moversi  librato  di  gorgiere  inamidate  e  crespe,   uno  strascico
    intralciato  di  rabescate  zimarre.  Le  anticamere,  il cortile e la
    strada formicolavan di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra
    Cristoforo vide quell'apparecchio,  ne indovin il motivo,  e prov un
    leggier turbamento;  ma,  dopo un istante, disse tra s:  -  sta bene:
    l'ho ucciso in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu
    scandolo,  questa  riparazione.   -  Cos,  con gli occhi bassi,  col
    padre compagno al fianco, pass la porta di quella casa, attravers il
    cortile,  tra  una  folla  che  lo  squadrava  con  una curiosit poco
    cerimoniosa; sal le scale, e, di mezzo all'altra folla signorile, che
    fece ala al suo passaggio,  seguito  da  cento  sguardi,  giunse  alla
    presenza  del  padron  di casa;  il quale,  circondato da' parenti pi
    prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a terra,  e
    il  mento  in aria,  impugnando,  con la mano sinistra,  il pomo della
    spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto.
    C' talvolta, nel volto e nel contegno d'un uomo,  un'espressione cos
    immediata,  si direbbe quasi un'effusione dell'animo interno,  che, in
    una folla di spettatori,  il giudizio sopra quell'animo sar uno solo.
    Il  volto  e il contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti,
    che non s'era fatto frate,  n veniva a quell'umiliazione  per  timore
    umano:  e  questo  cominci  a  concigliarglieli  tutti.  Quando  vide
    l'offeso,  affrett il passo,  gli si pose in  ginocchioni  ai  piedi,
    incroci le mani sul petto,  e,  chinando la testa rasa,  disse queste
    parole: "io sono  l'omicida  di  suo  fratello.  Sa  Iddio  se  vorrei
    restituirglielo  a  costo  del mio sangue;  ma,  non potendo altro che
    farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d'accettarle per l'amor di
    Dio".
    Tutti gli occhi erano immobili sul novizio,  e sul personaggio  a  cui
    egli  parlava;  tutti  gli  orecchi  eran tesi.  Quando fra Cristoforo
    tacque, s'alz, per tutta la sala, un mormorio di piet e di rispetto.
    Il gentiluomo,  che stava in  atto  di  degnazione  forzata,  e  d'ira
    compressa,   fu  turbato  da  quelle  parole;   e,   chinandosi  verso
    l'inginocchiato, "alzatevi," disse, con voce alterata: "l'offesa... il
    fatto veramente... ma l'abito che portate... non solo questo, ma anche
    per voi... S'alzi, padre... Mio fratello... non lo posso negare... era
    un cavaliere...  era un uomo...  un po' impetuoso...  un po' vivo.  Ma
    tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli pi... Ma, padre,
    lei non deve stare in codesta positura". E, presolo per le braccia, lo
    sollev.  Fra Cristoforo,  in piedi,  ma col capo chino,  rispose: "io
    posso dunque sperare che lei m'abbia concesso il  suo  perdono!  E  se
    l'ottengo da lei,  da chi non devo sperarlo?  Oh! s'io potessi sentire
    dalla sua bocca questa parola, perdono!"
    "Perdono?" disse il gentiluomo.  "Lei non ne ha pi bisogno.  Ma pure,
    poich lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti..."
    "Tutti! tutti!" gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate
    s'apr a una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva per ancora
    un'umile  e  profonda  compunzione  del male a cui la remissione degli
    uomini non poteva riparare. Il gentiluomo,  vinto da quell'aspetto,  e
    trasportato dalla commozione generale,  gli gett le braccia al collo,
    e gli diede e ne ricevette il bacio di pace.
    Un "bravo!  bene!" scoppi da tutte le  parti  della  sala;  tutti  si
    mossero,  e si strinsero intorno al frate.  Intanto vennero servitori,
    con gran copia di rinfreschi.  Il gentiluomo  si  raccost  al  nostro
    Cristoforo,  il quale faceva segno di volersi licenziare, e gli disse:
    "padre, gradisca qualche cosa;  mi dia questa prova d'amicizia".  E si
    mise per servirlo primo d'ogni altro;  ma egli,  ritirandosi,  con una
    certa resistenza cordiale,  "queste cose," disse,  "non fanno pi  per
    me;  ma non sar mai ch'io rifiuti i suoi doni. Io sto per mettermi in
    viaggio: si degni di farmi portare  un  pane,  perch  io  possa  dire
    d'aver goduto la sua carit,  d'aver mangiato il suo pane,  e avuto un
    segno del suo perdono".  Il gentiluomo,  commosso,  ordin che cos si
    facesse;  e venne subito un cameriere,  in gran gala, portando un pane
    sur un piatto d'argento, e lo present al padre;  il quale,  presolo e
    ringraziato,   lo  mise  nella  sporta.   Chiese  quindi  licenza;  e,
    abbracciato di nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi
    pi vicini a lui,  poterono impadronirsene un momento,  si  liber  da
    essi  a fatica;  ebbe a combatter nell'anticamere,  per isbrigarsi da'
    servitori,  e anche da' bravi,  che gli baciavano il lembo dell'abito,
    il  cordone,  il cappuccio;  e si trov nella strada,  portato come in
    trionfo, e accompagnato da una folla di popolo, fino a una porta della
    citt; donde usc, cominciando il suo pedestre viaggio, verso il luogo
    del suo noviziato.
    Il  fratello  dell'ucciso,  e  il  parentado,  che  s'erano  aspettati
    d'assaporare  in  quel  giorno  la  trista  gioia  dell'orgoglio,   si
    trovarono in vece ripieni della  gioia  serena  del  perdono  e  della
    benevolenza.  La  compagnia si trattenne ancor qualche tempo,  con una
    bonariet e con una cordialit  insolita,  in  ragionamenti  ai  quali
    nessuno era preparato,  andando l. In vece di soddisfazioni prese, di
    soprusi  vendicati,  d'impegni  spuntati,  le  lodi  del  novizio,  la
    riconciliazione,  la mansuetudine furono i temi della conversazione. E
    taluno,  che,  per la cinquantesima volta,  avrebbe raccontato come il
    conte Muzio suo padre aveva saputo,  in quella famosa congiuntura, far
    stare a dovere il marchese Stanislao,  ch'era quel rodomonte che ognun
    sa,  parl  invece  delle penitenze e della pazienza mirabile d'un fra
    Simone, morto molt'anni prima. Partita la compagnia, il padrone, ancor
    tutto commosso, riandava tra s, con maraviglia, ci che aveva inteso,
    ci ch'egli medesimo aveva  detto;  e  borbottava  tra  i  denti:    -
    diavolo d'un frate!  (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise
    parole)  -  diavolo d'un frate!  se rimaneva l in  ginocchio,  ancora
    per  qualche momento,  quasi quasi gli chiedevo scusa io,  che m'abbia
    ammazzato il fratello.  -  La nostra storia nota espressamente che, da
    quel giorno in poi,  quel signore fu un po' men precipitoso,  e un po'
    pi alla mano.
    Il padre Cristoforo camminava,  con una consolazione che non aveva mai
    pi provata, dopo quel giorno terribile,  ad espiare il quale tutta la
    sua  vita  doveva  esser  consacrata.  Il  silenzio  ch'era imposto a'
    novizi, l'osservava, senza avvedersene, assorto com'era,  nel pensiero
    delle  fatiche,   delle  privazioni  e  dell'umiliazioni  che  avrebbe
    sofferte,  per iscontare  il  suo  fallo.  Fermandosi,  all'ora  della
    refezione,  presso un benefattore,  mangi, con una specie di volutt,
    del pane del perdono: ma ne serb un pezzo,  e lo ripose nella sporta,
    per tenerlo, come un ricordo perpetuo.
    Non    nostro  disegno  di  far  la storia della sua vita claustrale:
    diremo soltanto che,  adempiendo,  sempre con gran voglia,  e con gran
    cura,   gli  ufizi  che  gli  venivano  ordinariamente  assegnati,  di
    predicare  e  d'assistere  i  moribondi,  non  lasciava  mai  sfuggire
    un'occasione  d'esercitarne  due  altri,  che  s'era  imposti  da  s:
    accomodar differenze, e proteggere oppressi.  In questo genio entrava,
    per  qualche parte,  senza ch'egli se n'avvedesse,  quella sua vecchia
    abitudine, e un resticciolo di spiriti guerreschi, che l'umiliazione e
    le macerazioni non avevan potuto spegner del tutto.  Il suo linguaggio
    era abitualmente umile e posato;  ma, quando si trattasse di giustizia
    o di verit combattuta,  l'uomo s'animava,  a un  tratto,  dell'impeto
    antico,  che,  secondato e modificato da un'enfasi solenne,  venutagli
    dall'uso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare.
    Tutto il suo contegno,  come l'aspetto,  annunziava una lunga  guerra,
    tra un'indole focosa,  risentita,  e una volont opposta, abitualmente
    vittoriosa,  sempre all'erta,  e diretta da motivi  e  da  ispirazioni
    superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva
    una  volta  paragonato  a  quelle  parole troppo espressive nella loro
    forma naturale, che alcuni, anche ben educati, pronunziano,  quando la
    passione trabocca, smozzicate, con qualche lettera mutata; parole che,
    in  quel  travisamento,   fanno  per  ricordare  della  loro  energia
    primitiva.
    Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto
    l'aiuto del  padre  Cristoforo,  egli  sarebbe  corso  immediatamente.
    Trattandosi  poi  di  Lucia,  accorse con tanta pi sollecitudine,  in
    quanto conosceva e ammirava l'innocenza di lei,  era gi  in  pensiero
    per  i  suoi pericoli,  e sentiva un'indegnazione santa,  per la turpe
    persecuzione  della  quale  era  divenuta  l'oggetto.  Oltre  di  ci,
    avendola  consigliata,  per il meno male,  di non palesar nulla,  e di
    starsene quieta,  temeva ora che il consiglio  potesse  aver  prodotto
    qualche tristo effetto;  e alla sollecitudine di carit, ch'era in lui
    come ingenita, s'aggiungeva, in questo caso, quell'angustia scrupolosa
    che spesso tormenta i buoni.
    Ma,  intanto che noi siamo  stati  a  raccontare  i  fatti  del  padre
    Cristoforo,     arrivato,  s'  affacciato  all'uscio;  e  le  donne,
    lasciando il manico dell'aspo che facevan girare e stridere,  si  sono
    alzate, dicendo, a una voce: "oh padre Cristoforo! sia benedetto!"









    CAPITOLO 5.

    Il  padre  Cristoforo  si  porta al palazzotto di don Rodrigo.   -  Il
    pranzo.  -  La clamorosa discussione su un problema di cavalleria.   -
    La sentenza del padre Cristoforo.  -  Accenno alla carestia.

    Il qual padre Cristoforo si ferm ritto sulla soglia,  e,  appena ebbe
    data  un'occhiata  alle  donne,   dovette  accorgersi   che   i   suoi
    presentimenti non eran falsi. Onde, con quel tono d'interrogazione che
    va  incontro  a  una  trista  risposta,  alzando  la barba con un moto
    leggiero della testa all'indietro,  disse: "ebbene?" Lucia rispose con
    uno  scoppio  di  pianto.  La  madre  cominciava a far le scuse d'aver
    osato... ma il frate s'avanz, e,  messosi a sedere sur un panchetto a
    tre piedi,  tronc i complimenti, dicendo a Lucia: "quietatevi, povera
    figliuola.  E voi," disse poi  ad  Agnese,  "raccontatemi  cosa  c'!"
    Mentre la buona donna faceva alla meglio la sua dolorosa relazione, il
    frate diventava di mille colori,  e ora alzava gli occhi al cielo, ora
    batteva i piedi.  Terminata la storia,  si copr il volto con le mani,
    ed esclam: "o Dio benedetto!  fino a quando...!" Ma,  senza compir la
    frase,  voltandosi di nuovo alle donne: "poverette!" disse: "Dio vi ha
    visitate. Povera Lucia!"
    "Non ci abbandoner, padre?" disse questa, singhiozzando.
    "Abbandonarvi!"  rispose.  "E  con  che faccia potrei io chieder a Dio
    qualcosa per me,  quando v'avessi abbandonata?  voi in  questo  stato!
    voi,  ch'Egli  mi  confida!  Non vi perdete d'animo: Egli v'assister:
    Egli vede tutto: Egli pu servirsi anche d'un uomo da nulla  come  son
    io, per confondere un... Vediamo, pensiamo quel che si possa fare."
    Cos  dicendo,  appoggi  il  gomito sinistro sul ginocchio,  chin la
    fronte nella palma, e con la destra strinse la barba e il mento,  come
    per tener ferme e unite tutte le potenze dell'animo. Ma la pi attenta
    considerazione  non  serviva  che  a fargli scorgere pi distintamente
    quanto il caso fosse pressante e intrigato,  e quanto  scarsi,  quanto
    incerti e pericolosi i ripieghi.   -  Mettere un po' di vergogna a don
    Abbondio,  e fargli sentire quanto manchi al suo  dovere?  Vergogna  e
    dovere  sono un nulla per lui,  quando ha paura.  E fargli paura?  Che
    mezzi ho io mai di fargliene  una  che  superi  quella  che  ha  d'una
    schioppettata?  Informar di tutto il cardinale arcivescovo,  e invocar
    la sua autorit? Ci vuol tempo: e intanto?  e poi?  Quand'anche questa
    povera   innocente  fosse  maritata,   sarebbe  questo  un  freno  per
    quell'uomo?  Chi sa a qual segno  possa  arrivare?...  E  resistergli?
    Come?  Ah! se potessi, pensava il povero frate, se potessi tirar dalla
    mia i miei frati di qui, que' di Milano!  Ma!  non  un affare comune;
    sarei  abbandonato.  Costui  fa  l'amico del convento,  si spaccia per
    partigiano de' cappuccini: e i suoi bravi non  son  venuti  pi  d'una
    volta  a ricoverarsi da noi?  Sarei solo in ballo;  mi buscherei anche
    dell'inquieto, dell'imbroglione, dell'accattabrighe; e, quel ch' pi,
    potrei fors'anche,  con un  tentativo  fuor  di  tempo,  peggiorar  la
    condizione  di questa poveretta.   -  Contrappesato il pro e il contro
    di questo e di quel partito,  il migliore gli  parve  d'affrontar  don
    Rodrigo  stesso,  tentar di smoverlo dal suo infame proposito,  con le
    preghiere,  coi terrori dell'altra vita,  anche di  questa,  se  fosse
    possibile.  Alla peggio, si potrebbe almeno conoscere, per questa via,
    pi distintamente quanto colui fosse ostinato nel suo sporco  impegno,
    scoprir di pi le sue intenzioni, e prender consiglio da ci.
    Mentre il frate stava cos meditando,  Renzo,  il quale,  per tutte le
    ragioni che ognun pu indovinare,  non sapeva star lontano  da  quella
    casa, era comparso sull'uscio; ma, visto il padre sopra pensiero, e le
    donne che facevan cenno di non disturbarlo,  si ferm sulla soglia, in
    silenzio.  Alzando  la  faccia,  per  comunicare  alle  donne  il  suo
    progetto,  il  frate  s'accorse  di  lui,  e  lo  salut  in  un  modo
    ch'esprimeva un'affezione consueta, resa pi intensa dalla piet.
    "Le hanno detto..., padre?" gli domand Renzo, con voce commossa.
    "Pur troppo; e per questo son qui."
    "Che dice di quel birbone...?"
    "Che vuoi ch'io dica di lui?  Non  qui a sentire: che gioverebbero le
    mie parole?  Dico a te, il mio Renzo, che tu confidi in Dio, e che Dio
    non t'abbandoner."
    "Benedette le sue parole!" esclam il giovine.  "Lei non   di  quelli
    che  dan  sempre torto a' poveri.  Ma il signor curato,  e quel signor
    dottor delle cause perse..."
    "Non rivangare quello che non pu servire ad altro che  a  inquietarti
    inutilmente. Io sono un povero frate; ma ti ripeto quel che ho detto a
    queste donne: per quel poco che posso, non v'abbandoner."
    "Oh,  lei non  come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi avesse creduto
    alle proteste che mi facevan costoro,  nel buon  tempo;  eh  eh!  Eran
    pronti  a  dare  il  sangue  per  me;  m'avrebbero sostenuto contro il
    diavolo.  S'io avessi avuto un nemico?...  bastava  che  mi  lasciassi
    intendere;  avrebbe finito presto di mangiar pane.  E ora,  se vedesse
    come si ritirano..." A questo punto,  alzando gli occhi al  volto  del
    padre,  vide che s'era tutto rannuvolato, e s'accorse d'aver detto ci
    che conveniva tacere.  Ma volendo raccomodarla,  s'andava intrigando e
    imbrogliando:  "volevo  dire...   non  intendo  dire...  cio,  volevo
    dire..."
    "Cosa volevi dire? E che? tu avevi dunque cominciato a guastar l'opera
    mia,   prima  che  fosse  intrapresa!   Buon  per  te  che  sei  stato
    disingannato  in  tempo.  Che!  tu  andavi  in cerca d'amici...  quali
    amici!... che non t'avrebber potuto aiutare, neppur volendo! E cercavi
    di perder Quel solo che lo pu e lo  vuole!  Non  sai  tu  che  Dio  
    l'amico de' tribolati,  che confidano in Lui? Non sai tu che, a metter
    fuori l'unghie, il debole non ci guadagna?  E quando pure..." A questo
    punto,  afferr fortemente il braccio di Renzo: il suo aspetto,  senza
    perder d'autorit,  s'atteggi d'una compunzione  solenne,  gli  occhi
    s'abbassarono,  la  voce  divenne  lenta  e  come sotterranea: "quando
    pure...   un terribile guadagno!  Renzo!  vuoi tu confidare in me?...
    che dico in me, omiciattolo, fraticello? Vuoi tu confidare in Dio?"
    "Oh s!" rispose Renzo. "Quello  il Signore davvero."
    "Ebbene;  prometti  che non affronterai,  che non provocherai nessuno,
    che ti lascerai guidar da me."
    "Lo prometto."
    Lucia fece un  gran  respiro,  come  se  le  avesser  levato  un  peso
    d'addosso; e Agnese disse: "bravo figliuolo".
    "Sentite,  figliuoli,"  riprese  fra  Cristoforo:  "io  ander  oggi a
    parlare a quell'uomo.  Se Dio gli tocca il cuore,  e d forza alle mie
    parole,  bene: se no,  Egli ci far trovare qualche altro rimedio. Voi
    intanto,  statevi quieti,  ritirati,  scansate le ciarle,  non vi fate
    vedere.  Stasera,  o  domattina  al  pi  tardi,  mi rivedrete." Detto
    questo,  tronc tutti i ringraziamenti  e  le  benedizioni,  e  part.
    S'avvi  al convento,  arriv a tempo d'andare in coro a cantar sesta,
    desin,  e si mise subito in cammino,  verso il covile della fiera che
    voleva provarsi d'ammansare.
    Il  palazzotto  di  don  Rodrigo sorgeva isolato,  a somiglianza d'una
    bicocca,  sulla cima d'uno de' poggi ond' sparsa  e  rilevata  quella
    costiera.  A  questa  indicazione  l'anonimo  aggiunge  che  il  luogo
    (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era  pi  in  su
    del  paesello  degli  sposi,  discosto  da questo forse tre miglia,  e
    quattro dal convento.  Appi del poggio,  dalla  parte  che  guarda  a
    mezzogiorno,  e  verso  il  lago,  giaceva  un mucchietto di casupole,
    abitate da contadini di don Rodrigo;  ed era come la piccola  capitale
    del  suo  piccol  regno.  Bastava  passarvi,  per esser chiarito della
    condizione e de' costumi del paese.  Dando  un'occhiata  nelle  stanze
    terrene,  dove  qualche  uscio fosse aperto,  si vedevano attaccati al
    muro  schioppi,  tromboni,  zappe,  rastrelli,   cappelli  di  paglia,
    reticelle  e  fiaschetti  da  polvere,  alla rinfusa.  La gente che vi
    s'incontrava erano omacci tarchiati e  arcigni,  con  un  gran  ciuffo
    arrovesciato sul capo,  e chiuso in una reticella; vecchi che, perdute
    le zanne,  parevan sempre pronti,  chi nulla  nulla  gli  aizzasse,  a
    digrignar  le  gengive;  donne  con  certe facce maschie,  e con certe
    braccia nerborute,  buone da venire  in  aiuto  della  lingua,  quando
    questa non bastasse: ne' sembianti e nelle mosse de' fanciulli stessi,
    che giocavan per la strada,  si vedeva un non so che di petulante e di
    provocativo.
    Fra  Cristoforo  attravers  il  villaggio,  sal  per  una  viuzza  a
    chiocciola,   e   pervenne  sur  una  piccola  spianata,   davanti  al
    palazzotto. La porta era chiusa, segno che il padrone stava desinando,
    e non voleva esser frastornato.  Le rade e piccole finestre che  davan
    sulla strada,  chiuse da imposte sconnesse e consunte dagli anni, eran
    per difese da grosse inferriate,  e quelle del pian terreno tant'alte
    che  appena  vi  sarebbe  arrivato  un  uomo  sulle spalle d'un altro.
    Regnava quivi un  gran  silenzio;  e  un  passeggiero  avrebbe  potuto
    credere che fosse una casa abbandonata,  se quattro creature, due vive
    e due morte,  collocate in simmetria,  di fuori,  non avesser dato  un
    indizio  d'abitanti.  Due grand'avoltoi,  con l'ali spalancate,  e co'
    teschi penzoloni, l'uno spennacchiato e mezzo roso dal tempo,  l'altro
    ancor  saldo e pennuto,  erano inchiodati ciascuno sur un battente del
    portone; e due bravi, sdraiati,  ciascuno sur una delle panche poste a
    destra e a sinistra, facevan la guardia, aspettando d'esser chiamati a
    goder gli avanzi della tavola del signore. Il padre si ferm ritto, in
    atto  di  chi si dispone ad aspettare;  ma un de' bravi s'alz,  e gli
    disse: "padre, padre,  venga pure avanti: qui non si fanno aspettare i
    cappuccini:  noi siamo amici del convento: e io ci sono stato in certi
    momenti che fuori non era troppo buon'aria per me;  e  se  mi  avesser
    tenuta la porta chiusa,  la sarebbe andata male".  Cos dicendo, diede
    due picchi col martello.  A quel suono risposer subito di  dentro  gli
    urli  e  le strida di mastini e di cagnolini;  e,  pochi momenti dopo,
    giunse borbottando un vecchio servitore; ma, veduto il padre, gli fece
    un grand'inchino,  acquiet le bestie,  con le mani  e  con  la  voce,
    introdusse  l'ospite  in  un  angusto  cortile,  e  richiuse la porta.
    Accompagnatolo poi in un salotto,  e guardandolo con una cert'aria  di
    maraviglia e di rispetto,  disse: "non  lei... il padre Cristoforo di
    Pescarenico?"
    "Per l'appunto."
    "Lei qui?"
    "Come vedete, buon uomo."
    "Sar per far del bene. Del bene," continu mormorando tra i denti,  e
    rincamminandosi,  "se  ne  pu  far per tutto." Attraversati due o tre
    altri salotti oscuri,  arrivarono all'uscio della  sala  del  convito.
    Quivi  un  gran  frastono  confuso  di  forchette,   di  coltelli,  di
    bicchieri, di piatti, e sopra tutto di voci discordi,  che cercavano a
    vicenda   di  soverchiarsi.   Il  frate  voleva  ritirarsi,   e  stava
    contrastando  dietro  l'uscio  col  servitore,  per  ottenere  d'esser
    lasciato  in  qualche  canto  della  casa,  fin  che  il  pranzo fosse
    terminato;  quando l'uscio s'apr.  Un certo conte Attilio,  che stava
    seduto in faccia (era un cugino del padron di casa; e abbiam gi fatta
    menzione di lui, senza nominarlo), veduta una testa rasa e una tonaca,
    e accortosi dell'intenzione modesta del buon frate, "ehi! ehi!" grid:
    "non ci scappi,  padre riverito: avanti,  avanti".  Don Rodrigo, senza
    indovinar precisamente il soggetto di quella visita, pure,  per non so
    qual  presentimento confuso,  n'avrebbe fatto di meno.  Ma,  poich lo
    spensierato d'Attilio aveva fatta quella gran chiamata,  non conveniva
    a lui di tirarsene indietro;  e disse: "venga, padre, venga". Il padre
    s'avanz,  inchinandosi al padrone,  e rispondendo,  a  due  mani,  ai
    saluti de' commensali.
    L'uomo  onesto  in faccia al malvagio,  piace generalmente (non dico a
    tutti) immaginarselo con la fronte alta,  con lo sguardo  sicuro,  col
    petto  rilevato,  con lo scilinguagnolo bene sciolto.  Nel fatto per,
    per fargli prender quell'attitudine,  si richiedon molte  circostanze,
    le  quali  ben  di  rado  si  riscontrano  insieme.   Perci,  non  vi
    maravigliate  se  fra  Cristoforo,   col  buon  testimonio  della  sua
    coscienza,  col  sentimento fermissimo della giustizia della causa che
    veniva a sostenere,  con un sentimento misto d'orrore e di compassione
    per don Rodrigo, stesse con una cert'aria di suggezione e di rispetto,
    alla  presenza  di  quello  stesso  don Rodrigo,  ch'era l in capo di
    tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d'amici,  d'omaggi,  di
    tanti  segni  della sua potenza,  con un viso da far morire in bocca a
    chi  si  sia  una  preghiera,  non  che  un  consiglio,  non  che  una
    correzione,  non che un rimprovero.  Alla sua destra sedeva quel conte
    Attilio suo cugino,  e,  se  fa  bisogno  di  dirlo,  suo  collega  di
    libertinaggio  e  di  soverchieria,  il  quale  era venuto da Milano a
    villeggiare, per alcuni giorni, con lui. A sinistra, e a un altro lato
    della tavola,  stava,  con gran rispetto,  temperato per d'una  certa
    sicurezza, e d'una certa saccenteria, il signor podest, quel medesimo
    a cui,  in teoria, sarebbe toccato a far giustizia a Renzo Tramaglino,
    e a fare star a dovere don Rodrigo, come s' visto di sopra. In faccia
    al podest,  in atto d'un rispetto il pi  puro,  il  pi  sviscerato,
    sedeva  il nostro dottor Azzecca-garbugli,  in cappa nera,  e col naso
    pi rubicondo del solito: in  faccia  ai  due  cugini,  due  convitati
    oscuri,  de'  quali  la  nostra  storia dice soltanto che non facevano
    altro che mangiare,  chinare il capo,  sorridere e approvare ogni cosa
    che dicesse un commensale, e a cui un altro non contraddicesse.
    "Da  sedere  al  padre," disse don Rodrigo.  Un servitore present una
    sedia, sulla quale si mise il padre Cristoforo,  facendo qualche scusa
    al signore, d'esser venuto in ora inopportuna. "Bramerei di parlare da
    solo  a solo,  con suo comodo,  per un affare d'importanza," soggiunse
    poi, con voce pi sommessa, all'orecchio di don Rodrigo.
    "Bene, bene,  parleremo;" rispose questo: "ma intanto si porti da bere
    al padre."
    Il padre voleva schernirsi;  ma don Rodrigo, alzando la voce, in mezzo
    al trambusto ch'era ricominciato, gridava: "no, per bacco, non mi far
    questo torto;  non sar mai vero che un cappuccino vada via da  questa
    casa,  senza  aver  gustato  del mio vino,  n un creditore insolente,
    senza aver  assaggiate  le  legna  de'  miei  boschi."  Queste  parole
    eccitarono un riso universale,  e interruppero un momento la questione
    che s'agitava caldamente tra i commensali. Un servitore,  portando sur
    una  sottocoppa  un'ampolla di vino,  e un lungo bicchiere in forma di
    calice,  lo present al padre;  il quale,  non volendo resistere a  un
    invito  tanto  pressante  dell'uomo  che  gli  premeva  tanto di farsi
    propizio, non esit a mescere, e si mise a sorbir lentamente il vino.
    "L'autorit del  Tasso  non  serve  al  suo  assunto,  signor  podest
    riverito;  anzi    contro di lei;" riprese a urlare il conte Attilio:
    "perch quell'uomo erudito,  quell'uomo grande,  che sapeva a menadito
    tutte  le  regole  della cavalleria,  ha fatto che il messo d'Argante,
    prima d'esporre la sfida ai cavalieri cristiani, chieda licenza al pio
    Buglione..."
    "Ma questo" replicava, non meno urlando,  il podest,  "questo  un di
    pi, un mero di pi, un ornamento poetico, giacch il messaggiero  di
    sua  natura inviolabile,  per diritto delle genti,  "jure gentium": e,
    senza andar tanto a cercare,  lo dice anche il proverbio:  ambasciator
    non  porta pena.  E,  i proverbi,  signor conte,  sono la sapienza del
    genere umano. E,  non avendo il messaggiero detto nulla in suo proprio
    nome, ma solamente presentata la sfida in iscritto..."
    "Ma  quando  vorr capire che quel messaggiero era un asino temerario,
    che non conosceva le prime...?"
    "Con buona licenza di lor signori," interruppe don Rodrigo,  il  quale
    non   avrebbe   voluto   che   la  questione  andasse  troppo  avanti:
    "rimettiamola nel padre Cristoforo; e si stia alla sua sentenza."
    "Bene,  benissimo," disse il conte Attilio,  al quale parve cosa molto
    garbata  il  far  decidere  un  punto  di cavalleria da un cappuccino;
    mentre il podest,  pi  infervorato  di  cuore  nella  questione,  si
    chetava  a  stento,  e  con  un  certo viso,  che pareva volesse dire:
    ragazzate.
    "Ma, da quel che mi pare d'aver capito," disse il padre, "non son cose
    di cui io mi deva intendere."
    "Solite scuse di modestia di loro padri;" disse don Rodrigo:  "ma  non
    mi  scapper.  Eh via!  sappiam bene che lei non  venuta al mondo col
    cappuccio in capo , e che il mondo l'ha conosciuto. Via,  via: ecco la
    questione."
    "Il fatto  questo," cominciava a gridare il conte Attilio.
    "Lasciate  dir a me,  che son neutrale,  cugino," riprese don Rodrigo.
    "Ecco la storia.  Un cavaliere spagnolo manda una sfida a un cavaliere
    milanese: il portatore, non trovando il provocato in casa, consegna il
    cartello a un fratello del cavaliere; il qual fratello legge la sfida,
    e in risposta d alcune bastonate al portatore. Si tratta..."
    "Ben  date,  ben  applicate,"  grid  il  conte Attilio.  "Fu una vera
    ispirazione."
    "Del demonio," soggiunse il podest. "Battere un ambasciatore! persona
    sacra! Anche lei, padre, mi dir se questa  azione da cavaliere."
    "S,  signore,  da cavaliere," grido il conte: "e lo lasci dire a  me,
    che devo intendermi di ci che conviene a un cavaliere. Oh, se fossero
    stati pugni,  sarebbe un'altra faccenda;  ma il bastone non isporca le
    mani a nessuno.  Quello che non posso capire  perch le premano tanto
    le spalle d'un mascalzone."
    "Chi  ha  parlato  delle  spalle,  signor  conte  mio?  Lei mi fa dire
    spropositi che non mi son mai passati per la  mente.  Ho  parlato  del
    carattere,  e non di spalle,  io.  Parlo sopra tutto del diritto delle
    genti. Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani
    mandavano a intimar le sfide  agli  altri  popoli,  chiedevan  licenza
    d'esporre  l'ambasciata:  e  mi trovi un poco uno scrittore che faccia
    menzione che un feciale sia mai stato bastonato."
    "Che hanno a far con noi gli ufiziali degli antichi Romani?  gente che
    andava alla buona,  e che, in queste cose, era indietro, indietro. Ma,
    secondo le leggi della  cavalleria  moderna,  ch'  la  vera,  dico  e
    sostengo che un messo il quale ardisce di porre in mano a un cavaliere
    una sfida, senza avergliene chiesta licenza,  un temerario, violabile
    violabilissimo, bastonabile bastonabilissimo..."
    "Risponda un poco a questo sillogismo."
    "Niente, niente, niente."
    "Ma  ascolti,  ma ascolti,  ma ascolti.  Percotere un disarmato  atto
    proditorio; "atqui" il messo "de quo" era senz'arme; "ergo"..."
    "Piano, piano, signor podest."
    "Che piano?"
    "Piano,  le dico: cosa mi viene a dire?  Atto proditorio  ferire  uno
    con la spada, per di dietro, o dargli una schioppettata nella schiena:
    e,  anche  per  questo,  si possono dar certi casi...  ma stiamo nella
    questione.  Concedo  che  questo  generalmente  possa  chiamarsi  atto
    proditorio;  ma  appoggiar quattro bastonate a un mascalzone!  Sarebbe
    bella che si dovesse dirgli: guarda che ti bastono: come si direbbe  a
    un galantuomo: mano alla spada.   -  E lei, signor dottor riverito, in
    vece di farmi de' sogghigni,  per farmi capire ch'  del  mio  parere,
    perch  non  sostiene  le mie ragioni,  con la sua buona tabella,  per
    aiutarmi a persuader questo signore?"
    "Io..." rispose confusetto  il  dottore:  "io  godo  di  questa  dotta
    disputa;  e  ringrazio  il  bell'accidente che ha dato occasione a una
    guerra d'ingegni cos graziosa.  E  poi,  a  me  non  compete  di  dar
    sentenza: sua signoria illustrissima ha gi delegato un giudice... qui
    il padre..."
    "E'  vero;"  disse  don Rodrigo: "ma come volete che il giudice parli,
    quando i litiganti non vogliono stare zitti?"
    "Ammutolisco," disse il conte Attilio. Il podest strinse le labbra, e
    alz la mano, come in atto di rassegnazione.
    "Ah sia ringraziato il cielo!  A lei,  padre," disse don Rodrigo,  con
    una seriet mezzo canzonatoria.
    "Ho  gi  fatte le mie scuse,  col dire che non me n'intendo," rispose
    fra Cristoforo, rendendo il bicchiere a un servitore.
    "Scuse magre:" gridarono i due cugini: "vogliamo la sentenza."
    "Quand' cos," riprese il frate,  "il mio debole parere  sarebbe  che
    non vi fossero n sfide, n portatori, n bastonate."
    I commensali si guardarono l'un con l'altro maravigliati.
    "Oh questa  grossa!" disse il conte Attilio. "Mi perdoni, padre, ma 
    grossa. Si vede che lei non conosce il mondo."
    "Lui?" disse don Rodrigo: "me lo volete far ridire: lo conosce, cugino
    mio, quanto voi: non  vero, padre? Dica, dica, se non ha fatta la sua
    carovana?"
    In  vece  di rispondere a quest'amorevole domanda,  il padre disse una
    parolina in segreto a s medesimo:    -    queste  vengono  a  te;  ma
    ricordati, frate, che non sei qui per te, e che tutto ci che tocca te
    solo, non entra nel conto.  -
    "Sar," disse il cugino: "ma il padre... come si chiama il padre?"
    "Padre Cristoforo" rispose pi d'uno.
    "Ma,  padre  Cristoforo,  padron  mio  colendissimo,  con  queste  sue
    massime, lei vorrebbe mandare il mondo sottosopra. Senza sfide!  Senza
    bastonate!  Addio  il  punto d'onore: impunit per tutti i mascalzoni.
    Per buona sorte che il supposto  impossibile."
    "Animo,  dottore," scapp fuori don Rodrigo,  che  voleva  sempre  pi
    divertire la disputa dai due primi contendenti,  "animo,  a voi,  che,
    per dar ragione a tutti,  siete un uomo.  Vediamo un poco come  farete
    per dar ragione in questo al padre Cristoforo."
    "In  verit,"  rispose  il  dottore,   tenendo  brandita  in  aria  la
    forchetta,  e rivolgendosi al padre,  "in verit io non  so  intendere
    come  il padre Cristoforo,  il quale  insieme il perfetto religioso e
    l'uomo di mondo, non abbia pensato che la sua sentenza, buona,  ottima
    e  di  giusto peso sul pulpito,  non val niente,  sia detto col dovuto
    rispetto, in una disputa cavalleresca.  Ma il padre sa,  meglio di me,
    che ogni cosa  buona a suo luogo; e io credo che, questa volta, abbia
    voluto  cavarsi,   con  una  celia,  dall'impiccio  di  proferire  una
    sentenza."
    Che si poteva mai rispondere a ragionamenti dedotti  da  una  sapienza
    cos antica, e sempre nuova? Niente: e cos fece il nostro frate.
    Ma  don  Rodrigo,  per  voler  troncare  quella questione,  ne venne a
    suscitare un'altra.  "A proposito," disse,  "ho sentito che  a  Milano
    correvan voci d'accomodamento."
    Il  lettore  sa  che in quell'anno si combatteva per la successione al
    ducato di Mantova, del quale, alla morte di Vincenzo Gonzaga,  che non
    aveva  lasciata  prole  legittima,  era entrato in possesso il duca di
    Nevers, suo parente pi prossimo.  Luigi Tredicesimo,  ossia il
    cardinale di Richelieu,  sosteneva quel principe,  suo ben affetto,  e
    naturalizzato  francese:  Filippo  Quarto,   ossia   il   conte
    d'Olivares,  comunemente chiamato il conte duca, non lo voleva l, per
    le stesse ragioni;  e gli aveva mosso guerra.  Siccome poi quel ducato
    era feudo dell'impero,  cos le due parti s'adoperavano, con pratiche,
    con istanze, con minacce,  presso l'imperator Ferdinando Secondo,
    la  prima  perch  accordasse l'investitura al nuovo duca;  la seconda
    perch gliela negasse, anzi aiutasse a cacciarlo da quello stato.
    "Non son lontano dal credere," disse il conte Attilio, "che le cose si
    possano accomodare. Ho certi indizi..."
    "Non creda, signor conte, non creda," interruppe il podest.  "Io,  in
    questo cantuccio,  posso saperle le cose;  perch il signor castellano
    spagnolo,  che,  per sua bont,  mi vuole un po' di bene,  e per esser
    figliuolo d'un creato del conte duca,  informato d'ogni cosa..."
    "Le  dico  che  a  me  accade ogni giorno di parlare in Milano con ben
    altri personaggi;  e so di buon luogo che il  papa,  interessatissimo,
    com', per la pace, ha fatto proposizioni..."
    "Cos dev'essere;  la cosa  in regola;  sua santit fa il suo dovere;
    un papa deve sempre metter bene tra i principi cristiani;  ma il conte
    duca ha la sua politica, e..."
    "E,  e,  e;  sa lei, signor mio, come la pensi l'imperatore, in questo
    momento? Crede lei che non ci sia altro che Mantova a questo mondo? Le
    cose a cui si deve pensare son molte, signor mio. Sa lei, per esempio,
    fino a che segno l'imperatore possa ora fidarsi di quel  suo  principe
    di Valdistano o di Vallistai, o come lo chiamano, e se..."
    "Il  nome legittimo in lingua alemanna," interruppe ancora il podest,
    " Vagliensteino,  come l'ho sentito proferir  pi  volte  dal  nostro
    signor castellano spagnolo. Ma stia pur di buon animo, che..."
    "Mi  vuole insegnare...?" riprendeva il conte;  ma don Rodrigo gli di
    d'occhio,  per  fargli  intendere  che,  per  amor  suo,  cessasse  di
    contraddire.  Il  conte  tacque,  e  il  podest,  come  un bastimento
    disimbrogliato da una secca, continu,  a vele gonfie,  il corso della
    sua  eloquenza.  "Vagliensteino  mi d poco fastidio,  perch il conte
    duca ha l'occhio a tutto,  e per tutto;  e se Vagliensteino vorr fare
    il bell'umore,  sapr ben lui farlo rigar diritto, con le buone, o con
    le cattive. Ha l'occhio per tutto, dico,  e le mani lunghe;  e,  se ha
    fisso il chiodo, come l'ha fisso, e giustamente, da quel gran politico
    che , che il signor duca di Nivers non metta le radici in Mantova, il
    signor  duca  di  Nivers  non ce le metter;  e il signor cardinale di
    Ricili far un buco nell'acqua.  Mi fa pur ridere  quel  caro  signor
    cardinale, a voler cozzare con un conte duca, con un Olivares. Dico il
    vero,  che  vorrei  rinascere  di  qui a dugent'anni,  per sentir cosa
    diranno i posteri,  di questa bella pretensione.  Ci  vuol  altro  che
    invidia;  testa vuol essere: e teste come la testa d'un conte duca, ce
    n' una sola al mondo.  Il conte duca,  signori miei,"  proseguiva  il
    podest, sempre col vento in poppa, e un po' maravigliato anche lui di
    non  incontrar  mai  uno  scoglio: "il conte duca  una volpe vecchia,
    parlando col dovuto rispetto,  che farebbe perder la traccia a chi  si
    sia:  e,  quando  accenna a destra,  si pu esser sicuri che batter a
    sinistra: ond' che nessuno pu  mai  vantarsi  di  conoscere  i  suoi
    disegni;  e  quelli  stessi  che devon metterli in esecuzione,  quelli
    stessi che scrivono i dispacci,  non  ne  capiscon  niente.  Io  posso
    parlare  con  qualche  cognizion  di causa;  perch quel brav'uomo del
    signor  castellano  si  degna  di  trattenersi   meco,   con   qualche
    confidenza.  Il  conte  duca,  viceversa,  sa  appuntino cosa bolle in
    pentola di tutte l'altre corti; e tutti que' politiconi (che ce n' di
    diritti assai,  non si pu negare) hanno appena immaginato un disegno,
    che  il conte duca te l'ha gi indovinato,  con quella sua testa,  con
    quelle sue strade coperte,  con que' suoi fili tesi  per  tutto.  Quel
    pover'uomo del cardinale di Ricili tenta di qua,  fiuta di l,  suda,
    s'ingegna: e poi? quando gli  riuscito di scavare una mina,  trova la
    contrammina gi bell'e fatta dal conte duca..."
    Sa  il  cielo  quando il podest avrebbe preso terra;  ma don Rodrigo,
    stimolato  anche  da'  versacci  che  faceva  il  cugino,   si   volt
    all'improvviso,  come se gli venisse un'ispirazione, a un servitore, e
    gli accenn che portasse un certo fiasco.  "Signor podest,  e signori
    miei!" disse poi: "un brindisi al conte duca; e mi sapranno dire se il
    vino  sia  degno  del personaggio." Il podest rispose con un inchino,
    nel quale traspariva un sentimento di riconoscenza particolare; perch
    tutto ci che si faceva o si  diceva  in  onore  del  conte  duca,  lo
    riteneva in parte come fatto a s.
    "Viva  mill'anni  don  Gasparo Guzman,  conte d'Olivares,  duca di san
    Lucar,  gran privato del re don Filippo il  grande,  nostro  signore!"
    esclam, alzando il bicchiere.
    Privato,  chi non lo sapesse, era il termine in uso, a que' tempi, per
    significare il favorito d'un principe.
    "Viva mill'anni!" risposer tutti.
    "Servite il padre," disse don Rodrigo.
    "Mi perdoni;" rispose il padre: "ma ho gi fatto un disordine,  e  non
    potrei..."
    "Come!"  disse  don  Rodrigo:  "si tratta d'un brindisi al conte duca.
    Vuol dunque far credere ch'ella tenga dai navarrini?"
    Cos si chiamavano allora, per ischerno,  i Francesi,  dai principi di
    Navarra, che avevan cominciato, con Enrico Quarto, a regnar sopra
    di loro.
    A  tale  scongiuro,  convenne  bere.  Tutti i commensali proruppero in
    esclamazioni, e in elogi del vino; fuor che il dottore, il quale,  col
    capo  alzato,  con gli occhi fissi,  con le labbra strette,  esprimeva
    molto pi che non avrebbe potuto far con parole.
    "Che ne dite eh, dottore?" domand don Rodrigo.
    Tirato fuor del bicchiere un naso  pi  vermiglio  e  pi  lucente  di
    quello,  il dottore rispose,  battendo con enfasi ogni sillaba: "dico,
    proferisco, e sentenzio che questo  l'Olivares de' vini: "censui,  et
    in  eam ivi sententiam",  che un liquor simile non si trova in tutti i
    ventidue regni del re nostro  signore,  che  Dio  guardi:  dichiaro  e
    definisco  che  i pranzi dell'illustrissimo signor don Rodrigo vincono
    le cene d'Eliogabalo;  e che la carestia    bandita  e  confinata  in
    perpetuo da questo palazzo, dove siede e regna la splendidezza."
    "Ben  detto!  ben definito!" gridarono,  a una voce,  i commensali: ma
    quella parola,  carestia,  che il dottore aveva buttata fuori a  caso,
    rivolse  in  un  punto tutte le menti a quel tristo soggetto;  e tutti
    parlarono della carestia.  Qui andavan  tutti  d'accordo,  almeno  nel
    principale;  ma il fracasso era forse pi grande che se ci fosse stato
    disparere.  Parlavan tutti insieme.  "Non c' carestia,"  diceva  uno:
    "sono gl'incettatori..."
    "E i fornai," diceva un altro: "che nascondono il grano. Impiccarli."
    "Appunto; impiccarli, senza misericordia."
    "De' buoni processi," gridava il podest.
    "Che  processi?"  gridava  pi  forte  il  conte  Attilio:  "giustizia
    sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei,  di quelli che,  per
    voce  pubblica,  son  conosciuti  come  i  pi ricchi e i pi cani,  e
    impiccarli."
    "Esempi! esempi! senza esempi non si fa nulla."
    "Impiccarli! impiccarli!; e salter fuori grano da tutte le parti."
    Chi, passando per una fiera,  s' trovato a goder l'armonia che fa una
    compagnia  di cantambanchi,  quando,  tra una sonata e l'altra,  ognun
    accorda il suo stromento, facendolo stridere quanto pi pu, affine di
    sentirlo distintamente, in mezzo al rumore degli altri, s'immagini che
    tale fosse la consonanza di quei, se si pu dire,  discorsi.  S'andava
    intanto  mescendo  e  rimescendo  di quel tal vino;  e le lodi di esso
    venivano,    com'era   giusto,    frammischiate   alle   sentenze   di
    giurisprudenza  economica;  sicch le parole che s'udivan pi sonore e
    pi frequenti, erano: "ambrosia", e "impiccarli".
    Don Rodrigo intanto dava dell'occhiate al solo che stava zitto;  e  lo
    vedeva  sempre  l  fermo,  senza dar segno d'impazienza n di fretta,
    senza far atto che tendesse a ricordare che stava  aspettando;  ma  in
    aria di non voler andarsene, prima d'essere stato ascoltato. L'avrebbe
    mandato  a  spasso volentieri,  e fatto di meno di quel colloquio;  ma
    congedare un cappuccino,  senza avergli dato udienza,  non era secondo
    le  regole  della  sua  politica.  Poich  la  seccatura non si poteva
    scansare, si risolvette d'affrontarla subito, e di liberarsene; s'alz
    da tavola,  e seco tutta la rubiconda brigata,  senza interrompere  il
    chiasso.   Chiesta  poi  licenza  agli  ospiti,  s'avvicin,  in  atto
    contegnoso,  al frate,  che s'era subito alzato  con  gli  altri;  gli
    disse: "eccomi a' suoi comandi;" e lo condusse in un'altra sala.

















    CAPITOLO 6.

    Colloquio  fra  il  padre  Cristoforo  e don Rodrigo.   -  Preghiere e
    minacce del frate.  -  Don Rodrigo va in bestia e scaccia villanamente
    il cappuccino.   - Il  vecchio  servitore.    -    Agnese  propone  il
    matrimonio  clandestino;  riluttanza di Lucia.   -  Renzo in cerca dei
    due testimoni.

    "In che posso ubbidirla?" disse don Rodrigo,  piantandosi in piedi nel
    mezzo della sala.  Il suono delle parole era tale;  ma il modo con cui
    eran proferite,  voleva dir chiaramente: bada a chi sei davanti,  pesa
    le parole, e sbrigati.
    Per dar coraggio al nostro fra Cristoforo,  non c'era mezzo pi sicuro
    e spedito,  che  prenderlo  con  maniera  arrogante.  Egli  che  stava
    sospeso,  cercando  le  parole,  e facendo scorrere tra le dita le ave
    marie della corona che teneva a cintola,  come se  in  qualcheduna  di
    quelle sperasse di trovare il suo esordio; a quel fare di don Rodrigo,
    si sent subito venir sulle labbra pi parole del bisogno. Ma pensando
    quanto  importasse  di  non guastare i fatti suoi o,  ci ch'era assai
    pi,  i fatti altrui,  corresse e temper le frasi  che  gli  si  eran
    presentate  alla  mente,  e  disse,  con  guardinga  umilt:  "vengo a
    proporle un atto di giustizia, a pregarla d'una carit. Cert'uomini di
    mal affare hanno messo innanzi il nome di  vossignoria  illustrissima,
    per  far  paura  a  un  povero curato,  e impedirgli di compire il suo
    dovere,  e per soverchiare due innocenti.  Lei pu,  con  una  parola,
    confonder  coloro,  restituire  al  diritto  la sua forza,  e sollevar
    quelli a cui  fatta una cos crudel violenza. Lo pu;  e potendolo...
    la coscienza, l'onore..."
    "Lei  mi  parler  della mia coscienza,  quando verr a confessarmi da
    lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io,  e
    io solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura,
    lo riguardo come il temerario che l'offende."
    Fra Cristoforo, avvertito da queste parole che quel signore cercava di
    tirare  al  peggio le sue,  per volgere il discorso in contesa,  e non
    dargli  luogo  di  venire  alle  strette,  s'impegn  tanto  pi  alla
    sofferenza, risolvette di mandar gi qualunque cosa piacesse all'altro
    di dire, e rispose subito, con un tono sommesso: "se ho detto cosa che
    le  dispiaccia,    stato  certamente  contro  la  mia intenzione.  Mi
    corregga pure, mi riprenda, se non so parlare come si conviene;  ma si
    degni ascoltarmi.  Per amor del cielo,  per quel Dio,  al cui cospetto
    dobbiam tutti comparire..." e, cos dicendo,  aveva preso tra le dita,
    e  metteva  davanti  agli  occhi  del  suo  accigliato  ascoltatore il
    teschietto di legno attaccato alla sua corona,  "non s'ostini a negare
    una  giustizia cos facile,  e cos dovuta a de' poverelli.  Pensi che
    Dio ha sempre gli occhi sopra di loro,  e che le loro  grida,  i  loro
    gemiti sono ascoltati lass. L'innocenza  potente al suo..."
    "Eh,  padre!"  interruppe  bruscamente don Rodrigo: "il rispetto ch'io
    porto al suo abito   grande:  ma  se  qualche  cosa  potesse  farmelo
    dimenticare,  sarebbe il vederlo indosso a uno che ardisse di venire a
    farmi la spia in casa."
    Questa parola fece venir le fiamme sul viso del frate: il quale  per,
    col  sembiante di chi inghiottisce una medicina molto amara,  riprese:
    "lei non crede che un tal titolo mi si convenga.  Lei  sente  in  cuor
    suo,  che  il  passo ch'io fo ora,  qui,  non  n vile n spregevole.
    M'ascolti,  signor don Rodrigo;  e voglia il cielo che  non  venga  un
    giorno  in cui si penta di non avermi ascoltato.  Non voglia metter la
    sua gloria...  qual gloria,  signor don Rodrigo!  qual gloria  dinanzi
    agli uomini! E dinanzi a Dio! Lei pu molto quaggi; ma..."
    "Sa lei," disse don Rodrigo,  interrompendo, con istizza, ma non senza
    qualche raccapriccio,  "sa lei che,  quando mi viene lo schiribizzo di
    sentire  una  predica,  so benissimo andare in chiesa,  come fanno gli
    altri?  Ma in casa mia!  Oh!" e continu,  con un sorriso  forzato  di
    scherno:  "lei  mi  tratta da pi di quel che sono.  Il predicatore in
    casa! Non l'hanno che i principi."
    "E quel Dio che chiede conto ai principi  della  parola  che  fa  loro
    sentire,  nelle  loro  regge;  quel  Dio  le  usa  ora  un  tratto  di
    misericordia,  mandando un suo ministro,  indegno e miserabile,  ma un
    suo ministro, a pregar per una innocente..."
    "In somma,  padre," disse don Rodrigo,  facendo atto d'andarsene,  "io
    non so quel che lei voglia dire: non  capisco  altro  se  non  che  ci
    dev'essere  qualche  fanciulla  che le preme molto.  Vada a far le sue
    confidenze a chi le piace; e non si prenda la libert d'infastidir pi
    a lungo un gentiluomo."
    Al moversi di don Rodrigo, il nostro frate gli s'era messo davanti, ma
    con gran rispetto;  e,  alzate le mani,  come  per  supplicare  e  per
    trattenerlo ad un punto,  rispose ancora: "la mi preme,  vero, ma non
    pi di lei; son due anime che, l'una e l'altra,  mi premon pi del mio
    sangue.  Don Rodrigo!  io non posso far altro per lei, che pregar Dio;
    ma lo far ben  di  cuore.  Non  mi  dica  di  no:  non  voglia  tener
    nell'angoscia  e  nel terrore una povera innocente.  Una parola di lei
    pu far tutto."
    "Ebbene," disse don Rodrigo,  "giacch lei crede ch'io possa far molto
    per questa persona; giacch questa persona le sta tanto a cuore..."
    "Ebbene?" riprese ansiosamente il padre Cristoforo,  al quale l'atto e
    il contegno  di  don  Rodrigo  non  permettevano  d'abbandonarsi  alla
    speranza che parevano annunziare quelle parole.
    "Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non
    le mancher pi nulla, e nessuno ardir d'inquietarla, o ch'io non son
    cavaliere."
    A siffatta proposta,  l'indegnazione del frate, rattenuta a stento fin
    allora,  trabocc.  Tutti que'  bei  proponimenti  di  prudenza  e  di
    pazienza  andarono  in  fumo:  l'uomo  vecchio  si trov d'accordo col
    nuovo; e, in que' casi,  fra Cristoforo valeva veramente per due.  "La
    vostra  protezione!"  esclam,  dando  indietro due passi,  postandosi
    fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull'anca,  alzando la
    sinistra con l'indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia
    due  occhi  infiammati  "la  vostra protezione!  E' meglio che abbiate
    parlato cos, che abbiate fatta a me una tale proposta.  Avete colmata
    la misura; e non vi temo pi."
    "Come parli, frate?..."
    "Parlo  come  si  parla a chi  abbandonato da Dio,  e non pu pi far
    paura. La vostra protezione!  Sapevo bene che quella innocente  sotto
    la protezione di Dio;  ma voi,  voi me lo fate sentire ora,  con tanta
    certezza,  che non ho pi bisogno di  riguardi  a  parlarvene.  Lucia,
    dico:  vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta,  e con
    gli occhi immobili."
    "Come! in questa casa...!"
    "Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta  sopra  sospesa.
    State a vedere che la giustizia di Dio avr riguardo a quattro pietre,
    e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta
    una creatura a sua immagine,  per darvi il piacere di tormentarla! Voi
    avete creduto che Dio non saprebbe difenderla!  Voi avete  disprezzato
    il  suo avviso!  Vi siete giudicato.  Il cuore di Faraone era indurito
    quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia  sicura da voi: ve
    lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch'io vi
    prometto. Verr un giorno..."
    Don Rodrigo era fin allora rimasto tra  la  rabbia  e  la  maraviglia,
    attonito,   non  trovando  parole;   ma,  quando  sent  intonare  una
    predizione, s'aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.
    Afferr rapidamente per aria quella mano  minacciosa,  e,  alzando  la
    voce, per troncar quella dell'infausto profeta, grid: "escimi di tra'
    piedi, villano temerario, poltrone incappucciato."
    Queste  parole  cos  chiare  acquietarono  in  un  momento  il  padre
    Cristoforo.  All'idea di strapazzo e di villania era,  nella sua mente
    cos  bene,  e  da  tanto  tempo,  associata l'idea di sofferenza e di
    silenzio,  che,  a quel complimento,  gli cadde ogni spirito  d'ira  e
    d'entusiasmo,  e  non  gli  rest  altra risoluzione che quella d'udir
    tranquillamente ci che a don  Rodrigo  piacesse  d'aggiungere.  Onde,
    ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbass il
    capo,  e rimase immobile,  come,  al cader del vento,  nel forte della
    burrasca,  un albero agitato ricompone naturalmente  i  suoi  rami,  e
    riceve la grandine come il ciel la manda.
    "Villano rincivilito!" prosegu don Rodrigo: "tu tratti da par tuo. Ma
    ringrazia  il  saio  che  ti copre codeste spalle di mascalzone,  e ti
    salva dalle carezze che si fanno a' tuoi pari,  per  insegnar  loro  a
    parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo."
    Cos  dicendo,  addit,  con  impero sprezzante,  un uscio in faccia a
    quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chin il capo,  e se
    n'and,  lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo
    di battaglia.
    Quando il frate ebbe serrato l'uscio  dietro  a  s,  vide  nell'altra
    stanza  dove  entrava,  un  uomo ritirarsi pian piano,  strisciando il
    muro,  come per  non  esser  veduto  dalla  stanza  del  colloquio;  e
    riconobbe il vecchio servitore ch'era venuto a riceverlo alla porta di
    strada.  Era costui in quella casa,  forse da quarant'anni, cio prima
    che nascesse don Rodrigo;  entratovi al servizio del padre,  il  quale
    era stato tutt'un'altra cosa.  Morto lui,  il nuovo padrone,  dando lo
    sfratto a tutta la famiglia,  e  facendo  brigata  nuova,  aveva  per
    ritenuto quel servitore,  e per esser gi vecchio, e perch, sebben di
    massime e di costume diverso  interamente  dal  suo,  compensava  per
    questo  difetto  con due qualit: un'alta opinione della dignit della
    casa,  e una gran pratica del cerimoniale,  di cui  conosceva,  meglio
    d'ogni altro,  le pi antiche tradizioni,  e i pi minuti particolari.
    In faccia al signore, il povero vecchio non si sarebbe mai arrischiato
    d'accennare,  non che d'esprimere la sua disapprovazione  di  ci  che
    vedeva tutto il giorno: appena ne faceva qualche esclamazione, qualche
    rimprovero  tra  i  denti a' suoi colleghi di servizio;  i quali se ne
    ridevano,  e prendevano anzi piacere qualche volta  a  toccargli  quel
    tasto,  per  fargli dir di pi che non avrebbe voluto,  e per sentirlo
    ricantar le lodi dell'antico modo di vivere in  quella  casa.  Le  sue
    censure  non  arrivavano agli orecchi del padrone che accompagnate dal
    racconto delle risa che se n'eran fatte;  dimodoch  riuscivano  anche
    per  lui  un soggetto di scherno,  senza risentimento.  Ne' giorni poi
    d'invito e di ricevimento, il vecchio diventava un personaggio serio e
    d'importanza.
    Il padre Cristoforo lo guard, passando, lo salut, e seguitava la sua
    strada;  ma il vecchio se gli accost misteriosamente,  mise  il  dito
    alla bocca, e poi, col dito stesso, gli fece un cenno, per invitarlo a
    entrar  con  lui in un andito buio.  Quando furon l,  gli disse sotto
    voce: "padre, ho sentito tutto, e ho bisogno di parlarle".
    "Dite presto, buon uomo."
    "Qui no: guai se il padrone s'avvede...  Ma io so molte cose;  e vedr
    di venir domani al convento."
    "C' qualche disegno?"
    "Qualcosa  per aria c' di sicuro: gi me ne son potuto accorgere.  Ma
    ora star sull'intesa, e spero di scoprir tutto.  Lasci fare a me.  Mi
    tocca a vedere e a sentir cose...! cose di fuoco! Sono in una casa...!
    Ma io vorrei salvar l'anima mia."
    "Il  Signore vi benedica!" e,  proferendo sottovoce queste parole,  il
    frate mise la mano sul capo bianco del servitore, che,  quantunque pi
    vecchio  di  lui,   gli  stava  curvo  dinanzi,  nell'attitudine  d'un
    figliuolo.  "Il Signore vi  ricompenser,"  prosegu  il  frate:  "non
    mancate di venir domani."
    "Verr,"  rispose il servitore: "ma lei vada via subito e...  per amor
    del cielo... non mi nomini." Cos dicendo, e guardando intorno,  usc,
    per  l'altra  parte  dell'andito,  in  un salotto,  che rispondeva nel
    cortile;  e,  visto il campo libero,  chiam fuori il buon  frate,  il
    volto  del  quale  rispose  a  quell'ultima  parola pi chiaro che non
    avrebbe potuto  fare  qualunque  protesta.  Il  servitore  gli  addit
    l'uscita; e il frate, senza dir altro, part.
    Quell'uomo  era stato a sentire all'uscio del suo padrone: aveva fatto
    bene? E fra Cristoforo faceva bene a lodarlo di ci? Secondo le regole
    pi comuni e men contraddette,   cosa molto brutta;  ma quel caso non
    poteva  riguardarsi  come un'eccezione?  E ci sono dell'eccezioni alle
    regole pi comuni e men contraddette? Questioni importanti;  ma che il
    lettore  risolver da s,  se ne ha voglia.  Noi non intendiamo di dar
    giudizi: ci basta d'aver dei fatti da raccontare.
    Uscito fuori,  e voltate le spalle a quella casaccia,  fra  Cristoforo
    respir  pi  liberamente,  e  s'avvi  in fretta per la scesa,  tutto
    infocato in volto, commosso e sottosopra, come ognuno pu immaginarsi,
    per quel che aveva sentito, e per quel che aveva detto. Ma quella cos
    inaspettata esibizione del vecchio era stata un gran  ristorativo  per
    lui:  gli  pareva che il cielo gli avesse dato un segno visibile della
    sua protezione.  Ecco un filo, pensava,  un filo che la provvidenza mi
    mette  nelle mani.  E in quella casa medesima!  E senza ch'io sognassi
    neppure di cercarlo!    -    Cos  ruminando,  alz  gli  occhi  verso
    l'occidente,  vide il sole inclinato,  che gi gi toccava la cima del
    monte,  e pens che rimaneva  ben  poco  del  giorno.  Allora,  bench
    sentisse  le  ossa  gravi  e  fiaccate  da'  vari  strapazzi di quella
    giornata, pure studi di pi il passo,  per poter riportare un avviso,
    qual si fosse,  a' suoi protetti,  e arrivar poi al convento, prima di
    notte: che  era  una  delle  leggi  pi  precise,  e  pi  severamente
    mantenute del codice cappuccinesco.
    Intanto,  nella  casetta  di  Lucia,  erano  stati  messi  in  campo e
    ventilati disegni, de' quali ci conviene informare il lettore. Dopo la
    partenza del frate,  i  tre  rimasti  erano  stati  qualche  tempo  in
    silenzio;  Lucia  preparando tristamente il desinare;  Renzo sul punto
    d'andarsene  ogni  momento,  per  levarsi  dalla  vista  di  lei  cos
    accorata, e non sapendo staccarsi; Agnese tutta intenta, in apparenza,
    all'aspo  che  faceva  girare.  Ma,  in  realt,  stava  maturando  un
    progetto;  e,  quando le parve maturo,  ruppe il  silenzio  in  questi
    termini:
    "Sentite, figliuoli! Se volete aver cuore e destrezza, quanto bisogna,
    se vi fidate di vostra madre," a quel "vostra" Lucia si riscosse,  "io
    m'impegno di cavarvi di quest'impiccio, meglio forse, e pi presto del
    padre Cristoforo, quantunque sia quell'uomo che ." Lucia rimase l, e
    la guard con un volto ch'esprimeva pi maraviglia che fiducia in  una
    promessa   tanto   magnifica;   e  Renzo  disse  subitamente:  "cuore?
    destrezza? dite, dite pure quel che si pu fare."
    "Non  vero," prosegu Agnese, "che, se foste maritati, si sarebbe gi
    un pezzo avanti?  E che a tutto il resto si troverebbe pi  facilmente
    ripiego?"
    "C'  dubbio?" disse Renzo: "maritati che fossimo...  tutto il mondo 
    paese;  e,  a due passi di qui,  sul bergamasco,  chi  lavora  seta  
    ricevuto a braccia aperte. Sapete quante volte Bortolo mio cugino m'ha
    fatto sollecitare d'andar l a star con lui, che farei fortuna, com'ha
    fatto lui: e se non gli ho mai dato retta,  gli ... che serve? perch
    il mio cuore era qui. Maritati, si va tutti insieme,  si mette su casa
    l, si vive in santa pace, fuor dell'unghie di questo ribaldo, lontano
    dalla tentazione di fare uno sproposito. N' vero, Lucia?"
    "Si," disse Lucia: "ma come...?"
    "Come ho detto io," riprese la madre: "cuore e destrezza;  e la cosa 
    facile."
    "Facile!" dissero insieme que' due, per cui la cosa era divenuta tanto
    stranamente e dolorosamente difficile.
    "Facile, a saperla fare," replic Agnese. "Ascoltatemi bene, che vedr
    di farvela intendere. Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho
    veduto io un caso,  che,  per fare un matrimonio,  ci vuole  bens  il
    curato, ma non  necessario che voglia; basta che ci sia."
    "Come sta questa faccenda?" domand Renzo.
    "Ascoltate  e  sentirete.  Bisogna  aver due testimoni ben lesti e ben
    d'accordo.   Si  va  dal  curato:   il   punto   sta   di   chiapparlo
    all'improvviso,  che non abbia tempo di scappare.  L'uomo dice: signor
    curato,  questa  mia moglie;  la donna dice: signor curato,  questo 
    mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il
    matrimonio  bell'e fatto,  sacrosanto come se l'avesse fatto il papa.
    Quando le parole son dette, il curato pu strillare, strepitare,  fare
    il diavolo;  inutile; siete marito e moglie."
    "Possibile?" esclam Lucia.
    "Come!"  disse  Agnese:  "state  a  vedere  che,  in trent'anni che ho
    passati in questo mondo,  prima  che  nasceste  voi  altri,  non  avr
    imparato  nulla.  La  cosa  tale quale ve la dico: per segno tale che
    una mia amica,  che voleva prender uno  contro  la  volont  de'  suoi
    parenti, facendo in quella maniera, ottenne il suo intento. Il curato,
    che  ne aveva sospetto,  stava all'erta;  ma i due diavoli seppero far
    cos bene,  che lo colsero in un punto giusto,  dissero le  parole,  e
    furon marito e moglie: bench la poveretta se ne pent poi,  in capo a
    tre giorni."
    Agnese diceva il vero,  e riguardo alla  possibilit,  e  riguardo  al
    pericolo  di  non ci riuscire: ch,  siccome non ricorrevano a un tale
    espediente,  se non persone che avesser  trovato  ostacolo  o  rifiuto
    nella  via  ordinaria,  cos  i parrochi mettevan gran cura a scansare
    quella cooperazione forzata; e, quando un d'essi venisse pure sorpreso
    da una di quelle coppie,  accompagnata da testimoni,  faceva di  tutto
    per iscapolarsene, come Proteo dalle mani di coloro che volevano farlo
    vaticinare per forza.
    "Se  fosse  vero,   Lucia!"  disse  Renzo,   guardandola  con  un'aria
    d'aspettazione supplichevole.
    "Come!  se fosse vero!" disse Agnese.  "Anche voi credete  ch'io  dica
    fandonie. Io m'affanno per voi, e non son creduta: bene bene; cavatevi
    d'impiccio come potete: io me ne lavo le mani."
    "Ah no!  non ci abbandonate," disse Renzo. "Parlo cos, perch la cosa
    mi par troppo bella.  Sono nelle vostre mani;  vi  considero  come  se
    foste proprio mia madre."
    Queste parole fecero svanire il piccolo sdegno d'Agnese, e dimenticare
    un proponimento che, per verit, non era stato serio.
    "Ma  perch  dunque,  mamma,"  disse  Lucia,  con  quel  suo  contegno
    sommesso,  "perch  questa  cosa  non    venuta  in  mente  al  padre
    Cristoforo?"
    "In mente?" rispose Agnese: "pensa se non gli sar venuta in mente! Ma
    non ne avr voluto parlare."
    "Perch?" domandarono a un tratto i due giovani.
    "Perch...  perch,  quando  lo volete sapere,  i religiosi dicono che
    veramente  cosa che non ist bene."
    "Come pu essere che non istia bene,  e che  sia  ben  fatta,  quand'
    fatta?" disse Renzo.
    "Che  volete  ch'io vi dica?" rispose Agnese.  "La legge l'hanno fatta
    loro, come gli  piaciuto; e noi poverelli non possiamo capir tutto. E
    poi quante  cose...  Ecco;    come  lasciar  andare  un  pugno  a  un
    cristiano.  Non ist bene; ma, dato che gliel abbiate, neanche il papa
    non glielo pu levare."
    "Se  cosa che non ist bene," disse Lucia, "non bisogna farla."
    "Che!" disse Agnese,  "ti vorrei forse dare un parere contro il  timor
    di Dio?  Se fosse contro la volont de' tuoi parenti,  per prendere un
    rompicollo... ma, contenta me,  e per prender questo figliuolo;  e chi
    fa nascer tutte le difficolt  un birbone; e il signor curato..."
    "L' chiara, che l'intenderebbe ognuno," disse Renzo.
    "Non  bisogna  parlarne  al  padre Cristoforo,  prima di far la cosa,"
    prosegu Agnese: "ma,  fatta che sia e ben riuscita,  che pensi tu che
    ti dir il padre?   -  Ah figliuola!  una scappata grossa, me l'avete
    fatta.  -  I religiosi devon parlar cos.  Ma credi pure che,  in cuor
    suo, sar contento anche lui."
    Lucia,  senza  trovar  che  rispondere  a  quel  ragionamento,  non ne
    sembrava per capacitata: ma Renzo,  tutto rincorato,  disse: "quand'
    cos, la cosa  fatta."
    "Piano," disse Agnese.  "E i testimoni? Trovar due che vogliano, e che
    intanto sappiano stare zitti!  E poter cogliere il signor curato  che,
    da  due  giorni,  se ne sta rintanato in casa?  E farlo star l?  ch,
    bench sia pesante di sua  natura,  vi  so  dir  io  che,  al  vedervi
    comparire  in  quella  conformit,  diventer  lesto come un gatto,  e
    scapper come il diavolo dall'acqua santa."
    "L'ho trovato io il verso,  l'ho trovato," disse  Renzo,  battendo  il
    pugno  sulla  tavola,  e facendo balzellare le stoviglie apparecchiate
    per il desinare.  E seguit esponendo  il  suo  pensiero,  che  Agnese
    approv in tutto e per tutto.
    "Son  imbrogli,"  disse  Lucia:  "non  son cose lisce.  Finora abbiamo
    operato sinceramente: tiriamo avanti con fede,  e Dio ci  aiuter:  il
    padre Cristoforo l'ha detto. Sentiamo il suo parere."
    "Lasciati  guidare  da  chi ne sa pi di te," disse Agnese,  con volto
    grave.  "Che bisogno c' di chieder pareri?  Dio dice: aiutati,  ch'io
    t'aiuto. Al padre racconteremo tutto, a cose fatte."
    "Lucia," disse Renzo,  "volete voi mancarmi ora? Non avevamo noi fatto
    tutte le cose da buon cristiani?  Non  dovremmo  esser  gi  marito  e
    moglie? Il curato non ci aveva fissato lui il giorno e l'ora? E di chi
     la colpa,  se dobbiamo ora aiutarci con un po' d'ingegno? No, non mi
    mancherete. Vado e torno con la risposta." E, salutando Lucia,  con un
    atto  di  preghiera,  e Agnese,  con un'aria d'intelligenza,  part in
    fretta.
    Le tribolazioni aguzzano il cervello: e Renzo il quale,  nel  sentiero
    retto  e  piano  di  vita  percorso  da lui fin allora,  non s'era mai
    trovato nell'occasione d'assottigliar  molto  il  suo,  ne  aveva,  in
    questo  caso,  immaginata una,  da far onore a un giureconsulto.  And
    addirittura,  secondo che aveva disegnato,  alla  casetta  d'un  certo
    Tonio,  ch'era  l poco distante;  e lo trov in cucina,  che,  con un
    ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano,  l'orlo
    d'un  paiolo,  messo  sulle  ceneri  calde,  dimenava,  col matterello
    ricurvo,  una piccola polenta bigia,  di gran saraceno.  La madre,  un
    fratello,  la  moglie  di  Tonio,  erano  a  tavola;  e  tre o quattro
    ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando,  con gli occhi
    fissi  al paiolo,  che venisse il momento di scodellare.  Ma non c'era
    quell'allegria che la vista del desinare suol pur dare a  chi  se  l'
    meritato  con  la  fatica.   La  mole  della  polenta  era  in  ragion
    dell'annata,  e non del numero e della buona voglia de' commensali:  e
    ognun  d'essi,  fissando,  con  uno sguardo bieco d'amor rabbioso,  la
    vivanda comune, pareva pensare alla porzione d'appetito, che le doveva
    sopravvivere.  Mentre Renzo barattava i saluti con la famiglia,  Tonio
    scodell la polenta sulla tafferia di faggio,  che stava apparecchiata
    a riceverla: e parve una piccola luna,  in un gran cerchio di  vapori.
    Nondimeno  le  donne  dissero  cortesemente  a  Renzo:  "volete restar
    servito?",  complimento che il contadino di Lombardia,  e  chi  sa  di
    quant'altri  paesi!  non lascia mai di fare a chi lo trovi a mangiare,
    quand'anche questo fosse un ricco epulone alzatosi allora da tavola, e
    lui fosse all'ultimo boccone.
    "Vi ringrazio," rispose Renzo: "venivo solamente per dire una parolina
    a Tonio; e, se vuoi, Tonio,  per non disturbar le tue donne,  possiamo
    andar  a  desinare  all'osteria,  e  l parleremo." La proposta fu per
    Tonio tanto pi gradita, quanto meno aspettata; e le donne,  e anche i
    bimbi (giacch,  su questa materia, principian presto a ragionare) non
    videro mal volentieri che si sottraesse alla polenta un concorrente, e
    il pi formidabile.  L'invitato non istette a domandar altro,  e  and
    con Renzo.
    Giunti all'osteria del villaggio;  seduti,  con tutta libert,  in una
    perfetta solitudine,  giacch  la  miseria  aveva  divezzati  tutti  i
    frequentatori di quel luogo di delizie; fatto portare quel poco che si
    trovava;  votato un boccale di vino; Renzo, con aria di mistero, disse
    a Tonio: "se tu vuoi farmi un piccolo servizio,  io te ne voglio  fare
    uno grande."
    "Parla,  parla;  comandami  pure," rispose Tonio,  mescendo.  "Oggi mi
    butterei nel fuoco per te."
    "Tu hai un debito di venticinque lire col signor curato, per fitto del
    suo campo, che lavoravi, l'anno passato."
    "Ah, Renzo,  Renzo!  tu mi guasti il benefizio.  Con che cosa mi vieni
    fuori? M'hai fatto andar via il buon umore."
    "Se  ti  parlo  del debito," disse Renzo,  " perch,  se tu vuoi,  io
    intendo di darti il mezzo di pagarlo."
    "Dici davvero?"
    "Davvero. Eh? saresti contento?"
    "Contento? Per diana,  se sarei contento!  Se non foss'altro,  per non
    veder  pi que' versacci,  e que' cenni col capo,  che mi fa il signor
    curato,   ogni  volta  che  c'incontriamo.   E  poi   sempre:   Tonio,
    ricordatevi: Tonio,  quando ci vediamo,  per quel negozio? A tal segno
    che quando, nel predicare, mi fissa quegli occhi addosso, io sto quasi
    in timore che abbia a dirmi,  l in pubblico: quelle venticinque lire!
    Che maledette siano le venticinque lire!  E poi, m'avrebbe a restituir
    la collana d'oro di mia moglie,  che la baratterei in  tanta  polenta.
    Ma..."
    "Ma,  ma,  se tu mi vuoi fare un servizietto,  le venticinque lire son
    preparate."
    "Di' su."
    "Ma...!" disse Renzo, mettendo il dito alla bocca.
    "Fa bisogno di queste cose? tu mi conosci."
    "Il signor curato va cavando  fuori  certe  ragioni  senza  sugo,  per
    tirare in lungo il mio matrimonio;  e io in vece vorrei spicciarmi. Mi
    dicon di sicuro che,  presentandosegli davanti i due  sposi,  con  due
    testimoni,  e  dicendo io: questa  mia moglie,  e Lucia: questo  mio
    marito, il matrimonio  bell'e fatto. M'hai tu inteso?"
    "Tu vuoi ch'io venga per testimonio?"
    "Per l'appunto."
    "E pagherai per me le venticinque lire?"
    "Cos l'intendo."
    "Birba chi manca."
    "Ma bisogna trovare un altro testimonio."
    "L'ho trovato. Quel sempliciotto di mio fratel Gervaso far quello che
    gli dir io. Tu gli pagherai da bere?"
    "E da mangiare," rispose Renzo. "Lo condurremo qui a stare allegro con
    noi. Ma sapr fare?"
    "Gl'insegner io: tu sai bene ch'io ho avuta anche  la  sua  parte  di
    cervello."
    "Domani..."
    "Bene."
    "Verso sera..."
    "Benone."
    "Ma!..." disse Renzo, mettendo di nuovo il dito alla bocca.
    "Poh!..."  rispose  Tonio,  piegando  il  capo sulla spalla destra,  e
    alzando la mano sinistra, con un viso che diceva: mi fai torto.
    "Ma, se tua moglie ti domanda, come ti domander, senza dubbio..."
    "Di bugie, sono in debito io con mia moglie, e tanto tanto, che non so
    se arriver mai a saldare il conto. Qualche pastocchia la trover,  da
    metterle il cuore in pace."
    "Domattina," disse Renzo, "discorreremo con pi comodo, per intenderci
    bene su tutto."
    Con  questo,   uscirono  dall'osteria,  Tonio  avviandosi  a  casa,  e
    studiando la fandonia che racconterebbe alle donne,  e Renzo a  render
    conto de' concerti presi.
    In  questo  tempo  Agnese,  s'era  affaticata  invano  a  persuader la
    figliuola.  Questa andava opponendo a ogni  ragione,  ora  l'una,  ora
    l'altra  parte  del  suo  dilemma: o la cosa  cattiva,  e non bisogna
    farla; o non , e perch non dirla al padre Cristoforo?
    Renzo arriv tutto trionfante, fece il suo rapporto,  e termin con un
    "ahn?"  interiezione  che  significa:  sono o non sono un uomo io?  si
    poteva trovar di meglio?  vi sarebbe venuta in  mente?  e  cento  cose
    simili.
    Lucia  tentennava mollemente il capo;  ma i due infervorati le badavan
    poco, come si suol fare con un fanciullo, al quale non si spera di far
    intendere tutta la ragione d'una cosa,  e che s'indurr  poi,  con  le
    preghiere e con l'autorit, a ci che si vuol da lui.
    "Va bene," disse Agnese: "va bene; tutto."
    "Cosa ci manca?" rispose Renzo.
    "E Perpetua?  non avete pensato a Perpetua.  Tonio e suo fratello,  li
    lascer entrare;  ma voi!  voi due!  pensate!  avr ordine di  tenervi
    lontani, pi che un ragazzo da un pero che ha le frutte mature."
    "Come faremo?" disse Renzo, un po' imbrogliato.
    "Ecco:  ci  ho  pensato  io.  Verr  io  con voi;  e ho un segreto per
    attirarla, e per incantarla di maniera che non s'accorga di voi altri,
    e possiate entrare.  La  chiamer  io,  e  le  toccher  una  corda...
    vedrete."
    "Benedetta  voi!"  esclam  Renzo: "l'ho sempre detto che siete nostro
    aiuto in tutto."
    "Ma tutto questo non serve a nulla," disse Agnese, "se non si persuade
    costei, che si ostina a dire che  peccato."
    Renzo mise in campo anche lui  la  sua  eloquenza;  ma  Lucia  non  si
    lasciava smovere.
    "Io  non  so che rispondere a queste vostre ragioni," diceva: "ma vedo
    che, per far questa cosa, come dite voi,  bisogna andar avanti a furia
    di sotterfugi,  di bugie, di finzioni. Ah Renzo! non abbiam cominciato
    cos.  Io voglio esser vostra moglie," e non c'era verso  che  potesse
    proferir quella parola, e spiegar quell'intenzione, senza fare il viso
    rosso: "io voglio esser vostra moglie,  ma per la strada diritta,  col
    timor di Dio, all'altare. Lasciamo fare a Quello lass. Non volete che
    sappia trovar Lui il bandolo d'aiutarci,  meglio che non possiamo  far
    noi,  con  tutte  codeste  furberie?  E  perch  far  misteri al padre
    Cristoforo?"
    La disputa durava tuttavia,  e non pareva vicina a finire,  quando  un
    calpesto  affrettato  di  sandali,  e  un  rumore di tonaca sbattuta,
    somigliante a quello che fanno in una vela allentata i soffi  ripetuti
    del  vento,  annunziarono  il padre Cristoforo.  Si chetaron tutti;  e
    Agnese ebbe appena tempo di sussurrare all'orecchio  di  Lucia:  "bada
    bene, ve', di non dirgli nulla."






    CAPITOLO 7.

    Il  padre  Cristoforo  annuncia  il vano risultato del suo tentativo.-
    Renzo va in furie.   -  Lucia si arrende al parere di Agnese.-  Menico
    dal padre Cristoforo.   -  Il losco disegno di don Rodrigo.  -  Strani
    figuri girano per il paese.  -  Il vecchio servitore va ad avvisare il
    cappuccino.   -  Renzo cena con Tonio e Gervaso all'osteria.    -    A
    notte fatta la brigata si reca dal curato.

    Il  padre  Cristoforo arrivava nell'attitudine d'un buon capitano che,
    perduta,  senza sua colpa,  una battaglia importante,  afflitto ma non
    scoraggito,  sopra pensiero ma non sbalordito, di corsa e non in fuga,
    si porta dove il bisogno lo chiede, a premunire i luoghi minacciati, a
    raccoglier le truppe, a dar nuovi ordini.
    "La pace sia con voi," disse, nell'entrare.  "Non c' nulla da sperare
    dall'uomo:  tanto pi bisogna confidare in Dio: e gi ho qualche pegno
    della sua protezione."
    Sebbene nessuno  dei  tre  sperasse  molto  nel  tentativo  del  padre
    Cristoforo,   giacch   il   vedere   un   potente  ritirarsi  da  una
    soverchieria,  senza esserci costretto,  e per mera  condiscendenza  a
    preghiere disarmate, era cosa piuttosto inaudita che rara; nulladimeno
    la  trista  certezza  fu  un colpo per tutti.  Le donne abbassarono il
    capo;  ma  nell'animo  di  Renzo,   l'ira  prevalse  all'abbattimento.
    Quell'annunzio  lo trovava gi amareggiato da tante sorprese dolorose,
    da tanti tentativi andati a vto, da tante speranze deluse, e,  per di
    pi, esacerbato, in quel momento, dalle ripulse di Lucia.
    "Vorrei sapere," grid, digrignando i denti, e alzando la voce, quanto
    non   aveva  mai  fatto  prima  d'allora,   alla  presenza  del  padre
    Cristoforo;  "vorrei sapere  che  ragioni  ha  dette  quel  cane,  per
    sostenere...  per  sostenere  che  la  mia sposa non dev'essere la mia
    sposa."
    "Povero Renzo!" rispose il frate, con una voce grave e pietosa,  e con
    uno  sguardo  che comandava amorevolmente la pacatezza: "se il potente
    che vuol commettere l'ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le  sue
    ragioni, le cose non anderebbero come vanno."
    "Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perch non vuole?"
    "Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio
    se, per commetter l'iniquit, dovessero confessarla apertamente."
    "Ma qualcosa ha dovuto dire: cos'ha detto quel tizzone d'inferno?"
    "Le  sue  parole,  io  l'ho sentite,  e non te le saprei ripetere.  Le
    parole dell'iniquo che  forte, penetrano e sfuggono. Pu adirarsi che
    tu mostri sospetto di lui,  e,  nello stesso tempo,  farti sentire che
    quello  di  che tu sospetti  certo: pu insultare e chiamarsi offeso,
    schernire e chieder ragione, atterrire e lagnarsi,  essere sfacciato e
    irreprensibile.  Non chieder pi in l. Colui non ha proferito il nome
    di questa innocente, n il tuo;  non ha figurato nemmen di conoscervi,
    non  ha  detto  di  pretender  nulla;  ma...  ma  pur troppo ho dovuto
    intendere  ch'  irremovibile.  Nondimeno,  confidenza  in  Dio!  Voi,
    poverette,  non vi perdete d'animo;  e tu,  Renzo...  oh!  credi pure,
    ch'io so mettermi ne' tuoi panni, ch'io sento quello che passa nel tuo
    cuore. Ma, pazienza!  E' una magra parola,  una parola amara,  per chi
    non  crede;  ma  tu...!  non vorrai tu concedere a Dio un giorno,  due
    giorni,  il tempo che vorr prendere,  per far trionfare la giustizia?
    Il tempo  suo;  e ce n'ha promesso tanto! 7 Lascia fare a Lui, Renzo;
    e sappi... sappiate tutti ch'io ho gi in mano un filo,  per aiutarvi.
    Per  ora,  non  posso dirvi di pi.  Domani io non verr quass;  devo
    stare al convento tutto il giorno,  per voi.  Tu,  Renzo,  procura  di
    venirci:  o se,  per caso impensato,  tu non potessi,  mandate un uomo
    fidato, un garzoncello di giudizio, per mezzo del quale io possa farvi
    sapere quello che occorrer.  Si  fa  buio;  bisogna  ch'io  corra  al
    convento. Fede, coraggio; e addio."
    Detto  questo,  usc  in  fretta,  e  se  n'and,  correndo,  e  quasi
    saltelloni, gi per quella viottola storta e sassosa,  per non arrivar
    tardi  al convento,  a rischio di buscarsi una buona sgridata,  o quel
    che gli sarebbe pesato ancor pi, una penitenza, che gl'impedisse,  il
    giorno dopo, di trovarsi pronto e spedito a ci che potesse richiedere
    il bisogno de' suoi protetti.
    "Avete sentito cos'ha detto d'un non so che...  d'un filo che ha,  per
    aiutarci?" disse Lucia. "Convien fidarsi a lui;  un uomo che,  quando
    promette dieci..."
    "Se  non c' altro...!" interruppe Agnese.  "Avrebbe dovuto parlar pi
    chiaro, o chiamar me da una parte, e dirmi cosa sia questo..."
    "Chiacchiere!  la finir io: io la finir!" interruppe  Renzo,  questa
    volta,  andando in su e in gi per la stanza,  e con una voce,  con un
    viso, da non lasciar dubbio sul senso di quelle parole.
    "Oh Renzo!" esclam Lucia.
    "Cosa volete dire?" esclam Agnese.
    "Che bisogno c' di dire? La finir io. Abbia pur cento, mille diavoli
    nell'anima, finalmente  di carne e ossa anche lui..."
    "No,  no,  per amor del cielo...!" cominci Lucia;  ma  il  pianto  le
    tronc la voce.
    "Non son discorsi da farsi, neppur per burla," disse Agnese.
    "Per burla?" grid Renzo, fermandosi ritto in faccia ad Agnese seduta,
    e piantandole in faccia due occhi stralunati.  "Per burla!  vedrete se
    sar burla."
    "Oh Renzo!" disse Lucia,  a stento,  tra i singhiozzi: "non  v'ho  mai
    visto cos."
    "Non  dite queste cose,  per amor del cielo," riprese ancora in fretta
    Agnese, abbassando la voce. "Non vi ricordate quante braccia ha al suo
    comando colui?  E quand'anche...  Dio liberi!...  contro i poveri  c'
    sempre giustizia."
    "La far io,  la giustizia,  io! E' ormai tempo. La cosa non  facile:
    lo so anch'io. Si guarda bene, il cane assassino: sa come sta;  ma non
    importa.  Risoluzione e pazienza...  e il momento arriva.  S, la far
    io,  la  giustizia:  lo  liberer  io,   il  paese:  quanta  gente  mi
    benedir...! e poi in tre salti...!"
    L'orrore  che  Lucia sent di queste pi chiare parole,  le sospese il
    pianto,  e le diede forza di parlare.  Levando  dalle  palme  il  viso
    lagrimoso,  disse  a  Renzo,  con  voce  accorata,  ma  risoluta: "non
    v'importa pi dunque d'avermi per  moglie.  Io  m'era  promessa  a  un
    giovine che aveva il timor di Dio;  ma un uomo che avesse...  Fosse al
    sicuro d'ogni giustizia e d'ogni vendetta,  foss'anche il  figlio  del
    re..."
    "E  bene!"  grid  Renzo,  con  un viso pi che mai stravolto: "io non
    v'avr; ma non v'avr n anche lui. Io qui senza di voi,  e lui a casa
    del..."
    "Ah  no!  per carit,  non dite cos,  non fate quegli occhi: no,  non
    posso vedervi cos," esclam Lucia,  piangendo,  supplicando,  con  le
    mani giunte;  mentre Agnese chiamava e richiamava il giovine per nome,
    e gli palpava le spalle, le braccia, le mani, per acquietarlo.  Stette
    egli immobile e pensieroso,  qualche tempo, a contemplar quella faccia
    supplichevole di Lucia; poi, tutt'a un tratto, la guard torvo,  diede
    addietro,  tese il braccio e l'indice verso di essa, e grid: "questa!
    s questa egli vuole. Ha da morire!"
    "E io che male v'ho fatto,  perch mi facciate morire?"  disse  Lucia,
    buttandosegli inginocchioni davanti.
    "Voi!"  rispose,  con  una  voce  ch'esprimeva un'ira ben diversa,  ma
    un'ira tuttavia: "voi! Che bene mi volete voi? Che prova m'avete data?
    Non v'ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no!"
    "S s," rispose precipitosamente Lucia:  "verr  dal  curato  domani,
    ora, se volete; verr. Tornate quello di prima; verr."
    "Me lo promettete?" disse Renzo,  con una voce e con un viso divenuto,
    tutt'a un tratto, pi umano.
    "Ve lo prometto."
    "Me l'avete promesso."
    "Signore, vi ringrazio!" esclam Agnese, doppiamente contenta.
    In mezzo a quella  sua  gran  collera,  aveva  Renzo  pensato  di  che
    profitto  poteva  esser  per  lui  lo  spavento di Lucia?  E non aveva
    adoperato un po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare?  Il
    nostro  autore  protesta di non ne saper nulla;  e io credo che nemmen
    Renzo non lo sapesse bene.  Il fatto sta  ch'era  realmente  infuriato
    contro don Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e
    quando  due  forti  passioni  schiamazzano insieme nel cuor d'un uomo,
    nessuno,  neppure il paziente,  pu sempre distinguer chiaramente  una
    voce dall'altra, e dir con sicurezza qual sia quella che predomini.
    "Ve l'ho promesso," rispose Lucia,  con un tono di rimprovero timido e
    affettuoso: "ma anche voi avevate promesso di non  fare  scandoli,  di
    rimettervene al padre..."
    "Oh via!  per amor di chi vado in furia? Volete tornare indietro, ora?
    e farmi fare uno sproposito?"
    "No no," disse Lucia, cominciando a rispaventarsi. "Ho promesso, e non
    mi ritiro.  Ma vedete voi come mi  avete  fatto  promettere.  Dio  non
    voglia..."
    "Perch volete far de' cattivi auguri,  Lucia?  Dio sa che non facciam
    male a nessuno."
    "Promettetemi almeno che questa sar l'ultima."
    "Ve lo prometto, da povero figliuolo."
    "Ma, questa volta, mantenete poi," disse Agnese.
    Qui l'autore confessa di non sapere un'altra cosa: se Lucia fosse,  in
    tutto e per tutto,  malcontenta d'essere stata spinta ad acconsentire.
    Noi lasciamo, come lui, la cosa in dubbio.
    Renzo avrebbe voluto prolungare il discorso,  e  fissare,  a  parte  a
    parte,  quello che si doveva fare il giorno dopo;  ma era gi notte, e
    le donne gliel'augurarono buona;  non parendo  loro  cosa  conveniente
    che, a quell'ora, si trattenesse pi a lungo.
    La  notte  per  fu a tutt'e tre cos buona come pu essere quella che
    succede a un giorno pieno d'agitazione e di guai, e che ne precede uno
    destinato a un'impresa importante, e d'esito incerto.  Renzo si lasci
    veder di buon'ora, e concert con le donne, o piuttosto con Agnese, la
    grand'operazione  della  sera,  proponendo  e  sciogliendo  a  vicenda
    difficolt,  antivedendo contrattempi e ricominciando,  ora l'uno  ora
    l'altra,  a  descriver  la  faccenda,  come  si racconterebbe una cosa
    fatta.  Lucia ascoltava;  e,  senza approvar con parole  ci  che  non
    poteva approvare in cuor suo, prometteva di far meglio che saprebbe.
    "Anderete voi gi al convento,  per parlare al padre Cristoforo,  come
    v'ha detto ier sera?" domand Agnese a Renzo.
    "Le zucche!" rispose questo: "sapete che diavoli d'occhi ha il  padre:
    mi leggerebbe in viso, come sur un libro, che c' qualcosa per aria; e
    se cominciasse a farmi dell'interrogazioni, non potrei uscirne a bene.
    E  poi,  io  devo star qui,  per accudire all'affare.  Sar meglio che
    mandiate voi qualcheduno."
    "Mander Menico."
    "Va bene," rispose Renzo; e part, per accudire all'affare, come aveva
    detto.
    Agnese and a una casa vicina,  a cercar Menico,  ch'era un ragazzetto
    di circa dodici anni, sveglio la sua parte, e che, per via di cugini e
    di cognati,  veniva a essere un po' suo nipote.  Lo chiese ai parenti,
    come in prestito,  per tutto quel giorno,  "per  un  certo  servizio,"
    diceva. Avutolo, lo condusse nella sua cucina, gli diede da colazione,
    e  gli  disse che andasse a Pescarenico,  e si facesse vedere al padre
    Cristoforo,  il quale lo rimanderebbe poi,  con una  risposta,  quando
    sarebbe tempo.  "Il padre Cristoforo, quel bel vecchio, tu sai, con la
    barba bianca, quello che chiamano il santo..."
    "Ho capito," disse Menico: "quello che ci accarezza sempre,  noi altri
    ragazzi, e ci d, ogni tanto, qualche santino."
    "Appunto,  Menico. E se ti dir che tu aspetti qualche poco, l vicino
    al convento,  non ti sviare: bada di non andar,  con de' compagni,  al
    lago,  a veder pescare,  n a divertirti con le reti attaccate al muro
    ad asciugare, n a far quell'altro tuo giochetto solito..."
    Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello;  e  si
    sa che tutti,  grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali
    abbiamo abilit: non dico quelle sole.
    "Poh! zia; non son poi un ragazzo."
    "Bene, abbi giudizio;  e,  quando tornerai con la risposta...  guarda;
    queste due belle "parpagliole" nuove son per te."
    "Datemele ora, ch' lo stesso."
    "No,  no,  tu le giocheresti. Va, e portati bene; che n'avrai anche di
    pi."
    Nel rimanente di quella lunga mattinata,  si videro certe  novit  che
    misero  non  poco  in sospetto l'animo gi conturbato delle donne.  Un
    mendico, n rifinito n cencioso come i suoi pari, e con un non so che
    d'oscuro e di sinistro nel sembiante, entr a chieder la carit, dando
    in qua e in l cert'occhiate da spione.  Gli fu dato un pezzo di pane,
    che  ricevette  e  ripose,  con  un'indifferenza  mal dissimulata.  Si
    trattenne poi,  con una certa sfacciataggine,  e,  nello stesso tempo,
    con esitazione, facendo molte domande, alle quali Agnese s'affrett di
    risponder sempre il contrario di quello che era.  Movendosi,  come per
    andar via, finse di sbagliar l'uscio, entr in quello che metteva alla
    scala, e l diede un'altra occhiata in fretta,  come pot.  Gridatogli
    dietro:  "ehi  ehi!  dove  andate galantuomo?  di qua!  di qua!" torn
    indietro, e usc dalla parte che gli veniva indicata, scusandosi,  con
    una  sommissione,  con un'umilt affettata,  che stentava a collocarsi
    nei lineamenti duri di quella faccia.
    Dopo costui,  continuarono a farsi vedere,  di tempo in  tempo,  altre
    strane figure.  Che razza d'uomini fossero,  non si sarebbe potuto dir
    facilmente;  ma non si poteva creder neppure che fossero quegli onesti
    viandanti  che  volevan  parere.  Uno  entrava  col  pretesto di farsi
    insegnare la strada; altri,  passando davanti all'uscio,  rallentavano
    il passo, e guardavan sott'occhio nella stanza, a traverso il cortile,
    come  chi  vuol  vedere  senza  dar  sospetto.  Finalmente,  verso  il
    mezzogiorno, quella fastidiosa processione fin.  Agnese s'alzava ogni
    tanto,  attraversava  il  cortile,  s'affacciava  all'uscio di strada,
    guardava a destra e a sinistra,  e tornava dicendo: "nessuno":  parola
    che proferiva con piacere,  e che Lucia con piacere sentiva, senza che
    n l'una n l'altra ne sapessero ben  chiaramente  il  perch.  Ma  ne
    rimase  a tutt'e due una non so quale inquietudine,  che lev loro,  e
    alla figliuola principalmente,  una gran parte del coraggio che avevan
    messo in serbo per la sera.
    Convien per che il lettore sappia qualcosa di pi preciso,  intorno a
    que' ronzatori misteriosi; e, per informarlo di tutto, dobbiam tornare
    un passo indietro,  e ritrovar don Rodrigo,  che abbiam lasciato ieri,
    solo in una sala del suo palazzotto, al partir del padre Cristoforo.
    Don  Rodrigo,  come abbiam detto,  misurava innanzi e indietro a passi
    lunghi,  quella sala,  dalle pareti della quale pendevano ritratti  di
    famiglia,  di  varie  generazioni.  Quando  si  trovava col viso a una
    parete,  e voltava,  si vedeva in faccia un  suo  antenato  guerriero,
    terrore  de'  nemici e de' suoi soldati,  torvo nella guardatura,  co'
    capelli corti e ritti, co' baffi tirati e a punta, che sporgevan dalle
    guance, col mento obliquo: ritto in piedi l'eroe, con le gambiere, co'
    cosciali, con la corazza, co' bracciali,  co' guanti,  tutto di ferro;
    con  la  destra  sul fianco,  e la sinistra sul pomo della spada.  Don
    Rodrigo lo guardava; e quando gli era arrivato sotto, e voltava,  ecco
    in faccia un altro antenato, magistrato, terrore de' litiganti e degli
    avvocati,  a  sedere  sur  una gran seggiola coperta di velluto rosso,
    ravvolto in un'ampia toga nera; tutto nero, fuorch un collare bianco,
    con due larghe facciole,  e una fodera di zibellino arrovesciata  (era
    il  distintivo de' senatori,  e non lo portavan che l'inverno,  ragion
    per cui non si trover mai un ritratto di senatore vestito  d'estate);
    macilento,  con  le ciglia aggrottate: teneva in mano una supplica,  e
    pareva che dicesse: vedremo.  Di qua una matrona,  terrore  delle  sue
    cameriere;  di  l  un abate,  terrore de' suoi monaci: tutta gente in
    somma che aveva fatto terrore,  e lo spirava ancora dalle  tele.  Alla
    presenza  di  tali  memorie,  don Rodrigo tanto pi s'arrovellava,  si
    vergognava, non poteva darsi pace,  che un frate avesse osato venirgli
    addosso,  con la prosopopea di Nathan. Formava un disegno di vendetta,
    l'abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione,  e a ci
    che chiamava onore;  e talvolta (vedete un poco!) sentendosi fischiare
    ancora agli orecchi quell'esordio di profezia, si sentiva venir,  come
    si  dice,  i bordoni,  e stava quasi per deporre il pensiero delle due
    soddisfazioni. Finalmente, per far qualche cosa,  chiam un servitore,
    e  gli  ordin  che  lo  scusasse  con  la  compagnia,  dicendo ch'era
    trattenuto da un affare urgente.  Quando quello torn a  riferire  che
    que'  signori  eran  partiti,  lasciando  i loro rispetti: "e il conte
    Attilio?" domand, sempre camminando, don Rodrigo.
    "E' uscito con que' signori, illustrissimo."
    "Bene: sei persone di seguito,  per la passeggiata: subito.  La spada,
    la cappa, il cappello: subito."
    Il servitore parti,  rispondendo con un inchino;  e, poco dopo, torn,
    portando la ricca spada,  che il padrone si cinse;  la cappa,  che  si
    butt sulle spalle; il cappello a gran penne, che mise e inchiod, con
    una manata, fieramente sul capo: segno di marina torbida. Si mosse, e,
    alla porta,  trov i sei ribaldi tutti armati,  i quali,  fatto ala, e
    inchinatolo,  gli andaron dietro.  Pi burbero,  pi  superbioso,  pi
    accigliato  del  solito,  usc,  e  and  passeggiando verso Lecco.  I
    contadini, gli artigiani,  al vederlo venire,  si ritiravan rasente al
    muro,  e  di l facevano scappellate e inchini profondi,  ai quali non
    rispondeva.  Come inferiori,  l'inchinavano anche quelli che da questi
    eran  detti  signori;  ch,  in  que'  contorni,  non ce n'era uno che
    potesse,  a mille miglia,  competer con lui,  di nome,  di  ricchezze,
    d'aderenze  e della voglia di servirsi di tutto ci,  per istare al di
    sopra degli  altri.  E  a  questi  corrispondeva  con  una  degnazione
    contegnosa.   Quel   giorno  non  avvenne,   ma  quando  avveniva  che
    s'incontrasse col signor castellano  spagnolo,  l'inchino  allora  era
    ugualmente  profondo  dalle  due  parti;  la  cosa  era  come  tra due
    potentati,  i quali non abbiano nulla da spartire tra  loro;  ma,  per
    convenienza,  fanno  onore  al grado l'uno dell'altro.  Per passare un
    poco la mattana,  e per contrapporre all'immagine del  frate  che  gli
    assediava la fantasia,  immagini in tutto diverse,  don Rodrigo entr,
    quel giorno, in una casa, dove andava, per il solito,  molta gente,  e
    dove fu ricevuto con quella cordialit affaccendata e rispettosa, ch'
    riserbata  agli uomini che si fanno molto amare o molto temere;  e,  a
    notte gi fatta,  torn al suo palazzotto.  Il conte Attilio era anche
    lui tornato in quel momento;  e fu messa in tavola la cena, durante la
    quale, don Rodrigo fu sempre sopra pensiero, e parl poco.
    "Cugino,  quando pagate questa  scommessa?"  disse,  con  un  fare  di
    malizia e di scherno,  il conte Attilio, appena sparecchiato, e andati
    via i servitori.
    "San Martino non  ancor passato."
    "Tant' che la paghiate subito;  perch passeranno tutti i  santi  del
    lunario, prima che..."
    "Questo  quel che si vedr."
    "Cugino,  voi  volete fare il politico;  ma io ho capito tutto,  e son
    tanto certo  d'aver  vinta  la  scommessa,  che  son  pronto  a  farne
    un'altra."
    "Sentiamo."
    "Che  il  padre...  il  padre...  che so io?  quel frate in somma v'ha
    convertito."
    "Eccone un'altra delle vostre."
    "Convertito, cugino; convertito, vi dico. Io per me,  ne godo.  Sapete
    che  sar un bello spettacolo vedervi tutto compunto,  e con gli occhi
    bassi! E che gloria per quel padre!  Come sar tornato a casa gonfio e
    pettoruto!  Non son pesci che si piglino tutti i giorni,  n con tutte
    le reti.  Siate certo che vi porter per esempio;  e,  quando ander a
    far qualche missione un po' lontano,  parler de' fatti vostri. Mi par
    di sentirlo." E qui, parlando col naso,  e accompagnando le parole con
    gesti caricati,  continu, in tono di predica: "in una parte di questo
    mondo, che, per degni rispetti, non nomino, viveva, uditori carissimi,
    e vive tuttavia,  un cavaliere scapestrato,  pi amico delle  femmine,
    che  degli  uomini  dabbene,  il  quale,  avvezzo a far d'ogni erba un
    fascio, aveva messo gli occhi..."
    "Basta,  basta," interruppe don Rodrigo,  mezzo sogghignando,  e mezzo
    annoiato. "Se volete raddoppiar la scommessa, son pronto anch'io."
    "Diavolo! che aveste voi convertito il padre!"
    "Non  mi  parlate  di  colui: e in quanto alla scommessa,  san Martino
    decider." La curiosit del conte era stuzzicata;  non  gli  risparmi
    interrogazioni,  ma  don  Rodrigo le seppe eluder tutte,  rimettendosi
    sempre al giorno della decisione,  e non volendo comunicare alla parte
    avversa  disegni  che  non  erano  n  incamminati,  n  assolutamente
    fissati.
    La mattina seguente,  don Rodrigo si dest don Rodrigo.  L'apprensione
    che  quel "verr un giorno" gli aveva messa in corpo,  era svanita del
    tutto,  co'  sogni  della  notte;  e  gli  rimaneva  la  rabbia  sola,
    esacerbata  anche  dalla  vergogna  di  quella  debolezza passeggiera.
    L'immagini pi  recenti  della  passeggiata  trionfale,  degl'inchini,
    dell'accoglienze,  e il canzonare del cugino,  avevano contribuito non
    poco a rendergli l'animo  antico.  Appena  alzato,  fece  chiamare  il
    Griso.    -  Cose grosse,   -  disse tra s il servitore a cui fu dato
    l'ordine; perch l'uomo che aveva quel soprannome, non era niente meno
    che il capo de' bravi,  quello  a  cui  s'imponevano  le  imprese  pi
    rischiose e pi inique,  il fidatissimo del padrone, l'uomo tutto suo,
    per gratitudine e per interesse.  Dopo aver ammazzato uno,  di giorno,
    in  piazza,  era  andato  ad implorar la protezione di don Rodrigo;  e
    questo, vestendolo della sua livrea,  l'aveva messo al coperto da ogni
    ricerca  della  giustizia.  Cos,  impegnandosi a ogni delitto che gli
    venisse comandato,  colui si era assicurata l'impunit del primo.  Per
    don  Rodrigo,  l'acquisto non era stato di poca importanza;  perch il
    Griso,  oltre  all'essere,  senza  paragone,   il  pi  valente  della
    famiglia,  era  anche una prova di ci che il suo padrone aveva potuto
    attentar felicemente contro le leggi;  di modo che la sua  potenza  ne
    veniva ingrandita, nel fatto e nell'opinione.
    "Griso!" disse don Rodrigo: "in questa congiuntura,  si vedr quel che
    tu vali.  Prima di  domani,  quella  Lucia  deve  trovarsi  in  questo
    palazzo."
    "Non  si  dir  mai  che  il  Griso  si  sia  ritirato  da  un comando
    dell'illustrissimo signor padrone."
    "Piglia quanti uomini ti possono bisognare, ordina e disponi,  come ti
    par  meglio;  purch la cosa riesca a buon fine.  Ma bada sopra tutto,
    che non le sia fatto male."
    "Signore, un po' di spavento,  perch la non faccia troppo strepito...
    non si potr far di meno."
    "Spavento...  capisco...  inevitabile. Ma non le si torca un capello;
    e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso?"
    "Signore,  non si pu levare un  fiore  dalla  pianta,  e  portarlo  a
    vossignoria, senza toccarlo. Ma non si far che il puro necessario."
    "Sotto la tua sicurt. E... come farai?"
    "Ci stavo pensando,  signore. Siam fortunati che la casa  in fondo al
    paese. Abbiam bisogno d'un luogo per andarci a postare: e appunto c',
    poco distante di l,  quel casolare disabitato e  solo,  in  mezzo  ai
    campi,  quella casa...  vossignoria non sapr niente di queste cose...
    una casa che bruci,  pochi anni sono,  e non hanno  avuto  danari  da
    riattarla,  e l'hanno abbandonata, e ora ci vanno le streghe: ma non 
    sabato, e me ne rido.  Questi villani,  che son pieni d'ubbie,  non ci
    bazzicherebbero, in nessuna notte della settimana, per tutto l'oro del
    mondo: sicch possiamo andare a fermarci l, con sicurezza che nessuno
    verr a guastare i fatti nostri."
    "Va bene; e poi?"
    Qui,  il Griso a proporre,  don Rodrigo a discutere,  finch d'accordo
    ebbero concertata la maniera di condurre a fine l'impresa,  senza  che
    rimanesse  traccia  degli autori,  la maniera anche di rivolgere,  con
    falsi indizi, i sospetti altrove, d'impor silenzio alla povera Agnese,
    d'incutere a Renzo tale spavento,  da fargli passare il dolore,  e  il
    pensiero di ricorrere alla giustizia,  e anche la volont di lagnarsi;
    e tutte l'altre bricconerie necessarie alla riuscita della bricconeria
    principale. Noi tralasciamo di riferir que' concerti, perch,  come il
    lettore vedr, non son necessari all'intelligenza della storia; e siam
    contenti  anche  noi  di non doverlo trattener pi lungamente a sentir
    parlamentare que' due fastidiosi ribaldi.  Basta che,  mentre il Griso
    se n'andava,  per metter mano all'esecuzione, don Rodrigo lo richiam,
    e gli disse: "senti: se per caso,  quel tanghero  temerario  vi  desse
    nell'unghie   questa   sera,   non   sar   male   che  gli  sia  dato
    anticipatamente un buon ricordo sulle spalle.  Cos,  l'ordine che gli
    verr intimato domani di stare zitto,  far pi sicuramente l'effetto.
    Ma non l'andate a cercare, per non guastare quello che pi importa: tu
    m'hai inteso."
    "Lasci fare a  me,"  rispose  il  Griso,  inchinandosi,  con  un  atto
    d'ossequio e di millanteria; e se n'and. La mattina fu spesa in giri,
    per  riconoscere  il paese.  Quel falso pezzente che s'era inoltrato a
    quel modo nella povera casetta,  non era altro che il Griso,  il quale
    veniva  per  levarne  a  occhio la pianta: i falsi viandanti eran suoi
    ribaldi,  ai quali,  per operare sotto  i  suoi  ordini,  bastava  una
    cognizione  pi  superficiale  del luogo.  E,  fatta la scoperta,  non
    s'eran pi lasciati vedere, per non dar troppo sospetto.
    Tornati che furon tutti al palazzotto,  il Griso rese conto,  e  fiss
    definitivamente  il  disegno  dell'impresa;  assegn  le parti,  diede
    istruzioni.  Tutto ci non  si  pot  fare,  senza  che  quel  vecchio
    servitore,   il  quale  stava  a  occhi  aperti,  e  a  orecchi  tesi,
    s'accorgesse che qualche gran cosa si macchinava.  A  forza  di  stare
    attento e di domandare; accattando una mezza notizia di qua, una mezza
    di l,  commentando tra s una parola oscura,  interpretando un andare
    misterioso,  tanto fece,  che venne in chiaro di  ci  che  si  doveva
    eseguir  quella  notte.  Ma  quando ci fu riuscito,  essa era gi poco
    lontana, e gi una piccola vanguardia di bravi era andata a imboscarsi
    in quel casolare diroccato.  Il povero  vecchio,  quantunque  sentisse
    bene  a che rischioso giuoco giocava,  e avesse anche paura di portare
    il soccorso di Pisa,  pure non volle mancare: usc,  con la  scusa  di
    prendere un po' d'aria, e s'incammin in fretta in fretta al convento,
    per dare al padre Cristoforo l'avviso promesso.  Poco dopo, si mossero
    gli  altri  bravi,  e  discesero  spicciolati,   per  non  parere  una
    compagnia: il Griso venne dopo; e non rimase indietro che una bussola,
    la quale doveva esser portata al casolare,  a sera inoltrata;  come fu
    fatto. Radunati che furono in quel luogo, il Griso sped tre di coloro
    all'osteria del paesetto;  uno che si mettesse sull'uscio,  a osservar
    ci  che  accadesse nella strada,  e a veder quando tutti gli abitanti
    fossero ritirati: gli altri due che stessero  dentro  a  giocare  e  a
    bere, come dilettanti; e attendessero intanto a spiare se qualche cosa
    da spiare ci fosse. Egli, col grosso della truppa, rimase nell'agguato
    ad aspettare.
    Il  povero  vecchio  trottava ancora;  i tre esploratori arrivavano al
    loro posto; il sole cadeva;  quando Renzo entr dalle donne,  e disse:
    "Tonio e Gervaso m'aspettan fuori: vo con loro all'osteria, a mangiare
    un boccone;  e,  quando soner l'ave maria,  verremo a prendervi.  Su,
    coraggio,  Lucia!  tutto dipende da  un  momento."  Lucia  sospir,  e
    ripet: "coraggio," con una voce che smentiva la parola.
    Quando  Renzo e i due compagni giunsero all'osteria,  vi trovaron quel
    tale gi piantato in sentinella,  che ingombrava mezzo il  vano  della
    porta,  appoggiato  con  la  schiena  a  uno  stipite,  con le braccia
    incrociate sul petto; e guardava e riguardava,  a destra e a sinistra,
    facendo lampeggiare ora il bianco,  ora il nero di due occhi grifagni.
    Un berretto piatto di velluto chermisi,  messo storto,  gli copriva la
    met del ciuffo, che, dividendosi sur una fronte fosca, girava, da una
    parte e dall'altra,  sotto gli orecchi, e terminava in trecce, fermate
    con un pettine sulla nuca.  Teneva  sospeso  in  una  mano  un  grosso
    randello;  arme  propriamente,  non  ne portava in vista;  ma,  solo a
    guardargli in viso,  anche un fanciullo  avrebbe  pensato  che  doveva
    averne sotto quante ce ne poteva stare.  Quando Renzo,  ch'era innanzi
    agli altri,  fu l per entrare,  colui,  senza scomodarsi,  lo  guard
    fisso fisso;  ma il giovine,  intento a schivare ogni questione,  come
    suole ognuno che abbia un'impresa scabrosa alle mani,  non fece  vista
    d'accorgersene, non disse neppure: fatevi in l; e, rasentando l'altro
    stipite,  pass  per  isbieco,  col  fianco  innanzi,  per  l'apertura
    lasciata da quella cariatide.  I due compagni dovettero far la  stessa
    evoluzione,  se vollero entrare.  Entrati videro gli altri,  de' quali
    avevan gi sentita la voce,  cio que' due bravacci,  che seduti a  un
    canto della tavola,  giocavano alla mora,  gridando tutt'e due insieme
    (l,  il giuoco che lo richiede), e mescendosi or l'uno or l'altro da
    bere, con un gran fiasco ch'era tra loro.  Questi pure guardaron fisso
    la  nuova  compagnia;  e un de' due specialmente,  tenendo una mano in
    aria,  con tre ditacci tesi e allargati,  e  avendo  la  bocca  ancora
    aperta,  per  un gran "sei" che n'era scoppiato fuori in quel momento,
    squadr Renzo da capo a piedi;  poi diede d'occhio al compagno,  poi a
    quel dell'uscio, che rispose con un cenno del capo. Renzo insospettito
    e incerto guardava ai suoi due convitati,  come se volesse cercare ne'
    loro aspetti un'interpretazione di tutti que' segni: ma i loro aspetti
    non indicavano altro che un buon appetito.  L'oste guardava in viso  a
    lui,  come  per  aspettar gli ordini: egli lo fece venir con s in una
    stanza vicina, e ordin la cena.
    "Chi sono que' forestieri?" gli  domand  poi  a  voce  bassa,  quando
    quello  torn,  con  una  tovaglia  grossolana sotto il braccio,  e un
    fiasco in mano.
    "Non li conosco," rispose l'oste, spiegando la tovaglia.
    "Come? n anche uno?"
    "Sapete bene," rispose ancora colui, stirando, con tutt'e due le mani,
    la tovaglia sulla tavola, "che la prima regola del nostro mestiere,  
    di  non domandare i fatti degli altri: tanto che,  fin le nostre donne
    non son curiose. Si starebbe freschi,  con tanta gente che va e viene:
      sempre  un porto di mare: quando le annate son ragionevoli,  voglio
    dire;  ma stiamo allegri,  che torner il buon tempo.  A noi basta che
    gli avventori siano galantuomini: chi siano poi,  o chi non siano, non
    fa niente.  E ora vi porter un piatto di polpette,  che le simili non
    le avete mai mangiate."
    "Come potete sapere...?" ripigliava Renzo; ma l'oste, gi avviato alla
    cucina,  seguit la sua strada.  E l, mentre prendeva il tegame delle
    polpette summentovate,  gli s'accost pian piano  quel  bravaccio  che
    aveva  squadrato  il nostro giovine,  e gli disse sottovoce: "Chi sono
    que' galantuomini?"
    "Buona gente qui del paese," rispose l'oste,  scodellando le  polpette
    nel piatto.
    "Va bene;  ma come si chiamano?  chi sono?" insistette colui, con voce
    alquanto sgarbata.
    "Uno si  chiama  Renzo,"  rispose  l'oste,  pur  sottovoce:  "un  buon
    giovine,  assestato;  filatore  di seta,  che sa bene il suo mestiere.
    L'altro  un contadino che ha  nome  Tonio:  buon  camerata,  allegro:
    peccato che n'abbia pochi; che gli spenderebbe tutti qui. L'altro  un
    sempliciotto,  che  mangia per volentieri,  quando gliene danno.  Con
    permesso."
    E, con uno sgambetto, usc tra il fornello e l'interrogante;  e and a
    portare  il  piatto  a chi si doveva.  "Come potete sapere," riattacc
    Renzo, quando lo vide ricomparire, "che siano galantuomini,  se non li
    conoscete?"
    "Le azioni,  caro mio: l'uomo si conosce all'azioni. Quelli che bevono
    il vino senza criticarlo,  che pagano il conto senza tirare,  che  non
    metton  su lite con gli altri avventori,  e se hanno una coltellata da
    consegnare a uno, lo vanno ad aspettar fuori,  e lontano dall'osteria,
    tanto  che  il  povero  oste  non  ne  vada  di  mezzo,  quelli sono i
    galantuomini.  Per,  se si  pu  conoscer  la  gente  bene,  come  ci
    conosciamo tra noi quattro,   meglio. E che diavolo vi vien voglia di
    saper tante cose,  quando siete sposo,  e dovete  aver  tutt'altro  in
    testa?  e  con  davanti quelle polpette,  che farebbero resuscitare un
    morto?" Cos dicendo, se ne torn in cucina.
    Il nostro autore,  osservando al diverso modo che  teneva  costui  nel
    soddisfare alle domande,  dice ch'era un uomo cos fatto, che in tutti
    i  suoi  discorsi,   faceva  professione  d'esser  molto   amico   dei
    galantuomini  in generale;  ma,  in atto pratico,  usava molto maggior
    compiacenza  con  quelli  che  avessero  riputazione  o  sembianza  di
    birboni. Che carattere singolare! eh?
    La  cena  non  fu  molto  allegra.  I  due  convitati avrebbero voluto
    godersela con tutto loro comodo;  ma l'invitante,  preoccupato di  ci
    che il lettore sa, e infastidito, e anche un po' inquieto del contegno
    strano di quegli sconosciuti, non vedeva l'ora d'andarsene. Si parlava
    sottovoce, per causa loro; ed eran parole tronche e svogliate.
    "Che bella cosa," scapp fuori di punto in bianco Gervaso,  "che Renzo
    voglia prender moglie,  e abbia bisogno...!" Renzo gli  fece  un  viso
    brusco.  "Vuoi stare zitto, bestia?" gli disse Tonio, accompagnando il
    titolo con una gomitata.  La conversazione fu sempre pi  fredda  fino
    alla fine.  Renzo, stando indietro nel mangiare, come nel bere, attese
    a mescere ai due testimoni, con discrezione, in maniera di dar loro un
    po' di brio,  senza farli uscir di cervello.  Sparecchiato,  pagato il
    conto  da  colui  che  aveva  fatto men guasto,  dovettero tutti e tre
    passar novamente davanti a quelle facce, le quali tutte si voltarono a
    Renzo, come quand'era entrato. Questo, fatti ch'ebbe pochi passi fuori
    dell'osteria,  si volt indietro,  e vide che i due che aveva lasciati
    seduti in cucina,  lo seguitavano: si ferm allora, co' suoi compagni,
    come se dicesse: vediamo cosa voglion da me costoro. Ma i due,  quando
    s'accorsero  d'essere osservati,  si fermarono anch'essi,  si parlaron
    sottovoce, e tornarono indietro.  Se Renzo fosse stato tanto vicino da
    sentir le loro parole, gli sarebbero parse molto strane. "Sarebbe per
    un  bell'onore,  senza  contar  la mancia," diceva uno de' malandrini,
    "se,  tornando al palazzo,  potessimo raccontare d'avergli spianate le
    costole in fretta in fretta,  e cos da noi, senza che il signor Griso
    fosse qui a regolare."
    "E guastare il negozio principale!"  rispondeva  l'altro.  "Ecco:  s'
    avvisto di qualche cosa; si ferma a guardarci. Ih! se fosse pi tardi!
    Torniamo indietro,  per non dar sospetto. Vedi che vien gente da tutte
    le parti: lasciamoli andar tutti a pollaio."
    C'era in fatti  quel  brulicho,  quel  ronzo  che  si  sente  in  un
    villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, d luogo alla quiete
    solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi in collo i
    bambini,  e  tenendo  per  la  mano  i ragazzi pi grandini,  ai quali
    facevan dire le divozioni della  sera;  venivan  gli  uomini,  con  le
    vanghe,  e  con  le  zappe  sulle spalle.  All'aprirsi degli usci,  si
    vedevan luccicare qua e l i fuochi accesi  per  le  povere  cene:  si
    sentiva  nella  strada  barattare  i saluti,  e qualche parola,  sulla
    scarsit della raccolta,  e sulla miseria  dell'annata;  e  pi  delle
    parole,  si  sentivano  i tocchi misurati e sonori della campana,  che
    annunziava il finir del giorno. Quando Renzo vide che i due indiscreti
    s'eran ritirati, continu la sua strada nelle tenebre crescenti, dando
    sottovoce ora un ricordo,  ora un altro,  ora all'uno,  ora  all'altro
    fratello. Arrivarono alla casetta di Lucia, ch'era gi notte.
    Tra il primo pensiero d'una impresa terribile, e l'esecuzione di essa,
    (ha  detto  un  barbaro che non era privo d'ingegno) l'intervallo  un
    sogno,  pieno di fantasmi  e  di  paure.  Lucia  era,  da  molte  ore,
    nell'angosce d'un tal sogno: e Agnese,  Agnese medesima, l'autrice del
    consiglio,  stava sopra  pensiero,  e  trovava  a  stento  parole  per
    rincorare la figlia.  Ma,  al momento di destarsi,  al momento cio di
    dar principio  all'opera,  l'animo  si  trova  tutto  trasformato.  Al
    terrore e al coraggio che vi contrastavano, succede un altro terrore e
    un  altro  coraggio:  l'impresa s'affaccia alla mente,  come una nuova
    apparizione: ci che prima spaventava di pi, sembra talvolta divenuto
    agevole tutt'a un tratto: talvolta comparisce grande l'ostacolo a  cui
    s'era appena badato; l'immaginazione d indietro sgomentata; le membra
    par che ricusino d'ubbidire;  e il cuore manca alle promesse che aveva
    fatte con pi sicurezza.  Al picchiare sommesso  di  Renzo,  Lucia  fu
    assalita  da  tanto  terrore,  che  risolvette,  in  quel momento,  di
    soffrire  ogni  cosa,   di  star  sempre  divisa  da  lui,   piuttosto
    ch'eseguire quella risoluzione;  ma quando si fu fatto vedere, ed ebbe
    detto: "son  qui,  andiamo";  quando  tutti  si  mostraron  pronti  ad
    avviarsi, senza esitazione, come a cosa stabilita, irrevocabile; Lucia
    non ebbe tempo n forza di far difficolt,  e, come strascinata, prese
    tremando un braccio della madre,  un braccio del promesso sposo,  e si
    mosse con la brigata avventuriera.
    Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla casetta, e
    preser  la  strada  fuori  del  paese.  La  pi  corta  sarebbe  stata
    d'attraversarlo: ch s'andava diritto alla casa di  don  Abbondio;  ma
    scelsero quella,  per non esser visti.  Per viottole, tra gli orti e i
    campi,  arrivaron vicino a quella  casa,  e  l  si  divisero.  I  due
    promessi rimaser nascosti dietro l'angolo di essa; Agnese con loro, ma
    un  po'  pi  innanzi,  per accorrere in tempo a fermar Perpetua,  e a
    impadronirsene; Tonio, con lo scempiato di Gervaso, che non sapeva far
    nulla da s,  e senza il quale non si poteva far nulla,  s'affacciaron
    bravamente alla porta, e picchiarono.
    "Chi  ,  a  quest'ora?" grid una voce dalla finestra,  che s'apr in
    quel momento: era la voce di Perpetua.  "Ammalati non  ce  n',  ch'io
    sappia. E' forse accaduta qualche disgrazia?"
    "Son  io,"  rispose  Tonio,  "con mio fratello,  che abbiam bisogno di
    parlare al signor curato."
    "E'  ora  da  cristiani  questa?"  disse  bruscamente  Perpetua.  "Che
    discrezione? Tornate domani."
    "Sentite:  torner  o  non  torner: ho riscosso non so che danari,  e
    venivo a saldar quel debituccio  che  sapete:  aveva  qui  venticinque
    belle  berlinghe nuove;  ma se non si pu,  pazienza: questi,  so come
    spenderli, e torner quando n'abbia messi insieme degli altri."
    "Aspettate, aspettate: vo e torno. Ma perch venire a quest'ora?"
    "Gli ho ricevuti, anch'io, poco fa; e ho pensato,  come vi dico,  che,
    se  li  tengo  a  dormir con me,  non so di che parere sar domattina.
    Per, se l'ora non vi piace,  non so che dire: per me,  son qui,  e se
    non mi volete, me ne vo."
    "No, no, aspettate un momento: torno con la risposta."
    Cos dicendo,  richiuse la finestra.  A questo punto, Agnese si stacc
    dai promessi, e, detto sottovoce a Lucia: "coraggio;   un momento;  
    come  farsi  cavar  un  dente",  si  riun  ai  due fratelli,  davanti
    all'uscio;  e si mise a ciarlare con Tonio,  in maniera che  Perpetua,
    venendo ad aprire, dovesse credere che si fosse abbattuta l a caso, e
    che Tonio l'avesse trattenuta un momento.



    CAPITOLO 8.

    Don Abbondio immerso nella lettura.   -  La tarda visita.  -  Perpetua
    si lascia  allontanare  da  Agnese.    -    Svolgimento  e  fallimento
    dell'impresa.    -   La campana a martello.   -  Spavento de' bravi in
    casa delle donne, ove  arrivato Menico di ritorno da Pescarenico.   -
    Fuga  de'  bravi,  e  dei promessi che avvertiti da Menico si dirigono
    verso il convento.   -  La preghiera per i persecutori.   -  Il  padre
    Cristoforo indirizza le donne a Monza e Renzo a Milano.  -  L'addio di
    Lucia ai monti.

    Carneade!  Chi era costui?  -  ruminava tra s don Abbondio seduto sul
    suo seggiolone, in una stanza del piano superiore,  con un libricciolo
    aperto  davanti,  quando  Perpetua entr a portargli l'imbasciata.   -
    Carneade!  questo nome mi par bene d'averlo letto  o  sentito;  doveva
    essere  un uomo di studio,  un letteratone del tempo antico:  un nome
    di quelli;  ma chi diavolo era costui?   -  Tanto  il  pover'uomo  era
    lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo!
    Bisogna  sapere  che  don  Abbondio si dilettava di leggere un pochino
    ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po' di libreria, gli
    prestava un libro dopo l'altro,  il primo che gli  veniva  alle  mani.
    Quello  su  cui  meditava in quel momento don Abbondio,  convalescente
    della febbre dello spavento, anzi pi guarito (quanto alla febbre) che
    non volesse lasciar credere,  era un panegirico in onore di san Carlo,
    detto  con  molta  enfasi,  e udito con molta ammirazione nel duomo di
    Milano,  due anni prima.  Il santo v'era paragonato,  per l'amore allo
    studio,  ad  Archimede;  e  fin qui don Abbondio non trovava inciampo;
    perch Archimede ne ha fatte di cos curiose,  ha fatto dir  tanto  di
    s,  che,  per  saperne qualche cosa,  non c' bisogno d'un'erudizione
    molto vasta. Ma,  dopo Archimede,  l'oratore chiamava a paragone anche
    Carneade: e l il lettore era rimasto arrenato.  In quel momento entr
    Perpetua ad annunziar la visita di Tonio.
    "A quest'ora?" disse anche don Abbondio, com'era naturale.
    "Cosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo..."
    "Gi: se non lo piglio ora,  chi sa quando lo potr  pigliare!  Fatelo
    venire... Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?"
    "Diavolo!"  rispose Perpetua,  e scese;  apr l'uscio,  e disse: "dove
    siete?" Tonio si fece vedere;  e,  nello stesso  tempo,  venne  avanti
    anche Agnese, e salut Perpetua per nome.
    "Buona sera, Agnese," disse Perpetua: "di dove si viene, a quest'ora?"
    "Vengo da..." e nomin un paesetto vicino. "E se sapeste..." continu:
    "mi son fermata di pi, appunto in grazia vostra."
    "Oh   perch?"  domand  Perpetua;   e  voltandosi  a'  due  fratelli,
    "entrate," disse, "che vengo anch'io."
    "Perch," rispose Agnese,  "una donna di quelle che non sanno le cose,
    e  voglion  parlare...  credereste?  s'ostinava  a dire che voi non vi
    siete maritata con  Beppe  Suolavecchia,  n  con  Anselmo  Lunghigna,
    perch  non  v'hanno voluta.  Io sostenevo che siete stata voi che gli
    avete rifiutati, l'uno e l'altro..."
    "Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi  costei?"
    "Non me lo domandate, che non mi piace metter male."
    "Me lo direte, me l'avete a dire: oh la bugiarda!"
    "Basta... ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper
    bene tutta la storia, per confonder colei."
    "Guardate se si pu  inventare,  a  questo  modo!"  esclam  di  nuovo
    Perpetua;  e riprese subito: "in quanto a Beppe,  tutti sanno, e hanno
    potuto vedere... Ehi,  Tonio!  accostate l'uscio,  e salite pure,  che
    vengo." Tonio,  di dentro,  rispose di s;  e Perpetua continu la sua
    narrazione appassionata.
    In faccia all'uscio di don Abbondio s'apriva,  tra due  casipole,  una
    stradetta, che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi s'avvi,
    come  se  volesse  tirarsi  alquanto  in  disparte,   per  parlar  pi
    liberamente;  e Perpetua dietro.  Quand'ebbero voltato,  e  furono  in
    luogo,  donde  non  si poteva pi veder ci che accadesse davanti alla
    casa di don Abbondio,  Agnese toss forte.  Era il segnale:  Renzo  lo
    sent,  fece  coraggio a Lucia,  con una stretta di braccio;  e tutt'e
    due,  in punta di piedi,  vennero avanti,  rasentando il  muro,  zitti
    zitti;  arrivarono  all'uscio,  lo  spinsero adagino adagino;  cheti e
    chinati,   entrarono  nell'andito,   dov'erano  i  due  fratelli,   ad
    aspettarli.  Renzo  accost  di  nuovo  l'uscio  pian piano;  e tutt'e
    quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul
    pianerottolo,  i due fratelli s'avvicinarono all'uscio  della  stanza,
    ch'era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro.
    "Deo gratias," disse Tonio, a voce chiara.
    "Tonio, eh? Entrate," rispose la voce di dentro.
    Il chiamato apr l'uscio, appena quanto bastava per poter passar lui e
    il  fratello,   a  un  per  volta.  La  striscia  di  luce,  che  usc
    d'improvviso per quella apertura,  e si disegn sul  pavimento  oscuro
    del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati
    i fratelli,  Tonio si tir dietro l'uscio: gli sposi rimasero immobili
    nelle tenebre,  con l'orecchie tese,  tenendo il fiato: il rumore  pi
    forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia.
    Don  Abbondio  stava,  come  abbiam  detto,  sur una vecchia seggiola,
    ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che
    gli faceva cornice intorno alla faccia,  al lume scarso d'una  piccola
    lucerna.  Due folte ciocche di capelli,  che gli scappavano fuor della
    papalina,  due folti sopraccigli,  due folti baffi,  un  folto  pizzo,
    tutti  canuti,  e  sparsi  su  quella faccia bruna e rugosa,  potevano
    assomigliarsi a cespugli coperti di neve,  sporgenti da un dirupo,  al
    chiaro di luna.
    "Ah!  ah!"  fu  il  suo  saluto,  mentre si levava gli occhiali,  e li
    riponeva nel libricciolo.
    "Dir  il  signor  curato,   che  son  venuto  tardi,"  disse   Tonio,
    inchinandosi, come pure fece, ma pi goffamente, Gervaso.
    "Sicuro  ch'  tardi: tardi in tutte le maniere.  Lo sapete,  che sono
    ammalato?"
    "Oh! mi dispiace."
    "L'avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potr lasciarmi
    vedere... Ma perch vi siete condotto dietro quel... quel figliuolo?"
    "Cos per compagnia, signor curato."
    "Basta, vediamo."
    "Son venticinque  berlinghe  nuove,  di  quelle  col  sant'Ambrogio  a
    cavallo," disse Tonio, levandosi un involtino di tasca.
    "Vediamo," replic don Abbondio: e,  preso l'involtino, si rimesse gli
    occhiali, l'apr, cav le berlinghe, le cont,  le volt,  le rivolt,
    le trov senza difetto.
    "Ora, signor curato, mi dar la collana della mia Tecla."
    "E' giusto," rispose don Abbondio;  poi and a un armadio, si lev una
    chiave di tasca,  e,  guardandosi intorno,  come per tener lontani gli
    spettatori,  apr  una  parte  di sportello,  riemp l'apertura con la
    persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender
    la collana;  la prese,  e,  chiuso l'armadio,  la  consegn  a  Tonio,
    dicendo: "va bene?"
    "Ora,"  disse  Tonio,  "si  contenti  di  mettere  un  po' di nero sul
    bianco."
    "Anche questa!"  disse  don  Abbondio:  "le  sanno  tutte.  Ih!  com'
    divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?"
    "Come, signor curato! s'io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio
    nome  sul suo libraccio, dalla parte del debito... dunque, giacch ha
    gi  avuto l'incomodo di scrivere una volta,  cos...  dalla vita alla
    morte..."
    "Bene bene," interruppe don Abbondio,  e brontolando,  tir a  s  una
    cassetta del tavolino, lev fuori carta, penna e calamaio, e si mise a
    scrivere,  ripetendo  a  viva voce le parole,  di mano in mano che gli
    uscivan dalla penna. Frattanto Tonio e,  a un suo cenno,  Gervaso,  si
    piantaron  ritti  davanti  al  tavolino,  in  maniera  d'impedire allo
    scrivente  la  vista  dell'uscio;   e,   come   per   ozio,   andavano
    stropicciando,  co' piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch'erano
    fuori, d'entrare,  e per confondere nello stesso tempo il rumore delle
    loro pedate.  Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad
    altro.  Allo stropicco de' quattro piedi,  Renzo prese un braccio  di
    Lucia,  lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro
    tutta tremante, che da s non vi sarebbe potuta venire.  Entraron pian
    piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero dietro
    i  due  fratelli.  Intanto don Abbondio,  finito di scrivere,  rilesse
    attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta;  la pieg in quattro,
    dicendo: "ora, sarete contento?" e, levatosi con una mano gli occhiali
    dal  naso,  la  porse  con  l'altra a Tonio,  alzando il viso.  Tonio,
    allungando la mano per prender la  carta,  si  ritir  da  una  parte;
    Gervaso,  a un suo cenno,  dall'altra; e, nel mezzo, come al dividersi
    d'una scena, apparvero Renzo e Lucia. Don Abbondio, vide confusamente,
    poi vide chiaro, si spavent, si stup,  s'infuri,  pens,  prese una
    risoluzione:  tutto  questo  nel  tempo  che Renzo mise a proferire le
    parole: "signor curato,  in presenza di questi testimoni,  quest' mia
    moglie."  Le  sue  labbra  non erano ancora tornate al posto,  che don
    Abbondio, lasciando cader la carta, aveva gi afferrata e alzata,  con
    la  mancina,  la  lucerna,  ghermito,  con la diritta,  il tappeto del
    tavolino, e tiratolo a s, con furia, buttando in terra libro,  carta,
    calamaio e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s'era
    avvicinato a Lucia.  La poveretta, con quella sua voce soave, e allora
    tutta tremante,  aveva appena potuto proferire: "e questo..." che  don
    Abbondio  le  aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul
    viso,  per impedirle di  pronunziare  intera  la  formola.  E  subito,
    lasciata  cader  la lucerna che teneva nell'altra mano,  s'aiut anche
    con quella a imbacuccarla col  tappeto,  che  quasi  la  soffogava;  e
    intanto   gridava  quanto  n'aveva  in  canna:  "Perpetua!   Perpetua!
    tradimento!  aiuto!" Il lucignolo,  che moriva sul pavimento,  mandava
    una  luce  languida  e  saltellante  sopra  Lucia,  la quale,  affatto
    smarrita, non tentava neppure di svolgersi,  e poteva parere un statua
    abbozzata in creta,  sulla quale l'artefice ha gettato un umido panno.
    Cessata ogni luce, don Abbondio lasci la poveretta, e and cercando a
    tastoni l'uscio che metteva a una stanza pi interna; lo trov,  entr
    in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: "Perpetua! tradimento!
    aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa!" Nell'altra stanza,
    tutto era confusione: Renzo,  cercando di fermare il curato, e remando
    con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all'uscio,  e
    picchiava,  gridando:  "apra,  apra;  non  faccia  schiamazzo."  Lucia
    chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: "andiamo, andiamo,
    per l'amor di Dio."
    Tonio, carpone,  andava spazzando con le mani il pavimento,  per veder
    di  raccapezzare  la  sua  ricevuta.  Gervaso,  spiritato,  gridava  e
    saltellava, cercando l'uscio di scala, per uscire a salvamento.
    In mezzo a questo serra serra,  non possiam  lasciar  di  fermarci  un
    momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa
    altrui,  che  vi  s'era  introdotto di soppiatto,  e teneva il padrone
    stesso assediato in una stanza,  ha tutta l'apparenza d'un oppressore;
    eppure,  alla fin de' fatti,  era l'oppresso.  Don Abbondio, sorpreso,
    messo in fuga,  spaventato,  mentre attendeva tranquillamente a' fatti
    suoi,  parrebbe la vittima;  eppure,  in realt, era lui che faceva un
    sopruso.  Cos va spesso il mondo...  voglio  dire,  cos  andava  nel
    secolo decimo settimo.
    L'assediato,  vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi,  apr
    una finestra che guardava sulla piazza della  chiesa,  e  si  diede  a
    gridare: "aiuto!  aiuto!" Era il pi bel chiaro di luna; l'ombra della
    chiesa,  e pi in fuori l'ombra  lunga  ed  acuta  del  campanile,  si
    stendeva  bruna  e  spiccata  sul piano erboso e lucente della piazza:
    ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove
    arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo
    per al muro laterale della chiesa,  e appunto dal lato che rispondeva
    verso  la casa parrocchiale,  era un piccolo abituro,  un bugigattolo,
    dove dormiva il sagrestano.  Fu questo riscosso  da  quel  disordinato
    grido,  fece un salto, scese il letto in furia, apr l'impannata d'una
    sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra' peli, e disse:
    "cosa c'?"
    "Correte,  Ambrogio!  aiuto!  gente in  casa,"  grid  verso  lui  don
    Abbondio.  "Vengo  subito,"  rispose  quello;  tir indietro la testa,
    richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra 'l sonno, e pi che
    mezzo sbigottito,  trov su due piedi un espediente per dar pi  aiuto
    di  quello  che  gli si chiedeva,  senza mettersi lui nel tafferuglio,
    quale si fosse. D di piglio alle brache, che teneva sul letto,  se le
    caccia  sotto il braccio,  come un cappello di gala,  e gi balzelloni
    per una scaletta di legno; corre al campanile,  afferra la corda della
    pi grossa di due campanette che c'erano, e suona a martello.
    Ton,  ton,  ton,  ton:  i  contadini  balzano  a  sedere sul letto;  i
    giovinetti  sdraiati  sul  fienile,  tendon  l'orecchio,  si  rizzano.
    "Cos'? Cos'? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi?" Molte donne
    consigliano,  pregano i mariti di non moversi,  di lasciar correre gli
    altri: alcuni s'alzano, e vanno alla finestra: i poltroni,  come se si
    arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i pi curiosi e pi bravi
    scendono  a  prender le forche e gli schioppi,  per correre al rumore:
    altri stanno a vedere.
    Ma,  prima che quelli fossero all'ordine,  prima anzi che  fosser  ben
    desti,   il  rumore  era  giunto  agli  orecchi  d'altre  persone  che
    vegliavano non lontano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese e
    Perpetua in un altro. Diremo prima brevemente ci che facesser coloro,
    dal momento in cui gli abbiamo lasciati parte  nel  casolare  e  parte
    all'osteria.  Questi  tre,  quando  videro  tutti gli usci chiusi e la
    strada deserta, uscirono in fretta,  come se si fossero avvisti d'aver
    fatto  tardi,  e  dicendo  di  voler andar subito a casa;  diedero una
    giravolta per il paese,  per venire in chiaro se tutti eran ritirati e
    in fatti,  non incontrarono anima vivente, n sentirono il pi piccolo
    strepito.  Passarono anche,  pian piano,  davanti alla  nostra  povera
    casetta,  la  pi  quieta  di  tutte,  giacch  non c'era pi nessuno.
    Andarono allora diviato al casolare,  e fecero la  loro  relazione  al
    signor Griso.  Subito,  questo si mise in testa un cappellaccio, sulle
    spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese un
    bordone da pellegrino,  disse: "andiamo da bravi: zitti e attenti agli
    ordini",  s'incammin il primo,  gli altri dietro;  e,  in un momento,
    arrivarono alla casetta,  per una strada opposta a quella per  cui  se
    n'era  allontanata  la  nostra brigatella,  andando anch'essa alla sua
    spedizione. Il Griso trattenne la truppa,  alcuni passi lontano,  and
    innanzi  solo  ad  esplorare,  e,  visto tutto deserto e tranquillo di
    fuori,  fece venire avanti due di quei tristi,  diede loro  ordine  di
    scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto,  e,  calati dentro,
    nascondersi in un angolo, dietro un folto fico,  sul quale aveva messo
    l'occhio, la mattina. Ci fatto, picchi pian piano, con intenzione di
    dirsi  un pellegrino smarrito,  che chiedeva ricovero,  fino a giorno.
    Nessun risponde: ripicchia  un  po'  pi  forte;  nemmeno  uno  zitto.
    Allora,  va  a  chiamare  un  terzo  malandrino,  lo  fa  scendere nel
    cortiletto, come gli altri due,  con l'ordine di sconficcare adagio il
    paletto,  per aver libero l'ingresso e la ritirata.  Tutto s'eseguisce
    con gran cautela, e con prospero successo. Va a chiamar gli altri,  li
    fa  entrar  con s,  li manda a nascondersi accanto ai primi,  accosta
    adagio adagio l'uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro;  e
    va  diritto  all'uscio  del terreno.  Picchia anche l,  e aspetta: e'
    poteva ben aspettare.  Sconficca pian  pianissimo  anche  quell'uscio:
    nessuno di dentro dice: chi va l?;  nessuno si fa sentire: meglio non
    pu andare. Avanti dunque: "st", chiama quei del fico,  entra con loro
    nella  stanza  terrena,   dove,   la  mattina,  aveva  scelleratamente
    accattato quel pezzo di pane.  Cava fuori esca,  pietra,  acciarino  e
    zolfanelli,  accende  un  suo lanternino,  entra nell'altra stanza pi
    interna,  per accertarsi che nessun ci sia:  non  c'  nessuno.  Torna
    indietro,  va all'uscio di scala, guarda, porge l'orecchio: solitudine
    e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno,  si fa venir dietro
    il Grignapoco,  ch'era un bravo del contado di Bergamo,  il quale solo
    doveva minacciare, acchetare, comandare,  essere in somma il dicitore,
    affinch  il  suo  linguaggio  potesse  far  credere  ad Agnese che la
    spedizione veniva da quella parte.  Con costui al fianco,  e gli altri
    dietro,  il  Griso  sale adagio adagio,  bestemmiando in cuor suo ogni
    scalino che scricchiolasse,  ogni passo di que' mascalzoni che facesse
    rumore.  Finalmente  in cima.  Qui giace la lepre.  Spinge mollemente
    l'uscio che mette alla prima stanza; l'uscio cede, si fa spiraglio: vi
    mette  l'occhio;     buio:  vi  mette  l'orecchio,   per  sentire  se
    qualcheduno russa, fiata, brulica l dentro; niente. Dunque avanti: si
    mette  la  lanterna davanti al viso,  per vedere,  senza esser veduto,
    spalanca l'uscio, vede un letto; addosso: il letto  fatto e spianato,
    con la rimboccatura arrovesciata, e composta sul capezzale. Si stringe
    nelle spalle,  si volta alla compagnia,  accenna loro che va a  vedere
    nell'altra stanza,  e che gli vengan dietro pian piano;  entra,  fa le
    stesse cerimonie,  trova la stessa cosa.  "Che diavolo  questo?" dice
    allora:  "che  qualche  cane traditore abbia fatto la spia?" Si metton
    tutti, con men cautela, a guardare,  a tastare per ogni canto,  buttan
    sottosopra  la casa.  Mentre costoro sono in tali faccende,  i due che
    fan la guardia all'uscio di strada,  sentono un calpesto  di  passini
    frettolosi,  che  s'avvicinano in fretta;  s'immaginano che,  chiunque
    sia,  passer diritto;  stan quieti,  e,  a  buon  conto,  si  mettono
    all'erta.  In  fatti,  il  calpesto  si ferma appunto all'uscio.  Era
    Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo ad avvisar le
    due donne che, per l'amor del cielo, scappassero subito di casa,  e si
    rifugiassero  al convento,  perch...  il perch lo sapete.  Prende la
    maniglia del paletto, per picchiare, e se lo sente tentennare in mano,
    schiodato e sconficcato. Che  questo?  -  pensa; e spinge l'uscio con
    paura: quello s'apre. Menico mette il piede dentro,  in gran sospetto,
    e si sente a un punto acchiappar per le braccia,  e due voci sommesse,
    a destra e a sinistra, che dicono,  in tono minaccioso: "zitto!  o sei
    morto".  Lui  in vece caccia un urlo: uno di que' malandrini gli mette
    una mano alla bocca,  l'altro tira fuori un coltellaccio,  per  fargli
    paura.  Il  garzoncello  trema come una foglia,  e non tenta neppur di
    gridare; ma, tutt'a un tratto,  in vece di lui,  e con ben altro tono,
    si  fa  sentir  quel  primo tocco di campana cos fatto,  e dietro una
    tempesta di rintocchi in fila. Chi  in difetto  in sospetto, dice il
    proverbio milanese: all'uno e all'altro furfante parve di  sentire  in
    que'  tocchi  il  suo  nome,  cognome  e soprannome: lasciano andar le
    braccia di Menico,  ritirano le loro in furia,  spalancan la mano e la
    bocca,  si  guardano in viso,  e corrono alla casa,  dov'era il grosso
    della compagnia.  Menico,  via a gambe per la strada,  alla volta  del
    campanile,  dove a buon conto qualcheduno ci doveva essere. Agli altri
    furfanti che frugavan la casa, dall'alto al basso,  il terribile tocco
    fece la stessa impressione: si confondono, si scompigliano, s'urtano a
    vicenda:  ognuno  cerca  la strada pi corta,  per arrivare all'uscio.
    Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare il  viso:  ma  non
    poterono star saldi contro un pericolo indeterminato,  e che non s'era
    fatto vedere un po' da lontano, prima di venir loro addosso.  Ci volle
    tutta  la  superiorit  del  Griso a tenerli insieme,  tanto che fosse
    ritirata e non fuga.  Come il cane che scorta  una  mandra  di  porci,
    corre  or  qua  or  l  a quei che si sbandano;  ne addenta uno per un
    orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a
    un altro che esce di fila in quel momento; cos il pellegrino acciuffa
    un di coloro, che gi toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia
    indietro col bordone uno e un altro che s'avviavan  da  quella  parte:
    grida agli altri che corron qua e l,  senza saper dove;  tanto che li
    raccozz tutti nel mezzo del cortiletto. "Presto,  presto!  pistole in
    mano,  coltelli in pronto,  tutti insieme; e poi anderemo: cos si va.
    Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi?  Ma,  se ci
    lasciamo  acchiappare  a  uno  a  uno,  anche i villani ce ne daranno.
    Vergogna!  Dietro a me,  e uniti." Dopo questa breve aringa,  si  mise
    alla fronte, e usc il primo. La casa, come abbiam detto, era in fondo
    al villaggio;  il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli
    andaron dietro in buon ordine.
    Lasciamoli andare,  e torniamo un passo indietro a prendere  Agnese  e
    Perpetua,  che  abbiam  lasciate in una certa stradetta.  Agnese aveva
    procurato d'allontanar l'altra dalla casa di don Abbondio,  il pi che
    fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma
    tutt'a un tratto,  la serva s'era ricordata dell'uscio rimasto aperto,
    e aveva voluto tornare indietro. Non c'era che ridire: Agnese, per non
    farle nascere qualche sospetto aveva dovuto voltar con lei,  e andarle
    dietro,  cercando  per  di  trattenerla,  ogni  volta  che la vedesse
    riscaldata ben bene nel racconto  di  que'  tali  matrimoni  andati  a
    monte.  Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere
    che stava attenta, o per ravviare il cicalo,  diceva: "sicuro: adesso
    capisco:  va  benissimo:  chiara: e poi?  e lui?  e voi?" Ma intanto,
    faceva un altro discorso con s stessa. Saranno usciti a quest'ora?  o
    saranno ancor dentro?  Che sciocchi che siamo stati tutt'e tre,  a non
    concertar  qualche  segnale,  per  avvisarmi,  quando  la  cosa  fosse
    riuscita!  E' stata proprio grossa!  Ma  fatta: ora non c' altro che
    tener costei a bada, pi che posso: alla peggio,  sar un po' di tempo
    perduto.  Cos, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante
    dalla casa di don Abbondio, la quale per non vedevano, per ragione di
    quella cantonata: e Perpetua,  trovandosi a un  punto  importante  del
    racconto,  s'era  lasciata  fermare  senza far resistenza,  anzi senza
    avvedersene;  quando,  tutt'a un tratto,  si sent  venir  rimbombando
    dall'alto,  nel  vano  immoto  dell'aria,  per  l'ampio silenzio della
    notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: "aiuto! aiuto!"
    "Misericordia! cos' stato?" grid Perpetua, e volle correre.
    "Cosa c'? cosa c'?" disse Agnese, tenendola per la sottana.
    "Misericordia!  non avete  sentito?"  replic  quella,  svincolandosi.
    "Cosa c'? cosa c'?" ripet Agnese, afferrandola per un braccio.
    "Diavolo d'una donna!" esclam Perpetua,  rispingendola,  per mettersi
    in libert; e prese la rincorsa. Quando, pi lontano,  pi acuto,  pi
    istantaneo, si sente l'urlo di Menico.
    "Misericordia!"  grida  anche  Agnese;  e  di  galoppo dietro l'altra.
    Avevan quasi appena alzati i calcagni,  quando scocc la  campana:  un
    tocco,  e due,  e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne
    avessero avuto bisogno. Perpetua arriva,  un momento prima dell'altra;
    mentre vuole spinger l'uscio,  l'uscio si spalanca di dentro,  e sulla
    soglia compariscono Tonio,  Gervaso,  Renzo,  Lucia,  che,  trovata la
    scala,  eran  venuti  gi saltelloni;  e,  sentendo poi quel terribile
    scampano, correvano in furia, a mettersi in salvo.
    "Cosa c'?  cosa c'?" domand Perpetua ansante ai  fratelli,  che  le
    risposero con un urtone,  e scantonarono.  "E voi!  come! che fate qui
    voi?" domand poscia all'altra coppia,  quando l'ebbe raffigurata.  Ma
    quelli pure usciron senza rispondere.  Perpetua, per accorrere dove il
    bisogno era maggiore, non domand altro,  entr in fretta nell'andito,
    e corse, come poteva al buio, verso la scala.
    I  due  sposi  rimasti  promessi  si  trovarono in faccia Agnese,  che
    arrivava tutt'affannata.  "Ah siete qui!" disse questa,  cavando fuori
    la  parola  a stento: "com' andata?  cos' la campana?  mi par d'aver
    sentito..."
    "A  casa,   a  casa,"  diceva  Renzo,   "prima  che  venga  gente."  E
    s'avviavano;  ma arriva Menico di corsa,  li riconosce,  li ferma,  e,
    ancor tutto tremante,  con  voce  mezza  fioca,  dice:  "dove  andate?
    indietro, indietro! per di qua, al convento!"
    "Sei tu che...?" cominciava Agnese.
    "Cosa c' d'altro?" domandava Renzo.  Lucia,  tutta smarrita, taceva e
    tremava.
    "C' il diavolo in casa," riprese Menico ansante.  "Gli ho  visti  io:
    m'hanno voluto ammazzare: l'ha detto il padre Cristoforo: e anche voi,
    Renzo, ha detto che veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza
    che vi trovo qui tutti! vi dir poi, quando saremo fuori."
    Renzo,  ch'era  il  pi  in  s di tutti,  pens che,  di qua o di l,
    conveniva andar subito,  prima che la gente accorresse;  e che la  pi
    sicura era di far ci che Menico consigliava,  anzi comandava,  con la
    forza d'uno spaventato.  Per istrada poi,  e  fuor  del  pericolo,  si
    potrebbe  domandare  al  ragazzo una spiegazione pi chiara.  "Cammina
    avanti," gli disse.  "Andiam con lui," disse  alle  donne.  Voltarono,
    s'incamminarono  in  fretta verso la chiesa,  attraversaron la piazza,
    dove per grazia del cielo,  non c'era ancora anima vivente;  entrarono
    in  una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio;  al
    primo buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi.
    Non s'eran forse allontanati  un  cinquanta  passi,  quando  la  gente
    cominci  ad  accorrere  sulla piazza,  e ingrossava ogni momento.  Si
    guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda  da
    fare,  nessuno  una  risposta  da dare.  I primi arrivati corsero alla
    porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori;  e uno
    di  quelli,  messa  la bocca a un finestrino,  una specie di feritoia,
    cacci dentro un: "che diavolo c'?" Quando Ambrogio  sent  una  voce
    conosciuta,  lasci  andar la corda;  e assicurato dal ronzo,  ch'era
    accorso molto popolo,  rispose: "vengo ad aprire." Si mise  in  fretta
    l'arnese  che  aveva portato sotto il braccio,  venne,  dalla parte di
    dentro, alla porta della chiesa, e l'apr.
    "Cos' tutto questo fracasso?  -  Cos'?  -  Dov'?  -  Chi ?"
    "Come, chi ?" disse Ambrogio,  tenendo con una mano un battente della
    porta,  e,  con l'altra, il lembo di quel tale arnese, che s'era messo
    cos in fretta: "come! non lo sapete? gente in casa del signor curato.
    Animo,   figliuoli:  aiuto."  Si  voltan  tutti  a  quella  casa,   vi
    s'avvicinano  in  folla,  guardano  in  su,  stanno  in orecchi: tutto
    quieto.  Altri corrono dalla parte dove c'era l'uscio  chiuso,  e non
    par  che  sia  stato  toccato.  Guardano in su anche loro: non c' una
    finestra aperta: non si sente uno zitto.
    "Chi  l dentro?  -  ohe, ohe!  -  Signor curato!  -  Signor curato!"
    Don Abbondio,  il quale,  appena accortosi della  fuga  degl'invasori,
    s'era  ritirato  dalla finestra,  e l'aveva richiusa,  e che in questo
    momento  stava  a  bisticciar  sottovoce  con  Perpetua,  che  l'aveva
    lasciato solo in quell'imbroglio,  dovette, quando si sent chiamare a
    voce di popolo,  venir di nuovo  alla  finestra;  e  visto  quel  gran
    soccorso, si pent d'averlo chiesto.
    "Cos' stato?   -  Che le hanno fatto?   -  Chi sono costoro?  -  Dove
    sono?" gli veniva gridato da cinquanta voci a un tratto.
    "Non c' pi nessuno: vi ringrazio; tornate pure a casa."
    "Ma chi  stato?  -  Dove sono andati?  -  Che  accaduto?"
    "Cattiva gente,  gente che gira di notte;  ma sono fuggiti: tornate  a
    casa;  non c' pi niente: un'altra volta, figliuoli: vi ringrazio del
    vostro buon cuore." E, detto questo, si ritir,  e chiuse la finestra.
    Qui  alcuni  cominciarono  a  brontolare,  altri a canzonare,  altri a
    sagrare;  altri si stringevan nelle spalle,  e se  n'andavano:  quando
    arriva  uno  tutto trafelato,  che stentava a formar le parole.  Stava
    costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne,  ed  essendosi,  al
    rumore,  affacciato alla finestra,  aveva veduto nel cortiletto quello
    scompiglio de' bravi,  quando il  Griso  s'affannava  a  raccoglierli.
    Quand'ebbe ripreso fiato,  grid: "che fate qui,  figliuoli? non  qui
    il diavolo;   gi in fondo alla strada,  alla casa d'Agnese Mondella:
    gente  armata;  son dentro;  par che vogliano ammazzare un pellegrino;
    chi sa che diavolo c'!"
    "Che?  -  Che?  -  Che?" E comincia una consulta tumultuosa.  "Bisogna
    andare.  -  Bisogna vedere.  -  Quanti sono?  -  Quanti siamo?  -  Chi
    sono?  -  Il console! il console!"
    "Son  qui,"  risponde  il console,  di mezzo alla folla: "son qui;  ma
    bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dov' il sagrestano?  Alla
    campana,  alla  campana.  Presto:  uno  che  corra  a  Lecco  a cercar
    soccorso: venite qui tutti..."
    Chi accorre,  chi sguizza tra uomo e uomo,  e se la batte;  il tumulto
    era  grande,  quando arriva un altro,  che gli aveva veduti partire in
    fretta,  e grida: "correte,  figliuoli: ladri,  o banditi che scappano
    con  un  pellegrino:  son  gi  fuori del paese: addosso!  addosso!" A
    quest'avviso,  senza aspettar gli ordini del capitano,  si muovono  in
    massa,  e  gi  alla  rinfusa  per  la  strada;  di  mano  in mano che
    l'esercito s'avanza,  qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il
    passo,  si lascia sopravanzare,  e si ficca nel corpo della battaglia:
    gli ultimi spingono innanzi: lo sciame confuso  giunge  finalmente  al
    luogo  indicato.  Le  tracce  dell'invasione eran fresche e manifeste:
    l'uscio spalancato,  la serratura sconficcata;  ma  gl'invasori  erano
    spariti.  S'entra  nel cortile,  si va all'uscio del terreno: aperto e
    sconficcato anche quello: si chiama  "Agnese!  Lucia!  Il  pellegrino!
    Dov' il pellegrino?  L'avr sognato Stefano,  il pellegrino.   -  No,
    no: l'ha visto anche Carlandrea. Ohe, pellegrino!  -  Agnese!  Lucia!"
    Nessuno risponde.  "Le hanno portate via! Le hanno portate via!" Ci fu
    allora di  quelli  che,  alzando  la  voce,  proposero  d'inseguire  i
    rapitori: che era un'infamit; e sarebbe una vergogna per il paese, se
    ogni birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il
    nibbio  i pulcini da un'aia deserta.  Nuova consulta e pi tumultuosa:
    ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gett  nella  brigata
    una  voce,  che  Agnese e Lucia s'eran messe in salvo in una casa.  La
    voce corse rapidamente,  ottenne credenza;  non si parl pi di dar la
    caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagli, andando ognuno a casa
    sua.  Era un bisbiglio,  uno strepito, un picchiare e un aprir d'usci,
    un apparire e uno sparir di lucerne,  un interrogare  di  donne  dalle
    finestre,  un  rispondere  dalla  strada.  Tornata  questa  deserta  e
    silenziosa,  i  discorsi  continuaron  nelle  case,  e  moriron  negli
    sbadigli,  per  ricominciar poi la mattina.  Fatti per,  non ce ne fu
    altri; se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo
    campo, col mento in una mano,  e il gomito appoggiato sul manico della
    vanga mezza ficcata nel terreno,  e con un piede sul vangile;  stando,
    dico,  a speculare tra s sui misteri della  notte  passata,  e  sulla
    ragion  composta  di  ci  che  gli toccasse a fare,  e di ci che gli
    convenisse fare,  vide venirsi incontro due uomini  d'assai  gagliarda
    presenza,  chiomati  come  due  re  de'  Franchi della prima razza,  e
    somigliantissimi nel resto a que' due che cinque giorni prima  avevano
    affrontato don Abbondio,  se pur non eran que' medesimi.  Costoro, con
    un fare ancor men cerimonioso,  intimarono al  console  che  guardasse
    bene  di  non  far  deposizione  al  podest  dell'accaduto,   di  non
    rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato,  di non ciarlare,
    di  non  fomentar  le  ciarle  de'  villani,  per quanto aveva cara la
    speranza di morir di malattia.
    I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto,  in silenzio,
    voltandosi, ora l'uno ora l'altro, a guardare se nessuno gl'inseguiva,
    tutti in affanno per la fatica della fuga,  per il batticuore e per la
    sospensione in cui erano stati,  per il dolore della cattiva riuscita,
    per  l'apprensione  confusa del nuovo oscuro pericolo.  E ancor pi in
    affanno li teneva l'incalzare continuo di  que'  rintocchi,  i  quali,
    quanto,  per l'allontanarsi, venivan pi fiochi e ottusi, tanto pareva
    che prendessero un non so che di pi lugubre  e  sinistro.  Finalmente
    cessarono.  I fuggiaschi allora,  trovandosi in un campo disabitato, e
    non sentendo un alito all'intorno,  rallentarono il  passo;  e  fu  la
    prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo
    com'era  andata,  domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa.
    Renzo raccont brevemente la  sua  trista  storia;  e  tutt'e  tre  si
    voltarono al fanciullo, il quale rifer pi espressamente l'avviso del
    padre,  e  raccont quello ch'egli stesso aveva veduto e rischiato,  e
    che pur troppo confermava l'avviso.  Gli ascoltatori compresero pi di
    quel  che  Menico  avesse saputo dire: a quella scoperta,  si sentiron
    rabbrividire;  si fermaron tutt'e tre a un tratto,  si  guardarono  in
    viso l'un con l'altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime,
    tutt'e  tre  posero  una  mano,  chi  sul  capo,  chi sulle spalle del
    ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse
    stato per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che
    sentivano dell'angoscia da lui sofferta,  e del pericolo corso per  la
    loro  salvezza;  e  quasi per chiedergliene scusa.  "Ora torna a casa,
    perch i tuoi non abbiano a star  pi  in  pena  per  te,"  gli  disse
    Agnese;  e  rammentandosi  delle due parpagliole promesse,  se ne lev
    quattro di tasca,  e  gliele  diede,  aggiungendo:  "basta;  prega  il
    Signore  che  ci  rivediamo  presto:  e allora..." Renzo gli diede una
    berlinga nuova,  e  gli  raccomand  molto  di  non  dir  nulla  della
    commissione avuta dal frate, Lucia l'accarezz di nuovo, lo salut con
    voce  accorata;  il  ragazzo  li  salut  tutti,  intenerito;  e torn
    indietro. Quelli ripresero la loro strada, tutti pensierosi;  le donne
    innanzi,  e  Renzo  dietro,  come per guardia.  Lucia stava stretta al
    braccio della madre, e scansava dolcemente,  e con destrezza,  l'aiuto
    che il giovine le offriva ne' passi malagevoli di quel viaggio fuor di
    strada;  vergognosa  in s,  anche in un tale turbamento,  d'esser gi
    stata tanto sola con lui,  e tanto famigliarmente,  quando s'aspettava
    di  divenir  sua  moglie,   tra  pochi  momenti.   Ora,  svanito  cos
    dolorosamente quel sogno, si pentiva d'essere andata troppo avanti, e,
    tra tante cagioni di tremare,  tremava anche per quel pudore  che  non
    nasce  dalla  trista  scienza del male,  per quel pudore che ignora s
    stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre,
    senza saper di che.
    "E la casa?" disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse
    importante, nessuno rispose,  perch nessuno poteva darle una risposta
    soddisfacente.  Continuarono in silenzio la loro strada,  e poco dopo.
    sboccarono  finalmente  sulla  piazzetta  davanti  alla   chiesa   del
    convento.
    Renzo  s'affacci  alla  porta,  e la sospinse bel bello.  La porta di
    fatto s'apr; e la luna, entrando per lo spiraglio, illumin la faccia
    pallida,  e la barba d'argento del padre Cristoforo,  che stava  quivi
    ritto  in  aspettativa.  Visto  che  non ci mancava nessuno,  "Dio sia
    benedetto!" disse,  e fece lor cenno  ch'entrassero.  Accanto  a  lui,
    stava un altro cappuccino;  ed era il laico sagrestano,  ch'egli,  con
    preghiere e con ragioni,  aveva persuaso a vegliar con lui,  a lasciar
    socchiusa  la  porta,  e  a starci in sentinella,  per accogliere que'
    poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell'autorit del padre, e
    della sua fama di santo  per  ottener  dal  laico  una  condiscendenza
    incomoda,  pericolosa  e  irregolare.  Entrati  che  furono,  il padre
    Cristoforo riaccost la porta adagio adagio.  Allora il sagrestano non
    pot  pi  reggere,  e,  chiamato  il  padre da una parte,  gli andava
    susurrando all'orecchio: "ma padre,  padre!  di notte...  in chiesa...
    con  donne...  chiudere...  la  regola...  ma  padre!" E tentennava la
    testa. Mentre diceva stentatamente quelle parole,- vedete un poco!   -
    pensava il padre Cristoforo,  -  se fosse un masnadiero inseguito, fra
    Fazio non gli farebbe una difficolt al mondo; e una povera innocente,
    che  scappa dagli artigli del lupo...   -  "Omnia munda mundis," disse
    poi,  voltandosi tutt'a un tratto a  fra  Fazio,  e  dimenticando  che
    questo  non  intendeva il latino.  Ma una tale dimenticanza fu appunto
    quella che fece l'effetto.  Se il padre si fosse messo  a  questionare
    con  ragioni,  a  fra  Fazio  non  sarebber  mancate  altre ragioni da
    opporre;  e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita.  Ma,  al
    sentir  quelle parole gravide d'un senso misterioso,  e proferite cos
    risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione
    di tutti i suoi dubbi. S'acquiet,  e disse: "basta!  lei ne sa pi di
    me 50".
    "Fidatevi pure," rispose il padre Cristoforo;  e, all'incerto chiarore
    della lampada che ardeva davanti all'altare,  s'accost ai ricoverati,
    i  quali  stavano  sospesi  aspettando,   e  disse  loro:  "figliuoli!
    ringraziate il Signore,  che v'ha scampati da un gran pericolo.  Forse
    in  questo  momento...!"  E qui si mise a spiegare ci che aveva fatto
    accennare dal piccol messo: giacch non sospettava ch'essi ne sapesser
    pi di lui,  e supponeva che Menico gli avesse trovati  tranquilli  in
    casa,  prima  che  arrivassero  i  malandrini.  Nessuno lo disingann,
    nemmeno Lucia,  la quale per sentiva un rimorso  segreto  d'una  tale
    dissimulazione,  con un tal uomo;  ma era la notte degl'imbrogli e de'
    sotterfugi.
    "Dopo di ci," continu egli, "vedete bene, figliuoli,  che ora questo
    paese  non  sicuro per voi.  E' il vostro;  ci siete nati;  non avete
    fatto male a nessuno;  ma Dio vuol  cos.  E'  una  prova,  figliuoli:
    sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che
    verr un tempo in cui vi troverete contenti di ci che ora accade.  Io
    ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io
    spero,  potrete ritornar sicuri a casa vostra;  a ogni  modo,  Dio  vi
    provveder,  per  il  vostro  meglio;  e  io  certo mi studier di non
    mancare alla grazia che mi fa,  scegliendomi  per  suo  ministro,  nel
    servizio di voi suoi poveri cari tribolati.  Voi," continu volgendosi
    alle due donne,  "potrete fermarvi a ***.  L sarete abbastanza  fuori
    d'ogni  pericolo,  e,  nello stesso tempo,  non troppo lontane da casa
    vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano,
    dategli questa lettera: sar per voi un altro fra Cristoforo.  E anche
    tu,  il  mio Renzo,  anche tu devi metterti,  per ora,  in salvo dalla
    rabbia degli altri,  e  dalla  tua.  Porta  questa  lettera  al  padre
    Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano.
    Egli ti far da padre,  ti guider, ti trover del lavoro, per fin che
    tu non possa tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del
    lago,  vicino allo sbocco del Bione." E' un torrente a pochi passi  da
    Pescarenico.  "L  vedrete un battello fermo;  direte: barca;  vi sar
    domandato per chi; rispondete: san Francesco. La barca vi ricever, vi
    trasporter all'altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurr
    addirittura fino a ***."
    Chi  domandasse  come  fra  Cristoforo  avesse  cos  subito   a   sua
    disposizione que' mezzi di trasporto,  per acqua e per terra,  farebbe
    vedere di non conoscere qual fosse il potere d'un cappuccino tenuto in
    concetto di santo.
    Restava da pensare alla custodia delle case.  Il padre ne ricevette le
    chiavi,  incaricandosi  di  consegnarle  a  quelli  che Renzo e Agnese
    gl'indicarono. Quest'ultima,  levandosi di tasca la sua,  mise un gran
    sospiro,  pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c'era
    stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire!
    "Prima che partiate," disse il  padre,  "preghiamo  tutti  insieme  il
    Signore,  perch sia con voi,  in codesto viaggio,  e sempre;  e sopra
    tutto vi dia forza,  vi dia amore di volere ci  ch'Egli  ha  voluto."
    Cos  dicendo  s'inginocchi nel mezzo della chiesa;  e tutti fecer lo
    stesso. Dopo ch'ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre,
    con voce sommessa,  ma  distinta,  articol  queste  parole:  "noi  vi
    preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo.
    Noi   saremmo  indegni  della  vostra  misericordia,   se  non  ve  la
    chiedessimo di cuore per lui: ne ha tanto bisogno!  Noi,  nella nostra
    tribolazione,  abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci
    avete messi Voi: possiamo offrirvi  i  nostri  guai;  e  diventano  un
    guadagno. Ma lui!...  vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi!
    Abbiate piet di lui, o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro
    amico,  concedetegli  tutti  i  beni che noi possiamo desiderare a noi
    stessi."
    Alzatosi poi, come in fretta, disse: "via, figliuoli, non c' tempo da
    perdere: Dio vi guardi,  il suo angelo v'accompagni: andate." E mentre
    s'avviavano,  con  quella  commozione  che non trova parole,  e che si
    manifesta senza di esse,  il padre soggiunse,  con voce alterata:  "il
    cuor mi dice che ci rivedremo presto."
    Certo,  il cuore,  chi gli d retta, ha sempre qualche cosa da dire su
    quello che sar.  Ma che sa il cuore?  Appena un poco di quello che  
    gi accaduto.
    Senza aspettar risposta,  fra Cristoforo,  and verso la sagrestia;  i
    viaggiatori usciron di chiesa: e fra Fazio chiuse la porta, dando loro
    un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s'avviarono zitti zitti
    alla riva ch'era stata loro indicata;  videro il  battello  pronto,  e
    data  e barattata la parola,  c'entrarono.  Il barcaiolo,  puntando un
    remo alla proda, se ne stacc; afferrato poi l'altro remo, e vogando a
    due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta.  Non tirava un
    alito  di  vento;  il  lago  giaceva  liscio e piano,  e sarebbe parso
    immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar leggiero della
    luna,  che vi si specchiava da mezzo il  cielo.  S'udiva  soltanto  il
    fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglo pi
    lontano dell'acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di
    que' due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano
    a  un  colpo grondanti,  e si rituffavano.  L'onda segata dalla barca,
    riunendosi dietro la  poppa,  segnava  una  striscia  increspata,  che
    s'andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa
    voltata  indietro,  guardavano  i monti,  e il paese rischiarato dalla
    luna, e variato qua e l di grand'ombre.  Si distinguevano i villaggi,
    le  case,  le capanne: il palazzotto di don Rodrigo,  con la sua torre
    piatta,   elevato  sopra  le  casucce  ammucchiate  alla   falda   del
    promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una
    compagnia d'addormentati,  vegliasse,  meditando un delitto.  Lucia lo
    vide, e rabbrivid;  scese con l'occhio gi gi per la china,  fino al
    suo  paesello,  guard  fisso  all'estremit,  scopr  la sua casetta,
    scopr la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del  cortile,
    scopr la finestra della sua camera;  e,  seduta,  com'era,  nel fondo
    della barca, pos il braccio sulla sponda, pos sul braccio la fronte,
    come per dormire, e pianse segretamente.
    Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo;  cime inuguali,
    note a chi  cresciuto tra voi,  e impresse nella sua mente,  non meno
    che lo sia l'aspetto de'  suoi  pi  familiari;  torrenti,  de'  quali
    distingue  lo  scroscio,  come  il suono delle voci domestiche;  ville
    sparse e biancheggianti sul pendo,  come branchi di pecore  pascenti;
    addio!  Quanto    tristo  il passo di chi,  cresciuto tra voi,  se ne
    allontana!   Alla  fantasia  di  quello  stesso  che   se   ne   parte
    volontariamente,  tratto  dalla  speranza di fare altrove fortuna,  si
    disabbelliscono,  in quel momento,  i sogni della ricchezza;  egli  si
    maraviglia  d'essersi potuto risolvere,  e tornerebbe allora indietro,
    se non pensasse che, un giorno, torner dovizioso. Quanto pi s'avanza
    nel  piano,  il  suo  occhio  si  ritira,  disgustato  e  stanco,   da
    quell'ampiezza  uniforme;  l'aria  gli par gravosa e morta;  s'inoltra
    mesto e disattento nelle citt tumultuose; le case aggiunte a case, le
    strade che sboccano nelle strade,  pare che gli levino il  respiro;  e
    davanti  agli edifizi ammirati dallo straniero,  pensa,  con desiderio
    inquieto,  al campicello del suo paese,  alla casuccia a  cui  ha  gi
    messi gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprer, tornando ricco
    a' suoi monti.
    Ma  chi  non  aveva mai spinto al di l di quelli neppure un desiderio
    fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e
    n' sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi,  staccato a un tempo
    dalle pi care abitudini, e disturbato nelle pi care speranze, lascia
    que'  monti,  per  avviarsi  in  traccia di sconosciuti che non ha mai
    desiderato di conoscere,  e non pu con l'immaginazione arrivare a  un
    momento stabilito per il ritorno!  Addio,  casa nata,  dove, sedendo,
    con un pensiero occulto,  s'impar a distinguere dal rumore de'  passi
    comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio,
    casa  ancora  straniera,  casa  sogguardata tante volte alla sfuggita,
    passando,  e non senza rossore;  nella quale la mente si  figurava  un
    soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa.  Addio, chiesa, dove l'animo
    torn tante volte  sereno,  cantando  le  lodi  del  Signore;  dov'era
    promesso,  preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva
    essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato,  e chiamarsi
    santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondit  per tutto; e non turba
    mai la gioia de' suoi figli,  se non per prepararne loro una pi certa
    e pi grande.
    Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia,  e poco
    diversi  i  pensieri  degli altri due pellegrini,  mentre la barca gli
    andava avvicinando alla riva destra dell'Adda.










    CAPITOLO 9.

    Arrivo a Monza.   -  Il padre guardiano.   -    Il  colloquio  con  la
    "signora".   -  La storia di Gertrude: monaca prima della nascita.   -
    Educanda del monastero.   -  Ritorno in famiglia.    Il  biglietto  al
    paggio.  -  Lo sdegno del principe padre; la domanda del Perdono.

    L'urtar che fece la barca ' contro la proda,  scosse Lucia,  la quale,
    dopo aver asciugate in segreto le lacrime,  alz la testa,  come se si
    svegliasse.  Renzo usc il primo, e diede la mano ad Agnese, la quale,
    uscita pure,  la diede alla figlia;  e tutt'e tre  resero  tristamente
    grazie al barcaiolo.  "Di che cosa?" rispose quello: "siam quaggi per
    aiutarci l'uno con l'altro," e ritir la  mano,  quasi  con  ribrezzo,
    come  se  gli fosse proposto di rubare,  allorch Renzo cerc di farvi
    sdrucciolare una parte de' quattrinelli che si trovava indosso,  e che
    aveva  presi quella sera,  con intenzione di regalar generosamente don
    Abbondio, quando questo l'avesse, suo malgrado,  servito.  Il baroccio
    era l pronto;  il conduttore salut i tre aspettati,  li fece salire,
    diede una voce alla bestia, una frustata, e via.
    Il nostro autore non descrive quel viaggio notturno,  tace il nome del
    paese  dove  fra  Cristoforo  aveva  indirizzate  le  due donne;  anzi
    protesta espressamente di non  lo  voler  dire.  Dal  progresso  della
    storia  si rileva poi la cagione di queste reticenze.  Le avventure di
    Lucia  in  quel  soggiorno,  si  trovano  avviluppate  in  un  intrigo
    tenebroso  di  persona appartenente a una famiglia,  come pare,  molto
    potente,  al tempo che l'autore scriveva.  Per  render  ragione  della
    strana condotta di quella persona,  nel caso particolare,  egli ha poi
    anche dovuto  raccontarne  in  succinto  la  vita  antecedente;  e  la
    famiglia  ci fa quella figura che vedr chi vorr leggere.  Ma ci che
    la circospezione del pover'uomo ci  ha  voluto  sottrarre,  le  nostre
    diligenze  ce  l'hanno  fatto  trovare  in  altra  parte.  Uno storico
    milanese* che ha avuto a far menzione di quella persona medesima,  non
    nomina,  vero, n lei, n il paese; ma di questo dice ch'era un borgo
    antico  e nobile,  a cui di citt non mancava altro che il nome;  dice
    altrove, che ci passa il Lambro;  altrove,  che c' un arciprete.  Dal
    riscontro  di  questi  dati deduciamo che fosse Monza senz'altro.  Nel
    vasto tesoro dell'induzioni erudite,  ce ne potr ben essere delle pi
    fine,  ma  delle  pi  sicure,  non  crederei.  Potremmo anche,  sopra
    congetture molto fondate, dire il nome della famiglia; ma, sebbene sia
    estinta da un pezzo,  ci par meglio lasciarlo  nella  penna,  per  non
    metterci  a  rischio di far torto neppure ai morti,  e per lasciare ai
    dotti qualche soggetto di ricerca.
    I nostri viaggiatori arrivaron dunque a Monza,  poco dopo il levar del
    sole: il conduttore entr in un'osteria, e l, come pratico del luogo,
    e  conoscente  del  padrone,  fece assegnar loro una stanza,  e ve gli
    accompagn. Tra i ringraziamenti,  Renzo tent pure di fargli ricevere
    qualche  danaro;  ma  quello,  al  pari  del barcaiolo,  aveva in mira
    un'altra ricompensa,  pi lontana,  ma pi abbondante: ritir le mani,
    anche lui, e, come fuggendo, corse a governare la sua bestia.
    Dopo una sera quale l'abbiamo descritta,  e una notte quale ognuno pu
    immaginarsela,  passata in compagnia di que'  pensieri,  col  sospetto
    incessante di qualche incontro spiacevole,  al soffio d'una brezzolina
    pi che autunnale,  e tra le continue scosse della disagiata  vettura,
    che  ridestavano  sgarbatamente chi di loro cominciasse appena a velar
    l'occhio,  non parve vero a tutt'e tre di sedersi sur  una  panca  che
    stava ferma,  in una stanza,  qualunque fosse.  Fecero colazione, come
    permetteva la penuria de' tempi,  e i mezzi scarsi in proporzione  de'
    contingenti  bisogni  d'un  avvenire  incerto,  e il poco appetito.  A
    tutt'e tre pass per la mente il  banchetto  che,  due  giorni  prima,
    s'aspettavan di fare;  e ciascuno mise un gran sospiro.  Renzo avrebbe
    voluto fermarsi l, almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate,
    render loro i primi servizi;  ma il padre aveva raccomandato a  queste
    di  mandarlo subito per la sua strada.  Addussero quindi esse e quegli
    ordini,  e cento altre ragioni;  che  la  gente  ciarlerebbe,  che  la
    separazione pi ritardata sarebbe pi dolorosa, ch'egli potrebbe venir
    presto  a dar nuove e a sentirne;  tanto che si risolvette di partire.
    Si concertaron, come poterono, sulla maniera di rivedersi,  pi presto
    che fosse possibile.  Lucia non nascose le lacrime;  Renzo trattenne a
    stento le sue, e,  stringendo forte forte la mano a Agnese,  disse con
    voce soffogata: "a rivederci," e part.
    Le  donne si sarebber trovate ben impicciate,  se non fosse stato quel
    buon  barocciaio,  che  aveva  ordine  di  guidarle  al  convento  de'
    cappuccini,  e  di  dar  loro  ogn'altro  aiuto che potesse bisognare.
    S'avviaron dunque con lui a quel convento;  il quale,  come ognun  sa,
    era  pochi passi distante da Monza.  Arrivati alla porta il conduttore
    tir il campanello,  fece chiamare il padre  guardiano;  questo  venne
    subito, e ricevette la lettera, sulla soglia.
    "Oh!  fra Cristoforo!" disse, riconoscendo il carattere. Il tono della
    voce e i movimenti del volto indicavano manifestamente  che  proferiva
    il  nome  d'un  grand'amico.  Convien  poi  dire  che  il  nostro buon
    Cristoforo avesse, in quella lettera,  raccomandate le donne con molto
    calore,  e  riferito  il  loro  caso  con molto sentimento,  perch il
    guardiano,   faceva,   di  tanto  in  tanto,   atti  di   sorpresa   e
    d'indegnazione;  e,  alzando  gli  occhi dal foglio,  li fissava sulle
    donne con una certa espressione di piet e d'interesse. Finito ch'ebbe
    di leggere,  stette l alquanto a pensare;  poi disse: "non c' che la
    signora: se la signora vuol prendersi quest'impegno...".
    Tirata quindi Agnese in disparte, sulla piazza davanti al convento, le
    fece  alcune interrogazioni,  alle quali essa soddisfece;  e,  tornato
    verso Lucia,  disse a tutt'e due: "donne mie,  io tenter;  e spero di
    potervi trovare un ricovero pi che sicuro,  pi che onorato,  fin che
    Dio non v'abbia provvedute in miglior maniera. Volete venir con me?"
    Le donne accennarono rispettosamente di s; e il frate riprese: "bene;
    io vi conduco subito al monastero della signora.  State per  discoste
    da me alcuni passi,  perch la gente si diletta di dir male;  e Dio sa
    quante  belle  chiacchiere  si  farebbero,  se  si  vedesse  il  padre
    guardiano  per  la  strada  con una bella giovine...  con donne voglio
    dire".
    Cos dicendo,  and avanti.  Lucia  arross,  il  barocciaio  sorrise,
    guardando Agnese, la quale non pot tenersi di non fare altrettanto; e
    tutt'e  tre si mossero,  quando il frate si fu avviato;  e gli andaron
    dietro,   dieci  passi  discosto.   Le  donne  allora  domandarono  al
    barocciaio, ci che non avevano osato al padre guardiano, chi fosse la
    signora.
    "La signora," rispose quello,  " una monaca; ma non  una monaca come
    l'altre. Non  che sia la badessa, n la priora; che anzi,  a quel che
    dicono,   una delle pi giovani: ma  della costola d'Adamo; e i suoi
    del tempo antico erano gente grande, venuta di Spagna, dove son quelli
    che comandano; e per questo la chiamano la signora,  per dire ch' una
    gran signora;  e tutto il paese la chiama con quel nome, perch dicono
    che in quel monastero non hanno avuto mai una persona simile; e i suoi
    d'adesso,  laggi a Milano,  contan molto,  e son di quelli che  hanno
    sempre ragione;  e in Monza anche di pi, perch suo padre, quantunque
    non ci stia,  il primo del paese; onde anche lei pu far alto e basso
    nel monastero; e anche la gente di fuori le porta un gran rispetto;  e
    quando prende un impegno,  le riesce anche di spuntarlo;  e perci, se
    quel buon religioso l, ottiene di mettervi nelle sue mani,  e che lei
    v'accetti, vi posso dire che sarete sicure come sull'altare."
    Quando  fu  vicino  alla  porta del borgo,  fiancheggiata allora da un
    antico torracchione mezzo rovinato,  e da un  pezzo  di  castellaccio,
    diroccato  anch'esso,  che  forse dieci de' miei lettori possono ancor
    rammentarsi d'aver veduto in piedi, il guardiano si ferm,  e si volt
    a guardar se gli altri venivano; quindi entr, e s'avvi al monastero;
    dove arrivato,  si ferm di nuovo sulla soglia,  aspettando la piccola
    brigata. Preg il barocciaio che, tra un par d'ore, tornasse da lui, a
    prender la risposta: questo lo promise, e si licenzi dalle donne, che
    lo  caricaron  di  ringraziamenti,  e  di  commissioni  per  il  padre
    Cristoforo.  Il  guardiano fece entrare la madre e la figlia nel primo
    cortile del monastero, le introdusse nelle camere della fattoressa;  e
    and solo a chieder la grazia. Dopo qualche tempo, ricomparve giulivo,
    a dir loro che venissero avanti con lui;  ed era ora, perch la figlia
    e la madre non sapevan pi come fare a distrigarsi dall'interrogazioni
    pressanti della fattoressa.  Attraversando un secondo  cortile,  diede
    qualche avvertimento alle donne,  sul modo di portarsi con la signora.
    "E' ben disposta per voi altre," disse,  "e vi pu far del bene quanto
    vuole. Siate umili e rispettose, rispondete con sincerit alle domande
    che le piacer di farvi, e quando non siete interrogate, lasciate fare
    a  me."  Entrarono  in una stanza terrena,  dalla quale si passava nel
    parlatorio: prima di  mettervi  il  piede,  il  guardiano,  accennando
    l'uscio,  disse sottovoce alle donne: " qui", come per rammentar loro
    tutti  quegli  avvertimenti.  Lucia,   che  non  aveva  mai  visto  un
    monastero,  quando  fu  nel  parlatorio,  guard in giro dove fosse la
    signora a cui fare il suo inchino,  e,  non iscorgendo persona,  stava
    come incantata; quando, visto il padre e Agnese andar verso un angolo,
    guard da quella parte, e vide una finestra d'una forma singolare, con
    due grosse e fitte grate di ferro, distanti l'una dall'altra un palmo;
    e dietro quelle una monaca ritta. Il suo aspetto, che poteva dimostrar
    venticinque anni,  faceva a prima vista un'impressione di bellezza, ma
    d'una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi,  scomposta.  Un velo
    nero,  sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due
    parti,  discosto alquanto dal viso;  sotto il velo,  una  bianchissima
    benda di lino cingeva,  fino al mezzo,  una fronte di diversa,  ma non
    d'inferiore bianchezza; un'altra benda a pieghe circondava il viso,  e
    terminava  sotto il mento in un soggolo,  che si stendeva alquanto sul
    petto,  a coprire lo scollo  d'un  nero  saio.  Ma  quella  fronte  si
    raggrinzava  spesso,  come per una contrazione dolorosa;  e'allora due
    sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi,
    neri neri anch'essi,  si fissavano talora in viso  alle  persone,  con
    un'investigazione  superba;  talora  si chinavano in fretta,  come per
    cercare un nascondiglio;  in certi  momenti,  un  attento  osservatore
    avrebbe  argomentato che chiedessero affetto,  corrispondenza,  piet;
    altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione  istantanea  d'un
    odio inveterato e compresso,  un non so che di minaccioso e di feroce:
    quando restavano immobili e fissi senza  attenzione,  chi  ci  avrebbe
    immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci
    il  travaglio  d'un pensiero nascosto,  d'una preoccupazione familiare
    all'animo, e pi forte su quello che gli oggetti circostanti.  Le gote
    pallidissime  scendevano  con  un  contorno  delicato  e grazioso,  ma
    alterato e  reso  mancante  da  una  lenta  estenuazione.  Le  labbra,
    quantunque appena tinte d'un roseo sbiadito,  pure, spiccavano in quel
    pallore: i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei,  vivi,
    pieni  d'espressione  e  di  mistero.  La  grandezza ben formata della
    persona scompariva in un certo abbandono del portamento,  o  compariva
    sfigurata  in certe mosse repentine,  irregolari e troppo risolute per
    una donna,  non che per una monaca.  Nel vestire stesso c'era qua e l
    qualcosa  di  studiato  o  di  negletto,  che  annunziava  una  monaca
    singolare: la vita era attillata con una  certa  cura  secolaresca,  e
    dalla  benda  usciva  sur una tempia una ciocchettina di neri capelli;
    cosa che dimostrava  o  dimenticanza  o  disprezzo  della  regola  che
    prescriveva  di tenerli sempre corti,  da quando erano stati tagliati,
    nella cerimonia solenne del vestimento.
    Queste cose non facevano specie  alle  due  donne,  non  esercitate  a
    distinguer  monaca da monaca: e il padre guardiano,  che non vedeva la
    signora per la prima volta, era gi avvezzo,  come tant'altri,  a quel
    non so che di strano,  che appariva nella sua persona,  come nelle sue
    maniere.
    Era essa, in quel momento, come abbiam detto, ritta vicino alla grata,
    con una mano appoggiata languidamente a quella, e le bianchissime dita
    intrecciate ne' vti;  e  guardava  fisso  Lucia,  che  veniva  avanti
    esitando.   "Reverenda  madre,  e  signora  illustrissima,"  disse  il
    guardiano,  a capo basso,  e con la mano al petto:  "questa    quella
    povera  giovine,  per  la  quale  m'ha  fatto  sperare  la  sua valida
    protezione; e questa  la madre."
    Le due presentate facevano grand'inchini: la signora accenn loro  con
    la mano,  che bastava,  e disse,  voltandosi, al padre: " una fortuna
    per me il poter  fare  un  piacere  a'  nostri  buoni  amici  i  padri
    cappuccini. Ma," continu: "mi dica un po' pi particolarmente il caso
    di questa giovine, per veder meglio cosa si possa fare per lei."
    Lucia divent rossa, e abbass la testa.
    "Deve sapere, reverenda madre..." incominciava Agnese; ma il guardiano
    le  tronc,  con un'occhiata,  le parole in bocca,  e rispose: "questa
    giovine,  signora illustrissima,  mi vien  raccomandata,  come  le  ho
    detto,  da  un mio confratello.  Essa ha dovuto partir di nascosto dal
    suo paese,  per sottrarsi a de' gravi  pericoli;  e  ha  bisogno,  per
    qualche tempo,  d'un asilo nel quale possa vivere sconosciuta,  e dove
    nessuno ardisca venire a disturbarla, quand'anche..."
    "Quali pericoli?" interruppe la signora. "Di grazia,  padre guardiano,
    non mi dica la cosa cos in enimma.  Lei sa che noi altre monache,  ci
    piace di sentir le storie per minuto."
    "Sono pericoli," rispose il  guardiano,  "che  all'orecchie  purissime
    della reverenda madre devon essere appena leggermente accennati..."
    "Oh certamente," disse in fretta la signora,  arrossendo alquanto. Era
    verecondia?  Chi avesse osservata una rapida espressione  di  dispetto
    che  accompagnava quel rossore,  avrebbe potuto dubitarne: e tanto pi
    se l'avesse paragonato con quello che di tanto in  tanto  si  spandeva
    sulle gote di Lucia.
    "Baster  dire," riprese il guardiano,  "che un cavalier prepotente...
    non tutti i grandi del mondo si servono dei doni di Dio a gloria sua e
    in vantaggio del prossimo, come vossignoria illustrissima: un cavalier
    prepotente,  dopo aver perseguitata qualche tempo questa creatura  con
    indegne   lusinghe,   vedendo   ch'erano   inutili,   ebbe   cuore  di
    perseguitarla apertamente con la forza,  in modo che  la  poveretta  
    stata ridotta a fuggir da casa sua."
    "Accostatevi,  quella  giovine,"  disse la signora a Lucia,  facendole
    cenno col dito. "So che il padre guardiano  la bocca della verit; ma
    nessuno pu esser meglio informato di voi,  in quest'affare.  Tocca  a
    voi  a dirci se questo cavaliere era un persecutore odioso." In quanto
    all'accostarsi,  Lucia  ubbid  subito;  ma  rispondere  era  un'altra
    faccenda.  Una  domanda su quella materia,  quand'anche le fosse stata
    fatta da  una  persona  sua  pari,  l'avrebbe  imbrogliata  non  poco:
    proferita da quella signora, e con una cert'aria di dubbio maligno, le
    lev ogni coraggio a rispondere.  "Signora...  madre...  reverenda..."
    balbett,  e non dava segno d'aver altro  a  dire.  Qui  Agnese,  come
    quella che,  dopo di lei, era certamente la meglio informata, si cred
    autorizzata a venirle in aiuto.  "Illustrissima signora,"  disse,  "io
    posso  far  testimonianza  che  questa  mia  figlia aveva in odio quel
    cavaliere, come il diavolo l'acqua santa: voglio dire,  il diavolo era
    lui;  ma mi perdoner se parlo male, perch noi siam gente alla buona.
    Il fatto sta che questa povera  ragazza  era  promessa  a  un  giovine
    nostro  pari,  timorato di Dio,  e ben avviato;  e se il signor curato
    fosse stato un po' pi un uomo di quelli che m'intendo  io...  so  che
    parlo  d'un  religioso,  ma  il padre Cristoforo,  amico qui del padre
    guardiano,   religioso al par di lui,  e quello  un  uomo  pieno  di
    carit, e, se fosse qui, potrebbe attestare..."
    "Siete  ben  pronta  a parlare senz'essere interrogata," interruppe la
    signora,  con un atto altero e  iracondo,  che  la  fece  quasi  parer
    brutta.  "State  zitta  voi:  gi lo so che i parenti hanno sempre una
    risposta da dare in nome de' loro figliuoli!"
    Agnese mortificata diede a Lucia una occhiata che  voleva  dire:  vedi
    quel che mi tocca,  per esser tu tanto impicciata.  Anche il guardiano
    accennava alla giovine,  dandole d'occhio e tentennando il  capo,  che
    quello  era  il momento di sgranchirsi,  e di non lasciare in secco la
    povera mamma.
    "Reverenda signora," disse Lucia,  "quanto le ha detto mia madre   la
    pura verit. Il giovine che mi discorreva," e qui divent rossa rossa,
    "lo prendevo io di mia volont.  Mi scusi se parlo da sfacciata,  ma 
    per non lasciar pensar male di mia madre.  E in quanto a quel  signore
    (Dio gli perdoni!) vorrei piuttosto morire,  che cader nelle sue mani.
    E se lei fa questa carit di metterci al sicuro,  giacch siam ridotte
    a  far  questa faccia di chieder ricovero,  e ad incomodare le persone
    dabbene;  ma sia fatta la volont di  Dio;  sia  certa,  signora,  che
    nessuno potr pregare per lei pi di cuore che noi povere donne."
    "A voi credo," disse la signora con voce raddolcita.  "Ma avr piacere
    di  sentirvi  da  solo  a  solo.   Non  che  abbia   bisogno   d'altri
    schiarimenti,  n  d'altri motivi,  per servire alle premure del padre
    guardiano" aggiunse subito,  rivolgendosi a lui,  con  una  compitezza
    studiata.  "Anzi,"  continu,  "ci ho gi pensato;  ed ecco ci che mi
    pare di poter far di meglio,  per ora.  La fattoressa del monastero ha
    maritata,  pochi  giorni  sono,  l'ultima sua figliuola.  Queste donne
    potranno occupar la camera lasciata in libert da quella, e supplire a
    que' pochi servizi che faceva lei.  Veramente..."  e  qui  accenn  al
    guardiano   che  s'avvicinasse  alla  grata,   e  continu  sottovoce:
    "veramente,  attesa  la  scarsezza  dell'annate,  non  si  pensava  di
    sostituir nessuno a quella giovine;  ma parler io alla madre badessa,
    e una mia parola... e per una premura del padre guardiano...  In somma
    do la cosa per fatta."
    Il  guardiano  cominciava  a ringraziare,  ma la signora l'interruppe:
    "non occorron cerimonie: anch'io,  in un caso,  in un bisogno,  saprei
    far  capitale  dell'assistenza  de'  padri  cappuccini.   Alla  fine,"
    continu, con un sorriso, nel quale traspariva un non so che d'ironico
    e d'amaro, "alla fine, non siam noi fratelli e sorelle?"
    Cos detto,  chiam una  conversa,  (due  di  queste  erano,  per  una
    distinzione singolare, assegnate al suo servizio privato), e le ordin
    che  avvertisse  di  ci  la  badessa,  e  prendesse  poi  i  concerti
    opportuni, con la fattoressa e con Agnese. Licenzi questa, accommiat
    il guardiano,  e ritenne Lucia.  Il guardiano accompagn  Agnese  alla
    porta,  dandole nuove istruzioni,  e se n'and a scriver la lettera di
    ragguaglio  all'amico  Cristoforo.-  Gran  cervellino  che     questa
    signora!   -  pensava tra s,  per la strada:  -  curiosa davvero!  Ma
    chi la sa prendere per il suo verso,  le fa far ci che vuole.  Il mio
    Cristoforo  non  s'aspetter  certamente  ch'io  l'abbia  servito cos
    presto e bene. Quel brav'uomo!  non c' rimedio: bisogna che si prenda
    sempre qualche impegno;  ma lo fa per bene. Buon per lui questa volta,
    che ha trovato un amico, il quale,  senza tanto strepito,  senza tanto
    apparato,  senza tante faccende, ha condotto l'affare a buon porto, in
    un batter d'occhio. Sar contento quel buon Cristoforo,  e s'accorger
    che, anche noi qui, siam buoni a qualche cosa.  -
    La  signora,  che,  alla  presenza  d'un  provetto  cappuccino,  aveva
    studiati gli atti e le  parole,  rimasta  poi  sola  con  una  giovine
    contadina  inesperta,  non  pensava  pi tanto a contenersi;  e i suoi
    discorsi divennero a  poco  a  poco  cos  strani,  che,  in  vece  di
    riferirli, noi crediam pi opportuno di raccontar brevemente la storia
    antecedente  di  questa  infelice;  quel tanto cio che basti a render
    ragione dell'insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei,  e  a
    far  comprendere  i  motivi della sua condotta,  in quello che avvenne
    dopo.
    Era essa l'ultima figlia del principe ***,  gran gentiluomo  milanese,
    che  poteva  contarsi  tra  i  pi  doviziosi  della citt.  Ma l'alta
    opinione che aveva del suo titolo gli faceva  parer  le  sue  sostanze
    appena sufficienti,  anzi scarse,  a sostenerne il decoro;  e tutto il
    suo  pensiero  era  di  conservarle,  almeno  quali  erano,  unite  in
    perpetuo,  per  quanto dipendeva da lui.  Quanti figliuoli avesse,  la
    storia non lo dice espressamente;  fa solamente  intendere  che  aveva
    destinati al chiostro tutti i cadetti dell'uno e dell'altro sesso, per
    lasciare intatta la sostanza al primogenito,  destinato a conservar la
    famiglia, a procrear cio de' figliuoli, per tormentarsi a tormentarli
    nella stessa maniera. La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre
    della madre, che la sua condizione era gi irrevocabilmente stabilita.
    Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe  un  monaco  o  una  monaca;
    decisione per la quale faceva bisogno,  non il suo consenso, ma la sua
    presenza. Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle
    un nome che risvegliasse immediatamente l'idea  del  chiostro,  e  che
    fosse  stato  portato da una santa d'alti natali,  la chiam Gertrude.
    Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in
    mano;  poi santini che rappresentavan  monache;  e  que'  regali  eran
    sempre  accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto,
    come cosa preziosa,  e con quell'interrogare affermativo: "bello  eh?"
    Quando  il  principe,  o la principessa o il principino,  che solo de'
    maschi veniva allevato in casa,  volevano lodar  l'aspetto  prosperoso
    della  fanciullina,  pareva  che non trovasser modo d'esprimer bene la
    loro idea,  se non con le parole: "che madre badessa!" Nessuno per le
    disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un'idea sottintesa e
    toccata  incidentemente,  in  ogni  discorso  che  riguardasse  i suoi
    destini futuri.  Se qualche volta la Gertrudina trascorreva a  qualche
    atto  un  po'  arrogante e imperioso,  al che la sua indole la portava
    molto facilmente,  "tu sei  una  ragazzina,"  le  si  diceva:  "queste
    maniere  non  ti  convengono:  quando  sarai  madre  badessa,   allora
    comanderai a bacchetta,  farai alto e basso".  Qualche altra volta  il
    principe,   riprendendola   di  cert'altre  maniere  troppo  libere  e
    famigliari alle quali essa  trascorreva  con  uguale  facilit,  "ehi!
    ehi!"  le diceva;  "non  questo il fare d'una par tua: se vuoi che un
    giorno ti si porti il rispetto che ti sar dovuto,  impara fin d'ora a
    star sopra di te: ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima
    del monastero; perch il sangue si porta per tutto dove si va".
    Tutte  le  parole  di  questo  genere  stampavano  nel  cervello della
    fanciullina l'idea che gi lei doveva  esser  monaca;  ma  quelle  che
    venivan  dalla  bocca del padre,  facevan pi effetto di tutte l'altre
    insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello d'un padrone
    austero; ma quando si trattava dello stato futuro de' suoi figli,  dal
    suo   volto   e   da  ogni  sua  parola  traspariva  un'immobilit  di
    risoluzione,  una  ombrosa  gelosia  di  comando,   che  imprimeva  il
    sentimento d'una necessit fatale.
    A  sei  anni,  Gertrude  fu collocata,  per educazione e ancor pi per
    istradamento alla vocazione impostale,  nel monastero  dove  l'abbiamo
    veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. Il buon conduttore
    delle  due  donne  ha detto che il padre della signora era il primo in
    Monza: e,  accozzando questa qualsisia testimonianza con alcune  altre
    indicazioni  che l'anonimo lascia scappare sbadatamente qua e l,  noi
    potremmo anche  asserire  che  fosse  il  feudatario  di  quel  paese.
    Comunque  sia,  vi godeva d'una grandissima autorit;  e pens che l,
    meglio  che  altrove,  la  sua  figlia  sarebbe  trattata  con  quelle
    distinzioni  e  con  quelle  finezze  che  potesser  pi  allettarla a
    scegliere quel monastero per sua perpetua dimora.  N s'ingannava:  la
    badessa e alcune altre monache faccendiere,  che avevano, come si suol
    dire,  il mestolo in mano,  esultarono nel vedersi  offerto  il  pegno
    d'una  protezione  tanto  utile in ogni occorrenza,  tanto gloriosa in
    ogni momento; accettaron la proposta, con espressioni di riconoscenza,
    non esagerate,  per quanto fossero forti;  e  corrisposero  pienamente
    all'intenzioni   che   il   principe  aveva  lasciate  trasparire  sul
    collocamento stabile della  figliuola:  intenzioni  che  andavan  cos
    d'accordo  con  le loro.  Gertrude,  appena entrata nel monastero,  fu
    chiamata per antonomasia la signorina;  posto distinto a  tavola,  nel
    dormitorio;  la sua condotta proposta all'altre per esemplare; chicche
    e carezze senza  fine,  e  condite  con  quella  famigliarit  un  po'
    rispettosa,  che tanto adesca i fanciulli, quando la trovano in coloro
    che vedon trattare gli altri fanciulli con  un  contegno  abituale  di
    superiorit.  Non  che  tutte le monache fossero congiurate a tirar la
    poverina nel laccio: ce n'eran molte delle semplici e lontane da  ogni
    intrigo,  alle  quali  il  pensiero  di  sacrificare una figlia a mire
    interessate avrebbe fatto ribrezzo; ma queste, tutte attente alle loro
    occupazioni particolari,  parte non s'accorgevan bene  di  tutti  que'
    maneggi,  parte  non  distinguevano quanto vi fosse di cattivo,  parte
    s'astenevano dal farvi sopra esame, parte stavano zitte,  per non fare
    scandoli inutili. Qualcheduna anche, rammentandosi d'essere stata, con
    simili  arti,  condotta  a  quello  di cui s'era pentita poi,  sentiva
    compassione della povera innocentina,  e si sfogava col farle  carezze
    tenere e malinconiche: ma questa era ben lontana dal sospettare che ci
    fosse sotto mistero;  e la faccenda camminava. Sarebbe forse camminata
    cos fino alla fine,  se Gertrude fosse stata la sola ragazza in  quel
    monastero. Ma, tra le sue compagne d'educazione, ce n'erano alcune che
    sapevano  d'esser destinate al matrimonio.  Gertrudina,  nudrita nelle
    idee della sua superiorit,  parlava magnificamente de'  suoi  destini
    futuri di badessa,  di principessa del monastero,  voleva a ogni costo
    esser per le altre un soggetto d'invidia;  e vedeva con  maraviglia  e
    con   dispetto,   che   alcune  di  quelle  non  ne  sentivano  punto.
    All'immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che pu somministrare
    il primato in un monastero,  contrapponevan esse le immagini  varie  e
    luccicanti,  di nozze,  di pranzi,  di conversazioni, di festini, come
    dicevano allora,  di villeggiature,  di vestiti,  di carrozze.  Queste
    immagini  cagionarono  nel  cervello di Gertrude quel movimento,  quel
    brulicho che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo
    davanti a un alveare.  I parenti e  l'educatrici  avevan  coltivata  e
    accresciuta in lei la vanit naturale,  per farle piacere il chiostro;
    ma quando questa passione fu stuzzicata da idee tanto pi omogenee  ad
    essa, si gett su quelle, con ardore ben pi vivo e pi spontaneo. Per
    non  restare  al di sotto di quelle sue compagne,  e per condiscendere
    nello stesso tempo al suo nuovo genio,  rispondeva che,  alla fin  de'
    conti,  nessuno  le  poteva  mettere  il  velo  in  capo  senza il suo
    consenso, che anche lei poteva maritarsi, abitare un palazzo,  godersi
    il  mondo,  e  meglio di tutte loro;  che lo poteva,  pur che l'avesse
    voluto, che lo vorrebbe, che lo voleva;  e lo voleva in fatti.  L'idea
    della  necessit del suo consenso,  idea che,  fino a quel tempo,  era
    stata come inosservata e rannicchiata in un angolo della sua mente, si
    svilupp allora, e si manifest, con tutta la sua importanza.  Essa la
    chiamava  ogni  momento  in  aiuto,  per  godersi  pi tranquillamente
    l'immagini d'un avvenire gradito. Dietro quest'idea per, ne compariva
    sempre infallibilmente un'altra: che  quel  consenso  si  trattava  di
    negarlo  al  principe  padre,  il  quale lo teneva gi,  o mostrava di
    tenerlo per dato;  e,  a questa idea,  l'animo della  figlia  era  ben
    lontano  dalla sicurezza che ostentavano le sue parole.  Si paragonava
    allora con le compagne, ch'erano ben altrimenti sicure,  e provava per
    esse dolorosamente l'invidia che,  da principio,  aveva creduto di far
    loro provare.  Invidiandole,  le odiava: talvolta l'odio s'esalava  in
    dispetti,  in isgarbatezze,  in motti pungenti;  talvolta l'uniformit
    dell'inclinazioni  e  delle  speranze  lo  sopiva,  e  faceva  nascere
    un'intrinsichezza  apparente  e  passeggiera.  Talvolta,  volendo pure
    godersi intanto qualche cosa di reale e  di  presente,  si  compiaceva
    delle preferenze che le venivano accordate, e faceva sentire all'altre
    quella  sua  superiorit;   talvolta,  non  potendo  pi  tollerar  la
    solitudine de' suoi timori e de' suoi desidri,  andava,  tutta buona,
    in cerca di quelle, quasi ad implorar benevolenza, consigli, coraggio.
    Tra  queste  deplorabili  guerricciole  con s e con gli altri,  aveva
    varcata la puerizia,  e s'inoltrava in quell'et cos  critica,  nella
    quale  par  che  entri  nell'animo  quasi una potenza misteriosa,  che
    solleva, adorna,  rinvigorisce tutte l'inclinazioni,  tutte l'idee,  e
    qualche  volta  le trasforma o le rivolge a un corso impreveduto.  Ci
    che Gertrude aveva fino allora pi distintamente vagheggiato  in  que'
    sogni  dell'avvenire,  era  lo splendore esterno e la pompa: un non so
    che di molle e d'affettuoso,  che da prima v'era diffuso leggermente e
    come in nebbia,  cominci allora a spiegarsi e a primeggiare nelle sue
    fantasie.  S'era fatto nella parte pi riposta della mente,  come  uno
    splendido  ritiro:  ivi  si  rifugiava  dagli  oggetti  presenti,  ivi
    accoglieva certi personaggi stranamente composti  di  confuse  memorie
    della puerizia, di quel poco che poteva vedere del mondo esteriore, di
    ci che aveva imparato dai discorsi delle compagne;  si tratteneva con
    essi, parlava loro, e si rispondeva in loro nome;  ivi dava ordini,  e
    riceveva omaggi d'ogni genere.  Di quando in quando,  i pensieri della
    religione venivano a disturbare quelle feste brillanti e faticose.  Ma
    la religione,  come l'avevano insegnata alla nostra poveretta,  e come
    essa l'aveva ricevuta,  non bandiva l'orgoglio,  anzi lo santificava e
    lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicit terrena.  Privata
    cos della sua essenza,  non era pi la religione,  ma una larva  come
    l'altre.  Negl'intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto,
    e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l'infelice,  sopraffatta da
    terrori   confusi,   e   compresa  da  una  confusa  idea  di  doveri,
    s'immaginava che la  sua  ripugnanza  al  chiostro,  e  la  resistenza
    all'insinuazioni de' suoi maggiori,  nella scelta dello stato, fossero
    una  colpa;   e  prometteva  in  cuor  suo   d'espiarla,   chiudendosi
    volontariamente nel chiostro.
    Era  legge che una giovine non potesse venire accettata monaca,  prima
    d'essere stata esaminata da un ecclesiastico chiamato il vicario delle
    monache,  o da qualche altro deputato a ci,  affinch fosse certo che
    ci  andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver luogo,
    se non un anno dopo ch'ella avesse  esposto  a  quel  vicario  il  suo
    desiderio,  con  una  supplica in iscritto.  Quelle monache che avevan
    preso il tristo incarico di far che Gertrude s'obbligasse per  sempre,
    con  la  minor possibile cognizione di ci che faceva,  colsero un de'
    momenti che abbiam detto,  per farle trascrivere e  sottoscrivere  una
    tal supplica. E a fine d'indurla pi facilmente a ci, non mancaron di
    dirle e di ripeterle,  che finalmente era una mera formalit, la quale
    (e questo era vero) non poteva avere efficacia,  se non da altri  atti
    posteriori,  che dipenderebbero dalla sua volont.  Con tutto ci,  la
    supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s'era
    gi pentita d'averla sottoscritta.  Si pentiva poi d'essersi  pentita,
    passando cos i giorni e i mesi in un'incessante vicenda di sentimenti
    contrari. Tenne lungo tempo nascosto alle compagne quel passo, ora per
    timore  d'esporre  alle contraddizioni una buona risoluzione,  ora per
    vergogna di palesare uno sproposito.  Vinse finalmente il desiderio di
    sfogar  l'animo,  e  d'accattar  consiglio e coraggio.  C'era un'altra
    legge,   che  una  giovine  non  fosse  ammessa  a  quell'esame  della
    vocazione,  se  non  dopo  aver  dimorato  almeno  un  mese  fuori del
    monastero dove era stata in educazione.  Era gi scorso l'anno da  che
    la  supplica  era stata mandata;  e Gertrude fu avvertita che tra poco
    verrebbe levata dal monastero,  e condotta  nella  casa  paterna,  per
    rimanervi  quel  mese,  e  far  tutti  i passi necessari al compimento
    dell'opera che aveva di fatto cominciata. Il principe e il resto della
    famiglia tenevano tutto ci per certo, come se fosse gi avvenuto;  ma
    la  giovine aveva tutt'altro in testa: in vece di far gli altri passi,
    pensava alla maniera di tirare indietro il primo. In tali angustie, si
    risolvette d'aprirsi con una delle sue  compagne,  la  pi  franca,  e
    pronta  sempre  a  dar  consigli  risoluti.  Questa sugger a Gertrude
    d'informar con una lettera  il  padre  della  sua  nuova  risoluzione;
    giacch  non  le  bastava l'animo di spiattellargli sul viso un bravo:
    non voglio.  E perch i pareri gratuiti,  in questo mondo,  sono molto
    rari,  la  consigliera  fece pagar questo a Gertrude,  con tante beffe
    sulla sua dappocaggine.  La lettera fu concertata tra quattro o cinque
    confidenti, scritta di nascosto, e fatta ricapitare per via d'artifizi
    molto  studiati.  Gertrude  stava  con  grand'ansiet,  aspettando una
    risposta che non venne  mai.  Se  non  che,  alcuni  giorni  dopo,  la
    badessa, la fece venir nella sua cella, e, con un contegno di mistero,
    di  disgusto  e  di  compassione,  le diede un cenno oscuro d'una gran
    collera del principe,  e d'un  fallo  ch'ella  doveva  aver  commesso,
    lasciandole  per intendere che,  portandosi bene,  poteva sperare che
    tutto sarebbe dimenticato.  La giovinetta intese,  e non os  domandar
    pi in l.
    Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato. Quantunque Gertrude
    sapesse che andava a un combattimento,  pure l'uscir di monastero,  il
    lasciar quelle mura nelle  quali  era  stata  ott'anni  rinchiusa,  lo
    scorrere  in carrozza per l'aperta campagna,  il riveder la citt,  la
    casa,  furon sensazioni piene d'una gioia  tumultuosa.  In  quanto  al
    combattimento,  la  poveretta,  con la direzione di quelle confidenti,
    aveva gi prese le sue misure,  e fatto,  com'ora si direbbe,  il  suo
    piano.   -  O mi vorranno forzare,   -  pensava,   -  e io star dura;
    sar umile, rispettosa,  ma non acconsentir: non si tratta che di non
    dire un altro s; e non lo dir. Ovvero mi prenderanno con le buone; e
    io  sar  pi  buona  di  loro;   pianger,   pregher,  li  mover  a
    compassione:  finalmente  non  pretendo  altro  che   di   non   esser
    sacrificata.    -   Ma,  come accade spesso di simili previdenze,  non
    avvenne n una cosa n l'altra. I giorni passavano, senza che il padre
    n altri le parlasse della supplica, n della ritrattazione, senza che
    le venisse fatta proposta nessuna, n con carezze,  n con minacce.  I
    parenti eran seri, tristi, burberi con lei, senza mai dirne il perch.
    Si vedeva solamente che la riguardavano come una rea, come un'indegna:
    un anatema misterioso pareva che pesasse sopra di lei, e la segregasse
    dalla  famiglia,  lasciandovela  soltanto  unita  quanto bisognava per
    farle sentire  la  sua  suggezione.  Di  rado,  e  solo  a  certe  ore
    stabilite,  era  ammessa alla compagnia de' parenti e del primogenito.
    Tra loro tre pareva che regnasse una gran confidenza, la quale rendeva
    pi sensibile e pi doloroso l'abbandono in cui era lasciata Gertrude.
    Nessuno  le  rivolgeva  il  discorso;   e  quando   essa   arrischiava
    timidamente qualche parola,  che non fosse per cosa necessaria,  o non
    attaccava,   o  veniva  corrisposta  con  uno  sguardo  distratto,   o
    sprezzante,  o severo. Che se, non potendo pi soffrire una cos amara
    e umiliante distinzione, insisteva, e tentava di famigliarizzarsi;  se
    implorava  un  po'  d'amore,  si  sentiva  subito toccare,  in maniera
    indiretta ma chiara, quel tasto della scelta dello stato; le si faceva
    copertamente sentire che c'era un mezzo di riacquistar l'affetto della
    famiglia.   Allora  Gertrude,   che  non  l'avrebbe  voluto  a  quella
    condizione, era costretta di tirarsi indietro, rifiutare quasi i primi
    segni  di benevolenza che aveva tanto desiderati,  di rimettersi da s
    al suo posto di scomunicata;  e per di pi,  vi rimaneva con una certa
    apparenza del torto.
    Tali  sensazioni d'oggetti presenti facevano un contrasto doloroso con
    quelle ridenti visioni delle quali Gertrude s'era gi tanto  occupata,
    e s'occupava tuttavia, nel segreto della sua mente. Aveva sperato che,
    nella  splendida  e  frequentata  casa paterna,  avrebbe potuto godere
    almeno qualche saggio reale delle cose immaginate;  ma  si  trov  del
    tutto ingannata. La clausura era stretta e intera, come nel monastero;
    d'andare  a  spasso  non si parlava neppure;  e un coretto che,  dalla
    casa,  guardava  in  una  chiesa  contigua,   toglieva  anche  l'unica
    necessit che ci sarebbe stata d'uscire.  La compagnia era pi trista,
    pi scarsa,  meno variata che nel monastero.  A  ogni  annunzio  d'una
    visita,  Gertrude  doveva  salire all'ultimo piano,  per chiudersi con
    alcune vecchie donne di servizio: e l anche  desinava,  quando  c'era
    invito.  I  servitori  s'uniformavano,  nelle  maniere e ne' discorsi,
    all'esempio e all'intenzioni de' padroni: e  Gertrude,  che,  per  sua
    inclinazione, avrebbe voluto trattarli con una famigliarit signorile,
    e che,  nello stato in cui si trovava,  avrebbe avuto di grazia che le
    facessero qualche dimostrazione d'affetto,  come a una  loro  pari,  e
    scendeva  anche  a  mendicarne,  rimaneva  poi umiliata,  e sempre pi
    afflitta di vedersi corrisposta con una noncuranza  manifesta,  bench
    accompagnata  da  un  leggiero  ossequio  di  formalit.  Dovette per
    accorgersi che un  paggio,  ben  diverso  da  coloro,  le  portava  un
    rispetto,  e  sentiva per lei una compassione d'un genere particolare.
    Il contegno di quel ragazzotto era ci che Gertrude aveva fino  allora
    visto  di  pi  somigliante  a  quell'ordine di cose tanto contemplato
    nella sua immaginativa,  al contegno di quelle sue creature ideali.  A
    poco  a  poco  si  scopr  un  non so che di nuovo nelle maniere della
    giovinetta: una tranquillit e un'inquietudine diversa  dalla  solita,
    un  fare  di  chi ha trovato qualche cosa che gli preme,  che vorrebbe
    guardare ogni momento,  e non lasciar  vedere  agli  altri.  Le  furon
    tenuti gli occhi addosso pi che mai: che  che non , una mattina, fu
    sorpresa  da  una  di  quelle  cameriere,  mentre  stava piegando alla
    sfuggita una carta,  sulla quale avrebbe  fatto  meglio  non  iscriver
    nulla.  Dopo  un  breve  tira  tira,  la carta rimase nelle mani della
    cameriera, e da queste pass in quelle del principe.
    Il terrore di Gertrude,  al  rumor  de'  passi  di  lui,  non  si  pu
    descrivere  n  immaginare:  era  quel padre,  era irritato,  e lei si
    sentiva colpevole. Ma quando lo vide comparire con quel cipiglio,  con
    quella carta in mano,  avrebbe voluto esser cento braccia sotto terra,
    non che in un chiostro.  Le parole non furon molte,  ma terribili:  il
    gastigo intimato subito non fu che d'esser rinchiusa in quella camera,
    sotto  la  guardia della donna che aveva fatta la scoperta;  ma questo
    non era che un principio,  che un ripiego del momento;  si prometteva,
    si lasciava vedere per aria, un altro gastigo oscuro, indeterminato, e
    quindi pi spaventoso.
    Il paggio fu subito sfrattato, com'era naturale; e fu minacciato anche
    a  lui  qualcosa di terribile,  se,  in qualunque tempo,  avesse osato
    fiatar nulla dell'avvenuto. Nel fargli questa intimazione, il principe
    gli appoggi due solenni schiaffi,  per associare a quell'avventura un
    ricordo,  che  togliesse al ragazzaccio ogni tentazione di vantarsene.
    Un pretesto qualunque, per coonestare la licenza data a un paggio, non
    era difficile a trovarsi;  in quanto  alla  figlia,  si  disse  ch'era
    incomodata.
    Rimase essa dunque col batticuore,  con la vergogna,  col rimorso, col
    terrore dell'avvenire,  e con la sola compagnia di quella donna odiata
    da  lei,  come  il testimonio della sua colpa,  e la cagione della sua
    disgrazia.  Costei odiava poi a vicenda  Gertrude,  per  la  quale  si
    trovava  ridotta  senza  saper  per quanto tempo,  alla vita noiosa di
    carceriera, e divenuta per sempre custode d'un segreto pericoloso.
    Il primo confuso tumulto di que' sentimenti s'acquiet a poco a  poco;
    ma tornando essi poi a uno per volta nell'animo,  vi s'ingrandivano, e
    si fermavano a tormentarlo pi distintamente e a bell'agio. Che poteva
    mai esser quella punizione minacciata  in  enimma?  Molte  e  varie  e
    strane  se  ne  affacciavano  alla  fantasia  ardente  e  inesperta di
    Gertrude. Quella che pareva pi probabile,  era di venir ricondotta al
    monastero di Monza,  di ricomparirvi, non pi come la signorina, ma in
    forma di colpevole, e di starvi rinchiusa,  chi sa fino a quando!  chi
    sa con quali trattamenti!  Ci che una tale immaginazione, tutta piena
    di dolori,  aveva forse di pi doloroso  per  lei,  era  l'apprensione
    della  vergogna.  Le  frasi,  le  parole,  le  virgole  di quel foglio
    sciagurato,  passavano e ripassavano nella sua memoria: le  immaginava
    osservate,  pesate  da un lettore tanto impreveduto,  tanto diverso da
    quello a cui eran destinate;  si figurava  che  avesser  potuto  cader
    sotto  gli occhi anche della madre o del fratello,  o di chi sa altri:
    e,  al paragon di ci,  tutto il rimanente le pareva quasi  un  nulla.
    L'immagine  di  colui  ch'era  stato  la  prima  origine  di  tutto lo
    scandolo,  non lasciava di venire  spesso  anch'essa  ad  infestar  la
    povera  rinchiusa:  e  pensate  che  strana  comparsa  doveva far quel
    fantasma,  tra  quegli  altri  cos  diversi  da  lui,  seri,  freddi,
    minacciosi.  Ma,  appunto  perch  non  poteva  separarlo da essi,  n
    tornare un momento a quelle fuggitive compiacenze,  senza  che  subito
    non  le  s'affacciassero i dolori presenti che n'erano la conseguenza,
    cominci a poco a poco a  tornarci  pi  di  rado,  a  rispingerne  la
    rimembranza,  a  divezzarsene.  N pi a lungo,  o pi volentieri,  si
    fermava in quelle liete e brillanti fantasie d'una volta: eran  troppo
    opposte alle circostanze reali,  a ogni probabilit dell'avvenire.  Il
    solo  castello  nel  quale  Gertrude  potesse  immaginare  un  rifugio
    tranquillo  e  onorevole,  e che non fosse in aria,  era il monastero,
    quando si risolvesse d'entrarci per sempre.  Una tal risoluzione  (non
    poteva dubitarne) avrebbe accomodato ogni cosa, saldato ogni debito, e
    cambiata  in  un  attimo  la  sua situazione.  Contro questo proposito
    insorgevano,  vero,  i pensieri di tutta la sua vita: ma i tempi eran
    mutati;  e,  nell'abisso in cui Gertrude era caduta,  e al paragone di
    ci che poteva temere  in  certi  momenti,  la  condizione  di  monaca
    festeggiata,  ossequiata,  ubbidita,  le  pareva  uno zuccherino.  Due
    sentimenti di ben diverso genere  contribuivan  pure  a  intervalli  a
    scemare quella sua antica avversione: talvolta il rimorso del fallo, e
    una tenerezza fantastica di divozione; talvolta l'orgoglio amareggiato
    e irritato dalle maniere della carceriera, la quale (spesso, a dire il
    vero,  provocata  da  lei)  si vendicava,  ora facendole paura di quel
    minacciato gastigo,  ora svergognandola del fallo.  Quando poi  voleva
    mostrarsi benigna,  prendeva un tono di protezione,  pi odioso ancora
    dell'insulto.  In tali diverse occasioni,  il desiderio  che  Gertrude
    sentiva d'uscir dall'unghie di colei,  e di comparirle in uno stato al
    di sopra della  sua  collera  e  della  sua  piet,  questo  desiderio
    abituale  diveniva  tanto vivo e pungente,  da far parere amabile ogni
    cosa che potesse condurre ad appagarlo.
    In capo a quattro o cinque lunghi giorni di  prigionia,  una  mattina,
    Gertrude  stuccata  e invelenita all'eccesso,  per un di que' dispetti
    della sua guardiana, and a cacciarsi in un angolo della camera, e l,
    con la faccia nascosta tra le mani,  stette qualche tempo a divorar la
    sua  rabbia.  Sent allora un bisogno prepotente di vedere altri visi,
    di sentire altre  parole,  d'esser  trattata  diversamente.  Pens  al
    padre,  alla  famiglia: il pensiero se ne arretrava spaventato.  Ma le
    venne in mente che dipendeva da lei di trovare in loro degli amici;  e
    prov  una  gioia  improvvisa.  Dietro  questa,  una  confusione  e un
    pentimento  straordinario  del  suo  fallo,   e  un  ugual   desiderio
    d'espiarlo.   Non   gi  che  la  sua  volont  si  fermasse  in  quel
    proponimento, ma giammai non c'era entrata con tanto ardore. S'alz di
    l and a un tavolino, riprese quella penna fatale, e scrisse al padre
    una lettera piena d'entusiasmo e  d'abbattimento,  d'afflizione  e  di
    speranza,  implorando  il  perdono,  e  mostrandosi indeterminatamente
    pronta a tutto ci che potesse piacere a chi doveva accordarlo.

    NOTA *: Josephi Ripamontii, "Historiae Patriae",  Decadis V,  li.  VI,
    cap. III, p. 358 et seq.















    CAPITOLO 10.

    L'astuzia  diabolica del principe.   -  La domanda per l'ammissione al
    monastero.  -  Il principe e la badessa a colloquio.   -  L'esame.   -
    Ancora un po' di libert.   -  Monaca per sempre!   -  Vita infelice e
    trista.  -  Relazioni peccaminose con Egidio.   -  Un delitto.   -  La
    confusione di Lucia al contegno della signora.

    Vi  son  de'  momenti in cui l'animo,  particolarmente de' giovani,  
    disposto in maniera che ogni poco d'istanza  basta  a  ottenerne  ogni
    cosa  che  abbia  un'apparenza  di bene e di sacrifizio: come un fiore
    appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto
    a concedere le sue  fragranze  alla  prim'aria  che  gli  aliti  punto
    d'intorno.  Questi momenti, che si dovrebbero dagli altri ammirare con
    timido rispetto,  son quelli appunto che  l'astuzia  interessata  spia
    attentamente  e  coglie  di  volo,  per  legare una volont che non si
    guarda.
    Al legger quella lettera,  il principe *** vide  subito  lo  spiraglio
    aperto  alle sue antiche e costanti mire.  Mand a dire a Gertrude che
    venisse da  lui;  e  aspettandola,  si  dispose  a  batter  il  ferro,
    mentr'era caldo.  Gertrude comparve,  e, senza alzar gli occhi in viso
    al padre, gli si butt in ginocchioni davanti, ed ebbe appena fiato di
    dire: "perdono!" Egli le fece cenno che s'alzasse;  ma,  con una  voce
    poco  atta  a  rincorare,  le  rispose  che  il  perdono  non  bastava
    desiderarlo n chiederlo; ch'era cosa troppo agevole e troppo naturale
    a chiunque sia trovato in colpa,  e tema la punizione;  che  in  somma
    bisognava  meritarlo.  Gertrude domand sommessamente e tremando,  che
    cosa dovesse fare.  Il principe (non ci regge il cuore  di  dargli  in
    questo  momento  il  titolo  di  padre)  non rispose direttamente,  ma
    cominci a parlare a lungo del fallo  di  Gertrude:  e  quelle  parole
    frizzavano  sull'animo  della  poveretta,  come lo scorrere d'una mano
    ruvida sur una  ferita.  Continu  dicendo  che,  quand'anche...  caso
    mai...  che  avesse  avuto  prima qualche intenzione di collocarla nel
    secolo,  lei stessa ci  aveva  messo  ora  un  ostacolo  insuperabile;
    giacch  a un cavalier d'onore,  com'era lui,  non sarebbe mai bastato
    l'animo di regalare a un galantuomo una signorina che  aveva  dato  un
    tal  saggio  di s.  La misera ascoltatrice era annichilata: allora il
    principe,  raddolcendo a grado a grado la voce e le  parole,  prosegu
    dicendo che per a ogni fallo c'era rimedio e misericordia; che il suo
    era  di  quelli  per  i  quali  il rimedio  pi chiaramente indicato:
    ch'essa doveva vedere, in questo tristo accidente,  come un avviso che
    la vita del secolo era troppo piena di pericoli per lei...
    "Ah  s!"  esclam  Gertrude,   scossa  dal  timore,  preparata  dalla
    vergogna, e mossa in quel punto da una tenerezza istantanea.
    "Ah! lo capite anche voi," riprese incontanente il principe.  "Ebbene,
    non si parli pi del passato: tutto  cancellato.  Avete preso il solo
    partito onorevole,  conveniente,  che vi rimanesse;  ma perch l'avete
    preso  di  buona  voglia,  e  con buona maniera,  tocca a me a farvelo
    riuscir gradito in tutto e per tutto: tocca a me a farne tornare tutto
    il vantaggio e tutto il merito sopra di voi.  Ne prendo io  la  cura."
    Cos  dicendo,  scosse  un  campanello  che  stava sul tavolino,  e al
    servitore che entr, disse: "la principessa e il principino subito". E
    seguit poi con Gertrude: "voglio metterli subito a  parte  della  mia
    consolazione,  voglio  che  tutti  comincin subito a trattarvi come si
    conviene.  Avete sperimentato in parte il  padre  severo;  ma  da  qui
    innanzi proverete tutto il padre amoroso."
    A queste parole, Gertrude rimaneva come sbalordita. Ora ripensava come
    mai quel s che le era scappato,  avesse potuto significar tanto,  ora
    cercava se ci fosse maniera di riprenderlo,  di ristringerne il senso;
    ma  la persuasione del principe pareva cos intera,  la sua gioia cos
    gelosa, la benignit cos condizionata, che Gertrude non os proferire
    una parola che potesse turbarle menomamente.
    Dopo pochi momenti, vennero i due chiamati, e vedendo l Gertrude,  la
    guardarono  in viso,  incerti e maravigliati.  Ma il principe,  con un
    contegno lieto e amorevole,  che ne prescriveva loro  un  somigliante,
    "ecco,"  disse,  "la pecora smarrita: e sia questa l'ultima parola che
    richiami triste memorie. Ecco la consolazione della famiglia. Gertrude
    non ha pi bisogno di consigli; ci che noi desideravamo per suo bene,
    l'ha voluto lei spontaneamente. E' risoluta,  m'ha fatto intendere che
      risoluta..."  A questo passo,  alz essa verso il padre uno sguardo
    tra atterrito e supplichevole, come per chiedergli che sospendesse, ma
    egli prosegu francamente: "che  risoluta di prendere il velo."
    "Brava! bene!" esclamarono, a una voce, la madre e il figlio,  e l'uno
    dopo   l'altra  abbracciaron  Gertrude;   la  quale  ricevette  queste
    accoglienze con  lacrime,  che  furono  interpretate  per  lacrime  di
    consolazione.  Allora il principe si diffuse a spiegar ci che farebbe
    per render lieta e  splendida  la  sorte  della  figlia.  Parl  delle
    distinzioni  di  cui  goderebbe  nel  monastero e nel paese;  che,  l
    sarebbe come una principessa,  come la rappresentante della  famiglia;
    che,  appena  l'et  l'avrebbe permesso,  sarebbe innalzata alla prima
    dignit; e, intanto, non sarebbe soggetta che di nome.  La principessa
    e  il principino rinnovavano,  ogni momento,  le congratulazioni e gli
    applausi: Gertrude era come dominata da un sogno.
    "Converr poi fissare  il  giorno,  per  andare  a  Monza,  a  far  la
    richiesta alla badessa," disse il principe. "Come sar contenta. Vi so
    dire che tutto il monastero sapr valutar l'onore che Gertrude gli fa.
    Anzi...  perch  non ci andiamo oggi?  Gertrude prender volentieri un
    po' d'aria."
    "Andiamo pure," disse la principessa.
    "Vo a dar gli ordini," disse il principino.
    "Ma..." profer sommessamente Gertrude.
    "Piano,  piano," riprese il principe: "lasciam decidere a  lei:  forse
    oggi  non  si sente abbastanza disposta,  e le piacerebbe pi aspettar
    fino a domani. Dite: volete che andiamo oggi o domani?"
    "Domani," rispose, con voce fiacca, Gertrude,  alla quale pareva ancor
    di far qualche cosa, prendendo un po' di tempo.
    "Domani,"  disse  solennemente  il principe: "ha stabilito che si vada
    domani.  Intanto io vo dal vicario delle monache,  a fissare un giorno
    per l'esame." Detto fatto, il principe usc, e and veramente (che non
    fu piccola degnazione) dal detto vicario;  e concertarono che verrebbe
    di l a due giorni.
    In tutto il resto di quella giornata,  Gertrude non ebbe un minuto  di
    bene. Avrebbe desiderato riposar l'animo da tante commozioni, lasciar,
    per  dir cos,  chiarire i suoi pensieri,  render conto a s stessa di
    ci che aveva fatto,  di ci che le rimaneva da fare,  sapere ci  che
    volesse,  rallentare  un momento quella macchina che,  appena avviata,
    andava cos precipitosamente;  ma non ci fu  verso.  L'occupazioni  si
    succedevano  senza  interruzione,  s'incastravano  l'una  con l'altra.
    Subito dopo partito il  principe,  fu  condotta  nel  gabinetto  della
    principessa, per essere, sotto la sua direzione, pettinata e rivestita
    dalla  sua propria cameriera.  Non era ancor terminato di dar l'ultima
    mano,  che furon avvertite ch'era in tavola.  Gertrude pass in  mezzo
    agl'inchini  della  servit,  che  accennava  di  congratularsi per la
    guarigione,  e trov  alcuni  parenti  pi  prossimi,  ch'erano  stati
    invitati in fretta, per farle onore, e per rallegrarsi con lei de' due
    felici avvenimenti, la ricuperata salute, e la spiegata vocazione.
    La sposina (cos si chiamavan le giovani monacande, e Gertrude, al suo
    apparire, fu da tutti salutata con quel nome), la sposina ebbe da dire
    e  da  fare  a  rispondere a' complimenti che le fioccavan da tutte le
    parti.   Sentiva  bene  che  ognuna  delle  sue  risposte   era   come
    un'accettazione e una conferma;  ma come rispondere diversamente? Poco
    dopo alzati da tavola,  venne l'ora della trottata.  Gertrude entr in
    carrozza con la madre, e con due zii ch'erano stati al pranzo. Dopo un
    solito giro,  si riusc alla strada Marina, che allora attraversava lo
    spazio occupato ora dal giardin pubblico,  ed  era  il  luogo  dove  i
    signori venivano in carrozza a ricrearsi delle fatiche della giornata.
    Gli  zii  parlarono  anche a Gertrude,  come portava la convenienza in
    quel giorno: e uno di loro,  il  quale  pareva  che,  pi  dell'altro,
    conoscesse  ogni  persona,  ogni carrozza,  ogni livrea,  e aveva ogni
    momento qualcosa da dire del signor tale e della signora tal altra, si
    volt a lei tutt'a un tratto,  e le disse: "ah furbetta!  voi date  un
    calcio a tutte queste corbellerie;  siete una dirittona voi;  piantate
    negl'impicci noi poveri mondani, vi ritirate a fare una vita beata,  e
    andate in paradiso in carrozza."
    Sul tardi,  si torn a casa; e i servitori, scendendo in fretta con le
    torce,  avvertirono che molte visite stavano aspettando.  La voce  era
    corsa; e i parenti e gli amici venivano a fare il loro dovere. S'entr
    nella  sala  della  conversazione.   La  sposina  ne  fu  l'idolo,  il
    trastullo,  la vittima.  Ognuno  la  voleva  per  s:  chi  si  faceva
    prometter dolci,  chi prometteva visite,  chi parlava della madre tale
    sua parente,  chi della madre tal altra sua conoscente,  chi lodava il
    cielo  di Monza,  chi discorreva,  con gran sapore,  della gran figura
    ch'essa  avrebbe  fatta  l.  Altri,  che  non  avevan  potuto  ancora
    avvicinarsi a Gertrude cos assediata,  stavano spiando l'occasione di
    farsi innanzi,  e sentivano un certo rimorso,  fin  che  non  avessero
    fatto il loro dovere.  A poco a poco,  la compagnia s'and dileguando;
    tutti se n'andarono senza rimorso, e Gertrude rimase sola co' genitori
    e il fratello.
    "Finalmente," disse il principe,  "ho avuto la consolazione  di  veder
    mia figlia trattata da par sua.  Bisogna per confessare che anche lei
    s' portata benone, e ha fatto vedere che non sar impicciata a far la
    prima figura, e a sostenere il decoro della famiglia."
    Si cen in fretta,  per ritirarsi subito,  ed esser pronti  presto  la
    mattina seguente.
    Gertrude  contristata,  indispettita  e,  nello  stesso tempo,  un po'
    gonfiata da tutti que' complimenti,  si ramment in quel punto ci che
    aveva patito dalla sua carceriera; e, vedendo il padre cos disposto a
    compiacerla  in  tutto,  fuor  che  in  una  cosa,  volle approfittare
    dell'auge in cui si trovava,  per acquietare almeno una delle passioni
    che la tormentavano.  Mostr quindi una gran ripugnanza a trovarsi con
    colei, lagnandosi fortemente delle sue maniere.
    "Come!" disse il principe: "v'ha mancato di  rispetto  colei!  Domani,
    domani,  le  laver il capo come va.  Lasciate fare a me,  che le far
    conoscere chi  lei, e chi siete voi. E a ogni modo,  una figlia della
    quale  io  son  contento,  non deve vedersi intorno una persona che le
    dispiaccia." Cos detto, fece chiamare un'altra donna,  e le ordin di
    servir  Gertrude;  la  quale  intanto,  masticando  e  assaporando  la
    soddisfazione che aveva ricevuta,  si stupiva di  trovarci  cos  poco
    sugo,  in paragone del desiderio che n'aveva avuto. Ci che, anche suo
    malgrado, s'impossessava di tutto il suo animo,  era il sentimento de'
    gran progressi che aveva fatti,  in quella giornata,  sulla strada del
    chiostro,  il pensiero che a ritirarsene ora  ci  vorrebbe  molta  pi
    forza  e risolutezza di quella che sarebbe bastata pochi giorni prima,
    e che pure non s'era sentita d'avere.
    La donna che and ad accompagnarla in camera, era una vecchia di casa,
    stata gi governante del principino,  che aveva ricevuto appena uscito
    dalle  fasce,  e  tirato  su  fino all'adolescenza,  e nel quale aveva
    riposte tutte le sue compiacenze, le sue speranze, la sua gloria.  Era
    essa  contenta  della  decisione fatta in quel giorno,  come d'una sua
    propria  fortuna;  e  Gertrude,   per  ultimo  divertimento,   dovette
    succiarsi  le congratulazioni,  le lodi,  i consigli della vecchia,  e
    sentir parlare di certe sue zie e prozie,  le quali s'eran trovate ben
    contente  d'esser  monache,  perch,  essendo  di quella casa,  avevan
    sempre goduto i primi onori,  avevan sempre saputo tenere uno  zampino
    di  fuori,  e,  dal loro parlatorio,  avevano ottenuto cose che le pi
    gran dame, nelle loro sale, non c'eran potute arrivare. Le parl delle
    visite che  avrebbe  ricevute:  un  giorno  poi,  verrebbe  il  signor
    principino  con la sua sposa la quale doveva esser certamente una gran
    signorona; e allora, non solo il monastero,  ma tutto il paese sarebbe
    in  moto.  La vecchia aveva parlato mentre spogliava Gertrude,  quando
    Gertrude era  a  letto;  parlava  ancora,  che  Gertrude  dormiva.  La
    giovinezza e la fatica erano state pi forti de' pensieri. Il sonno fu
    affannoso,  torbido,  pieno di sogni penosi, ma non fu rotto che dalla
    voce strillante della vecchia,  che  venne  a  svegliarla,  perch  si
    preparasse per la gita di Monza.
    "Andiamo,  andiamo,  signora sposina:  giorno fatto;  e prima che sia
    vestita e pettinata, ci vorr un'ora almeno. La signora principessa si
    sta vestendo;  e l'hanno svegliata quattr'ore  prima  del  solito.  Il
    signor  principino  gi sceso alle scuderie,  poi  tornato su,  ed 
    all'ordine per partire quando si  sia.  Vispo  come  una  lepre,  quel
    diavoletto:  ma!   stato cos fin da bambino;  e io posso dirlo,  che
    l'ho portato in collo. Ma quand' pronto, non bisogna farlo aspettare,
    perch,   sebbene  sia  della  miglior   pasta   del   mondo,   allora
    s'impazientisce  e strepita.  Poveretto!  bisogna compatirlo:  il suo
    naturale;  e poi questa volta avrebbe anche un po' di ragione,  perch
    s'incomoda per lei. Guai chi lo tocca in que' momenti! non ha riguardo
    per  nessuno,  fuorch  per  il signor principe.  Ma finalmente non ha
    sopra di s che il signor principe,  e un giorno,  il signor  principe
    sar lui;  pi tardi che sia possibile, per. Lesta, lesta, signorina!
    Perch mi guarda cos incantata? A quest'ora dovrebbe esser fuor della
    cuccia."
    All'immagine del principino impaziente,  tutti gli altri pensieri  che
    s'erano  affollati  alla  mente  risvegliata  di Gertrude,  si levaron
    subito, come uno stormo di passere all'apparir del nibbio. Ubbid,  si
    vest in fretta,  si lasci pettinare,  e comparve nella sala,  dove i
    genitori e il fratello eran radunati.  Fu fatta sedere sur una sedia a
    braccioli, e le fu portata una chicchera di cioccolata: il che, a que'
    tempi, era quel che gi presso i Romani il dare la veste virile.
    Quando vennero a avvertir ch'era attaccato, il principe tir la figlia
    in disparte,  e le disse: "ors,  Gertrude, ieri vi siete fatta onore:
    oggi dovete superar voi medesima.  Si  tratta  di  fare  una  comparsa
    solenne  nel monastero e nel paese dove siete destinata a far la prima
    figura.  V'aspettano..." E' inutile dire che il principe aveva spedito
    un avviso alla badessa,  il giorno avanti.  "V'aspettano,  e tutti gli
    occhi saranno sopra di voi.  Dignit e  disinvoltura.  La  badessa  vi
    domander cosa volete:  una formalit. Potete rispondere che chiedete
    d'essere ammessa a vestir l'abito in quel monastero,  dove siete stata
    educata cos amorevolmente,  dove avete ricevute tante finezze: che  
    la pura verit.  Dite quelle poche parole con un fare sciolto: che non
    s'avesse a dire che v'hanno imboccata,  e che non  sapete  parlare  da
    voi.  Quelle  buone  madri non sanno nulla dell'accaduto:  un segreto
    che deve restar sepolto nella famiglia;  e perci non fate una  faccia
    contrita e dubbiosa,  che potesse dar qualche sospetto. Fate vedere di
    che sangue uscite: manierosa,  modesta;  ma ricordatevi che,  in  quel
    luogo, fuor della famiglia, non ci sar nessuno sopra di voi."
    Senza  aspettar  risposta,   il  principe  si  mosse;   Gertrude,   la
    principessa e il principino lo seguirono;  scesero tutti le  scale,  e
    montarono in carrozza. Gl'impicci e le noie del mondo, e la vita beata
    del  chiostro,  principalmente  per  le giovani di sangue nobilissimo,
    furono il tema della conversazione,  durante il  tragitto.  Sul  finir
    della  strada,  il  principe  rinnov  l'istruzioni alla figlia,  e le
    ripet pi volte la formola  della  risposta.  All'entrare  in  Monza,
    Gertrude si sent stringere il cuore; ma la sua attenzione fu attirata
    per un istante da non so quali signori che,  fatta fermar la carrozza,
    recitarono non so qual complimento.  Ripreso il cammino,  s'and quasi
    di passo al monastero,  tra gli sguardi de' curiosi che accorrevano da
    tutte le parti sulla strada.  Al fermarsi della  carrozza,  davanti  a
    quelle mura,  davanti a quella porta,  il cuore si strinse ancor pi a
    Gertrude.  Si smont tra due ale di popolo,  che i servitori  facevano
    stare   indietro.   Tutti   quegli   occhi   addosso   alla  poveretta
    l'obbligavano a studiar continuamente il suo contegno: ma pi di tutti
    quelli insieme,  la tenevano in suggezione i due del padre,  a'  quali
    essa,  quantunque  ne  avesse  cos gran paura,  non poteva lasciar di
    rivolgere i suoi,  ogni momento.  E quegli occhi  governavano  le  sue
    mosse   e  il  suo  volto,   come  per  mezzo  di  redini  invisibili.
    Attraversato il primo cortile,  s'entr in un altro,  e l si vide  la
    porta  del  chiostro interno,  spalancata e tutta occupata da monache.
    Nella prima fila,  la badessa circondata  da  anziane;  dietro,  altre
    monache alla rinfusa,  alcune in punta di piedi; in ultimo le converse
    ritte sopra panchetti.  Si vedevan pure qua e l luccicare a mezz'aria
    alcuni  occhietti,  spuntar qualche visino tra le tonache: eran le pi
    destre  e  le  pi  coraggiose  tra  l'educande,  che,   ficcandosi  e
    penetrando  tra  monaca  e  monaca,  eran  riuscite  a farsi un po' di
    pertugio, per vedere anch'esse qualche cosa.  Da quella calca uscivano
    acclamazioni;   si   vedevan   molte   braccia  dimenarsi,   in  segno
    d'accoglienza e di gioia.  Giunsero alla porta;  Gertrude si  trov  a
    viso  a viso con la madre badessa.  Dopo i primi complimenti,  questa,
    con una  maniera  tra  il  giulivo  e  il  solenne,  le  domand  cosa
    desiderasse in quel luogo, dove non c'era chi le potesse negar nulla.
    "Son  qui...," cominci Gertrude;  ma,  al punto di proferir le parole
    che dovevano decider quasi irrevocabilmente del suo destino,  esit un
    momento,  e  rimase  con  gli  occhi  fissi  sulla  folla che le stava
    davanti. Vide, in quel momento,  una di quelle sue note compagne,  che
    la guardava con un'aria di compassione e di malizia insieme,  e pareva
    che dicesse: ah! la c' cascata la brava.  Quella vista,  risvegliando
    pi  vivi  nell'animo  suo  tutti gli antichi sentimenti,  le restitu
    anche un po' di quel poco antico coraggio: e gi  stava  cercando  una
    risposta  qualunque,  diversa  da  quella  che  le  era stata dettata;
    quando,   alzato  lo  sguardo  alla  faccia  del  padre,   quasi   per
    esperimentar le sue forze, scorse su quella un'inquietudine cos cupa,
    un'impazienza cos minaccevole, che, risoluta per paura, con la stessa
    prontezza  che  avrebbe  preso  la  fuga dinanzi un oggetto terribile,
    prosegu: "son  qui  a  chiedere  d'esser  ammessa  a  vestir  l'abito
    religioso,   in  questo  monastero,  dove  sono  stata  allevata  cos
    amorevolmente". La badessa rispose subito, che le dispiaceva molto, in
    una tale occasione,  che  le  regole  non  le  permettessero  di  dare
    immediatamente  una  risposta,  la quale doveva venire dai voti comuni
    delle suore,  e alla quale doveva precedere la licenza de'  superiori.
    Che  Per  Gertrude,  conoscendo  i sentimenti che s'avevan per lei in
    quel luogo, poteva preveder con certezza qual sarebbe questa risposta;
    e che intanto nessuna regola proibiva alla badessa  e  alle  suore  di
    manifestare la consolazione che sentivano di quella richiesta.  S'alz
    allora un frastono confuso di congratulazioni ed acclamazioni. Vennero
    subito gran guantiere colme di dolci, che furon presentati, prima alla
    sposina,  e  dopo  ai  parenti.   Mentre  alcune  monache  facevano  a
    rubarsela,  e altre complimentavan la madre,  altre il principino,  la
    badessa fece pregare il principe che volesse  venire  alla  grata  del
    parlatorio,  dove  l'attendeva.  Era  accompagnata  da due anziane;  e
    quando lo vide comparire, "signor principe," disse: "per ubbidire alle
    regole... per adempire una formalit indispensabile, sebbene in questo
    caso...  pure devo dirle...  che,  ogni volta che  una  figlia  chiede
    d'essere  ammessa  a  vestir l'abito....  la superiora,  quale io sono
    indegnamente,...   obbligata d'avvertire i genitori...  che  se,  per
    caso...  forzassero  la  volont  della  figlia,  incorrerebbero nella
    scomunica. Mi scuser..."
    "Benissimo,  benissimo,  reverenda madre.  Lodo la  sua  esattezza:  
    troppo giusto... Ma lei non pu dubitare..."
    "Oh! pensi, signor principe,... ho parlato per obbligo preciso,... del
    resto..."
    "Certo, certo, madre badessa. "
    Barattate  queste  poche  parole,  i  due  interlocutori s'inchinarono
    vicendevolmente,  e si separarono,  come se a tutt'e  due  pesasse  di
    rimaner  l  testa  testa;  e  andarono  a  riunirsi ciascuno alla sua
    compagnia,  l'uno fuori,  l'altra dentro la  soglia  claustrale.  Dato
    luogo a un po' d'altre ciarle,  "oh via," disse il principe: "Gertrude
    potr ben presto godersi a suo bell'agio la compagnia di queste madri.
    Per ora  le  abbiamo  incomodate  abbastanza."  Cos  detto,  fece  un
    inchino; la famiglia si mosse con lui; si rinnovarono i complimenti, e
    si part.
    Gertrude,   nel  tornare,  non  aveva  troppa  voglia  di  discorrere.
    Spaventata  del  passo  che  aveva   fatto,   vergognosa   della   sua
    dappocaggine, indispettita contro gli altri e contro s stessa, faceva
    tristamente  il conto dell'occasioni,  che le rimanevano ancora di dir
    di no;  e prometteva debolmente e confusamente a  s  stessa  che,  in
    questa, o in quella, o in quell'altra, sarebbe pi destra e pi forte.
    Con tutti questi pensieri,  non le era per cessato affatto il terrore
    di quel cipiglio del padre;  talch,  quando,  con un'occhiata datagli
    alla sfuggita, pot chiarirsi che sul volto di lui non c'era pi alcun
    vestigio di collera, quando anzi vide che si mostrava soddisfattissimo
    di lei, le parve una bella cosa, e fu, per un istante, tutta contenta.
    Appena  arrivati,  bisogn rivestirsi e rilisciarsi;  poi il desinare,
    poi alcune visite, poi la trottata, poi la conversazione, poi la cena.
    Sulla fine di questa,  il principe mise in campo un altro  affare,  la
    scelta della madrina. Cos si chiamava una dama, la quale, pregata da'
    genitori,  diventava  custode  e  scorta della giovane monacanda,  nel
    tempo tra la richiesta e l'entratura nel monastero;  tempo che  veniva
    speso in visitar le chiese,  i palazzi pubblici,  le conversazioni, le
    ville,  i santuari: tutte le cose in somma pi notabili della citt  e
    de'  contorni;  affinch  le  giovani,  prima  di  proferire  un  voto
    irrevocabile,  vedessero bene a  cosa  davano  un  calcio.  "Bisogner
    pensare  a  una  madrina,"  disse il principe: "perch domani verr il
    vicario delle monache,  per la formalit dell'esame,  e  subito  dopo,
    Gertrude verr proposta in capitolo, per esser accettata dalle madri."
    Nel dir questo, s'era voltato verso la principessa; e questa, credendo
    che  fosse  un  invito  a proporre,  cominciava: "ci sarebbe..." Ma il
    principe interruppe.  "No,  no,  signora principessa: la madrina  deve
    prima di tutto piacere alla sposina;  e bench l'uso universale dia la
    scelta  ai  parenti,   pure  Gertrude   ha   tanto   giudizio,   tanta
    assennatezza,  che  merita bene che si faccia un'eccezione per lei." E
    qui,  voltandosi a Gertrude,  in  atto  di  chi  annunzia  una  grazia
    singolare, continu: "ognuna delle dame che si son trovate questa sera
    alla  conversazione,  ha  quel che si richiede per esser madrina d'una
    figlia della nostra casa;  non ce n' nessuna,  crederei,  che non sia
    per tenersi onorata della preferenza: scegliete voi."
    Gertrude vedeva bene che far questa scelta era dare un nuovo consenso;
    ma  la proposta veniva fatta con tanto apparato,  che il rifiuto,  per
    quanto fosse umile,  poteva parer  disprezzo,  o  almeno  capriccio  e
    leziosaggine.  Fece dunque anche quel passo;  e nomin la dama che, in
    quella sera, le era andata pi a genio; quella cio che le aveva fatto
    pi carezze,  che l'aveva pi lodata,  che l'aveva trattata con quelle
    maniere  famigliari,  affettuose e premurose,  che,  ne' primi momenti
    d'una conoscenza,  contraffanno un'antica amicizia.  "Ottima  scelta,"
    disse  il principe,  che desiderava e aspettava appunto quella.  Fosse
    arte o caso,  era avvenuto  come  quando  il  giocator  di  bussolotti
    facendovi scorrere davanti agli occhi le carte d'un mazzo, vi dice che
    ne pensiate una,  e lui poi ve la indoviner;  ma le ha fatte scorrere
    in maniera che ne vediate  una  sola.  Quella  dama  era  stata  tanto
    intorno a Gertrude tutta la sera,  l'aveva tanto occupata di s, che a
    questa sarebbe bisognato uno sforzo di fantasia per pensarne un'altra.
    Tante premure poi non eran senza  motivo:  la  dama  aveva,  da  molto
    tempo,  messo  gli occhi addosso al principino,  per farlo suo genero:
    quindi riguardava le cose di quella casa come sue proprie;  ed era ben
    naturale che s'interessasse per quella cara Gertrude,  niente meno de'
    suoi parenti pi prossimi.
    Il giorno dopo,  Gertrude si svegli col pensiero dell'esaminatore che
    doveva  venire;  e  mentre  stava ruminando se potesse cogliere quella
    occasione cos decisiva, per tornare indietro,  e in qual maniera,  il
    principe  la  fece chiamare.  "Ors,  figliuola," le disse: "finora vi
    siete portata egregiamente: oggi si tratta di coronar  l'opera.  Tutto
    quel che s' fatto finora,  s' fatto di vostro consenso. Se in questo
    tempo vi fosse nato qualche dubbio, qualche pentimentuccio,  grilli di
    giovent,  avreste  dovuto  spiegarvi;  ma  al punto a cui sono ora le
    cose,  non  pi tempo di far ragazzate.  Quell'uomo dabbene che  deve
    venire stamattina,  vi far cento domande sulla vostra vocazione: e se
    vi fate monaca di vostra volont, e il perch e il per come,  e che so
    io?  Se  voi  titubate  nel  rispondere,  vi  terr sulla corda chi sa
    quanto.  Sarebbe un'uggia,  un tormento per voi;  ma ne potrebbe anche
    venire un altro guaio pi serio. Dopo tutte le dimostrazioni pubbliche
    che  si son fatte,  ogni pi piccola esitazione che si vedesse in voi,
    metterebbe a repentaglio il mio  onore,  potrebbe  far  credere  ch'io
    avessi  presa  una  vostra  leggerezza per una ferma risoluzione,  che
    avessi precipitato la cosa, che avessi...  che so io?  In questo caso,
    mi  troverei  nella necessit di scegliere tra due partiti dolorosi: o
    lasciar che il mondo formi un  tristo  concetto  della  mia  condotta:
    partito  che non pu stare assolutamente con ci che devo a me stesso.
    O svelare il vero  motivo  della  vostra  risoluzione  e..."  Ma  qui,
    vedendo che Gertrude era diventata scarlatta,  che le si gonfiavan gli
    occhi, e il viso si contraeva come le foglie d'un fiore,  nell'afa che
    precede  la  burrasca,  tronc  quel  discorso,  e,  con  aria serena,
    riprese: "via, via, tutto dipende da voi, dal vostro buon giudizio. So
    che n'avete molto,  e non siete ragazza da guastar sulla fine una cosa
    fatta bene; ma io doveva preveder tutti i casi. Non se ne parli pi; e
    restiam  d'accordo che voi risponderete con franchezza,  in maniera di
    non far nascer dubbi nella testa di quell'uomo dabbene. Cos anche voi
    ne sarete fuori pi  presto."  E  qui,  dopo  aver  suggerita  qualche
    risposta  all'interrogazioni pi probabili,  entr nel solito discorso
    delle dolcezze e  de'  godimenti  ch'eran  preparati  a  Gertrude  nel
    monastero;  e  la  trattenne in quello,  fin che venne un servitore ad
    annunziare il vicario.  Il principe rinnov in fretta gli avvertimenti
    pi importanti, e lasci la figlia sola con lui, com'era prescritto.
    L'uomo  dabbene  veniva  con  un po' d'opinione gi fatta che Gertrude
    avesse una gran vocazione al chiostro: perch cos gli aveva detto  il
    principe,  quando era stato a invitarlo. E' vero che il buon prete, il
    quale sapeva che la diffidenza era una delle virt pi necessarie  nel
    suo  ufizio,  aveva  per  massima  d'andar adagio nel credere a simili
    proteste,  e di stare in guardia contro le preoccupazioni;  ma ben  di
    rado  avviene  che  le  parole  affermative  e  sicure  d'una  persona
    autorevole,  in qualsivoglia genere,  non tingano del loro  colore  la
    mente di chi le ascolta.
    Dopo  i primi complimenti,  "signorina," le disse,  "io vengo a far la
    parte del diavolo;  vengo a mettere  in  dubbio  ci  che,  nella  sua
    supplica,  lei ha dato per certo;  vengo a metterle davanti agli occhi
    le difficolt,  e ad accertarmi se le ha ben considerate.  Si contenti
    ch'io le faccia qualche interrogazione."
    "Dica pure," rispose Gertrude.
    Il  buon prete cominci allora a interrogarla,  nella forma prescritta
    dalle regole. "Sente lei in cuor suo una libera, spontanea risoluzione
    di farsi monaca? Non sono state adoperate minacce, o lusinghe? Non s'
    fatto uso di nessuna autorit,  per  indurla  a  questo?  Parli  senza
    riguardi,  e con sincerit,  a un uomo il cui dovere  di conoscere la
    sua vera volont,  per impedire che non le  venga  usata  violenza  in
    nessun modo."
    La  vera  risposta  a una tale domanda s'affacci subito alla mente di
    Gertrude,  con  un'evidenza  terribile.   Per  dare  quella  risposta,
    bisognava venire a una spiegazione,  dire di che era stata minacciata,
    raccontare una storia... L'infelice rifugg spaventata da questa idea;
    cerc in fretta un'altra risposta;  ne  trov  una  sola  che  potesse
    liberarla presto e sicuramente da quel supplizio,  la pi contraria al
    vero.  "Mi fo monaca," disse,  nascondendo il suo turbamento,  "mi  fo
    monaca, di mio genio, liberamente."
    "Da  quanto  tempo le  nato codesto pensiero?" domand ancora il buon
    prete.
    "L'ho sempre avuto,"  rispose  Gertrude,  divenuta,  dopo  quel  primo
    passo, pi franca a mentire contro s stessa.
    "Ma quale  il motivo principale che la induce a farsi monaca?"
    Il  buon prete non sapeva che terribile tasto toccasse;  e Gertrude si
    fece una gran forza per non lasciar trasparire sul viso l'effetto  che
    quelle  parole  le producevano nell'animo.  "Il motivo," disse,  " di
    servire a Dio, e di fuggire i pericoli del mondo."
    "Non sarebbe mai qualche disgusto? qualche...  mi scusi...  capriccio?
    Alle volte, una cagione momentanea pu fare un'impressione che par che
    deva durar sempre;  e quando poi la cagione cessa,  e l'animo si muta,
    allora..."
    "No,  no," rispose precipitosamente Gertrude: "la cagione  quella che
    le ho detto."
    Il  vicario,  pi per adempire interamente il suo obbligo,  che per la
    persuasione che ce ne fosse bisogno,  insistette con  le  domande;  ma
    Gertrude  era  determinata  d'ingannarlo.  Oltre  il  ribrezzo  che le
    cagionava il pensiero di render consapevole della sua  debolezza  quel
    grave  e dabben prete,  che pareva cos lontano dal sospettar tal cosa
    di lei;  la poveretta pensava poi anche ch'egli poteva  bene  impedire
    che si facesse monaca; ma l finiva la sua autorit sopra di lei, e la
    sua protezione.  Partito che fosse, essa rimarrebbe sola col principe.
    E qualunque cosa avesse poi a patire in quella casa, il buon prete non
    n'avrebbe  saputo  nulla,   o  sapendolo,   con  tutta  la  sua  buona
    intenzione,  non avrebbe potuto far altro che aver compassione di lei,
    quella compassione tranquilla e misurata, che, in generale, s'accorda,
    come per cortesia, a chi abbia dato cagione o pretesto al male che gli
    fanno. L'esaminatore fu prima stanco d'interrogare,  che la sventurata
    di mentire: e,  sentendo quelle risposte sempre conformi, e non avendo
    alcun motivo di  dubitare  della  loro  schiettezza,  mut  finalmente
    linguaggio;  si  rallegr  con lei,  le chiese,  in certo modo,  scusa
    d'aver tardato tanto a far questo suo dovere; aggiunse ci che credeva
    pi atto a confermarla nel buon proposito; e si licenzi.
    Attraversando le sale per uscire,  s'abbatt nel  principe,  il  quale
    pareva  che passasse di l a caso;  e con lui pure si congratul delle
    buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliuola.  Il principe
    era  stato  fino  allora  in  una  sospensione  molto penosa: a quella
    notizia, respir,  e dimenticando la sua gravit consueta,  and quasi
    di  corsa da Gertrude,  la ricolm di lodi,  di carezze e di promesse,
    con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: cos
    fatto  questo guazzabuglio del cuore umano.
    Noi non seguiremo Gertrude in quel giro continuato di spettacoli e  di
    divertimenti.  E neppure descriveremo,  in particolare e per ordine, i
    sentimenti dell'animo suo in tutto quel tempo: sarebbe una  storia  di
    dolori e di fluttuazioni,  troppo monotona,  e troppo somigliante alle
    cose gi dette. L'amenit de' luoghi, la variet degli oggetti, quello
    svago che pur trovava nello scorrere in qua e in l  all'aria  aperta,
    le  rendevan pi odiosa l'idea del luogo dove alla fine si smonterebbe
    per l'ultima volta, per sempre. Pi pungenti ancora eran l'impressioni
    che riceveva nelle conversazioni e nelle feste.  La vista delle  spose
    alle quali si dava questo titolo nel senso pi ovvio e pi usitato, le
    cagionava un'invidia, un rodimento intollerabile; e talvolta l'aspetto
    di  qualche altro personaggio le faceva parere che,  nel sentirsi dare
    quel titolo,  dovesse trovarsi il colmo d'ogni felicit.  Talvolta  la
    pompa  de'  palazzi,  lo  splendore  degli addobbi,  il brulicho e il
    fracasso giulivo delle feste,  le comunicavano un'ebbrezza,  un  ardor
    tale  di  viver  lieto,  che  prometteva  a s stessa di disdirsi,  di
    soffrir tutto,  piuttosto che tornare all'ombra  fredda  e  morta  del
    chiostro.  Ma  tutte  quelle risoluzioni sfumavano alla considerazione
    pi riposata delle difficolt,  al solo fissar gli occhi  in  viso  al
    principe.  Talvolta anche, il pensiero di dover abbandonare per sempre
    que' godimenti, gliene rendeva amaro e penoso quel piccol saggio; come
    l'infermo assetato guarda con rabbia, e quasi rispinge con dispetto il
    cucchiaio d'acqua che il medico  gli  concede  a  fatica.  Intanto  il
    vicario  delle  monache  ebbe rilasciata l'attestazione necessaria,  e
    venne la licenza di tenere il capitolo per l'accettazione di Gertrude.
    Il capitolo si tenne; concorsero,  com'era da aspettarsi,  i due terzi
    de'  voti  segreti  ch'eran  richiesti da' regolamenti;  e Gertrude fu
    accettata. Lei medesima,  stanca di quel lungo strazio,  chiese allora
    d'entrar  pi  presto  che fosse possibile,  nel monastero.  Non c'era
    sicuramente chi volesse frenare una tale impazienza.  Fu dunque  fatta
    la sua volont;  e, condotta pomposamente al monastero, vest l'abito.
    Dopo dodici mesi di noviziato,  pieni di pentimenti e di ripentimenti,
    si  trov  al  momento  della  professione,  al  momento  cio  in cui
    conveniva,  o dire un no pi strano,  pi inaspettato,  pi scandaloso
    che mai,  o ripetere un s tante volte detto;  lo ripet,  e fu monaca
    per sempre.
    E' una  delle  facolt  singolari  e  incomunicabili  della  religione
    cristiana,  il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia
    congiuntura,  a qualsivoglia termine,  ricorra ad essa.  Se al passato
    c' rimedio,  essa lo prescrive,  lo somministra, d lume e vigore per
    metterlo in opera, a qualunque costo;  se non c',  essa d il modo di
    far realmente e in effetto, ci che si dice in proverbio, di necessit
    virt. Insegna a continuare con sapienza ci ch' stato intrapreso per
    leggerezza;  piega  l'animo  ad  abbracciar  con propensione ci che 
    stato imposto dalla prepotenza, e d a una scelta che fu temeraria, ma
    che  irrevocabile, tutta la santit, tutta la saviezza, diciamolo pur
    francamente, tutte le gioie della vocazione.  E' una strada cos fatta
    che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l'uomo capiti ad
    essa,  e  vi  faccia  un  passo,  pu  d'allora  in  poi camminare con
    sicurezza e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine. Con
    questo mezzo,  Gertrude avrebbe  potuto  essere  una  monaca  santa  e
    contenta,  comunque  lo fosse divenuta.  Ma l'infelice si dibatteva in
    vece sotto il giogo,  e cos ne sentiva pi forte il peso e le scosse.
    Un  rammarico  incessante della libert perduta,  l'abborrimento dello
    stato presente,  un vagar faticoso dietro a desidri che non sarebbero
    mai soddisfatti,  tali erano le principali occupazioni dell'animo suo.
    Rimasticava quell'amaro passato,  ricomponeva nella memoria  tutte  le
    circostanze  per  le  quali  si  trovava  l;  e disfaceva mille volte
    inutilmente col pensiero ci che aveva fatto con l'opera;  accusava s
    di  dappocaggine,  altri  di  tirannia  e  di  perfidia;  e si rodeva.
    Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza,  deplorava una giovent
    destinata  a  struggersi in un lento martirio,  e invidiava,  in certi
    momenti,  qualunque donna,  in  qualunque  condizione,  con  qualunque
    coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo que' doni.
    La  vista  di  quelle  monache  che avevan tenuto di mano a tirarla l
    dentro,  le era odiosa.  Si ricordava l'arti e i  raggiri  che  avevan
    messi in opera, e le pagava con tante sgarbatezze, con tanti dispetti,
    e  anche  con  aperti rinfacciamenti.  A quelle conveniva le pi volte
    mandar gi e tacere: perch il principe aveva ben voluto  tiranneggiar
    la  figlia  quanto  era  necessario  per  ispingerla  al chiostro;  ma
    ottenuto l'intento,  non avrebbe cos facilmente  sofferto  che  altri
    pretendesse  d'aver ragione contro il suo sangue: e ogni po' di rumore
    che avesse fatto, poteva esser cagione di far loro perdere quella gran
    protezione, o cambiar per avventura il protettore in nemico.  Pare che
    Gertrude  avrebbe  dovuto  sentire  una  certa propensione per l'altre
    suore,  che non avevano avuto parte in quegl'intrighi,  e  che,  senza
    averla desiderata per compagna, l'amavano come tale; e pie, occupate e
    ilari,  le mostravano col loro esempio come anche l dentro si potesse
    non solo vivere, ma starci bene.  Ma queste pure le erano odiose,  per
    un  altro  verso.  La  loro aria di piet e di contentezza le riusciva
    come un rimprovero  della  sua  inquietudine,  e  della  sua  condotta
    bisbetica;  e  non  lasciava sfuggire occasione di deriderle dietro le
    spalle,  come pinzochere,  o di morderle come ipocrite.  Forse sarebbe
    stata meno avversa ad esse, se avesse saputo o indovinato che le poche
    palle  nere,  trovate  nel  bossolo che decise della sua accettazione,
    c'erano appunto state messe da quelle.
    Qualche consolazione le  pareva  talvolta  di  trovar  nel  comandare,
    nell'esser corteggiata in monastero, nel ricever visite di complimento
    da persone di fuori,  nello spuntar qualche impegno, nello spendere la
    sua  protezione,   nel  sentirsi  chiamar   la   signora;   ma   quali
    consolazioni!  Il  cuore,  trovandosene  cos  poco appagato,  avrebbe
    voluto  di  quando  in  quando  aggiungervi,   e  goder  con  esse  le
    consolazioni  della  religione;  ma  queste  non  vengono se non a chi
    trascura quell'altre: come il naufrago,  se vuole afferrar  la  tavola
    che  pu condurlo in salvo sulla riva,  deve pure allargare il pugno e
    abbandonar l'alghe, che aveva prese, per una rabbia d'istinto.
    Poco  dopo  la  professione,   Gertrude  era   stata   fatta   maestra
    dell'educande;  ora  pensate  come  dovevano  stare quelle giovinette,
    sotto una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite;
    ma lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo;  e,  in un modo o
    in un altro,  l'allieve dovevan portarne il peso.  Quando le veniva in
    mente che molte di loro eran destinate a  vivere  in  quel  mondo  dal
    quale  essa era esclusa per sempre,  provava contro quelle poverine un
    astio,  un  desiderio  quasi  di  vendetta;  e  le  teneva  sotto,  le
    bistrattava,  faceva  loro  scontare  anticipatamente  i  piaceri  che
    avrebber goduti un giorno.  Chi avesse sentito,  in que' momenti,  con
    che  sdegno  magistrale  le  gridava,  per  ogni  piccola scappatella,
    l'avrebbe creduta una donna d'una spiritualit salvatica e indiscreta.
    In altri momenti, lo stesso orrore per il chiostro, per la regola, per
    l'ubbidienza, scoppiava in accessi d'umore tutto opposto. Allora,  non
    solo  sopportava  la  svagatezza  clamorosa  delle  sue  allieve,   ma
    l'eccitava; si mischiava ne' loro giochi,  e li rendeva pi sregolati;
    entrava  a  parte  de'  loro  discorsi,   e  li  spingeva  pi  in  l
    dell'intenzioni  con  le  quali  esse  gli  avevano  incominciati.  Se
    qualcheduna  diceva  una  parola  sul cicalio della madre badessa,  la
    maestra lo imitava lungamente,  e ne faceva  una  scena  di  commedia;
    contraffaceva  il  volto  d'una monaca,  l'andatura d'un'altra: rideva
    allora sgangheratamente;  ma eran  risa  che  non  la  lasciavano  pi
    allegra di prima.  Cos era vissuta alcuni anni, non avendo comodo, n
    occasione  di  far  di  pi;   quando  la  sua  disgrazia  volle   che
    un'occasione si presentasse.
    Tra  l'altre distinzioni e privilegi che le erano stati concessi,  per
    compensarla di non poter esser badessa, c'era anche quello di stare in
    un quartiere a parte.  Quel lato del monastero era contiguo a una casa
    abitata da un giovine,  scellerato di professione, uno de' tanti, che,
    in  que'  tempi,  e  co'  loro  sgherri,   e  con  l'alleanze  d'altri
    scellerati,  potevano,  fino  a  un  certo segno,  ridersi della forza
    pubblica e delle leggi. Il nostro manoscritto lo nomina Egidio,  senza
    parlar  del  casato.  Costui,  da  una  sua finestrina che dominava un
    cortiletto di quel quartiere,  avendo veduta  Gertrude  qualche  volta
    passare  o girandolar l,  per ozio,  allettato anzi che atterrito dai
    pericoli e dall'empiet dell'impresa,  un  giorno  os  rivolgerle  il
    discorso. La sventurata rispose.
    In que' primi momenti,  prov una contentezza,  non schietta al certo,
    ma viva.  Nel vto uggioso dell'animo suo  s'era  venuta  a  infondere
    un'occupazione  forte continua e,  direi quasi,  una vita potente;  ma
    quella contentezza era simile alla bevanda ristorativa che la crudelt
    ingegnosa degli antichi mesceva al  condannato,  per  dargli  forza  a
    sostenere i tormenti. Si videro, nello stesso tempo, di gran novit in
    tutta la sua condotta: divenne,  tutt'a un tratto,  pi regolare,  pi
    tranquilla,  smesse  gli  scherni  e  il  brontolo,  si  mostr  anzi
    carezzevole e manierosa,  dimodoch le suore si rallegravano a vicenda
    del cambiamento felice;  lontane com'erano  dall'immaginarne  il  vero
    motivo,  e  dal  comprendere  che quella nuova virt non era altro che
    ipocrisia aggiunta all'antiche magagne. Quell'apparenza per,  quella,
    per dir cos,  imbiancatura esteriore, non dur gran tempo, almeno con
    quella continuit e uguaglianza:  ben  presto  tornarono  in  campo  i
    soliti  dispetti  e  i  soliti  capricci,  tornarono  a  farsi sentire
    l'imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta
    espressi in un linguaggio insolito in quel luogo,  e anche  in  quella
    bocca. Per, ad ognuna di queste scappate veniva dietro un pentimento,
    una  gran cura di farle dimenticare,  a forza di moine e buone parole.
    Le suore sopportavano alla meglio tutti  questi  alt'e  bassi,  e  gli
    attribuivano all'indole bisbetica e leggiera della signora.
    Per  qualche  tempo,  non parve che nessuna pensasse pi in l;  ma un
    giorno che la signora,  venuta a parole con una conversa,  per non  so
    che pettegolezzo,  si lasci andare a maltrattarla fuor di modo, e non
    la finiva pi,  la conversa,  dopo aver sofferto,  ed essersi morse le
    labbra  un  pezzo,  scappatale  finalmente  la pazienza,  butt l una
    parola, che lei sapeva qualche cosa, e che,  a tempo e luogo,  avrebbe
    parlato.  Da  quel momento in poi,  la signora non ebbe pi pace.  Non
    pass per molto tempo che la  conversa  fu  aspettata  in  vano,  una
    mattina,  a' suoi ufizi consueti: si va a veder nella sua cella, e non
    si trova:  chiamata ad alta voce;  non risponde: cerca di qua,  cerca
    di l,  gira e rigira, dalla cima al fondo; non c' in nessun luogo. E
    chi sa quali congetture si sarebber fatte,  se,  appunto nel  cercare,
    non  si fosse scoperto una buca nel muro dell'orto;  la qual cosa fece
    pensare a tutte, che fosse sfrattata di l. Si fecero gran ricerche in
    Monza e ne' contorni,  e principalmente  a  Meda,  di  dov'era  quella
    conversa,  si scrisse in varie parti: non se n'ebbe mai la pi piccola
    notizia.  Forse se ne sarebbe potuto saper di  pi,  se,  in  vece  di
    cercar lontano, si fosse scavato vicino. Dopo molte maraviglie, perch
    nessuno  l'avrebbe  creduta capace di ci,  e dopo molti discorsi,  si
    concluse che doveva essere andata lontano,  lontano.  E perch  scapp
    detto  a  una  suora:  "s'  rifugiata  in Olanda di sicuro," si disse
    subito, e si ritenne per un pezzo, nel monastero e fuori, che si fosse
    rifugiata in Olanda.  Non pare per che la  signora  fosse  di  questo
    parere.  Non gi che mostrasse di non credere, o combattesse l'opinion
    comune, con sue ragioni particolari: se ne aveva,  certo,  ragioni non
    furono mai cos ben dissimulate;  n c'era cosa da cui s'astenesse pi
    volentieri che da rimestar quella storia,  cosa di cui si curasse meno
    che  di  toccare il fondo di quel mistero.  Ma quanto meno ne parlava,
    tanto pi ci pensava.  Quante volte al  giorno  l'immagine  di  quella
    donna  veniva a cacciarsi d'improvviso nella sua mente,  e si piantava
    l, e non voleva moversi! Quante volte avrebbe desiderato di vedersela
    dinanzi viva e reale,  piuttosto che averla sempre fissa nel pensiero,
    piuttosto che dover trovarsi,  giorno e notte,  in compagnia di quella
    forma vana, terribile, impassibile! Quante volte avrebbe voluto sentir
    davvero la voce di colei,  qualunque cosa  avesse  potuto  minacciare,
    piuttosto che aver sempre nell'intimo dell'orecchio mentale il susurro
    fantastico  di quella stessa voce,  e sentirne parole ripetute con una
    pertinacia,  con  un'insistenza  infaticabile,   che  nessuna  persona
    vivente non ebbe mai!
    Era  scorso circa un anno dopo quel fatto,  quando Lucia fu presentata
    alla signora, ed ebbe con lei quel colloquio al quale siam rimasti col
    racconto. La signora moltiplicava le domande intorno alla persecuzione
    di don Rodrigo, e entrava in certi particolari,  con una intrepidezza,
    che riusc e doveva riuscire pi che nuova a Lucia, la quale non aveva
    mai pensato che la curiosit delle monache potesse esercitarsi intorno
    a   simili   argomenti.   I   giudizi  poi  che  quella  frammischiava
    all'interrogazioni,  o che lasciava trasparire,  non eran meno strani.
    Pareva  quasi  che  ridesse  del  gran ribrezzo che Lucia aveva sempre
    avuto di quel signore,  e domandava se era un  mostro,  da  far  tanta
    paura:  pareva  quasi  che  avrebbe trovato irragionevole e sciocca la
    ritrosia della giovine,  se non avesse avuto per ragione la preferenza
    data  a  Renzo.  E  su questo pure s'avanzava a domande,  che facevano
    stupire e  arrossire  l'interrogata.  Avvedendosi  poi  d'aver  troppo
    lasciata correr la lingua dietro gli svagamenti del cervello, cerc di
    correggere  e d'interpretare in meglio quelle sue ciarle;  ma non pot
    fare che a Lucia non ne rimanesse uno stupore dispiacevole,  e come un
    confuso spavento.  E appena pot trovarsi sola con la madre, se n'apr
    con lei; ma Agnese, come pi esperta, sciolse, con poche parole, tutti
    que' dubbi,  e spieg tutto il mistero.  "Non te ne  far  maraviglia,"
    disse: "quando avrai conosciuto il mondo quanto me, vedrai che non son
    cose da farsene maraviglia.  I signori,  chi pi, chi meno, chi per un
    verso, chi per un altro, han tutti un po' del matto. Convien lasciarli
    dire,   principalmente  quando  s'ha  bisogno  di  loro;   far   vista
    d'ascoltarli  sul  serio,  come  se  dicessero delle cose giuste.  Hai
    sentito come m'ha dato sulla voce,  come se avessi detto qualche  gran
    sproposito?  Io non me ne son fatta caso punto.  Son tutti cos. E con
    tutto ci,  sia ringraziato il cielo,  che  pare  che  questa  signora
    t'abbia preso a ben volere,  e voglia proteggerci davvero.  Del resto,
    se camperai, figliuola mia, e se t'accader ancora d'aver che fare con
    de' signori, ne sentirai, ne sentirai, ne sentirai."
    Il  desiderio  d'obbligare  il  padre  guardiano,  la  compiacenza  di
    proteggere,  il  pensiero  del  buon  concetto  che poteva fruttare la
    protezione impiegata  cos  santamente,  una  certa  inclinazione  per
    Lucia,  e  anche  un  certo  sollievo  nel far del bene a una creatura
    innocente,  nel soccorrere  e  consolare  oppressi,  avevan  realmente
    disposta  la  signora  a  prendersi  a petto la sorte delle due povere
    fuggitive.  A sua richiesta,  e a suo riguardo,  furono alloggiate nel
    quartiere  della  fattoressa  attiguo al chiostro,  e trattate come se
    fossero addette al servizio del monastero.  La madre e  la  figlia  si
    rallegravano  insieme  d'aver  trovato  cos  presto un asilo sicuro e
    onorato.  Avrebber anche avuto molto piacere di rimanervi ignorate  da
    ogni persona; ma la cosa non era facile in un monastero: tanto pi che
    c'era  un  uomo  troppo  premuroso  d'aver  notizie  d'una di loro,  e
    nell'animo del quale,  alla passione  e  alla  picca  di  prima  s'era
    aggiunta  anche  la  stizza d'essere stato prevenuto e deluso.  E noi,
    lasciando le donne nel  loro  ricovero,  torneremo  al  palazzotto  di
    costui,  nell'ora in cui stava attendendo l'esito della sua scellerata
    spedizione.


    CAPITOLO 11.

    I bravi ritornano al palazzotto.   -  Le chiacchiere che si fanno  nel
    paese sull'avvenimento della notte.   -  Don Rodrigo,  venuto a sapere
    che le donne si trovano a Monza,  manda il Griso  a  prendere  precise
    informazioni.  -  Renzo arriva a Milano.  -  La citt  in tumulto.

    Come  un  branco  di  segugi,  dopo  aver  inseguita invano una lepre,
    tornano mortificati verso il padrone,  co' musi bassi,  e con le  code
    ciondoloni,  cos,  in quella scompigliata notte, tornavano i bravi al
    palazzotto di don Rodrigo. Egli camminava innanzi e indietro, al buio,
    per una stanzaccia disabitata dell'ultimo piano,  che rispondeva sulla
    spianata.  Ogni tanto si fermava,  tendeva l'orecchio,  guardava dalle
    fessure  dell'imposte  intarlate,   pieno  d'impazienza  e  non  privo
    d'inquietudine, non solo per l'incertezza della riuscita, ma anche per
    le  conseguenze  possibili;   perch  era  la  pi  grossa  e  la  pi
    arrischiata a cui il brav'uomo avesse ancor messo mano.  S'andava per
    rassicurando  col  pensiero  delle  precauzioni  prese  per distrugger
    gl'indizi, se non i sospetti.  -  In quanto ai sospetti,   -  pensava,
    -   me ne rido.  Vorrei un po' sapere chi sar quel voglioso che venga
    quass a veder se c'  o  non  c'  una  ragazza.  Venga,  venga  quel
    tanghero,  che sar ben ricevuto.  Venga il frate,  venga. La vecchia?
    Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la giustizia!  Il podest
    non  un ragazzo,  n un matto.  E a Milano?  Chi si cura di costoro a
    Milano?  Chi gli darebbe retta?  Chi sa che ci siano?  Son come  gente
    perduta sulla terra;  non hanno n anche un padrone: gente di nessuno.
    Via, via, niente paura. Come rimarr Attilio, domattina! Vedr,  vedr
    s'io fo ciarle o fatti.  E poi... se mai nascesse qualche imbroglio...
    che so io?  qualche nemico che  volesse  cogliere  quest'occasione,...
    anche  Attilio  sapr  consigliarmi: c' impegnato l'onore di tutto il
    parentado.   -  Ma il pensiero sul quale si fermava di pi,  perch in
    esso  trovava  insieme  un acquietamento de' dubbi,  e un pascolo alla
    passion principale, era il pensiero delle lusinghe, delle promesse che
    adoprerebbe per abbonire Lucia.   -  Avr tanta paura di trovarsi  qui
    sola, in mezzo a costoro, a queste facce, che... il viso pi umano qui
    son  io,  per  bacco...  che  dovr  ricorrere a me,  toccher a lei a
    pregare; e se prega...  -
    Mentre fa questi bei conti, sente un calpesto, va alla finestra, apre
    un poco, fa capolino; son loro.   -  E la bussola?  Diavolo!  dov' la
    bussola?  Tre,  cinque,  otto: ci sono tutti;  c' anche il Griso;  la
    bussola non c': diavolo! diavolo! il Griso me ne render conto.  -
    Entrati che furono, il Griso pos in un angolo d'una stanza terrena il
    suo bordone, pos il cappellaccio e il sanrocchino, e, come richiedeva
    la sua carica, che in quel momento nessuno gl'invidiava, sal a render
    quel conto a don Rodrigo.  Questo l'aspettava in cima  alla  scala;  e
    vistolo  apparire  con  quella  goffa  e sguaiata presenza del birbone
    deluso,  "ebbene," gli disse,  o gli grid: "signore spaccone,  signor
    capitano, signor "lascifareame"?"
    "L' dura," rispose il Griso, restando con un piede sul primo scalino,
    "l' dura di ricever de' rimproveri,  dopo aver lavorato fedelmente, e
    cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la pelle."
    "Com' andata?  Sentiremo,  sentiremo," disse don Rodrigo,  e  s'avvi
    verso  la  sua  camera,  dove  il  Griso  lo  segu,  e fece subito la
    relazione di ci che aveva  disposto,  fatto,  veduto  e  non  veduto,
    sentito,  temuto,  riparato;  e  la fece con quell'ordine e con quella
    confusione,  con quella dubbiezza  e  con  quello  sbalordimento,  che
    dovevano per forza regnare insieme nelle sue idee.
    "Tu  non  hai  torto,  e ti sei portato bene," disse don Rodrigo: "hai
    fatto quello che si poteva; ma... ma,  che sotto questo tetto ci fosse
    una spia!  Se c', se lo arrivo a scoprire, e lo scopriremo se c', te
    l'accomodo io,  ti so dir io,  Griso,  che lo concio per il  d  delle
    feste."
    "Anche a me,  signore," disse il Griso, " passato per la mente un tal
    sospetto: e se fosse vero,  se si venisse a  scoprire  un  birbone  di
    questa sorte, il signor padrone lo deve metter nelle mie mani. Uno che
    si fosse preso il divertimento di farmi passare una notte come questa!
    toccherebbe  a  me a pagarlo.  Per,  da varie cose m' parso di poter
    rilevare che ci dev'essere qualche altro intrigo,  che per ora non  si
    pu capire. Domani, signore, domani se ne verr in chiaro."
    "Non siete stati riconosciuti almeno?"
    Il  Griso rispose che sperava di no;  e la conclusione del discorso fu
    che don Rodrigo gli ordin,  per il giorno dopo,  tre cose  che  colui
    avrebbe sapute ben pensare anche da s.  Spedire la mattina presto due
    uomini a fare al console quella tale intimazione,  che fu  poi  fatta,
    come abbiam veduto: due altri al casolare a far la ronda,  per tenerne
    lontano ogni ozioso che vi capitasse,  e sottrarre a ogni  sguardo  la
    bussola  fino  alla notte prossima,  in cui si manderebbe a prenderla;
    giacch per allora non conveniva fare altri movimenti da dar sospetto;
    andar poi lui,  e mandare anche altri,  de' pi disinvolti e di  buona
    testa,  a  mescolarsi  con  la  gente,  per  scovar  qualcosa  intorno
    all'imbroglio di quella notte. Dati tali ordini, don Rodrigo se n'and
    a dormire,  e ci lasci andare anche il Griso,  congedandolo con molte
    lodi,  dalle quali traspariva evidentemente l'intenzione di risarcirlo
    degl'improperi precipitati coi quali lo aveva accolto.
    Va a dormire, povero Griso, che tu ne devi aver bisogno. Povero Griso!
    In faccende tutto il giorno, in faccende mezza la notte, senza contare
    il pericolo di cader sotto l'unghie de' villani,  o  di  buscarti  una
    taglia "per rapto di donna honesta",  per giunta di quelle che hai gi
    addosso;  e poi esser ricevuto in  quella  maniera!  Ma!  cos  pagano
    spesso gli uomini.  Tu hai per potuto vedere,  in questa circostanza,
    che qualche volta la giustizia,  se non arriva alla prima,  arriva,  o
    presto  o  tardi  anche in questo mondo.  Va a dormire per ora: che un
    giorno avrai forse a somministrarcene un'altra prova,  e pi  notabile
    di questa.
    La mattina seguente,  il Griso era fuori di nuovo in faccende,  quando
    don Rodrigo s'alz.  Questo cerc subito del conte Attilio,  il quale,
    vedendolo spuntare,  fece un viso e un atto canzonatorio, e gli grid:
    "san Martino!"
    "Non so cosa vi dire,"  rispose  don  Rodrigo,  arrivandogli  accanto:
    "pagher  la  scommessa;  ma non  questo quel che pi mi scotta.  Non
    v'avevo detto nulla,  perch,  lo confesso,  pensavo di farvi rimanere
    stamattina. Ma... basta, ora vi racconter tutto."
    "Ci  ha messo lo zampino quel frate in quest'affare," disse il cugino,
    dopo aver sentito tutto,  con pi seriet che con si sarebbe aspettato
    da  un  cervello cos balzano.  "Quel frate," continu,  "con quel suo
    fare di gatta morta,  e con quelle sue proposizioni sciocche,  io l'ho
    per  un dirittone,  e per un impiccione.  E voi non vi siete fidato di
    me, non m'avete mai detto chiaro cosa sia venuto qui a impastocchiarvi
    l'altro giorno." Don Rodrigo rifer il dialogo.  "E  voi  avete  avuto
    tanta  sofferenza?"  esclam  il  conte  Attilio:  "e l'avete lasciato
    andare com'era venuto?"
    "Che volevate ch'io mi tirassi addosso tutti i cappuccini d'Italia?"
    "Non so," disse il conte Attilio,  "se,  in  quel  momento,  mi  sarei
    ricordato  che ci fossero al mondo altri cappuccini che quel temerario
    birbante; ma via, anche nelle regole della prudenza,  manca la maniera
    di  prendersi  soddisfazione  anche  d'un  cappuccino?  Bisogna  saper
    raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo,  e allora  si  pu
    impunemente  dare  un  carico  di  bastonate  a un membro.  Basta;  ha
    scansato la punizione che gli stava pi bene; ma lo prendo io sotto la
    mia protezione,  e voglio aver la consolazione d'insegnargli  come  si
    parla co' pari nostri."
    "Non mi fate peggio."
    "Fidatevi una volta, che vi servir da parente e da amico."
    "Cosa pensate di fare?"
    "Non  lo so ancora;  ma lo servir io di sicuro il frate.  Ci penser,
    e...  il signor conte zio del Consiglio segreto  lui che mi deve fare
    il servizio.  Caro signor conte zio!  Quanto mi diverto ogni volta che
    lo posso far lavorare per me,  un politicone di  quel  calibro!  Doman
    l'altro sar a Milano,  e, in una maniera o in un'altra, il frate sar
    servito."
    Venne intanto la colazione,  la quale non interruppe il discorso  d'un
    affare   di   quell'importanza.   Il  conte  Attilio  ne  parlava  con
    disinvoltura;  e,  sebbene ci prendesse quella parte che richiedeva la
    sua amicizia per il cugino, e l'onore del nome comune, secondo le idee
    che aveva d'amicizia e d'onore,  pure ogni tanto non poteva tenersi di
    non rider sotto i baffi,  di quella bella riuscita.  Ma  don  Rodrigo,
    ch'era  in causa propria,  e che,  credendo di far quietamente un gran
    colpo,  gli era andato fallito con fracasso,  era agitato da  passioni
    pi gravi,  e distratto da pensieri pi fastidiosi. "Di belle ciarle,"
    diceva,  "faranno questi mascalzoni,  in tutto  il  contorno.  Ma  che
    m'importa?  In  quanto  alla giustizia,  me ne rido: prove non ce n';
    quando ce ne fosse,  me ne riderei ugualmente: a buon conto,  ho fatto
    stamattina avvertire il console che guardi bene di non far deposizione
    dell'avvenuto.  Non ne seguirebbe nulla; ma le ciarle, quando vanno in
    lungo,  mi seccano.  E' anche troppo  ch'io  sia  stato  burlato  cos
    barbaramente."
    "Avete fatto benissimo," rispondeva il conte Attilio.  "Codesto vostro
    podest...  gran  caparbio,  gran  testa  vota,  gran  seccatore  d'un
    podest...    poi  un  galantuomo,  un  uomo che sa il suo dovere;  e
    appunto quando s'ha che  fare  con  persone  tali,  bisogna  aver  pi
    riguardo  di  non metterle in impicci.  Se un mascalzone di console fa
    una deposizione, il podest, per quanto sia ben intenzionato,  bisogna
    pure che..."
    "Ma voi," interruppe, con un po' di stizza, don Rodrigo, "voi guastate
    le  mie  faccende,  con  quel vostro contraddirgli in tutto,  e dargli
    sulla voce, e canzonarlo anche,  all'occorrenza.  Che diavolo,  che un
    podest  non possa esser bestia e ostinato,  quando nel rimanente  un
    galantuomo!"
    "Sapete, cugino," disse guardandolo,  maravigliato,  il conte Attilio,
    "sapete,  che  comincio  a  credere  che  abbiate un po' di paura?  Mi
    prendete sul serio anche il podest..."
    "Via via, non avete detto voi stesso che bisogna tenerlo di conto?"
    "L'ho detto: e quando si tratta d'un affare serio,  vi far vedere che
    non sono un ragazzo.  Sapete cosa mi basta l'animo di far per voi? Son
    uomo da andare in persona a far visita al  signor  podest.  Ah!  sar
    contento dell'onore?  E son uomo da lasciarlo parlare per mezz'ora del
    conte duca,  e del nostro signor  castellano  spagnolo,  e  da  dargli
    ragione  in  tutto,  anche  quando  ne  dir  di quelle cos massicce.
    Butter poi l qualche parolina sul conte zio del Consiglio segreto: e
    sapete che effetto fanno  quelle  paroline  nell'orecchio  del  signor
    podest.  Alla  fin  de'  conti,  ha  pi  bisogno  lui  della  nostra
    protezione,  che voi della sua condiscendenza.  Far di  buono,  e  ci
    ander, e ve lo lascer meglio disposto che mai."
    Dopo queste e altre simili parole, il conte Attilio usc, per andare a
    caccia;  e  don  Rodrigo  stette aspettando con ansiet il ritorno del
    Griso.  Venne costui finalmente,  sull'ora del desinare,  a far la sua
    relazione.
    Lo scompiglio di quella notte era stato tanto clamoroso, la sparizione
    di tre persone da un paesello era un tal avvenimento, che le ricerche,
    e  per  premura  e per curiosit,  dovevano naturalmente esser molte e
    calde e insistenti;  e dall'altra parte,  gl'informati di qualche cosa
    eran  troppi,  per  andar tutti d'accordo a tacer tutto.  Perpetua non
    poteva farsi veder sull'uscio, che non fosse tempestata da quello e da
    quell'altro,  perch dicesse chi era stato a far quella gran paura  al
    suo padrone: e Perpetua,  ripensando a tutte le circostanze del fatto,
    e raccapezzandosi finalmente ch'era  stata  infinocchiata  da  Agnese,
    sentiva  tanta  rabbia  di quella perfidia,  che aveva proprio bisogno
    d'un po' di sfogo.  Non gi che andasse lamentandosi col terzo  e  col
    quarto  della  maniera  tenuta  per  infinocchiar  lei:  su questo non
    fiatava;  ma il tiro fatto al suo povero padrone non lo poteva passare
    affatto  sotto silenzio;  e sopra tutto,  che un tiro tale fosse stato
    concertato e tentato da quel giovine dabbene,  da quella buona vedova,
    da  quella  madonnina  infilzata.  Don  Abbondio poteva ben comandarle
    risolutamente,  e pregarla cordialmente che stesse zitta;  lei  poteva
    bene  ripetergli  che  non faceva bisogno di suggerirle una cosa tanto
    chiara e tanto naturale;  certo  che un cos gran segreto  stava  nel
    cuore della povera donna,  come, in una botte vecchia e mal cerchiata,
    un vino molto giovine,  che grilla e gorgoglia e ribolle,  e,  se  non
    manda  il  tappo  per  aria,  gli  geme  all'intorno,  e vien fuori in
    ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di l,  tanto
    che uno pu assaggiarlo,  e dire a un di presso che vino . Gervaso, a
    cui non pareva vero d'essere una volta pi informato  degli  altri,  a
    cui non pareva piccola gloria l'avere avuta una gran paura, a cui, per
    aver  tenuto  di  mano  a  una  cosa che puzzava di criminale,  pareva
    d'esser diventato un  uomo  come  gli  altri,  crepava  di  voglia  di
    vantarsene.    E    quantunque    Tonio,    che   pensava   seriamente
    all'inquisizioni e ai processi possibili e al conto  da  rendere,  gli
    comandasse,  co' pugni sul viso,  di non dir nulla a nessuno, pure non
    ci fu verso di soffogargli in bocca  ogni  parola.  Del  resto  Tonio,
    anche  lui,  dopo  essere  stato  quella  notte  fuor  di  casa in ora
    insolita, tornandovi, con un passo e con un sembiante insolito,  e con
    un'agitazion  d'animo  che  lo  disponeva  alla  sincerit,  non  pot
    dissimulare il fatto a sua moglie;  la quale non era muta.  Chi  parl
    meno,  fu Menico; perch, appena ebbe raccontata ai genitori la storia
    e il motivo della  sua  spedizione,  parve  a  questi  una  cosa  cos
    terribile  che un loro figliuolo avesse avuto parte a buttare all'aria
    un'impresa di don Rodrigo,  che quasi quasi non  lasciaron  finire  al
    ragazzo  il  suo  racconto.  Gli  fecero  poi  subito  i  pi  forti e
    minacciosi comandi che guardasse bene di non far neppure un  cenno  di
    nulla:  e  la mattina seguente,  non parendo loro d'essersi abbastanza
    assicurati, risolvettero di tenerlo chiuso in casa, per quel giorno, e
    per qualche altro ancora.  Ma che?  essi medesimi poi,  chiacchierando
    con la gente del paese,  e senza voler mostrar di saperne pi di loro,
    quando si veniva a  quel  punto  oscuro  della  fuga  de'  nostri  tre
    poveretti,  e del come,  e del perch,  e del dove, aggiungevano, come
    cosa conosciuta, che s'eran rifugiati a Pescarenico. Cos anche questa
    circostanza entr ne' discorsi comuni.
    Con tutti questi brani di notizie,  messi poi insieme  e  cuciti  come
    s'usa,  e  con  la  frangia  che ci s'attacca naturalmente nel cucire,
    c'era da fare una storia d'una certezza e  d'una  chiarezza  tale,  da
    esserne  pago  ogni  intelletto  pi  critico.  Ma quella invasion de'
    bravi,  accidente troppo grave e troppo rumoroso  per  esser  lasciato
    fuori,  e  del  quale  nessuno  aveva  una conoscenza un po' positiva,
    quell'accidente era ci che imbrogliava tutta la storia.  Si mormorava
    il  nome di don Rodrigo: in questo andavan tutti d'accordo;  nel resto
    tutto era oscurit e congetture diverse.  Si  parlava  molto  de'  due
    bravacci  ch'erano  stati veduti nella strada,  sul far della sera,  e
    dell'altro che stava sull'uscio dell'osteria;  ma che lume  si  poteva
    ricavare da questo fatto cos asciutto? Si domandava bene all'oste chi
    era  stato da lui la sera avanti;  ma l'oste,  a dargli retta,  non si
    rammentava neppure se avesse veduto gente quella sera; e badava a dire
    che l'osteria  un porto di mare. Sopra tutto, confondeva le teste,  e
    disordinava  le  congetture  quel  pellegrino  veduto  da Stefano e da
    Carlandrea, quel pellegrino che i malandrini volevano ammazzare, e che
    se n'era andato con loro,  o che  essi  avevan  portato  via.  Cos'era
    venuto  a  fare?  Era un'anima del purgatorio,  comparsa per aiutar le
    donne; era un'anima dannata d'un pellegrino birbante e impostore,  che
    veniva  sempre  di  notte  a  unirsi con chi facesse di quelle che lui
    aveva fatte vivendo; era un pellegrino vivo e vero,  che coloro avevan
    voluto  ammazzare,  per timor che gridasse,  e destasse il paese;  era
    (vedete un po' cosa si va a pensare!) uno di quegli stessi  malandrini
    travestito da pellegrino;  era questo,  era quello, era tante cose che
    tutta la sagacit e l'esperienza  del  Griso  non  sarebbe  bastata  a
    scoprire  chi  fosse,  se  il Griso avesse dovuto rilevar questa parte
    della storia da' discorsi altrui. Ma,  come il lettore sa,  ci che la
    rendeva  imbrogliata  agli  altri.  era appunto il pi chiaro per lui:
    servendosene di chiave per interpretare le altre notizie  raccolte  da
    lui immediatamente, o col mezzo degli esploratori subordinati, pot di
    tutto  comporne  per don Rodrigo una relazione bastantemente distinta.
    Si chiuse subito con lui,  e l'inform del colpo  tentato  dai  poveri
    sposi, il che spiegava naturalmente la casa trovata vota e il sonare a
    martello,  senza  che facesse bisogno di supporre che in casa ci fosse
    qualche traditore,  come dicevano  que'  due  galantuomini.  L'inform
    della  fuga;  e  anche a questa era facile trovarci le sue ragioni: il
    timore degli sposi colti in fallo,  o qualche  avviso  dell'invasione,
    dato  loro  quand'era  scoperta,  e il paese tutto a soqquadro.  Disse
    finalmente che s'eran ricoverati a Pescarenico;  pi in l non  andava
    la  sua  scienza.  Piacque  a  don  Rodrigo  l'esser certo che nessuno
    l'aveva tradito,  e il vedere che non rimanevano tracce del suo fatto;
    ma  fu  quella  una rapida e leggiera compiacenza.  "Fuggiti insieme!"
    grid: "insieme!  E quel frate birbante!  Quel frate!" la  parola  gli
    usciva arrantolata dalla gola,  e smozzicata tra' denti, che mordevano
    il dito: il suo aspetto era brutto come le sue passioni.  "Quel  frate
    me  la  pagher.  Griso!  non  son chi sono...  voglio sapere,  voglio
    trovare...  questa sera,  voglio saper  dove  sono.  Non  ho  pace.  A
    Pescarenico,  subito,  a sapere,  a vedere, a trovare... Quattro scudi
    subito, e la mia protezione per sempre.  Questa sera lo voglio sapere.
    E quel birbone...! quel frate...!"
    Il Griso di nuovo in campo;  e,  la sera di quel giorno medesimo, pot
    riportare al suo degno padrone la notizia desiderata: ed ecco in  qual
    maniera.
    Una  delle  pi  gran consolazioni di questa vita  l'amicizia;  e una
    delle consolazioni dell'amicizia   quell'avere  a  cui  confidare  un
    segreto.  Ora, gli amici non sono a due a due, come gli sposi; ognuno,
    generalmente parlando, ne ha pi d'uno: il che forma un catena, di cui
    nessuno potrebbe trovar la fine.  Quando dunque un  amico  si  procura
    quella  consolazione  di deporre un segreto nel seno d'un altro,  d a
    costui la voglia di procurarsi la stessa consolazione  anche  lui.  Lo
    prega,   vero,  di non dir nulla a nessuno; e una tal condizione, chi
    la  prendesse  nel   senso   rigoroso   delle   parole,   troncherebbe
    immediatamente il corso delle consolazioni.  Ma la pratica generale ha
    voluto che obblighi soltanto a non confidare il segreto,  se non a chi
    sia  un amico ugualmente fidato,  e imponendogli la stessa condizione.
    Cos,  d'amico fidato in amico fidato,  il segreto  gira  e  gira  per
    quell'immensa  catena,  tanto  che  arriva  all'orecchio di colui o di
    coloro a cui  il  primo  che  ha  parlato  intendeva  appunto  di  non
    lasciarlo  arrivar  mai.  Avrebbe  per ordinariamente a stare un gran
    pezzo in cammino,  se ognuno non avesse che due amici: quello che  gli
    dice, e quello a cui ridice la cosa da tacersi. Ma ci son degli uomini
    privilegiati che li contano a centinaia;  e quando il segreto  venuto
    a uno di questi uomini, i giri divengon s rapidi e s molteplici, che
    non  pi possibile di seguirne la traccia.  Il nostro autore  non  ha
    potuto  accertarsi  per  quante bocche fosse passato il segreto che il
    Griso aveva ordine di scovare: il fatto sta che il buon  uomo  da  cui
    erano  state scortate le donne a Monza,  tornando,  verso le ventitr,
    col suo baroccio, a Pescarenico,  s'abbatt,  prima d'arrivare a casa,
    in  un amico fidato,  al quale raccont,  in gran confidenza,  l'opera
    buona che aveva fatta,  e il rimanente;  e il fatto sta che  il  Griso
    pot,  due ore dopo,  correre al palazzotto,  a riferire a don Rodrigo
    che Lucia e sua madre s'eran ricoverate in un convento di Monza, e che
    Renzo aveva seguitata la sua strada fino a Milano.
    Don Rodrigo prov una scellerata allegrezza di quella  separazione,  e
    sent rinascere un po' di quella scellerata speranza d'arrivare al suo
    intento.  Pens alla maniera, gran parte della notte; e s'alz presto,
    con due disegni, l'uno stabilito,  l'altro abbozzato.  Il primo era di
    spedire immantinente il Griso a Monza,  per aver pi chiare notizie di
    Lucia,  e sapere se ci fosse  da  tentar  qualche  cosa.  Fece  dunque
    chiamar subito quel suo fedele,  gli mise in mano i quattro scudi,  lo
    lod di nuovo dell'abilit con cui gli aveva guadagnati,  e gli  diede
    l'ordine che aveva premeditato.
    "Signore..." disse, tentennando, il Griso.
    "Che? non ho io parlato chiaro?"
    "Se potesse mandar qualchedun altro..."
    "Come?"
    "Signore  illustrissimo,  io son pronto a metterci la pelle per il mio
    padrone:  il mio dovere;  ma so anche che lei  non  vuole  arrischiar
    troppo la vita de' suoi sudditi."
    "Ebbene?"
    "Vossignoria  illustrissima  sa  bene  quelle  poche  taglie  ch'io ho
    addosso: e... Qui son sotto la sua protezione;  siamo una brigata;  il
    signor  podest    amico  di  casa:  i  birri  mi portan rispetto;  e
    anch'io...  cosa che fa poco onore, ma per viver quieto...  li tratto
    da  amici.  In  Milano  la  livrea di vossignoria  conosciuta;  ma in
    Monza... ci sono conosciuto io in vece.  E sa vossignoria che,  non fo
    per dire, chi mi potesse consegnare alla giustizia, o presentar la mia
    testa,  farebbe  un  bel  colpo?  Cento  scudi l'uno sull'altro,  e la
    facolt di liberar due banditi."
    "Che diavolo!" disse don Rodrigo: "tu mi riesci ora un can da pagliaio
    che ha cuore appena d'avventarsi alle gambe di chi passa sulla  porta,
    guardandosi  indietro se quei di casa lo spalleggiano,  e non si sente
    d'allontanarsi!"
    "Credo, signor padrone, d'aver date prove..."
    "Dunque!"
    "Dunque," ripigli francamente il Griso, messo cos al punto,  "dunque
    vossignoria faccia conto ch'io non abbia parlato: cuor di leone, gamba
    di lepre, e son pronto a partire."
    "E  io  non  ho  detto  che  tu  vada solo.  Piglia con te un paio de'
    meglio... lo Sfregiato, e il Tiradritto; e va di buon animo,  e sii il
    Griso. Che diavolo! Tre figure come le vostre, e che vanno per i fatti
    loro, chi vuoi che non sia contento di lasciarle passare? Bisognerebbe
    che a' birri di Monza fosse ben venuta a noia la vita, per metterla su
    contro cento scudi a un gioco cos rischioso.  E poi, e poi, non credo
    d'esser cos sconosciuto da  quelle  parti,  che  la  qualit  di  mio
    servitore non ci si conti per nulla."
    Svergognato  cos  un  poco  il  Griso,  gli  diede  poi  pi  ampie e
    particolari istruzioni.  Il Griso prese i due  compagni  e  part  con
    faccia  allegra  e baldanzosa,  ma bestemmiando in cuor suo Monza e le
    taglie e le donne e i capricci de' padroni;  e camminava come il lupo,
    che  spinto dalla fame,  con ventre raggrinzato,  e con le costole che
    gli si potrebber contare,  scende da' suoi monti,  dove  non  c'  che
    neve, s'avanza sospettosamente nel piano, si ferma ogni tanto, con una
    zampa sospesa, dimenando la coda spelacchiata,

    "Leva il muso, odorando il vento infido",

    se mai gli porti odore d'uomo o di ferro,  rizza gli orecchi acuti,  e
    gira due occhi sanguigni,  da cui traluce insieme l'ardore della preda
    e il terrore della caccia.  Del rimanente, quel bel verso, chi volesse
    saper donde venga,  tratto da una diavoleria inedita di crociate e di
    lombardi, che presto non sar pi inedita, e far un bel rumore;  e io
    l'ho  preso,  perch mi veniva in taglio;  e dico dove,  per non farmi
    bello della roba altrui: che qualcheduno non pensasse che sia una  mia
    astuzia  per  far sapere che l'autore di quella diavoleria ed io siamo
    come fratelli, e ch'io frugo a piacer mio ne' suoi manoscritti.
    L'altra cosa che premeva a don Rodrigo,  era di trovar la maniera  che
    Renzo non potesse pi tornar con Lucia,  n metter piede in paese; e a
    questo fine,  macchinava di fare sparger voci di minacce e  d'insidie,
    che,   venendogli  all'orecchio,  per  mezzo  di  qualche  amico,  gli
    facessero passar la voglia di tornar da quelle parti. Pensava per che
    la pi sicura sarebbe se si potesse farlo sfrattar dallo stato: e  per
    riuscire  in  questo,  vedeva  che  pi della forza gli avrebbe potuto
    servir la giustizia. Si poteva, per esempio,  dare un po' di colore al
    tentativo    fatto   nella   casa   parrocchiale,    dipingerlo   come
    un'aggressione,  un atto sedizioso,  e,  per mezzo del  dottore,  fare
    intendere  al  podest ch'era il caso di spedir contro Renzo una buona
    cattura.  Ma pens che non conveniva a lui di rimestar  quella  brutta
    faccenda;  e senza star altro a lambiccarsi il cervello, si risolvette
    d'aprirsi col  dottor  Azzecca-garbugli,  quanto  era  necessario  per
    fargli comprendere il suo desiderio.  Le gride son tante!  -  pensava:
    -  e il dottore non  un'oca: qualcosa che faccia al  caso  mio  sapr
    trovare, qualche garbuglio da azzeccare a quel villanaccio: altrimenti
    gli muto nome.  -  Ma (come vanno alle volte le cose di questo mondo!)
    intanto  che  colui  pensava  al  dottore,  come  all'uomo pi abile a
    servirlo in questo, un altr'uomo,  l'uomo che nessuno s'immaginerebbe,
    Renzo medesimo,  per dirla,  lavorava di cuore a servirlo,  in un modo
    pi certo e pi spedito di tutti quelli che  il  dottore  avrebbe  mai
    saputi trovare.
    Ho visto pi volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, pi del
    bisogno,  ma  che,  a  tutti  i  segnali,  mostra di voler riuscire un
    galantuomo;  l'ho visto,  dico,  pi volte affaccendato sulla  sera  a
    mandare  al  coperto  un  suo gregge di porcellini d'India,  che aveva
    lasciati scorrer liberi il giorno,  in un giardinetto.  Avrebbe voluto
    fargli  andar  tutti insieme al covile;  ma era fatica buttata: uno si
    sbandava a destra,  e mentre il piccolo pastore correva per  cacciarlo
    nel branco,  un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte.
    Dimodoch, dopo essersi un po' impazientito, s'adattava al loro genio,
    spingeva prima dentro quelli ch'eran pi vicini all'uscio,  poi andava
    a prender gli altri,  a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco
    simile ci convien fare co' nostri personaggi: ricoverata  Lucia,  siam
    corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a
    Renzo che avevam perduto di vista.
    Dopo la separazione dolorosa che abbiam raccontata, camminava Renzo da
    Monza verso Milano, in quello stato d'animo che ognuno pu immaginarsi
    facilmente. Abbandonar la casa, tralasciare il mestiere, e quel ch'era
    pi di tutto,  allontanarsi da Lucia,  trovarsi sur una strada,  senza
    saper dove anderebbe a posarsi;  e tutto per causa  di  quel  birbone!
    Quando  si  tratteneva  col  pensiero  sull'una o sull'altra di queste
    cose, s'ingolfava tutto nella rabbia,  e nel desiderio della vendetta;
    ma  gli tornava poi in mente quella preghiera che aveva recitata anche
    lui col suo buon frate,  nella chiesa di Pescarenico;  e si ravvedeva:
    gli si risvegliava ancora la stizza;  ma vedendo un'immagine sul muro,
    si levava il cappello,  e si fermava un momento  a  pregar  di  nuovo:
    tanto che,  in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e
    risuscitatolo, almeno venti volte.  La strada era allora tutta sepolta
    tra due alte rive,  fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che,
    dopo una pioggia,  divenivan rigagnoli;  e in certe parti  pi  basse,
    s'allagava  tutta,  che  si  sarebbe  potuto andarci in barca.  A que'
    passi, un piccol sentiero erto,  a scalini,  sulla riva,  indicava che
    altri passeggieri s'eran fatta una strada ne' campi. Renzo, salito per
    un di que' valichi sul terreno pi elevato,  vide quella gran macchina
    del duomo sola sul piano,  come se,  non di  mezzo  a  una  citt,  ma
    sorgesse in un deserto;  e si ferm su due piedi, dimenticando tutti i
    suoi guai, a contemplare anche da lontano quell'ottava maraviglia,  di
    cui  aveva  tanto  sentito  parlare  fin  da bambino.  Ma dopo qualche
    momento,   voltandosi  indietro,   vide  all'orizzonte  quella  cresta
    frastagliata  di  montagne,  vide  distinto  e  alto tra quelle il suo
    "Resegone", si sent tutto rimescolare il sangue, stette l alquanto a
    guardar tristamente da quella  parte.  poi  tristamente  si  volt,  e
    seguit la sua strada.  A poco a poco cominci poi a scoprir campanili
    e torri e cupole e tetti;  scese allora nella strada,  cammin  ancora
    qualche  tempo,  e  quando  s'accorse  d'esser  ben vicino alla citt,
    s'accost a un viandante,  e,  inchinatolo,  con tutto quel garbo  che
    seppe, gli disse: "di grazia, quel signore".
    "Che volete, bravo giovine?"
    "Saprebbe  insegnarmi la strada pi corta,  per andare al convento de'
    cappuccini dove sta il padre Bonaventura?"
    L'uomo a cui Renzo s'indirizzava, era un agiato abitante del contorno,
    che,  andato quella mattina a Milano,  per certi suoi  affari,  se  ne
    tornava,  senza aver fatto nulla, in gran fretta, ch non vedeva l'ora
    di trovarsi a casa,  e avrebbe fatto  volentieri  di  meno  di  quella
    fermata.  Con tutto ci,  senza dar segno d'impazienza,  rispose molto
    gentilmente:  "figliuol  caro,   de'  conventi  ce  n'   pi   d'uno:
    bisognerebbe  che  mi  sapeste  dir  pi chiaro quale  quello che voi
    cercate."  Renzo  allora  si  lev  di  seno  la  lettera  del   padre
    Cristoforo,  e la fece vedere a quel signore, il quale, lettovi: porta
    orientale,  gliela rendette dicendo: "siete fortunato,  bravo giovine;
    il  convento  che  cercate  poco lontano di qui.  Prendete per questa
    viottola a mancina:  una scorciatoia: in pochi  minuti  arriverete  a
    una  cantonata  d'una  fabbrica  lunga  e  bassa;     il  lazzeretto;
    costeggiate  il  fossato  che  lo  circonda,   e  riuscirete  a  porta
    orientale.  Entrate,  e,  dopo  tre o quattrocento passi,  vedrete una
    piazzetta con de' begli olmi: l  il convento: non potete  sbagliare.
    Dio v'assista, bravo giovine." E, accompagnando l'ultime parole con un
    gesto  grazioso  della  mano,  se  n'and.  Renzo  rimase stupefatto e
    edificato  della  buona  maniera  de'  cittadini  verso  la  gente  di
    campagna; e non sapeva ch'era un giorno fuor dell'ordinario, un giorno
    in cui le cappe s'inchinavano ai farsetti.  Fece la strada che gli era
    stata insegnata, e si trov a porta orientale. Non bisogna per che, a
    questo nome,  il lettore si lasci correre alla fantasia l'immagini che
    ora vi sono associate.  Quando Renzo entr per quella porta, la strada
    al di fuori  non  andava  diritta  che  per  tutta  la  lunghezza  del
    lazzeretto;  poi  scorreva serpeggiante e stretta,  tra due siepi.  La
    porta consisteva in due pilastri, con sopra una tettoia,  per riparare
    i battenti,  e da una parte,  una casuccia per i gabellini. I bastioni
    scendevano in pendo irregolare, e il terreno era una superficie aspra
    e inuguale di rottami e di cocci buttati l  a  caso.  La  strada  che
    s'apriva dinanzi a chi entrava per quella porta,  non si paragonerebbe
    male a quella che ora si presenta  a  chi  entri  da  porta  Tosa.  Un
    fossatello  le scorreva nel mezzo,  fino a poca distanza dalla porta e
    la divideva cos in due stradette tortuose,  ricoperte di polvere o di
    fango,  secondo la stagione.  Al punto dov'era, e dov' tuttora quella
    viuzza chiamata di Borghetto,  il fossatello si perdeva in una  fogna.
    L  c'era  una colonna,  con sopra una croce,  detta di san Dionigi: a
    destra e a sinistra,  erano orti cinti  di  siepe  e,  ad  intervalli,
    casucce,  abitate per lo pi da lavandai.  Renzo entra, passa: nessuno
    de' gabellini gli bada: cosa che gli parve strana,  giacch,  da  que'
    pochi  del  suo  paese  che  potevan vantarsi d'essere stati a Milano,
    aveva   sentito   raccontar   cose    grosse    de'    frugamenti    e
    dell'interrogazioni  a  cui  venivan  sottoposti  quelli che arrivavan
    dalla campagna.  La strada  era  deserta,  dimodoch,  se  non  avesse
    sentito un ronzo lontano che indicava un gran movimento,  gli sarebbe
    parso d'entrare in una citt disabitata.  Andando avanti,  senza saper
    cosa si pensare,  vide per terra certe strisce bianche e soffici, come
    di neve; ma neve non poteva essere; che non viene a strisce,  n,  per
    il  solito,  in quella stagione.  Si chin sur una di quelle,  guard,
    tocc, e trov ch'era farina.   -  Grand'abbondanza,   -  disse tra s
    -   ci dev'essere in Milano,  se straziano in questa maniera la grazia
    di Dio.  Ci davan poi ad intendere che la carestia  per  tutto.  Ecco
    come fanno, per tener quieta la povera gente di campagna.  -  Ma, dopo
    pochi  altri passi,  arrivato a fianco della colonna,  vide,  appi di
    quella,  qualcosa di pi strano;  vide sugli scalini  del  piedestallo
    certe  cose  sparse,  che  certamente non eran ciottoli,  e se fossero
    state sul banco d'un fornaio,  non si sarebbe  esitato  un  momento  a
    chiamarle pani.  Ma Renzo non ardiva creder cos presto a' suoi occhi;
    perch, diamine! non era luogo da pani quello.   -  Vediamo un po' che
    affare  questo,   -  disse ancora tra s;  and verso la colonna,  si
    chin, ne raccolse uno: era veramente un pan tondo,  bianchissimo,  di
    quelli che Renzo non era solito mangiarne che nelle solennit.   -  E'
    pane davvero!   -  disse ad alta voce;  tanta era la  sua  maraviglia:
    cos  lo seminano in questo paese?  in quest'anno?  e non si scomodano
    neppure per raccoglierlo,  quando cade?  Che sia il paese di  cuccagna
    questo?    -    Dopo  dieci  miglia  di strada,  all'aria fresca della
    mattina,  quel  pane,   insieme  con  la  maraviglia,   gli  risvegli
    l'appetito.    -  Lo piglio?   -  deliberava tra s:  -  poh!  l'hanno
    lasciato qui alla discrezion de' cani;  tant' che ne  goda  anche  un
    cristiano.  Alla fine,  se comparisce il padrone,  glielo pagher.   -
    Cos pensando, si mise in una tasca quello che aveva in mano, ne prese
    un secondo, e lo mise nell'altra; un terzo,  e cominci a mangiare;  e
    si  rincammin,  pi  incerto  che mai,  e desideroso di chiarirsi che
    storia fosse quella.  Appena mosso,  vide  spuntar  gente  che  veniva
    dall'interno della citt,  e guard attentamente quelli che apparivano
    i primi.  Erano un uomo,  una donna  e,  qualche  passo  indietro,  un
    ragazzotto;  tutt'e  tre  con un carico addosso,  che pareva superiore
    alle loro forze,  e tutt'e tre in una figura strana.  I vestiti o  gli
    stracci infarinati;  infarinati i visi, e di pi stravolti e accesi; e
    andavano, non solo curvi,  per il peso,  ma sopra doglia,  come se gli
    fossero  state  peste l'ossa.  L'uomo reggeva a stento sulle spalle un
    gran sacco di farina, il quale, bucato qua e l,  ne seminava un poco,
    a  ogni  intoppo,  a ogni mossa disequilibrata.  Ma pi sconcia era la
    figura della donna: un pancione smisurato,  che pareva tenuto a fatica
    da due braccia piegate: come una pentolaccia a due manichi; e di sotto
    a  quel pancione uscivan due gambe,  nude fin sopra il ginocchio,  che
    venivano innanzi barcollando.  Renzo guard pi attentamente,  e  vide
    che  quel  gran corpo era la sottana che la donna teneva per il lembo,
    con dentro farina quanta  ce  ne  poteva  stare,  e  un  po'  di  pi;
    dimodoch,  quasi  a  ogni  passo,  ne  volava  via  una  ventata.  Il
    ragazzotto teneva con tutt'e due le mani sul capo una paniera colma di
    pani;  ma,  per aver le gambe pi corte de' suoi genitori,  rimaneva a
    poco  a  poco  indietro,  e,  allungando poi il passo ogni tanto,  per
    raggiungerli, la paniera perdeva l'equilibrio, e qualche pane cadeva.
    "Buttane via ancor un altro,  buono a niente che sei," disse la madre,
    digrignando i denti verso il ragazzo.
    "Io non li butto via; cascan da s: com'ho a fare?" rispose quello.
    "Ih!  buon  per  te,  che  ho  le  mani impicciate," riprese la donna,
    dimenando i pugni,  come se desse una buona scossa al povero  ragazzo;
    e,  con  quel  movimento,  fece  volar via pi farina,  di quel che ci
    sarebbe voluto per  farne  i  due  pani  lasciati  cadere  allora  dal
    ragazzo. "Via, via," disse l'uomo: "torneremo indietro a raccoglierli,
    o qualcheduno li raccoglier.  Si stenta da tanto tempo: ora che viene
    un po' d'abbondanza, godiamola in santa pace."
    In  tanto  arrivava  altra  gente  dalla  porta;   e  uno  di  questi,
    accostatosi alla donna, le domand: "dove si va a prendere il pane?"
    "Pi  avanti,"  rispose  quella;  e  quando furon lontani dieci passi,
    soggiunse borbottando: "questi contadini birboni  verranno  a  spazzar
    tutti i forni e tutti i magazzini, e non rester pi niente per noi."
    "Un  po'  per  uno,  tormento  che sei," disse il marito: "abbondanza,
    abbondanza."
    Da queste e da altrettali cose che vedeva e sentiva,  Renzo cominci a
    raccapezzarsi ch'era arrivato in una citt sollevata, e che quello era
    un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione
    della voglia e della forza,  dando busse in pagamento.  Per quanto noi
    desideriamo di far fare buona figura al nostro  povero  montanaro,  la
    sincerit  storica ci obbliga a dire che il suo primo sentimento fu di
    piacere.  Aveva cos poco da lodarsi  dell'andamento  ordinario  delle
    cose,  che  si  trovava  inclinato  ad approvare ci che lo mutasse in
    qualunque maniera. E del resto, non essendo punto un uomo superiore al
    suo secolo,  viveva anche lui in quell'opinione o in  quella  passione
    comune,  che  la scarsezza del pane fosse cagionata dagl'incettatori e
    da' fornai; ed era disposto a trovar giusto ogni modo di strappar loro
    dalle mani  l'alimento  che  essi,  secondo  quell'opinione,  negavano
    crudelmente  alla  fame di tutto un popolo.  Pure,  si propose di star
    fuori del tumulto, e si rallegr d'esser diretto a un cappuccino,  che
    gli  troverebbe  ricovero,  e gli farebbe da padre.  Cos pensando,  e
    guardando intanto i nuovi conquistatori che venivano carichi di preda,
    fece quella po' di strada che gli rimaneva per arrivare al convento.
    Dove ora sorge  quel  bel  palazzo,  con  quell'alto  loggiato,  c'era
    allora,  e c'era ancora non son molt'anni, una piazzetta, e in fondo a
    quella la chiesa e il convento de' cappuccini,  con quattro grand'olmi
    davanti.  Noi  ci  rallegriamo,  non  senza  invidia,  con que' nostri
    lettori che non han visto le cose in quello stato: ci vuol  dire  che
    son  molto giovani,  e non hanno avuto tempo di far molte corbellerie.
    Renzo and diritto alla porta, si ripose in seno il mezzo pane che gli
    rimaneva,  lev fuori e tenne preparata in mano la lettera,  e tir il
    campanello.  S'apr uno sportellino che aveva una grata, e vi comparve
    la faccia del frate portinaio a domandar chi era.
    "Uno di campagna, che porta al padre Bonaventura una lettera pressante
    del padre Cristoforo."
    "Date qui," disse il portinaio, mettendo una mano alla grata.
    "No, no" disse Renzo: "gliela devo consegnare in proprie mani."
    "Non  in convento."
    "Mi lasci entrare, che l'aspetter."
    "Fate a mio modo," rispose il frate: "andate a  aspettare  in  chiesa,
    che intanto potrete fare un po' di bene.  In convento, per adesso, non
    s'entra." E detto questo, richiuse lo sportello. Renzo rimase l,  con
    la sua lettera in mano.  Fece dieci passi verso la porta della chiesa,
    per seguire il consiglio del portinaio;  ma poi  pens  di  dar  prima
    un'altra  occhiata  al  tumulto.  Attravers  la  piazzetta,  si port
    sull'orlo della strada,  e si ferm,  con le  braccia  incrociate  sul
    petto,  a  guardare a sinistra,  verso l'interno della citt,  dove il
    brulicho era pi  folto  e  pi  rumoroso.  Il  vortice  attrasse  lo
    spettatore.   -  Andiamo a vedere,  -  disse tra s; tir fuori il suo
    mezzo pane,  e sbocconcellando,  si mosse verso quella parte.  Intanto
    che s'incammina,  noi racconteremo,  pi brevemente che sia possibile,
    le cagioni e il principio di quello sconvolgimento.












    CAPITOLO 12.

    Le cause del tumulto.   -  Le giuste richieste del  popolo.    -    Il
    comportamento del governo spagnolo.   -  L'assalto alle gerle.   -  Il
    saccheggio del "forno delle grucce".   -  Renzo  si  frammischia  alla
    folla.    -  Il fal in piazza del Duomo.   -  Le varie trasformazioni
    della statua di Filippo Secondo.   -  La folla s'avvia  verso  la
    casa del vicario di provvisione.

    Era  quello  il second'anno di raccolta scarsa.  Nell'antecedente,  le
    provvisioni rimaste degli anni addietro avevan  supplito,  fino  a  un
    certo segno,  al difetto;  e la popolazione era giunta, non satolla n
    affamata, ma,  certo,  affatto sprovveduta,  alla messe del 1628,  nel
    quale siamo con la nostra storia.  Ora,  questa messe tanto desiderata
    riusc ancor  pi  misera  della  precedente,  in  parte  per  maggior
    contrariet  delle stagioni (e questo non solo nel milanese,  ma in un
    buon tratto di paese circonvicino);  in parte per colpa degli  uomini.
    Il  guasto e lo sperpero della guerra,  di quella bella guerra di cui
    abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato
    pi vicina ad essa, molti poderi pi dell'ordinario rimanevano incolti
    e abbandonati da' contadini, i quali, in vece di procacciar col lavoro
    pane per s e per gli altri, eran costretti d'andare ad accattarlo per
    carit.  Ho  detto:  pi  dell'ordinario;   perch  le  insopportabili
    gravezze,  imposte  con  una  cupidigia e con un'insensatezza del pari
    sterminate,  la condotta abituale,  anche in piena pace,  delle truppe
    alloggiate ne' paesi,  condotta che i dolorosi documenti di que' tempi
    uguagliano a quella d'un nemico invasore,  altre cagioni che non  qui
    il  luogo  di  mentovare,  andavano  gi  da  qualche  tempo  operando
    lentamente quel tristo effetto in tutto il  milanese:  le  circostanze
    particolari   di   cui   ora   parliamo,   erano  come  una  repentina
    esacerbazione d'un mal cronico.  E quella qualunque raccolta  non  era
    ancor  finita  di  riporre,  che  le provvisioni per l'esercito,  e lo
    sciupino che sempre le accompagna, ci fecero dentro un tal vto,  che
    la penuria si fece subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso,
    ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro.
    Ma  quando  questo  arriva a un certo segno,  nasce sempre (o almeno 
    sempre nata finora;  e se ancora,  dopo tanti scritti di valentuomini,
    pensate in quel tempo!),  nasce un'opinione ne' molti,  che non ne sia
    cagione la scarsezza.  Si  dimentica  d'averla  temuta,  predetta;  si
    suppone  tutt'a  un  tratto  che ci sia grano abbastanza e che il male
    venga dal non vendersene abbastanza per il consumo:  supposizioni  che
    non  stanno n in cielo,  n in terra;  ma che lusingano a un tempo la
    collera e la speranza. Gl'incettatori di grano, reali o immaginari,  i
    possessori di terre, che non lo vendevano tutto in un giorno, i fornai
    che  ne  compravano,  tutti  coloro  in somma che ne avessero o poco o
    assai,  o che avessero il nome d'averne,  a questi si  dava  la  colpa
    della  penuria  e  del rincaro,  questi erano il bersaglio del lamento
    universale,  l'abbominio della moltitudine  male  e  ben  vestita.  Si
    diceva di sicuro dov'erano i magazzini,  i granai, colmi, traboccanti,
    appuntellati;  s'indicava  il  numero  de'  sacchi,  spropositato;  si
    parlava  con  certezza  dell'immensa  quantit di granaglie che veniva
    spedita segretamente  in  altri  paesi;  ne'  quali  probabilmente  si
    gridava,  con  altrettanta  sicurezza  e  con  fremito uguale,  che le
    granaglie di l venivano a Milano.  S'imploravan da'  magistrati  que'
    provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre
    parsi  finora,  cos  giusti,  cos semplici,  cos atti a far saltare
    fuori il grano,  nascosto,  murato,  sepolto,  come dicevano,  e a far
    ritornar  l'abbondanza.  I  magistrati  qualche cosa facevano: come di
    stabilire il prezzo massimo d'alcune derrate,  d'intimar  pene  a  chi
    ricusasse  di  vendere,  e  altri editti di quel genere.  Siccome per
    tutti i provvedimenti di questo mondo, per quanto siano gagliardi, non
    hanno virt di diminuire il bisogno del cibo, n di far venire derrate
    fuor di stagione;  e siccome questi in ispecie non  avevan  certamente
    quella  d'attirarne  da  dove  ce ne potesse essere di soprabbondanti;
    cos il male durava e cresceva.  La  moltitudine  attribuiva  un  tale
    effetto  alla scarsezza e alla debolezza de' rimedi,  e ne sollecitava
    ad alte grida de' pi generosi e decisivi.  E per sua sventura,  trov
    l'uomo secondo il suo cuore.
    Nell'assenza  del  governatore  don Gonzalo Fernandez de Cordova,  che
    comandava l'assedio di Casale del Monferrato,  faceva le sue  veci  in
    Milano il gran cancelliere Antonio Ferrer, pure spagnolo. Costui vide,
    e chi non l'avrebbe veduto? che l'essere il pane a un prezzo giusto, 
    per s una cosa molto desiderabile;  e pens, e qui fu lo sbaglio, che
    un suo ordine potesse  bastare  a  produrla.  Fiss  la  "meta"  (cos
    chiamano qui la tariffa in materia di commestibili), fiss la meta del
    pane  al  prezzo  che  sarebbe  stato il giusto,  se il grano si fosse
    comunemente venduto trentatre lire il moggio:  e  si  vendeva  fino  a
    ottanta.   Fece  come  una  donna  stata  giovine,   che  pensasse  di
    ringiovinire, alterando la sua fede di battesimo.
    Ordini meno insensati e meno iniqui eran,  pi  d'una  volta,  per  la
    resistenza delle cose stesse, rimasti ineseguiti; ma all'esecuzione di
    questo vegliava la moltitudine,  che, vedendo finalmente convertito in
    legge il suo desiderio,  non avrebbe sofferto  che  fosse  per  celia.
    Accorse subito ai forni, a chieder pane al prezzo tassato; e lo chiese
    con quel fare di risolutezza e di minaccia,  che dnno la passione, la
    forza e la legge riunite insieme.  Se i fornai  strillassero,  non  lo
    domandate.  Intridere,  dimenare,  infornare  e  sfornare  senza posa;
    perch il popolo,  sentendo in confuso che l'era  una  cosa  violenta,
    assediava  i  forni  di  continuo,  per  goder quella cuccagna fin che
    durava;  affacchinarsi,  dico,  e  scalmanarsi  pi  del  solito,  per
    iscapitarci,  ognun  vede che bel piacere dovesse essere.  Ma,  da una
    parte i magistrati che intimavan pene, dall'altra il popolo che voleva
    esser servito, e, punto punto che qualche fornaio indugiasse, pressava
    e brontolava,  con quel suo vocione,  e minacciava una di  quelle  sue
    giustizie,  che sono delle peggio che si facciano in questo mondo; non
    c'era redenzione, bisognava rimenare,  infornare,  sfornare e vendere.
    Per,  a farli continuare in quell'impresa,  non bastava che fosse lor
    comandato, n che avessero molta paura; bisognava potere: e un po' pi
    che la cosa fosse durata, non avrebbero pi potuto.  Facevan vedere ai
    magistrati  l'iniquit  e  l'insopportabilit del carico imposto loro,
    protestavano di voler gettar la pala nel forno, e andarsene; e intanto
    tiravano avanti come potevano,  sperando,  sperando che,  una volta  o
    l'altra,  il  gran  cancelliere avrebbe inteso la ragione.  Ma Antonio
    Ferrer,  il quale era quel che ora si direbbe un  uomo  di  carattere,
    rispondeva  che  i  fornai s'erano avvantaggiati molto e poi molto nel
    passato,  che s'avvantaggerebbero  molto  e  poi  molto  col  ritornar
    dell'abbondanza; che anche si vedrebbe, si penserebbe forse a dar loro
    qualche risarcimento;  e che intanto tirassero ancora avanti.  O fosse
    veramente persuaso lui di queste ragioni che allegava  agli  altri,  o
    che,  anche  conoscendo dagli effetti l'impossibilit di mantener quel
    suo editto,  volesse lasciare  agli  altri  l'odiosit  di  rivocarlo;
    giacch,  chi  pu ora entrar nel cervello d'Antonio Ferrer?  il fatto
    sta che  rimase  fermo  su  ci  che  aveva  stabilito.  Finalmente  i
    decurioni (un magistrato municipale composto di nobili,  che dur fino
    al  novantasei  del  secolo  scorso)   informaron   per   lettera   il
    governatore,  dello  stato  in  cui eran le cose: trovasse lui qualche
    ripiego, che le facesse andare.
    Don Gonzalo,  ingolfato fin  sopra  i  capelli  nelle  faccende  della
    guerra,  fece  ci  che  il  lettore s'immagina certamente: nomin una
    giunta,  alla quale confer l'autorit di stabilire al pane un  prezzo
    che  potesse  correre;  una cosa da poterci campar tanto una parte che
    l'altra.   I  deputati  si  radunarono,   o   come   qui   si   diceva
    spagnolescamente  nel gergo segretariesco d'allora,  si giuntarono;  e
    dopo mille riverenze, complimenti,  preamboli,  sospiri,  sospensioni,
    proposizioni  in  aria,  tergiversazioni,  strascinati tutti verso una
    deliberazione da una necessit sentita  da  tutti,  sapendo  bene  che
    giocavano  una  gran  carta,  ma  convinti che non c'era da far altro,
    conclusero di rincarare il pane.  I fornai respirarono;  ma il  popolo
    imbestial.
    La sera avanti questo giorno in cui Renzo arriv in Milano,  le strade
    e le piazze  brulicavano  d'uomini,  che  trasportati  da  una  rabbia
    comune,  predominati da un pensiero comune,  conoscenti o estranei, si
    riunivano  in  crocchi,  senza  essersi  dati  l'intesa,  quasi  senza
    avvedersene,  come gocciole sparse sullo stesso pendio.  Ogni discorso
    accresceva la persuasione e la passione degli uditori,  come di  colui
    che l'aveva proferito.  Tra tanti appassionati, c'eran pure alcuni pi
    di sangue freddo,  i quali stavano osservando con molto  piacere,  che
    l'acqua s'andava intorbidando;  e s'ingegnavano d'intorbidarla di pi,
    con que' ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre,
    e che gli animi alterati  sanno  credere;  e  si  proponevano  di  non
    lasciarla posare,  quell'acqua,  senza farci un po' di pesca. Migliaia
    d'uomini andarono a letto col  sentimento  indeterminato  che  qualche
    cosa bisognava fare,  che qualche cosa si farebbe.  Avanti giorno,  le
    strade eran di nuovo sparse  di  crocchi:  fanciulli,  donne,  uomini,
    vecchi,  operai,  poveri,  si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio
    confuso di molte voci;  l uno predicava,  e gli  altri  applaudivano;
    questo  faceva  al  pi  vicino  la stessa domanda ch'era allora stata
    fatta a lui;  quest'altro ripeteva l'esclamazione  che  s'era  sentita
    risonare  agli  orecchi;  per tutto lamenti,  minacce,  maraviglie: un
    piccol numero di vocaboli era il materiale di tanti discorsi.
    Non  mancava  altro  che  un'occasione,  una  spinta,   un  avviamento
    qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tard molto. Uscivano,
    sul far del giorno,  dalle botteghe de' fornai i garzoni che,  con una
    gerla carica di pane,  andavano a portarne alle solite case.  Il primo
    comparire  d'uno  di  que'  malcapitati ragazzi dov'era un crocchio di
    gente,  fu come il cadere d'un salterello acceso  in  una  polveriera.
    "Ecco  se  c'  il  pane!"  gridarono cento voci insieme.  "S,  per i
    tiranni, che notano nell'abbondanza, e voglion far morir noi di fame,"
    dice uno;  s'accosta al ragazzetto,  avventa la  mano  all'orlo  della
    gerla,  d una stratta, e dice: "lascia vedere". Il ragazzetto diventa
    rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare;  ma la parola
    gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in fretta
    dalle  cigne.  "Gi  quella  gerla,"  si  grida  intanto.  Molte  mani
    l'afferrano a un tempo:  in terra;  si butta per aria  il  canovaccio
    che  la  copre:  una  tepida fragranza si diffonde all'intorno.  "Siam
    cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi," dice il  primo;
    prende un pan tondo,  l'alza,  facendolo vedere alla folla, l'addenta:
    mani  alla  gerla,  pani  per  aria;  in  men  che  non  si  dice,  fu
    sparecchiato.  Coloro a cui non era toccato nulla, irritati alla vista
    del guadagno altrui, e animati dalla facilit dell'impresa, si mossero
    a  branchi,   in  cerca  d'altre  gerle:  quante   incontrate,   tante
    svaligiate.  E non c'era neppur bisogno di dar l'assalto ai portatori:
    quelli che,  per loro disgrazia,  si trovavano in giro,  vista la mala
    parata,  posavano volontariamente il carico,  e via a gambe. Con tutto
    ci, coloro che rimanevano a denti secchi, erano senza paragone i pi;
    anche i conquistatori non eran soddisfatti di prede cos  piccole,  e,
    mescolati  poi  con gli uni e con gli altri,  c'eran coloro che avevan
    fatto disegno sopra un  disordine  pi  co'  fiocchi.  "Al  forno!  al
    forno!" si grida.
    Nella  strada chiamata la Corsia de' Servi,  c'era,  e c' tuttavia un
    forno,  che conserva lo stesso nome;  nome che in toscano viene a dire
    il  forno  delle  grucce,  e  in  milanese    composto di parole cos
    eteroclite,  cos bisbetiche,  cos salvatiche,  che l'alfabeto  della
    lingua  non  ha  i  segni  per  indicarne  il suono.  * A quella parte
    s'avvent la gente.  Quelli  della  bottega  stavano  interrogando  il
    garzone  tornato  scarico,  il quale,  tutto sbigottito e abbaruffato,
    riferiva balbettando la sua  trista  avventura;  quando  si  sente  un
    calpesto  e  un  urlio insieme;  cresce e s'avvicina;  compariscono i
    forieri della masnada.
    Serra, serra;  presto,  presto: uno corre a chiedere aiuto al capitano
    di giustizia;  gli altri chiudono in fretta la bottega, e appuntellano
    i battenti.  La gente comincia a affollarsi di  fuori,  e  a  gridare:
    "pane! pane! aprite! aprite!"
    Pochi  momenti dopo,  arriva il capitano di giustizia,  con una scorta
    d'alabardieri. "Largo, largo, figliuoli: a casa, a casa; fate luogo al
    capitano di giustizia," grida lui e gli alabardieri. La gente, che non
    era ancor troppo fitta, fa un po' di luogo;  dimodoch quelli poterono
    arrivare,  e postarsi,  insieme,  se non in ordine, davanti alla porta
    della bottega.
    "Ma figliuoli," predicava di l il capitano, "che fate qui? A casa,  a
    casa.  Dov'  il  timor  di  Dio?  Che dir il re nostro signore?  Non
    vogliam farvi male; ma andate a casa. Da bravi! Che diamine volete far
    qui, cos ammontati? Niente di bene, n per l'anima,  n per il corpo.
    A casa, a casa."
    Ma  quelli  che  vedevan  la  faccia  del dicitore,  e sentivan le sue
    parole,  quand'anche avessero voluto ubbidire,  dite un  poco  in  che
    maniera  avrebber potuto,  spinti com'erano,  e incalzati da quelli di
    dietro, spinti anch'essi da altri, come flutti da flutti, via via fino
    all'estremit della folla,  che andava sempre crescendo.  Al capitano,
    cominciava  a mancargli il respiro.  "Fateli dare addietro ch'io possa
    riprender fiato,"  diceva  agli  alabardieri:  "ma  non  fate  male  a
    nessuno.   Vediamo  d'entrare  in  bottega:  picchiate;  fateli  stare
    indietro."
    "Indietro!  indietro!"  gridano  gli  alabardieri,   buttandosi  tutti
    insieme  addosso  ai primi,  e respingendoli con l'aste dell'alabarde.
    Quelli urlano, si tirano indietro, come possono;  dnno con le schiene
    ne' petti,  co' gomiti nelle pance, co' calcagni sulle punte de' piedi
    a quelli che son dietro a loro: si fa un pigio, una calca,  che quelli
    che  si trovano in mezzo,  avrebbero pagato qualcosa a essere altrove.
    Intanto un po' di voto s'  fatto  davanti  alla  porta:  il  capitano
    picchia, ripicchia, urla che gli aprano: quelli di dentro vedono dalle
    finestre,  scendon  di corsa,  aprono;  il capitano entra,  chiama gli
    alabardieri,  che si ficcan dentro anch'essi l'un  dopo  l'altro,  gli
    ultimi rattenendo la folla con l'alabarde.  Quando sono entrati tutti,
    si mette tanto di catenaccio,  si riappuntella;  il capitano  sale  di
    corsa, e s'affaccia a una finestra. Uh, che formicolaio!
    "Figliuoli," grida: molti si voltano in su; "figliuoli, andate a casa.
    Perdono generale a chi torna subito a casa."
    "Pane!  pane!  aprite! aprite!" eran le parole pi distinte nell'urlo
    orrendo, che la folla mandava in risposta.
    "Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via,  andate,
    tornate a casa.  Pane,  ne avrete;  ma non  questa la maniera. Eh!...
    eh!  che fate laggi!  Eh!  a quella porta!  Oib  oib!  Vedo,  vedo:
    giudizio!  badate bene!   un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh!
    smettete  con  que'  ferri;  gi  quelle  mani.  Vergogna!  Voi  altri
    milanesi,  che,  per  la  bont,  siete  nominati  in  tutto il mondo!
    Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi... Ah canaglia!"
    Questa rapida mutazione di stile  fu  cagionata  da  una  pietra  che,
    uscita dalle mani d'uno di que' buoni figliuoli,  venne a batter nella
    fronte del capitano,  sulla  protuberanza  sinistra  della  profondit
    metafisica.  "Canaglia!  canaglia!"  continuava  a gridare,  chiudendo
    presto presto la finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato
    quanto n'aveva in canna, le sue parole, buone e cattive,  s'eran tutte
    dileguate  e  disfatte  a  mezz'aria,  nella  tempesta delle grida che
    venivan di gi. Quello poi che diceva di vedere,  era un gran lavorare
    di  pietre,  di  ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi
    per la strada) che  si  faceva  alla  porta,  per  sfondarla,  e  alle
    finestre, per svellere l'inferriate; e gi l'opera era molto avanzata.
    Intanto,  padroni e garzoni della bottega,  ch'erano alle finestre de'
    piani di sopra,  con una munizione di  pietre  (avranno  probabilmente
    disselciato  un cortile),  urlavano e facevan versacci a quelli di gi
    perch smettessero;  facevan vedere le pietre,  accennavano di volerle
    buttare.  Visto  ch'era tempo perso,  cominciarono a buttarle davvero.
    Neppur una ne cadeva in fallo;  giacch la  calca  era  tale,  che  un
    granello  di miglio,  come si suol dire,  non sarebbe andato in terra.
    "Ah birboni!  ah furfantoni!  E' questo il pane,  che date alla povera
    gente?  Ahi!  Ahim!  Ohi!  Ora,  ora!" s'urlava di gi.  Pi d'uno fu
    conciato male;  due ragazzi vi rimasero morti.  Il furore accrebbe  le
    forze della moltitudine: la porta fu sfondata, l'inferriate, svelte; e
    il torrente penetr per tutti i varchi.  Quelli di dentro,  vedendo la
    mala parata, scapparono in soffitta: il capitano,  gli alabardieri,  e
    alcuni  della  casa  stettero  l  rannicchiati  ne' cantucci;  altri,
    uscendo per gli abbaini, andavano su pe' tetti, come i gatti.
    La vista della preda  fece  dimenticare  ai  vincitori  i  disegni  di
    vendette sanguinose.  Si slanciano ai cassoni; il pane  messo a ruba.
    Qualcheduno in vece corre al banco,  butta gi la serratura,  agguanta
    le ciotole, piglia a manate, intasca, ed esce carico di quattrini, per
    tornar  poi  a  rubar  pane,  se  ne  rimarr.  La folla si sparge ne'
    magazzini. Metton mano ai sacchi,  li strascicano,  li rovesciano: chi
    se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo a
    un  carico da potersi portare,  butta via una parte della farina: chi,
    gridando: "aspetta,  aspetta," si china  a  parare  un  grembiule,  un
    fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a
    una madia,  e prende un pezzo di pasta, che s'allunga, e gli scappa da
    ogni parte; un altro,  che ha conquistato un burattello,  lo porta per
    aria: chi va,  chi viene: uomini,  donne, fanciulli, spinte, rispinte,
    urli,  e un bianco polvero che  per  tutto  si  posa,  per  tutto  si
    solleva,  e tutto vela e annebbia. Di fuori, una calca composta di due
    processioni opposte, che si rompono e s'intralciano a vicenda,  di chi
    esce con la preda, e di chi vuol entrare a farne.
    Mentre  quel  forno  veniva cos messo sottosopra,  nessun altro della
    citt era quieto e senza pericolo.  Ma a nessuno la gente  accorse  in
    numero tale da potere intraprender tutto;  in alcuni, i padroni avevan
    raccolto degli ausiliari, e stavan sulle difese;  altrove,  trovandosi
    in  pochi,  venivano in certo modo a patti: distribuivan pane a quelli
    che s'eran cominciati a affollare davanti alle  botteghe,  con  questo
    che  se n'andassero.  E quelli se n'andavano,  non tanto perch fosser
    soddisfatti,  quanto perch gli alabardieri e  la  sbirraglia,  stando
    alla larga da quel tremendo forno delle grucce, si facevan per vedere
    altrove,  in  forza  bastante  a  tenere  in rispetto i tristi che non
    fossero una folla.  Cos il trambusto andava sempre crescendo  a  quel
    primo  disgraziato  forno;  perch  tutti coloro che gli pizzicavan le
    mani di far qualche bell'impresa, correvan l,  dove gli amici erano i
    pi forti, e l'impunit sicura.
    A questo punto eran le cose,  quando Renzo, avendo ormai sgranocchiato
    il suo pane,  veniva  avanti  per  il  borgo  di  porta  orientale,  e
    s'avviava,  senza  saperlo,  proprio  al  luogo  centrale del tumulto.
    Andava, ora lesto,  ora ritardato dalla folla;  e andando,  guardava e
    stava  in  orecchi,  per  ricavar  da  quel ronzo confuso di discorsi
    qualche notizia pi positiva dello stato delle cose.  Ed ecco a un  di
    presso  le  parole  che  gli riusc di rilevare in tutta la strada che
    fece.
    "Ora  scoperta," gridava uno,  "l'impostura infame di  que'  birboni,
    che dicevano che non c'era n pane,  n farina,  n grano. Ora si vede
    la cosa chiara e lampante; e non ce la potranno pi dare ad intendere.
    Viva l'abbondanza!"
    "Vi dico io che tutto questo non serve a nulla," diceva un  altro:  "
    un  buco  nell'acqua;  anzi  sar  peggio,  se  non  si  fa  una buona
    giustizia.  Il pane verr a buon mercato,  ma ci metteranno il veleno,
    per  far  morir la povera gente,  come mosche.  Gi lo dicono che siam
    troppi;  l'hanno detto nella giunta;  e lo so  di  certo,  per  averlo
    sentito dir io, con quest'orecchi, da una mia comare, che  amica d'un
    parente d'uno sguattero d'uno di que' signori."
    Parole da non ripetersi diceva,  con la schiuma alla bocca,  un altro,
    che teneva con una mano un cencio di fazzoletto su' capelli  arruffati
    e insanguinati. E qualche vicino, come per consolarlo, gli faceva eco.
    "Largo, largo, signori, in cortesia; lascin passare un povero padre di
    famiglia,  che  porta da mangiare a cinque figliuoli." Cos diceva uno
    che veniva barcollando  sotto  un  gran  sacco  di  farina;  e  ognuno
    s'ingegnava di ritirarsi, per fargli largo.
    "Io?" diceva un altro,  quasi sottovoce,  a un suo compagno: "io me la
    batto. Son uomo di mondo, e so come vanno queste cose. Questi merlotti
    che fanno ora tanto fracasso,  domani o doman l'altro,  se ne staranno
    in  casa,  tutti  pieni  di  paura.  Ho  gi  visto certi visi,  certi
    galantuomini che giran, facendo l'indiano,  e notano chi c' e chi non
    c': quando poi tutto  finito,  si raccolgono i conti, e a chi tocca,
    tocca."
    "Quello che protegge i fornai," gridava una voce  sonora,  che  attir
    l'attenzione di Renzo, " il vicario di provvisione."
    "Son tutti birboni," diceva un vicino.
    "S; ma il capo  lui," replicava il primo.
    Il  vicario  di  provvisione,  eletto ogn'anno dal governatore tra sei
    nobili proposti dal Consiglio de'  decurioni,  era  il  presidente  di
    questo,  e del tribunale di provvisione; il quale, composto di dodici,
    anche  questi  nobili,   aveva,   con   altre   attribuzioni,   quella
    principalmente   dell'annona.   Chi   occupava  un  tal  posto  doveva
    necessariamente, in tempi di fame e d'ignoranza,  esser detto l'autore
    de' mali: meno che non avesse fatto ci che fece Ferrer;  cosa che non
    era nelle sue facolt, se anche fosse stata nelle sue idee.
    "Scellerati!" esclamava un altro: "si pu far di peggio? sono arrivati
    a dire che il gran cancelliere  un vecchio rimbambito,  per  levargli
    il credito,  e comandar loro soli.  Bisognerebbe fare una gran stia, e
    metterli dentro,  a viver di vecce e di loglio,  come volevano trattar
    noi."
    "Pane  eh?"  diceva  uno  che  cercava  d'andar in fretta: "sassate di
    libbra: pietre di questa fatta,  che venivan gi come la  grandine.  E
    che schiacciata di costole! Non vedo l'ora d'essere a casa mia."
    Tra questi discorsi,  dai quali non saprei dire se fosse pi informato
    o sbalordito, e tra gli urtoni, arriv Renzo finalmente davanti a quel
    forno. La gente era gi molto diradata,  dimodoch pot contemplare il
    brutto  e recente soqquadro.  Le mura scalcinate e ammaccate da sassi,
    da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta.
    - Questa poi non  una bella cosa, disse Renzo tra s;   -  se concian
    cos tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne' pozzi?  -
    Ogni  tanto,  usciva dalla bottega qualcheduno che portava un pezzo di
    cassone,  o di madia,  o di frullone,  la stanga  d'una  gramola,  una
    panca,  una paniera,  un libro di conti, qualche cosa in somma di quel
    povero forno; e gridando: "largo, largo", passava tra la gente.  Tutti
    questi s'incamminavano dalla stessa parte,  e a un luogo convenuto, si
    vedeva.  -  Cos' quest'altra storia?  -  pens di nuovo Renzo; e and
    dietro a uno che, fatto un fascio d'asse spezzate e di schegge,  se lo
    mise  in  ispalla,  avviandosi,  come  gli  altri,  per  la strada che
    costeggia il fianco settentrionale del duomo,  e ha preso  nome  dagli
    scalini  che  c'erano,  e  da  poco  in qua non ci son pi.  La voglia
    d'osservar gli avvenimenti non pot fare che il montanaro,  quando gli
    si  scopr  davanti la gran mole,  non si soffermasse a guardare in su
    con la bocca aperta.  Studi poi il passo,  per raggiunger  colui  che
    aveva  preso come per guida;  volt il canto,  diede un'occhiata anche
    alla facciata del duomo,  rustica allora in gran parte e  ben  lontana
    dal  compimento;  e  sempre dietro a colui,  che andava verso il mezzo
    della piazza. La gente era pi fitta quanto pi s'andava avanti, ma al
    portatore gli si faceva largo:  egli  fendeva  l'onda  del  popolo,  e
    Renzo,  standogli  sempre  attaccato,  arriv  con lui al centro della
    folla.  L c'era uno spazio voto,  e in mezzo,  un mucchio  di  brace,
    reliquie  degli attrezzi detti di sopra.  All'intorno era un batter di
    mani  e  di  piedi,   un  frastono  di  mille  grida  di   trionfo   e
    d'imprecazione.
    L'uomo del fascio lo butt su quel mucchio; un altro, con un mozzicone
    di  pala  mezzo  abbruciacchiato,  sbracia  il fuoco: il fumo cresce e
    s'addensa;  la fiamma si ridesta;  con essa le grida sorgon pi forti.
    "Viva l'abbondanza!  Moiano gli affamatori! Moia la carestia! Crepi la
    Provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!"
    Veramente,  la distruzion de' frulloni e delle madie,  la  devastazion
    de' forni, e lo scompiglio de' fornai, non sono i mezzi pi spicci per
    far vivere il pane; ma questa  una di quelle sottigliezze metafisiche
    che  una  moltitudine  non  ci  arriva.  Per,  senza  essere  un gran
    metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch' nuovo nella
    questione;  e solo  a  forza  di  parlarne,  e  di  sentirne  parlare,
    diventer  inabile anche a intenderle.  A Renzo in fatti quel pensiero
    gli era venuto,  come abbiam visto,  da principio,  e gli tornava ogni
    momento. Lo tenne per altro in s; perch, di tanti visi, non ce n'era
    uno  che sembrasse dire: fratello,  se fallo,  correggimi,  che l'avr
    caro.
    Gi era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva pi venir nessuno con
    altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi;  quando si sparse la
    voce,  che,  al  Cordusio  (una  piazzetta  o  un crocicchio non molto
    distante di l), s'era messo l'assedio a un forno.  Spesso,  in simili
    circostanze,  l'annunzio  d'una cosa la fa essere.  Insieme con quella
    voce,  si diffuse nella moltitudine una voglia di correr l:  "io  vo;
    tu,  vai?  vengo; andiamo," si sentiva per tutto: la calca si rompe, e
    diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi,
    se non quanto era trascinato dal torrente;  e teneva intanto consiglio
    in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento, in
    cerca  del  padre  Bonaventura,  o  andare a vedere anche quest'altra.
    Prevalse di nuovo la curiosit.  Per risolvette di non cacciarsi  nel
    fitto della mischia,  a farsi ammaccar l'ossa, o a risicar qualcosa di
    peggio; ma di tenersi in qualche distanza,  a osservare.  E trovandosi
    gi un poco al largo, si lev di tasca il secondo pane, e attaccandoci
    un morso, s'avvi alla coda dell'esercito tumultuoso.
    Questo,  dalla piazza, era gi entrato nella strada corta e stretta di
    Pescheria vecchia, e di l, per quell'arco a sbieco,  nella piazza de'
    Mercanti.  E  l  eran  ben pochi quelli che,  nel passar davanti alla
    nicchia che taglia il mezzo della loggia dell'edifizio chiamato allora
    il collegio de' dottori,  non dessero un'occhiatina alla grande statua
    che vi campeggiava,  a quel viso serio,  burbero,  accipigliato, e non
    dico abbastanza,  di don Filippo Secondo,  che,  anche dal marmo,
    imponeva un non so che di rispetto,  e,  con quel braccio teso, pareva
    che fosse l per dire: ora vengo io, marmaglia.
    Quella statua  non  c'  pi,  per  un  caso  singolare.  Circa  cento
    settant'anni  dopo  quello  che  stiam  raccontando,  un  giorno le fu
    cambiata la testa,  le fu levato di mano lo scettro,  e  sostituito  a
    questo  un  pugnale;  e  alla  statua fu messo nome Marco Bruto.  Cos
    accomodata stette forse un par d'anni;  ma,  una mattina,  certuni che
    non  avevan simpatia con Marco Bruto,  anzi dovevano avere con lui una
    ruggine segreta,  gettarono una fune intorno alla statua,  la  tiraron
    gi,  le  fecero  cento  angherie;  e,  mutilata  e ridotta a un torso
    informe,  la strascicarono,  con gli occhi in fuori,  e con le  lingue
    fuori,  per le strade,  e, quando furono stracchi bene, la ruzzolarono
    non so dove. Chi l'avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva!
    Dalla piazza de' Mercanti,  la marmaglia insacc,  per quell'altr'arco
    nella via de' fustagnai,  e di l si sparpagli nel Cordusio.  Ognuno,
    al primo sboccarvi,  guardava  subito  verso  il  forno  ch'era  stato
    indicato.  Ma  in  vece della moltitudine d'amici che s'aspettavano di
    trovar li  gi  al  lavoro,  videro  soltanto  alcuni  starsene,  come
    esitando,  a  qualche distanza della bottega,  la quale era chiusa,  e
    alle finestre gente armata,  in atto di star pronti  a  difendersi.  A
    quella vista,  chi si maravigliava,  chi sagrava,  chi rideva;  chi si
    voltava,  per informar quelli che arrivavan via via;  chi si  fermava,
    chi  voleva tornare indietro,  chi diceva: "avanti,  avanti." C'era un
    incalzare e un rattenere, come un ristagno, una titubazione, un ronzo
    confuso di contrasti e di consulte.  In questa,  scoppi di mezzo alla
    folla  una  maledetta  voce:  "c'  qui  vicino la casa del vicario di
    provvisione: andiamo a far giustizia,  e a dare il  sacco".  Parve  il
    rammentarsi  comune d'un concerto preso,  piuttosto che l'accettazione
    d'una proposta.  "Dal vicario!  dal vicario!"  il solo grido  che  si
    possa  sentire.  La  turba  si  move,  tutta insieme,  verso la strada
    dov'era la casa nominata in cos cattivo punto.

    NOTA *: El prestin di scansc.













    CAPITOLO 13.

    Si  pone  l'assedio  alla  casa  del  vicario.     -     Lo   spavento
    dell'assediato.  -  Renzo "nel forte del tumulto".  -  Grida scomposte
    della  turba.   -  Renzo corre un grande rischio.   -  Preparativi per
    l'assalto.   -  Analisi psicologica di una folla  esaltata.    -    Si
    annuncia  Ferrer  che  giunge  in  carrozza.    -    Difficolt per il
    passaggio.   -  Il gentile comportamento di Ferrer.   -    Il  vicario
    condotto in salvo da Ferrer.

    Lo sventurato vicario stava,  in quel momento, facendo un chilo agro e
    stentato d'un desinare biascicato senza appetito,  e senza pan fresco;
    e  attendeva,  con  gran  sospensione,  come  avesse  a  finire quella
    burrasca,   lontano  per  dal  sospettar  che  dovesse   cader   cos
    spaventosamente addosso a lui.  Qualche galantuomo precorse di galoppo
    la folla,  per avvertirlo di quel che  gli  sovrastava.  I  servitori,
    attirati  gi  dal rumore sulla porta,  guardavano sgomentati lungo la
    strada,  dalla parte donde  il  rumore  veniva  avvicinandosi.  Mentre
    ascoltan  l'avviso,  vedon  comparire  la  vanguardia:  in fretta e in
    furia, si porta l'avviso al padrone: mentre questo pensa a fuggire,  e
    come  fuggire,  un  altro  viene  a  dirgli  che non  pi a tempo.  I
    servitori ne hanno appena tanto che basti per chiuder la porta. Metton
    la stanga, metton puntelli, corrono a chiuder le finestre, come quando
    si vede venire avanti un tempo nero,  e s'aspetta la grandine,  da  un
    momento  all'altro.  L'urlo  crescente,  scendendo  dall'alto come un
    tuono, rimbomba nel voto cortile;  ogni buco della casa ne rintrona: e
    di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e fitti colpi di
    pietre alla porta.
    "Il vicario! Il tiranno! L'affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto!"
    Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo
    palma  a  palma,  raccomandandosi  a  Dio,  e  a' suoi servitori,  che
    tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma come,
    di dove? Sal in soffitta;  da un pertugio,  guard ansiosamente nella
    strada,  e  la  vide  piena  zeppa  di  furibondi;  sent  le voci che
    chiedevan la sua morte;  e pi smarrito che mai,  si ritir,  e and a
    cercare il pi sicuro e riposto nascondiglio.  L rannicchiato,  stava
    attento,  attento se mai  il  funesto  rumore  s'affievolisse,  se  il
    tumulto s'acquietasse un poco;  ma sentendo in vece il muggito alzarsi
    pi feroce e pi rumoroso,  e raddoppiare i picchi,  preso da un nuovo
    soprassalto al cuore, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come fuori
    di  s,  stringendo  i  denti,  e  raggrinzando  il viso,  stendeva le
    braccia,  e puntava i pugni,  come se volesse tener ferma la  porta...
    Del  resto,  quel che facesse precisamente non si pu sapere,  giacch
    era solo;  e la storia   costretta  a  indovinare.  Fortuna  che  c'
    avvezza.
    Renzo,  questa  volta,  si  trovava  nel  forte  del tumulto,  non gi
    portatovi dalla piena, ma cacciatovisi deliberatamente. A quella prima
    proposta di sangue, aveva sentito il suo rimescolarsi tutto: in quanto
    al saccheggio,  non avrebbe saputo dire se fosse bene o male  in  quel
    caso;   ma  l'idea  dell'omicidio  gli  cagion  un  orrore  pretto  e
    immediato.  E quantunque,  per quella  funesta  docilit  degli  animi
    appassionati all'affermare appassionato di molti,  fosse persuasissimo
    che il vicario era la cagion principale  della  fame,  il  nemico  de'
    poveri,  pure,  avendo  al  primo moversi della turba,  sentita a caso
    qualche parola che  indicava  la  volont  di  fare  ogni  sforzo  per
    salvarlo,  s'era subito proposto d'aiutare anche lui un'opera tale; e,
    con quest'intenzione, s'era cacciato,  quasi fino a quella porta,  che
    veniva  travagliata  in  cento  modi.  Chi  con ciottoli picchiava su'
    chiodi della serratura, per isconficcarla; altri, con pali e scarpelli
    e martelli, cercavano di lavorar pi in regola: altri poi, con pietre,
    con coltelli spuntati,  con chiodi,  con bastoni,  con  l'unghie,  non
    avendo altro,  scalcinavano e sgretolavano il muro, e s'ingegnavano di
    levare i mattoni, e fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare,
    facevan coraggio con gli urli; ma nello stesso tempo, con lo star l a
    pigiare,  impicciavan di pi  il  lavoro  gi  impicciato  dalla  gara
    disordinata  de'  lavoranti:  giacch,  per  grazia del cielo,  accade
    talvolta anche nel male quella cosa troppo frequente nel bene,  che  i
    fautori pi ardenti divengano un impedimento.
    I magistrati ch'ebbero i primi l'avviso di quel che accadeva, spediron
    subito  a  chieder soccorso al comandante del castello,  che allora si
    diceva di porta  Giovia;  il  quale  mand  alcuni  soldati.  Ma,  tra
    l'avviso,  e l'ordine,  e il radunarsi, e il mettersi in cammino, e il
    cammino, essi arrivarono che la casa era gi cinta di vasto assedio; e
    fecero alto lontano da quella,  all'estremit della folla.  L'ufiziale
    che  li comandava,  non sapeva che partito prendere.  L non era altro
    che una, lasciatemi dire, accozzaglia di gente varia d'et e di sesso,
    che  stava  a  vedere.  All'intimazioni  che  gli  venivan  fatte,  di
    sbandarsi,  e di dar luogo, rispondevano con un cupo e lungo mormoro;
    nessuno si moveva. Far fuoco sopra quella ciurma,  pareva all'ufiziale
    cosa non solo crudele,  ma piena di pericolo;  cosa che,  offendendo i
    meno terribili,  avrebbe irritato i molti violenti;  e del resto,  non
    aveva  una tale istruzione.  Aprire quella prima folla,  rovesciarla a
    destra e a sinistra,  e andare avanti a portar  la  guerra  a  chi  la
    faceva,  sarebbe stata la meglio; ma riuscirvi, l stava il punto. Chi
    sapeva se i soldati avrebber potuto avanzarsi uniti  e  ordinati?  Che
    se,  in  vece  di  romper  la folla,  si fossero sparpagliati loro tra
    quella,  si sarebber trovati a sua discrezione,  dopo averla  aizzata.
    L'irresolutezza  del  comandante  e l'immobilit de' soldati parve,  a
    diritto o a torto, paura.  La gente che si trovavan vicino a loro,  si
    contentavano di guardargli in viso,  con un'aria,  come si dice, di me
    n'impipo;  quelli ch'erano un po' pi lontani,  non se ne  stavano  di
    provocarli,  con  visacci  e  con grida di scherno;  pi in l,  pochi
    sapevano o si curavano che ci  fossero;  i  guastatori  seguitavano  a
    smurare,  senz'altro pensiero che di riuscir presto nell'impresa;  gli
    spettatori non cessavano d'animarla con gli urli.
    Spiccava tra questi,  ed era lui stesso  spettacolo,  un  vecchio  mal
    vissuto,  che,  spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo
    le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica,  con le mani alzate
    sopra una canizie vituperosa,  agitava in aria un martello, una corda,
    quattro gran chiodi,  con che diceva di volere attaccare il vicario  a
    un battente della sua porta, ammazzato che fosse.
    "Oib! vergogna!" scapp fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla
    vista  di tant'altri visi che davan segno d'approvarle,  e incoraggito
    dal vederne degli altri, sui quali, bench muti,  traspariva lo stesso
    orrore  del quale era compreso lui.  "Vergogna!  Vogliam noi rubare il
    mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia
    del pane,  se facciamo di queste atrocit?  Ci mander de' fulmini,  e
    non del pane!"
    "Ah cane! ah traditor della patria!" grid, voltandosi a Renzo, con un
    viso  da  indemoniato,  un  di coloro che avevan potuto sentire tra il
    frastono quelle sante parole. "Aspetta,  aspetta!  E' un servitore del
    vicario,  travestito  da  contadino:  una spia: dalli,  dalli!" Cento
    voci si spargono all'intorno. "Cos'? dov'?  chi ?  Un servitore del
    vicario.  Una  spia.  Il vicario travestito da contadino,  che scappa.
    Dov'? dov'? dalli, dalli!"
    Renzo ammutolisce, diventa piccino piccino,  vorrebbe sparire;  alcuni
    suoi  vicini lo prendono in mezzo;  e con alte e diverse grida cercano
    di confondere quelle voci nemiche e omicide.  Ma ci che pi di  tutto
    lo serv fu un "largo,  largo," che si sent gridar li vicino: "largo!
     qui l'aiuto: largo, ohe!"
    Cos'era?  Era una lunga  scala  a  mano,  che  alcuni  portavano,  per
    appoggiarla alla casa, e entrarci da una finestra. Ma per buona sorte,
    quel  mezzo,  che  avrebbe resa la cosa facile,  non era facile esso a
    mettere in opera. I portatori, all'una e all'altra cima, e di qua e di
    l della macchina, urtati, scompigliati, divisi dalla calca,  andavano
    a onde: uno,  con la testa tra due scalini, e gli staggi sulle spalle,
    oppresso come sotto  un  giogo  scosso,  mugghiava;  un  altro  veniva
    staccato  dal  carico  con una spinta;  la scala abbandonata picchiava
    spalle,  braccia,  costole: pensate cosa dovevan dire coloro de' quali
    erano. Altri sollevano con le mani il peso morto, vi si caccian sotto,
    se lo mettono addosso,  gridando: "animo! andiamo!" La macchina fatale
    s'avanza balzelloni,  e serpeggiando.  Arriv a tempo a distrarre e  a
    disordinare i nemici di Renzo, il quale profitt della confusione nata
    nella  confusione;  e,  quatto  quatto sul principio,  poi giocando di
    gomita a pi non posso,  s'allontan da quel  luogo,  dove  non  c'era
    buon'aria  per  lui,  con l'intenzione anche d'uscire,  pi presto che
    potesse,  dal tumulto,  e d'andar davvero a trovare o a  aspettare  il
    padre Bonaventura.
    Tutt'a  un  tratto,   un  movimento  straordinario  cominciato  a  una
    estremit, si propaga per la folla,  una voce si sparge,  viene avanti
    di bocca in bocca: "Ferrer!  Ferrer!" Una maraviglia,  una gioia,  una
    rabbia,  un'inclinazione,  una ripugnanza,  scoppiano per  tutto  dove
    arriva quel nome;  chi lo grida, chi vuol soffogarlo; chi afferma, chi
    nega; chi benedice, chi bestemmia.
    "E' qui Ferrer!  -  Non  vero, non  vero!  -  S,  s,  viva Ferrer!
    quello che ha messo il pane a buon mercato.   -  No, no! E' qui,  qui
    in carrozza.  -  Cosa importa? che c'entra lui?  non vogliamo nessuno!
    -  Ferrer! viva Ferrer! l'amico della povera gente! viene per condurre
    in  prigione  il  vicario.    -   No,  no: vogliamo far giustizia noi:
    indietro, indietro!  -  S, s: Ferrer!  venga Ferrer!  in prigione il
    vicario!"
    E tutti,  alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella
    parte  donde  s'annunziava  l'inaspettato  arrivo.   Alzandosi  tutti,
    vedevano  n  pi  n meno che se fossero stati tutti con le piante in
    terra; ma tant', tutti s'alzavano.
    In fatti, all'estremit della folla, dalla parte opposta a quella dove
    stavano i soldati,  era arrivato in carrozza Antonio Ferrer,  il  gran
    cancelliere;   il  quale,  rimordendogli  probabilmente  la  coscienza
    d'essere co' suoi spropositi e con la sua ostinazione, stato causa,  o
    almeno occasione di quella sommossa, veniva ora a cercar d'acquietarla
    e d'impedirne almeno il pi terribile e irreparabile effetto; veniva a
    spender bene una popolarit mal acquistata.
    Ne' tumulti popolari c' sempre un certo numero d'uomini che, o per un
    riscaldamento  di passione,  o per una persuasione fanatica,  o per un
    disegno scellerato,  o per un maledetto gusto del soqquadro,  fanno di
    tutto  per  ispinger  le cose al peggio;  propongono o promovono i pi
    spietati consigli,  soffian nel  fuoco  ogni  volta  che  principia  a
    illanguidire:  non    mai  troppo per costoro;  non vorrebbero che il
    tumulto avesse n fine n misura. Ma per contrappeso, c' sempre anche
    un certo numero d'altri uomini che,  con pari ardore e con  insistenza
    pari,  s'adoprano  per  produr  l'effetto  contrario:  taluni mossi da
    amicizia o da parzialit per le persone minacciate;  altri  senz'altro
    impulso che d'un pio e spontaneo orrore del sangue e de' fatti atroci.
    Il cielo li benedica.  In ciascuna di queste due parti opposte,  anche
    quando non ci siano concerti antecedenti, l'uniformit de' voleri crea
    un concerto istantaneo nell'operazioni.  Chi forma  poi  la  massa,  e
    quasi  il materiale del tumulto,   un miscuglio accidentale d'uomini,
    che,  pi o  meno,  per  gradazioni  indefinite,  tengono  dell'uno  e
    dell'altro estremo: un po' riscaldati,  un po' furbi, un po' inclinati
    a una certa giustizia,  come  l'intendon  loro,  un  po'  vogliosi  di
    vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a
    detestare e ad adorare,  secondo che si presenti l'occasione di provar
    con pienezza l'uno o l'altro sentimento; avidi ogni momento di sapere,
    di credere qualche cosa grossa,  bisognosi di gridare,  d'applaudire a
    qualcheduno,  o  d'urlargli  dietro.  Viva  e moia,  son le parole che
    mandan fuori pi volentieri;  e chi  riuscito a  persuaderli  che  un
    tale  non  meriti  d'essere  squartato,  non ha bisogno di spender pi
    parole per convincerli che  sia  degno  d'esser  portato  in  trionfo:
    attori,  spettatori,  strumenti,  ostacoli,  secondo il vento;  pronti
    anche a stare zitti,  quando non  sentan  pi  grida  da  ripetere,  a
    finirla, quando manchino gl'istigatori, a sbandarsi, quando molte voci
    concordi  e non contraddette abbiano detto: andiamo;  e a tornarsene a
    casa, domandandosi l'uno con l'altro: cos' stato? Siccome per questa
    massa, avendo la maggior forza,  la pu dare a chi vuole,  cos ognuna
    delle  due  parti  attive  usa  ogni  arte per tirarla dalla sua,  per
    impadronirsene: sono quasi  due  anime  nemiche,  che  combattono  per
    entrare in quel corpaccio,  e farlo movere.  Fanno a chi sapr sparger
    le voci pi atte a eccitar le  passioni,  a  dirigere  i  movimenti  a
    favore  dell'uno  o  dell'altro  intento;  a chi sapr pi a proposito
    trovare le nuove che riaccendano gli  sdegni,  o  gli  affievoliscano,
    risveglino le speranze o i terrori;  a chi sapr trovare il grido, che
    ripetuto dai pi e pi forte,  esprima,  attesti e crei  nello  stesso
    tempo il voto della pluralit, per l'una o per l'altra parte.
    Tutta  questa  chiacchierata  s'  fatta per venire a dire che,  nella
    lotta tra le due  parti  che  si  contendevano  il  voto  della  gente
    affollata alla casa del vicario, l'apparizione d'Antonio Ferrer diede,
    quasi  in  un  momento,  un gran vantaggio alla parte degli umani,  la
    quale era manifestamente al di sotto, e,  un po' pi che quel soccorso
    fosse  tardato,  non  avrebbe  avuto  pi,  n  forza,  n  motivo  di
    combattere. L'uomo era gradito alla moltitudine, per quella tariffa di
    sua invenzione cos favorevole a' compratori,  e per quel  suo  eroico
    star  duro  contro  ogni  ragionamento  in  contrario.  Gli  animi gi
    propensi erano ora ancor pi  innamorati  dalla  fiducia  animosa  del
    vecchio che,  senza guardie, senza apparato, veniva cos a trovare, ad
    affrontare una  moltitudine  irritata  e  procellosa.  Faceva  poi  un
    effetto  mirabile  il  sentire  che  veniva  a condurre in prigione il
    vicario: cos il  furore  contro  costui,  che  si  sarebbe  scatenato
    peggio,  chi  l'avesse  preso con le brusche,  e non gli avesse voluto
    conceder  nulla,  ora,  con  quella  promessa  di  soddisfazione,  con
    quell'osso  in  bocca,  s'acquietava un poco,  e dava luogo agli altri
    opposti sentimenti, che sorgevano in una gran parte degli animi.
    I partigiani della pace,  ripreso fiato,  secondavano Ferrer in  cento
    maniere: quelli che si trovavan vicini a lui,  eccitando e rieccitando
    col loro il pubblico applauso,  e cercando insieme di far ritirare  la
    gente,  per  aprire  il passo alla carrozza;  gli altri,  applaudendo,
    ripetendo e facendo passare  le  sue  parole,  o  quelle  che  a  loro
    parevano  le  migliori  che potesse dire,  dando sulla voce ai furiosi
    ostinati,  e rivolgendo contro di loro la nuova passione della  mobile
    adunanza.  "Chi    che  non  vuole  che si dica: viva Ferrer?  Tu non
    vorresti eh,  che il pane fosse a buon mercato?  Son birboni  che  non
    vogliono  una giustizia da cristiani: e c' di quelli che schiamazzano
    pi degli altri, per fare scappare il vicario. In prigione il vicario!
    Viva Ferrer!  Largo a Ferrer!"  E  crescendo  sempre  pi  quelli  che
    parlavan  cos,  s'andava  a  proporzione abbassando la baldanza della
    parte contraria;  di maniera che i primi dal predicare vennero anche a
    dar sulle mani a quelli che diroccavano ancora,  a cacciarli indietro,
    a levar loro dall'unghie gli ordigni.  Questi fremevano,  minacciavano
    anche,  cercavan  di  rifarsi;  ma la causa del sangue era perduta: il
    grido che predominava era: prigione, giustizia, Ferrer! Dopo un po' di
    dibattimento,  coloro furon respinti: gli altri  s'impadroniron  della
    porta, e per tenerla difesa da nuovi assalti, e per prepararvi l'adito
    a Ferrer;  e alcuno di essi, mandando dentro una voce a quelli di casa
    (fessure non ne mancava),  gli avvis che  arrivava  soccorso,  e  che
    facessero  star pronto il vicario,  "per andar subito...  in prigione:
    ehm, avete inteso?"
    "E' quel Ferrer che aiuta a far le gride?" domand a un  nuovo  vicino
    il nostro Renzo, che si ramment del "vidit Ferrer" che il dottore gli
    aveva  gridato  all'orecchio,  facendoglielo vedere in fondo di quella
    tale.
    "Gi: il gran cancelliere," gli fu risposto.
    "E' un galantuomo, n' vero?"
    "Eccome se  un galantuomo!   quello che aveva messo il pane  a  buon
    mercato;  e  gli  altri  non  hanno voluto;  e ora viene a condurre in
    prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste."
    Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer.  Volle andargli
    incontro addirittura: la cosa non era facile;  ma con certe sue spinte
    e gomitate da alpigiano,  riusc a farsi far largo,  e a  arrivare  in
    prima fila, proprio di fianco alla carrozza.
    Era  questa gi un po' inoltrata nella folla;  e in quel momento stava
    ferma, per uno di quegl'incagli inevitabili e frequenti,  in un'andata
    di  quella  sorte.  Il  vecchio  Ferrer  presentava  ora all'uno,  ora
    all'altro  sportello,  un  viso  tutto  umile,  tutto  ridente,  tutto
    amoroso,  un  viso  che  aveva  tenuto  sempre  in serbo per quando si
    trovasse alla presenza di don Filippo Quarto;  ma fu costretto  a
    spenderlo anche in quest'occasione.  Parlava anche; ma il chiasso e il
    ronzio di tante voci,  gli  evviva  stessi  che  si  facevano  a  lui,
    lasciavano  ben  poco  e  a ben pochi sentir le sue parole.  S'aiutava
    dunque co' gesti,  ora mettendo la punta delle mani  sulle  labbra,  a
    prendere  un  bacio che le mani,  separandosi subito,  distribuivano a
    destra e a sinistra in ringraziamento alla pubblica  benevolenza;  ora
    stendendole e movendole lentamente fuori d'uno sportello, per chiedere
    un po' di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere un po' di
    silenzio.  Quando  n'aveva ottenuto un poco,  i pi vicini sentivano e
    ripetevano le sue parole: "pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un
    po' di luogo di grazia." Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso
    di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti,  di tant'occhi addosso
    a  lui,  si tirava indietro un momento,  gonfiava le gote,  mandava un
    gran soffio, e diceva tra s:  -  "por mi vida, que de gente!"  -
    "Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei  un galantuomo. Pane, pane!"
    "S; pane,  pane," rispondeva Ferrer: "abbondanza;  lo prometto io," e
    metteva la mano al petto.
    "Un po' di luogo," aggiungeva subito: "vengo per condurlo in prigione,
    per dargli il giusto gastigo che si merita:" e soggiungeva sotto voce:
    ""si  es  culpable","  Chinandosi poi innanzi verso il cocchiere,  gli
    diceva in fretta: ""adelante, Pedro, si puedes"."
    Il cocchiere sorrideva anche lui  alla  moltitudine,  con  una  grazia
    affettuosa,  come  se fosse stato un gran personaggio;  e con un garbo
    ineffabile,  dimenava adagio adagio la frusta,  a destra e a sinistra,
    per   chiedere   agl'incomodi   vicini  che  si  ristringessero  e  si
    ritirassero un poco. "Di grazia," diceva anche lui, "signori miei,  un
    po' di luogo, un pochino; appena appena da poter passare".
    Intanto i benevoli pi attivi s'adopravano a far fare il luogo chiesto
    cos  gentilmente.  Alcuni  davanti  ai  cavalli  facevano  ritirar le
    persone, con buone parole, con un mettere le mani sui petti, con certe
    spinte soavi: "in l, via, un po' di luogo,  signori";  alcuni facevan
    lo stesso dalle due parti della carrozza, perch potesse passare senza
    arrotar piedi, n ammaccar mostacci; che, oltre il male delle persone,
    sarebbe stato porre a un gran repentaglio l'auge d'Antonio Ferrer.
    Renzo, dopo essere stato qualche momento a vagheggiare quella decorosa
    vecchiezza,  conturbata un po' dall'angustia,  aggravata dalla fatica,
    ma  animata  dalla  sollecitudine,  abbellita,  per  dir  cos,  dalla
    speranza di togliere un uomo all'angosce mortali, Renzo, dico, mise da
    parte ogni pensiero d'andarsene;  e si risolvette d'aiutare Ferrer,  e
    di non abbandonarlo,  fin che  non  fosse  ottenuto  l'intento.  Detto
    fatto, si mise con gli altri a far far largo; e non era certo de' meno
    attivi.  Il largo si fece;  "venite pure avanti",  diceva pi d'uno al
    cocchiere,  ritirandosi o andando  a  fargli  un  po'  di  strada  pi
    innanzi. ""Adelante, presto, con juicio"", gli disse anche il padrone;
    e la carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al
    pubblico in massa,  ne faceva certi particolari di ringraziamento, con
    un sorriso d'intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e di
    questi sorrisi ne tocc pi d'uno a Renzo,  il quale per verit se  li
    meritava,  e serviva in quel giorno il gran cancelliere meglio che non
    avrebbe potuto fare il  pi  bravo  de'  suoi  segretari.  Al  giovane
    montanaro invaghito di quella buona grazia,  pareva quasi d'aver fatto
    amicizia con Antonio Ferrer.
    La carrozza, una volta incamminata, seguit poi, pi o meno adagio,  e
    non  senza qualche altra fermatina.  Il tragitto non era forse pi che
    un tiro di schioppo; ma riguardo al tempo impiegatovi,  avrebbe potuto
    parere  un viaggetto,  anche a chi non avesse avuto la santa fretta di
    Ferrer. La gente si moveva, davanti e di dietro, a destra e a sinistra
    della carrozza, a guisa di cavalloni intorno a una nave che avanza nel
    forte della tempesta.  Pi acuto,  pi  scordato,  pi  assordante  di
    quello  della tempesta era il frastono.  Ferrer,  guardando ora da una
    parte,  ora dall'altra;  atteggiandosi  e  gestendo  insieme,  cercava
    d'intender qualche cosa,  per accomodar le risposte al bisogno, voleva
    far alla meglio un po' di dialogo con quella brigata  d'amici;  ma  la
    cosa  era  difficile,  la  pi  difficile  forse  che gli fosse ancora
    capitata, in tant'anni di gran-cancellierato. Ogni tanto per, qualche
    parola,  anche  qualche  frase,   ripetuta  da  un  crocchio  nel  suo
    passaggio, gli si faceva sentire, come lo scoppio d'un razzo pi forte
    si fa sentire nell'immenso scoppietto d'un fuoco artifiziale.  E lui,
    ora ingegnandosi di rispondere in modo soddisfacente a  queste  grida,
    ora dicendo a buon conto le parole che sapeva dover esser pi accette,
    o che qualche necessit istantanea pareva richiedere,  parl anche lui
    per tutta la strada. "S, signori: pane, abbondanza. Lo condurr io in
    prigione: sar gastigato... "si es culpable". S, s, comander io: il
    pane a buon mercato.  "As es"...  cos e,  voglio dire: il re  nostro
    signore  non  vuole che codesti fedelissimi vassalli patiscan la fame.
    "Ox! ox! guardaos": non si facciano male,  signori.  "Pedro,  adelante
    con  juicio".  Abbondanza,  abbondanza.  Un po' di luogo,  per carit.
    Pane, pane. In prigione,  in prigione.  Cosa?" domandava poi a uno che
    s'era  buttato  mezzo  dentro  lo  sportello,  a  urlargli qualche suo
    consiglio o preghiera o applauso che fosse.  Ma  costui,  senza  poter
    neppure  ricevere il "cosa?",  era stato tirato indietro da uno che lo
    vedeva l l per essere schiacciato da una rota.  Con queste  botte  e
    risposte,  tra  le incessanti acclamazioni,  tra qualche fremito anche
    d'opposizione,  che  si  faceva  sentire  qua  e  l,  ma  era  subito
    soffogato,  ecco  alla  fine  Ferrer  arrivato  alla  casa,  per opera
    principalmente di que' buoni ausiliari.
    Gli altri che,  come abbiam detto,  eran gi l con le medesime  buone
    intenzioni,  avevano  intanto  lavorato  a  fare  e a rifare un po' di
    piazza. Prega, esorta, minaccia; pigia,  ripigia,  incalza di qua e di
    l,  con quel raddoppiare di voglia,  e con quel rinnovamento di forze
    che viene dal veder vicino il  fine  desiderato;  gli  era  finalmente
    riuscito di divider la calca in due, e poi di spingere indietro le due
    calche;  tanto  che,  tra  la  porta  e  la carrozza,  che vi si ferm
    davanti, v'era un piccol spazio voto.  Renzo,  che,  facendo un po' da
    battistrada,  un  po'  da scorta,  era arrivato con la carrozza,  pot
    collocarsi in una di quelle due frontiere di benevoli,  che  facevano,
    nello stesso tempo,  ala alla carrozza e argine alle due onde prementi
    di popolo. E aiutando a rattenerne una con le poderose sue spalle,  si
    trov anche in un bel posto per poter vedere.
    Ferrer mise un gran respiro, quando vide quella piazzetta libera, e la
    porta  ancor  chiusa.  Chiusa  qui  vuol dire non aperta;  del resto i
    gangheri  eran  quasi  sconficcati  fuor  de'  pilastri:  i   battenti
    scheggiati,  ammaccati,  sforzati  e  scombaciati nel mezzo lasciavano
    veder fuori da un largo  spiraglio  un  pezzo  di  catenaccio  storto,
    allentato,  e  quasi  divelto,  che,  se  vogliam dir cos,  li teneva
    insieme.  Un galantuomo s'era affacciato a quel fesso,  a  gridar  che
    aprissero; un altro spalanc in fretta lo sportello della carrozza: il
    vecchio  mise  fuori la testa,  s'alz,  e afferrando con la destra il
    braccio di quel galantuomo, usc, e scese sul predellino.
    La folla, da una parte e dall'altra, stava tutta in punta di piedi per
    vedere: mille visi,  mille barbe in aria: la curiosit e  l'attenzione
    generale cre un momento di generale silenzio.  Ferrer, fermatosi quel
    momento sul predellino,  diede un'occhiata  in  giro,  salut  con  un
    inchino la moltitudine,  come da un pulpito,  e messa la mano sinistra
    al petto, grid: "pane e giustizia"; e franco, diritto, togato,  scese
    in terra tra l'acclamazioni che andavano alle stelle.
    Intanto quelli di dentro avevano aperto, ossia avevan finito d'aprire,
    tirando   via   il   catenaccio  insieme  con  gli  anelli  gi  mezzi
    sconficcati, e allargando lo spiraglio, appena quanto bastava per fare
    entrare il  desideratissimo  ospite.  "Presto,  presto,"  diceva  lui:
    "aprite bene, ch'io possa entrare: e voi, da bravi, tenete indietro la
    gente, non mi lasciate venire addosso... per l'amor del cielo! Serbate
    un po' di largo per tra poco... Ehi! ehi! signori, un momento," diceva
    poi  ancora a quelli di dentro: "adagio con quel battente,  lasciatemi
    passare: eh!  le mie costole: vi raccomando le mie  costole.  Chiudete
    ora: no; eh! eh! la toga! la toga!" Sarebbe in fatti rimasta presa tra
    i battenti,  se Ferrer non n'avesse ritirato con molta disinvoltura lo
    strascico,  che disparve come la coda  d'una  serpe,  che  si  rimbuca
    inseguita.
    Riaccostati  i battenti,  furono anche riappuntellati alla meglio.  Di
    fuori,  quelli che s'eran costituiti  guardia  del  corpo  di  Ferrer,
    lavoravano  di  spalle,  di  braccia e di grida,  a mantener la piazza
    vota, pregando in cuor loro il Signore che lo facesse far presto.
    "Presto, presto," diceva anche Ferrer di dentro, sotto il portico,  ai
    servitori  che  gli  si  eran messi d'intorno ansanti,  gridando: "sia
    benedetto! ah eccellenza! oh eccellenza! uh eccellenza!"
    "Presto, presto," ripeteva Ferrer: "dov' questo benedett'uomo?"
    Il vicario scendeva le scale,  mezzo strascicato e  mezzo  portato  da
    altri suoi servitori,  bianco come un panno lavato. Quando vide il suo
    aiuto, mise un gran respiro; gli torn il polso,  gli scorse un po' di
    vita  nelle gambe,  un po' di colore sulle gote;  e corse,  come pot,
    verso Ferrer, dicendo: "sono nelle mani di Dio e di vostra eccellenza.
    Ma come uscir di qui? Per tutto c' gente che mi vuol morto."
    ""Venga usted con migo" e si faccia coraggio: qui  fuori  c'  la  mia
    carrozza;  presto,  presto." Lo prese per la mano, e lo condusse verso
    la porta,  facendogli coraggio tuttavia;  ma diceva intanto tra s:  -
    "aqui est el busilis, Dios nos valga!"
    La porta s'apre;  Ferrer esce il primo,  l'altro dietro, rannicchiato,
    attaccato,  incollato alla  toga  salvatrice,  come  un  bambino  alla
    sottana della mamma. Quelli che avevan mantenuta la piazza vota, fanno
    ora, con un alzar di mani, di cappelli, come una rete, una nuvola, per
    sottrarre alla vista pericolosa della moltitudine il vicario: il quale
    entra il primo nella carrozza,  e vi si rimpiatta in un angolo. Ferrer
    sale dopo;  lo sportello vien chiuso.  La moltitudine vide in confuso,
    riseppe,  indovin quel ch'era accaduto;  e mand un urlo d'applausi e
    d'imprecazioni.
    La parte della strada che rimaneva  da  farsi,  poteva  parer  la  pi
    difficile  e  la  pi  pericolosa.  Ma il voto pubblico era abbastanza
    spiegato per lasciar andare in prigione il vicario;  e nel tempo della
    fermata,  molti  di  quelli  che avevano agevolato l'arrivo di Ferrer,
    s'eran tanto ingegnati a preparare e a mantener come  una  corsa  nel
    mezzo della folla,  che la carrozza pot, questa seconda volta, andare
    un pi pi lesta, e di seguito. Di mano in mano che s'avanzava, le due
    folle rattenute dalle parti, si ricadevano addosso e si rimischiavano,
    dietro a quella.
    Ferrer,  appena seduto,  s'era chinato per avvertire il  vicario,  che
    stesse  ben  rincantucciato  nel fondo,  e non si facesse vedere,  per
    l'amor del cielo;  ma l'avvertimento  era  superfluo.  Lui,  in  vece,
    bisognava  che  si facesse vedere;  per occupare e attirare a s tutta
    l'attenzione del pubblico. E per tutta questa gita,  come nella prima,
    fece al mutabile uditorio un discorso, il pi continuo nel tempo, e il
    pi sconnesso nel senso che fosse mai; interrompendolo per ogni tanto
    con  qualche  parolina spagnola,  che in fretta in fretta si voltava a
    bisbigliar nell'orecchio del suo acquattato  compagno.  "S,  signori;
    pane  e  giustizia:  in castello,  in prigione,  sotto la mia guardia.
    Grazie,   grazie,   grazie  tante.   No,   no:  non  iscapper!   "Por
    ablandarlos".  E' troppo giusto; s'esaminer, si vedr. Anch'io voglio
    bene a lor signori. Un gastigo severo. "Esto lo digo por su bien". Una
    meta giusta, una meta onesta,  e gastigo agli affamatori.  Si tirin da
    parte,  di grazia.  S,  s;  io sono un galantuomo, amico del popolo.
    Sar gastigato:  vero,    un  birbante,  uno  scellerato.  "Perdone,
    usted".  La passer male, la passer male... "si es culpable". S, s,
    li faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi
    fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. Animo; "estmos ya quasi
    fuera"."
    Avevano in fatti attraversata la maggior calca,  e gi eran  vicini  a
    uscir al largo,  del tutto. L Ferrer, mentre cominciava a dare un po'
    di riposo a' suoi polmoni,  vide il soccorso  di  Pisa,  que'  soldati
    spagnoli, che per sulla fine non erano stati affatto inutili, giacch
    sostenuti e diretti da qualche cittadino,  avevano cooperato a mandare
    in pace un po' di gente, e a tenere il passo libero all'ultima uscita.
    All'arrivar della carrozza,  fecero ala,  e presentaron l'arme al gran
    cancelliere,  il quale fece anche qui un saluto a destra,  un saluto a
    sinistra; e all'ufiziale, che venne pi vicino a fargli il suo, disse,
    accompagnando le parole con un cenno della destra: ""beso a usted  las
    manos""  parole  che  l'ufiziale  intese  per  quel  che  volevano dir
    realmente,  cio: m'avete dato un bell'aiuto!  In  risposta,  fece  un
    altro  saluto,  e si ristrinse nelle spalle.  Era veramente il caso di
    dire: "cedant arma togae";  ma Ferrer non aveva  in  quel  momento  la
    testa  a  citazioni:  e  del resto sarebbero state parole buttate via,
    perch l'ufiziale non intendeva il latino.
    A Pedro,  nel passar tra quelle  due  file  di  micheletti,  tra  que'
    moschetti  cos  rispettosamente  alzati,  gli torn in petto il cuore
    antico. Si riebbe affatto dallo sbalordimento, si ramment chi era,  e
    chi   conduceva;   e  gridando:  "ohe!   ohe!"  senz'aggiunta  d'altre
    cerimonie,  alla gente ormai rada abbastanza per poter esser  trattata
    cos,  e  sferzando i cavalli,  fece loro prender la rincorsa verso il
    castello.
    ""Levantese, levantese;  estnlos ya fuera"," disse Ferrer al vicario;
    il quale,  rassicurato dal cessar delle grida, e dal rapido moto della
    carrozza,  e da quelle  parole,  si  svolse,  si  sgrupp,  s'alz;  e
    riavutosi alquanto,  cominci a render grazie,  grazie e grazie al suo
    liberatore.  Questo,  dopo essersi condoluto con lui  del  pericolo  e
    rallegrato  della  salvezza:  "ah!" esclam battendo la mano sulla sua
    zucca monda ""que dir de esto su excelencia",  che ha  gi  tanto  la
    luna a rovescio,  per quel maledetto Casale, che non vuole arrendersi?
    "Que dir el conde duque",  che piglia ombra  se  una  foglia  fa  pi
    rumore  del  solito?  "Que dir el rey nuestro seor,  che pur qualche
    cosa bisogner che venga a risapere d'un fracasso  cos?  E  sar  poi
    finito? "Dios lo sabe"."
    "Ah!  per me, non voglio pi impicciarmene," diceva il vicario: "me ne
    chiamo fuori;  rassegno la mia carica nelle mani di vostra eccellenza,
    e  vo  a  vivere  in  una grotta,  sur una montagna,  a far l'eremita,
    lontano, lontano da questa gente bestiale."
    ""Usted" far quello che sar pi conveniente "por el servicio  de  su
    magestad"," rispose gravemente il gran cancelliere.
    "Sua  maest  non  vorr  la mia morte," replicava il vicario: "in una
    grotta, in una grotta; lontano da costoro."
    Che avvenisse poi di questo suo proponimento non  lo  dice  il  nostro
    autore,  il quale,  dopo avere accompagnato il pover'uomo in castello,
    non fa pi menzione de' fatti suoi.











    CAPITOLO 14.

    La folla si dirada.   -  Renzo si unisce ad un crocchio e parla  anche
    lui.   -  Uno sconosciuto si offre per guida a Renzo.   -  Renzo entra
    nell'osteria della "Luna piena" e si fa servire.   -   La  storia  del
    "nome  e  cognome..."  e  le  difese  di  Renzo.    -  Renzo si lascia
    accalappiare dallo sconosciuto e gli dice il suo nome e  cognome.    -
    "Vino in gi, parole in su".  -  Renzo  ubriaco.

    La folla rimasta indietro cominci a sbandarsi, a diramarsi a destra e
    a  sinistra,  per  questa  e per quella strada.  Chi andava a casa,  a
    accudire anche alle sue faccende; chi s'allontanava,  per respirare un
    po' al largo,  dopo tante ore di stretta;  chi,  in cerca d'amici, per
    ciarlare de' gran fatti della giornata.  Lo stesso  sgombero  s'andava
    facendo  dall'altro  sbocco  della strada,  nella quale la gente rest
    abbastanza rada perch  quel  drappello  di  spagnoli  potesse,  senza
    trovar  resistenza,  avanzarsi,  e  postarsi  alla  casa  del vicario.
    Accosto a quella stava ancor condensato il fondaccio,  per  dir  cos,
    del  tumulto;  un  branco di birboni,  che malcontenti d'una fine cos
    fredda e cos imperfetta d'un cos grand'apparato, parte brontolavano,
    parte bestemmiavano,  parte tenevan consiglio,  per veder  se  qualche
    cosa si potesse ancora intraprendere;  e,  come per provare,  andavano
    urtacchiando e pigiando quella povera porta,  ch'era  stata  di  nuovo
    appuntellata alla meglio. All'arrivar del drappello, tutti coloro, chi
    diritto  diritto,  chi  baloccandosi,  e come a stento,  se n'andarono
    dalla parte opposta,  lasciando il campo libero  a'  soldati,  che  lo
    presero,  e vi si postarono,  a guardia della casa e della strada.  Ma
    tutte le strade del contorno erano seminate di  crocchi:  dove  c'eran
    due o tre persone ferme,  se ne fermavano tre,  quattro,  venti altre:
    qui qualcheduno si staccava;  l tutto un crocchio si moveva  insieme:
    era  come  quella  nuvolaglia  che talvolta rimane sparsa,  e gira per
    l'azzurro del cielo, dopo una burrasca;  e fa dire a chi guarda in su:
    questo  tempo  non    rimesso  bene.  Pensate  poi  che  babilonia di
    discorsi.  Chi raccontava con enfasi  i  casi  particolari  che  aveva
    visti;  chi  raccontava  ci  che  lui  stesso  aveva  fatto;  chi  si
    rallegrava  che  la  cosa  fosse  finita  bene,  e  lodava  Ferrer,  e
    pronosticava  guai seri per il vicario;  chi,  sghignazzando,  diceva:
    "non abbiate paura,  che non l'ammazzeranno: il  lupo  non  mangia  la
    carne del lupo";  chi pi stizzosamente mormorava che non s'eran fatte
    le cose a dovere, ch'era un inganno,  e ch'era stata una pazzia il far
    tanto chiasso, per lasciarsi poi canzonare in quella maniera.
    Intanto  il  sole  era  andato  sotto,  le  cose diventavan tutte d'un
    colore;  e molti,  stanchi della giornata e annoiati  di  ciarlare  al
    buio,  tornavano verso casa.  Il nostro giovine, dopo avere aiutato il
    passaggio della carrozza, finch c'era stato bisogno d'aiuto,  e esser
    passato  anche lui dietro a quella,  tra le file de' soldati,  come in
    trionfo,  si rallegr quando la vide correre liberamente,  e  fuor  di
    pericolo;  fece  un po' di strada con la folla,  e n'usc,  alla prima
    cantonata,  per respirare anche lui un po' liberamente.  Fatto ch'ebbe
    pochi passi al largo,  in mezzo all'agitazione di tanti sentimenti, di
    tante immagini, recenti e confuse, sent un gran bisogno di mangiare e
    di riposarsi; e cominci a guardare in su,  da una parte e dall'altra,
    cercando  un'insegna  d'osteria;  giacch,  per andare al convento de'
    cappuccini,  era troppo tardi.  Camminando cos con la testa per aria,
    si  trov  a  ridosso  a  un  crocchio;  e  fermatosi,  sent  che  vi
    discorrevan di congetture,  di disegni,  per il giorno dopo.  Stato un
    momento  a  sentire,  non  pot  tenersi di non dire anche lui la sua;
    parendogli che potesse senza presunzione  proporre  qualche  cosa  chi
    aveva fatto tanto.  E persuaso,  per tutto ci che aveva visto in quel
    giorno,  che ormai,  per mandare a effetto una  cosa,  bastasse  farla
    entrare in grazia a quelli che giravano per le strade, "signori miei!"
    grid,  in tono d'esordio: "devo dire anch'io il mio debol parere?  Il
    mio debol parere  questo: che non  solamente  nell'affare  del  pane
    che si hanno delle bricconerie: e giacch oggi s' visto chiaro che, a
    farsi sentire, s'ottiene quel che  giusto; bisogna andar avanti cos,
    fin che non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e
    che il mondo vada un po' pi da cristiani.  Non  vero,  signori miei,
    che c' una mano di tiranni,  che fanno proprio al rovescio de'  dieci
    comandamenti,  e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro,
    per farle ogni male,  e poi hanno sempre ragione?  anzi quando n'hanno
    fatta una pi grossa del solito,  camminano con la testa pi alta, che
    par che gli s'abbia a rifare il resto?  Gi  anche  in  Milano  ce  ne
    dev'essere la sua parte."
    "Pur troppo," disse una voce.
    "Lo  dicevo  io," riprese Renzo: "gi le storie si raccontano anche da
    noi. E poi la cosa parla da s. Mettiamo, per esempio, che qualcheduno
    di costoro che voglio dir io stia  un  po'  in  campagna,  un  po'  in
    Milano: se  un diavolo l,  non vorr esser un angiolo qui;  mi pare.
    Dunque mi dicano un poco,  signori miei,  se hanno mai  visto  uno  di
    questi  col  "muso  all'inferriata".  E quel che  peggio (e questo lo
    posso dir io di sicuro),    che  le  gride  ci  sono,  stampate,  per
    gastigarli: e non gi gride senza costrutto;  fatte benissimo, che noi
    non potremmo trovar niente di meglio;  ci son nominate le  bricconerie
    chiare,  proprio come succedono; e a ciascheduna, il suo buon gastigo.
    E dice: sia chi si sia, vili e plebei, e che so io. Ora, andate a dire
    ai dottori, scribi e farisei,  che vi facciano far giustizia,  secondo
    che  canta  la grida: vi danno retta come il papa ai furfanti: cose da
    far  girare  il  cervello  a  qualunque  galantuomo.  Si  vede  dunque
    chiaramente  che  il  re,  e  quelli  che comandano,  vorrebbero che i
    birboni fossero gastigati; ma non se ne fa nulla, perch c' una lega.
    Dunque bisogna romperla; bisogna andar domattina da Ferrer, che quello
     un galantuomo,  un signore alla  mano;  e  oggi  s'  potuto  vedere
    com'era  contento  di trovarsi con la povera gente,  e come cercava di
    sentir le ragioni che  gli  venivan  dette,  e  rispondeva  con  buona
    grazia.  Bisogna andar da Ferrer,  e dirgli come stanno le cose; e io,
    per la parte mia, gliene posso raccontar delle belle; che ho visto io,
    co' miei occhi, una grida con tanto d'arme in cima, ed era stata fatta
    da tre di quelli che possono,  che d'ognuno c'era sotto  il  suo  nome
    bell'e  stampato,  e uno di questi nomi era Ferrer,  visto da me,  co'
    miei occhi: ora, questa grida diceva proprio le cose giuste per me;  e
    un  dottore  al  quale  io  gli  dissi  che  dunque  mi facesse render
    giustizia, com'era l'intenzione di que' tre signori, tra i quali c'era
    anche Ferrer, questo signor dottore,  che m'aveva fatto veder la grida
    lui medesimo, che  il pi bello, ah! ah! pareva che gli dicessi delle
    pazzie.  Son  sicuro  che,  quando  quel caro vecchione sentir queste
    belle cose;  che lui non le pu saper tutte,  specialmente  quelle  di
    fuori;  non  vorr  pi  che il mondo vada cos,  e ci metter un buon
    rimedio. E poi, anche loro, se fanno le gride, devono aver piacere che
    s'ubbidisca: che  anche un disprezzo,  un  pitaffio  col  loro  nome,
    contarlo per nulla.  E se i prepotenti non vogliono abbassar la testa,
    e fanno il pazzo, siam qui noi per aiutarlo, come s' fatto oggi.  Non
    dico  che deva andar lui in giro,  in carrozza,  ad acchiappar tutti i
    birboni, prepotenti e tiranni: s; ci vorrebbe l'arca di No.  Bisogna
    che lui comandi a chi tocca,  e non solamente in Milano, ma per tutto,
    che faccian le cose  conforme  dicon  le  gride;  e  formare  un  buon
    processo   addosso  a  tutti  quelli  che  hanno  commesso  di  quelle
    bricconerie; e dove dice prigione, prigione; dove dice galera, galera;
    e dire ai podest che faccian davvero;  se no,  mandarli a  spasso,  e
    metterne de' meglio: e poi,  come dico, ci saremo anche noi a dare una
    mano. E ordinare a' dottori che stiano a sentire i poveri e parlino in
    difesa della ragione. Dico bene, signori miei?"
    Renzo aveva parlato tanto di cuore,  che,  fin dall'esordio,  una gran
    parte  de' radunati,  sospeso ogni altro discorso,  s'eran rivoltati a
    lui; e, a un certo punto, tutti erano divenuti suoi uditori.  Un grido
    confuso d'applausi, di "bravo: sicuro: ha ragione:  vero pur troppo",
    fu  come  la risposta dell'udienza.  Non mancaron per i critici.  "Eh
    s," diceva uno: "dar retta a' montanari: son tutti avvocati"; e se ne
    andava. "Ora," mormorava un altro,  "ogni scalzacane vorr dir la sua;
    e a furia di metter carne a fuoco,  non s'avr il pane a buon mercato;
    che  quello per cui ci siam  mossi."  Renzo  per  non  sent  che  i
    complimenti;  chi gli prendeva una mano,  chi gli prendeva l'altra. "A
    rivederci a domani.  -  Dove? Sulla piazza del duomo.  -  Va bene.   -
    Va bene.  -  E qualcosa si far.  -  E qualcosa si far."
    "Chi   di questi bravi signori che voglia insegnarmi un'osteria,  per
    mangiare un boccone, e dormire da povero figliuolo?" disse Renzo.
    "Son qui io a servirvi,  quel bravo giovine,"  disse  uno,  che  aveva
    ascoltata  attentamente  la  predica,  e  non aveva detto ancor nulla.
    "Conosco appunto un'osteria che far al caso vostro; e vi raccomander
    al padrone, che  mio amico, e galantuomo."
    "Qui vicino?" domand Renzo. "Poco distante," rispose colui.
    La  radunata  si  sciolse;  e  Renzo,   dopo  molte  strette  di  mani
    sconosciute,  s'avvi  con  lo  sconosciuto,  ringraziandolo della sua
    cortesia.
    "Di che cosa?" diceva colui: "una mano  lava  l'altra,  e  tutt'e  due
    lavano  il  viso.  Non  siamo obbligati a far servizio al prossimo?" E
    camminando, faceva a Renzo, in aria di discorso, ora una, ora un'altra
    domanda.  "Non per sapere i fatti  vostri;  ma  voi  mi  parete  molto
    stracco: da che paese venite?"
    "Vengo," rispose Renzo, "fino, fino da Lecco."
    "Fin da Lecco? Di Lecco siete?"
    "Di Lecco... cio del territorio."
    "Povero  giovine!  per quanto ho potuto intendere da' vostri discorsi,
    ve n'hanno fatte delle grosse."
    "Eh! caro il mio galantuomo! ho dovuto parlare con un po' di politica,
    per non dire in pubblico i fatti miei; ma... basta,  qualche giorno si
    sapr;  e allora...  Ma qui vedo un'insegna d'osteria; e, in fede mia,
    non ho voglia d'andar pi lontano."
    "No, no;  venite dov'ho detto io,  che c' poco," disse la guida: "qui
    non istareste bene."
    "Eh,  s;"  rispose  il giovine: "non sono un signorino avvezzo a star
    nel cotone: qualcosa alla buona da mettere in castello,  e un saccone,
    mi  basta: quel che mi preme  di trovar presto l'uno e l'altro.  Alla
    provvidenza!" Ed  entr  in  un  usciaccio,  sopra  il  quale  pendeva
    l'insegna della luna piena.  "Bene,  vi condurr qui, giacch vi piace
    cos," disse lo sconosciuto; e gli and dietro.
    "Non  occorre  che  v'incomodiate  di  pi,"  rispose  Renzo.  "Per,"
    soggiunse, "se venite a bere un bicchiere con me, mi fate piacere."
    "Accetter le vostre grazie," rispose colui;  e and, come pi pratico
    del luogo, innanzi a Renzo, per un cortiletto; s'accost all'uscio che
    metteva in cucina,  alz  il  saliscendi,  apr,  e  v'entr  col  suo
    compagno.  Due  lumi  a mano,  pendenti da due pertiche attaccate alla
    trave del palco, vi spandevano una mezza luce. Molta gente era seduta,
    non per in ozio, su due panche, di qua e di l d'una tavola stretta e
    lunga,  che teneva quasi tutta una parte della stanza:  a  intervalli,
    tovaglie  e  piatti;  a  intervalli,  carte voltate e rivoltate,  dadi
    buttati e raccolti;  fiaschi e bicchieri per tutto.  Si vedevano anche
    correre "berlinghe",  "reali" e "parpagliole", che, se avessero potuto
    parlare,  avrebbero detto probabilmente:  -   noi  eravamo  stamattina
    nella  ciotola d'un fornaio,  o nelle tasche di qualche spettatore del
    tumulto, che tutt'intento a vedere come andassero gli affari pubblici,
    si dimenticava di vigilar le sue faccendole private.   -   Il  chiasso
    era  grande.  Un  garzone  girava  innanzi e indietro,  in fretta e in
    furia,  al servizio di quella tavola insieme e tavoliere: l'oste era a
    sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in
    apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le
    molle;  ma  in  realt intento a tutto ci che accadeva intorno a lui.
    S'alz,  al rumore del saliscendi;  e and incontro  ai  soprarrivati.
    Vista  ch'ebbe la guida,   -  maledetto!   -  disse tra s:  -  che tu
    m'abbia a venir sempre tra' piedi, quando meno ti vorrei!  -  Data poi
    un'occhiata in fretta a Renzo,  disse ancora  tra  s:    -    non  ti
    conosco;  ma  venendo  con  un  tal cacciatore,  o cane o lepre sarai:
    quando avrai detto due parole,  ti conoscer.   -    Per,  di  queste
    riflessioni  nulla  trasparve  sulla faccia dell'oste,  la quale stava
    immobile come un ritratto: una faccia  pienotta  e  lucente,  con  una
    barbetta folta, rossiccia, e due occhietti chiari e fissi.
    "Cosa comandan questi signori?" disse ad alta voce.
    "Prima di tutto,  un buon fiasco di vino sincero," disse Renzo: "e poi
    un boccone." Cos dicendo,  si butt a sedere sur una panca,  verso la
    cima della tavola,  e mand un "ah!" sonoro,  come se volesse dire: fa
    bene un po' di panca,  dopo essere stato,  tanto  tempo,  ritto  e  in
    faccende. Ma gli venne subito in mente quella panca e quella tavola, a
    cui era stato seduto l'ultima volta, con Lucia e con Agnese: e mise un
    sospiro. Scosse poi la testa, come per iscacciar quel pensiero: e vide
    venir  l'oste  col vino.  Il compagno s'era messo a sedere in faccia a
    Renzo.  Questo gli mesc subito  da  bere,  dicendo:  "per  bagnar  le
    labbra". E riempito l'altro bicchiere, lo tracann in un sorso.
    "Cosa mi darete da mangiare?" disse poi all'oste.
    "Ho dello stufato: vi piace?" disse questo.
    "S, bravo; dello stufato."
    "Sarete servito," disse l'oste a Renzo;  e al garzone: "servite questo
    forestiero." E s'avvi verso il cammino. "Ma..." riprese poi, tornando
    verso Renzo: "ma pane, non ce n'ho in questa giornata."
    "Al pane," disse Renzo,  ad alta voce e ridendo,  "ci  ha  pensato  la
    provvidenza."  E  tirato fuori il terzo e ultimo di que' pani raccolti
    sotto la croce di san Dionigi,  l'alz per aria,  gridando:  "ecco  il
    pane della provvidenza!"
    All'esclamazione,  molti si voltarono;  e vedendo quel trofeo in aria,
    uno grid: "viva il pane a buon mercato!"
    "A buon mercato?" disse Renzo: "gratis et amore."
    "Meglio, meglio."
    "Ma," soggiunse subito Renzo: "non vorrei che lor signori pensassero a
    male.  Non  ch'io l'abbia,  come si  suol  dire,  sgraffignato.  L'ho
    trovato in terra;  e se potessi trovare anche il padrone, son pronto a
    pagarglielo."
    "Bravo! bravo!" gridarono,  sghignazzando pi forte,  i compagnoni;  a
    nessuno  de'  quali pass per la mente che quelle parole fossero dette
    davvero.
    "Credono ch'io canzoni;  ma l' proprio cos," disse  Renzo  alla  sua
    guida;  e,  girando in mano quel pane, soggiunse: "vedete come l'hanno
    accomodato;  pare una schiacciata: ma ce n'era del prossimo!  Se ci si
    trovavan  di  quelli  che  han  l'ossa  un  po' tenere,  saranno stati
    freschi." E subito,  divorati tre o quattro bocconi di quel pane,  gli
    mand dietro un secondo bicchier di vino; e soggiunse: "da s non vuol
    andar gi questo pane. Non ho avuto mai la gola tanto secca. S' fatto
    un gran gridare!"
    "Preparate  un  buon  letto  a  questo  bravo giovine" disse la guida:
    "perch ha intenzione di dormir qui."
    "Volete dormir  qui?"  domand  l'oste  a  Renzo,  avvicinandosi  alla
    tavola.
    "Sicuro,"  rispose  Renzo:  "un letto alla buona;  basta che i lenzoli
    sian di bucato; perch son povero figliuolo, ma avvezzo alla pulizia."
    "Oh,  in quanto a questo!" disse l'oste: and al banco,  ch'era in  un
    angolo della cucina; e ritorn, con un calamaio e un pezzetto di carta
    bianca in una mano, e una penna nell'altra.
    "Cosa  vuol  dir  questo?"  esclam Renzo,  ingoiando un boccone dello
    stufato che il garzone gli aveva messo davanti,  e sorridendo poi  con
    maraviglia, soggiunse: " il lenzolo di bucato, codesto?"
    L'oste,  senza  rispondere,  pos sulla tavola il calamaio e la carta;
    poi appoggi sulla tavola medesima il braccio  sinistro  e  il  gomito
    destro;  e,  con la penna in aria,  e il viso alzato verso Renzo,  gli
    disse: "fatemi il piacere di dirmi il vostro nome, cognome e patria".
    "Cosa?" disse Renzo: "cosa c'entrano codeste storie col letto?"
    "Io fo il mio dovere," disse l'oste,  guardando in  viso  alla  guida:
    "noi  siamo obbligati a render conto di tutte le persone che vengono a
    alloggiar da noi: "nome e cognome,  e  di  che  nazione  sar,  a  che
    negozio  viene,  se  ha  seco  armi...  quanto tempo ha da fermarsi in
    questa citt..." Son parole della grida."
    Prima di rispondere,  Renzo vot un altro bicchiere: era il  terzo;  e
    d'ora  in poi ho paura che non li potremo pi contare.  Poi disse: "ah
    ah! avete la grida! E io fo conto d'esser dottor di legge; e allora so
    subito che caso si fa delle gride."
    "Dico davvero," disse l'oste,  sempre guardando il  muto  compagno  di
    Renzo;  e,  andato  di nuovo al banco,  ne lev dalla cassetta un gran
    foglio, un proprio esemplare della grida;  e venne a spiegarlo davanti
    agli occhi di Renzo.
    "Ah! ecco!" esclam questo, alzando con una mano il bicchiere riempito
    di nuovo,  e rivotandolo subito,  e stendendo poi l'altra mano, con un
    dito teso,  verso la grida: "ecco quel bel foglio di  messale.  Me  ne
    rallegro moltissimo.  La conosco quell'arme;  so cosa vuol dire quella
    faccia d'ariano,  con la corda al  collo."  (In  cima  alle  gride  si
    metteva  allora  l'arme  del  governatore;  e in quella di don Gonzalo
    Fernandez de Cordova,  spiccava un re moro incatenato  per  la  gola.)
    "Vuol  dire,  quella  faccia: comanda chi pu,  e ubbidisce chi vuole.
    Quando questa faccia avr fatto andare  in  galera  il  signor  don...
    basta,  lo  so io;  come dice in un altro foglio di messale compagno a
    questo;  quando avr fatto in maniera  che  un  giovine  onesto  possa
    sposare una giovine onesta che  contenta di sposarlo,  allora le dir
    il mio nome a questa faccia; le dar anche un bacio per di pi.  Posso
    aver delle buone ragioni per non dirlo, il mio nome. Oh bella! E se un
    furfantone,  che  avesse  al  suo  comando  una mano d'altri furfanti:
    perch se fosse solo..." e qui fin la frase  con  un  gesto:  "se  un
    furfantone  volesse saper dov'io sono,  per farmi qualche brutto tiro,
    domando io se questa faccia si moverebbe per  aiutarmi.  Devo  dire  i
    fatti miei! Anche questa  nuova. Son venuto a Milano per confessarmi,
    supponiamo;  ma voglio confessarmi da un padre cappuccino, per modo di
    dire, e non da un oste."
    L'oste stava zitto,  e seguitava a guardar  la  guida,  la  quale  non
    faceva  dimostrazione  di sorte veruna.  Renzo,  ci dispiace il dirlo,
    tracann un altro bicchiere,  e prosegu: "ti porter una ragione,  il
    mio  caro  oste,  che ti capaciter.  Se le gride che parlan bene,  in
    favore de' buoni cristiani,  non contano;  tanto  meno  devon  contare
    quelle che parlan male.  Dunque leva tutti quest'imbrogli,  e porta in
    vece un altro  fiasco;  perch  questo    fesso."  Cos  dicendo,  lo
    percosse leggermente con le nocca,  e soggiunse: "senti,  senti, oste,
    come crocchia."
    Anche questa volta, Renzo aveva, a poco a poco,  attirata l'attenzione
    di  quelli  che  gli  stavan  d'intorno:  e  anche  questa  volta,  fu
    applaudito dal suo uditorio.
    "Cosa devo fare?" disse l'oste, guardando quello sconosciuto,  che non
    era tale per lui.
    "Via,  via,"  gridaron  molti  di  que'  compagnoni:  "ha ragione quel
    giovine: son tutte angherie,  trappole,  impicci:  legge  nuova  oggi,
    legge nuova."
    In mezzo a queste grida, lo sconosciuto, dando all'oste un'occhiata di
    rimprovero,   per   quell'interrogazione   troppo   scoperta,   disse:
    "lasciatelo un po' fare a suo modo: non fate scene".
    "Ho fatto il mio dovere," disse l'oste,  forte;  e poi tra s:  -  ora
    "ho le spalle al muro".   -  E prese la carta,  la penna, il calamaio,
    la grida, e il fiasco voto, per consegnarlo al garzone.
    "Porta del medesimo," disse Renzo: "che  lo  trovo  galantuomo;  e  lo
    metteremo a letto come l'altro, senza domandargli nome e cognome, e di
    che  nazione  sar,  e cosa viene a fare,  e se ha a stare un pezzo in
    questa citt".
    "Del medesimo," disse l'oste al garzone, dandogli il fiasco; e ritorn
    a sedere sotto la cappa del cammino.  -  Altro che lepre!  -  pensava,
    istoriando di nuovo la cenere:  -  e in che mani sei  capitato!  Pezzo
    d'asino! se vuoi affogare, affoga; ma l'oste della luna piena non deve
    andarne di mezzo, per le tue pazzie.  -
     Renzo  ringrazi  la guida,  e tutti quegli altri che avevan prese le
    sue parti.  "Bravi amici!" disse: "ora vedo proprio che i galantuomini
    si danno la mano,  e si sostengono." Poi, spianando la destra per aria
    sopra la tavola,  e mettendosi di nuovo in attitudine di  predicatore,
    "gran cosa," esclam, "che tutti quelli che regolano il mondo, voglian
    fare  entrar  per tutto carta,  penna e calamaio!  Sempre la penna per
    aria! Grande smania che hanno que' signori d'adoprar la penna!"
    "Ehi,  quel galantuomo di campagna!  volete saperne la ragione?" disse
    ridendo uno di que' giocatori, che vinceva.
    "Sentiamo un poco," rispose Renzo.
    "La  ragione    questa,"  disse colui: "che que' signori son loro che
    mangian l'oche, e si trovan l tante penne, tante penne,  che qualcosa
    bisogna che ne facciano."
    Tutti si misero a ridere, fuor che il compagno che perdeva.
    "To',"  disse  Renzo: " un poeta costui.  Ce n' anche qui de' poeti:
    gi ne nasce per tutto. N'ho una vena anch'io, e qualche volta ne dico
    delle curiose... ma quando le cose vanno bene."
    Per capire questa baggianata del povero  Renzo,  bisogna  sapere  che,
    presso  il  volgo  di  Milano,  e  del  contado ancora pi,  poeta non
    significa gi,  come per tutti i galantuomini,  un sacro  ingegno,  un
    abitator  di  Pindo,  un  allievo  delle  Muse;  vuol dire un cervello
    bizzarro e un po' balzano,  che,  ne' discorsi e ne' fatti,  abbia pi
    dell'arguto   e   del  singolare  che  del  ragionevole.   Tanto  quel
    guastamestieri del volgo  ardito a manomettere le parole, e a far dir
    loro le cose pi lontane dal loro legittimo  significato!  Perch,  vi
    domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?
    "Ma la ragione giusta la dir io," soggiunse Renzo: " perch la penna
    la  tengon  loro:  e  cos,  le  parole che dicon loro,  volan via,  e
    spariscono;  le parole che dice un povero  figliuolo,  stanno  attenti
    bene,  e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le
    inchiodano sulla carta,  per servirsene,  a tempo e luogo.  Hanno  poi
    anche  un'altra  malizia;  che,  quando vogliono imbrogliare un povero
    figliuolo,  che non abbia studiato,  ma che abbia un po' di...  so  io
    quel che voglio dire..." e,  per farsi intendere, andava picchiando, e
    come arietando la fronte con la punta dell'indice;  "e s'accorgono che
    comincia  a  capir  l'imbroglio,  taffete,  buttan dentro nel discorso
    qualche parola in latino, per fargli perdere il filo, per confondergli
    la testa. Basta; se ne deve smetter dell'usanze!  Oggi,  a buon conto,
    s' fatto tutto in volgare, e senza carta, penna e calamaio; e domani,
    se  la  gente  sapr  regolarsi,  se ne far anche delle meglio: senza
    torcere un capello a nessuno, per; tutto per via di giustizia."
    Intanto alcuni di que' compagnoni s'eran rimessi a  giocare,  altri  a
    mangiare, molti a gridare; alcuni se n'andavano; altra gente arrivava;
    l'oste badava agli uni e agli altri: tutte cose che non hanno che fare
    con  la  nostra  storia.  Anche  la sconosciuta guida non vedeva l'ora
    d'andarsene;  non aveva,  a quel che paresse,  nessun affare  in  quel
    luogo;  eppure  non voleva partire prima d'aver chiacchierato un altro
    poco con Renzo in particolare.  Si volt a lui,  riattacc il discorso
    del  pane;  e  dopo  alcune  di  quelle  frasi che,  da qualche tempo,
    correvano per tutte le bocche,  venne a metter fuori un suo  progetto.
    "Eh!  se comandassi io," disse, "lo troverei il verso di fare andar le
    cose bene."
    "Come vorreste fare?" domand Renzo,  guardandolo  con  due  occhietti
    brillanti pi del dovere,  e storcendo un po' la bocca,  come per star
    pi attento.
    "Come vorrei fare?" disse colui: "vorrei che ci fosse pane per  tutti;
    tanto per i poveri, come per i ricchi."
    "Ah! cos va bene," disse Renzo.
    "Ecco come farei.  Una meta onesta,  che tutti ci potessero campare. E
    poi,   distribuire  il  pane  in  ragione  delle  bocche:  perch  c'
    degl'ingordi  indiscreti,  che  vorrebbero  tutto per loro,  e fanno a
    ruffa raffa,  pigliano a buon conto;  e poi manca il pane alla  povera
    gente.  Dunque  dividere  il  pane.  E  come si fa?  Ecco: dare un bel
    biglietto a ogni famiglia,  in proporzion delle bocche,  per andare  a
    prendere il pane dal fornaio. A me, per esempio, dovrebbero rilasciare
    un  biglietto  in  questa  forma:  Ambrogio  Fusella,  di  professione
    spadaio, con moglie e quattro figliuoli,  tutti in et da mangiar pane
    (notate bene): gli si dia pane tanto,  e paghi soldi tanti.  Ma far le
    cose giuste,  sempre in ragion  delle  bocche.  A  voi,  per  esempio,
    dovrebbero fare un biglietto per... il vostro nome?"
    "Lorenzo  Tramaglino,"  disse  il  giovine;  il  quale,  invaghito del
    progetto,  non fece attenzione ch'era tutto fondato su carta,  penna e
    calamaio; e che, per metterlo in opera, la prima cosa doveva essere di
    raccogliere i nomi delle persone.
    "Benissimo," disse lo sconosciuto; "ma avete moglie e figliuoli?"
    "Dovrei bene... figliuoli no... troppo presto... ma la moglie... se il
    mondo andasse come dovrebbe andare..."
    "Ah siete solo! Dunque abbiate pazienza, ma una porzione pi piccola."
    "E' giusto; ma se presto, come spero... e con l'aiuto di Dio... Basta;
    quando avessi moglie anch'io?"
    "Allora  si  cambia il biglietto,  e si cresce la porzione.  Come v'ho
    detto;   sempre  in  ragion  delle  bocche,"  disse  lo   sconosciuto,
    alzandosi.
    "Cos va bene," grid Renzo;  e continu, gridando e battendo il pugno
    sulla tavola: "e perch non la fanno una legge cos?"
    "Cosa volete che vi dica?  Intanto vi do la buona notte,  e me ne  vo;
    perch penso che la moglie e i figliuoli m'aspetteranno da un pezzo."
    "Un altro gocciolino,  un altro gocciolino," gridava Renzo, riempiendo
    in fretta il bicchiere di colui;  e subito alzatosi,  e  acchiappatolo
    per  una falda del farsetto,  tirava forte,  per farlo seder di nuovo.
    "Un altro gocciolino: non mi fate quest'affronto."
    Ma l'amico,  con una stratta,  si liber,  e lasciando Renzo  fare  un
    guazzabuglio d'istanze e di rimproveri, disse di nuovo: "buona notte,"
    e se n'and.  Renzo seguitava ancora a predicargli, che quello era gi
    in istrada;  e poi ripiomb sulla  panca.  Fiss  gli  occhi  su  quel
    bicchiere che aveva riempito; e, vedendo passar davanti alla tavola il
    garzone,  gli  accenn  di fermarsi,  come se avesse qualche affare da
    comunicargli; poi gli accenn il bicchiere,  e con una pronunzia lenta
    e  solenne,  spiccando le parole in un certo modo particolare,  disse:
    "ecco,  l'avevo preparato per quel  galantuomo:  vedete;  pieno  raso,
    proprio  da  amico;  ma  non  l'ha  voluto.  Alle  volte,  la gente ha
    dell'idee curiose.  Io non ci ho colpa: il mio buon cuore  l'ho  fatto
    vedere.  Ora,  giacch la cosa  fatta, non bisogna lasciarlo andare a
    male." Cos detto, lo prese, e lo vot in un sorso.
    "Ho inteso," disse il garzone, andandosene.
    "Ah! avete inteso anche voi," riprese Renzo: "dunque  vero. Quando le
    ragioni son giuste...!"
    Qui  necessario tutto l'amore,  che portiamo alla verit,  per  farci
    proseguire  fedelmente un racconto di cos poco onore a un personaggio
    tanto principale,  si potrebbe quasi dire al primo uomo  della  nostra
    storia.  Per questa stessa ragione d'imparzialit, dobbiamo per anche
    avvertire ch'era la prima volta, che a Renzo avvenisse un caso simile:
    e appunto questo suo non esser uso a stravizi fu cagione in gran parte
    che il primo gli riuscisse cos fatale. Que' pochi bicchieri che aveva
    buttati gi da principio, l'uno dietro l'altro,  contro il suo solito,
    parte   per  quell'arsione  che  si  sentiva,   parte  per  una  certa
    alterazione d'animo,  che non gli lasciava far nulla con  misura,  gli
    diedero  subito  alla  testa:  a  un  bevitore  un  po' esercitato non
    avrebbero fatto altro che  levargli  la  sete.  Su  questo  il  nostro
    anonimo fa una osservazione,  che noi ripeteremo: e conti quel che pu
    contare.  Le abitudini temperate e oneste,  dice,  recano anche questo
    vantaggio,  che,  quanto  pi  sono  inveterate e radicate in un uomo,
    tanto pi facilmente,  appena appena se  n'allontani,  se  ne  risente
    subito;  dimodoch  se  ne  ricorda  poi  per  un  pezzo;  e anche uno
    sproposito gli serve di scola.
    Comunque sia,  quando que' primi fumi  furono  saliti  alla  testa  di
    Renzo,  vino e parole continuarono a andare, l'uno in gi e l'altre in
    su, senza misura n regola; e, al punto a cui l'abbiam lasciato, stava
    gi come poteva. Si sentiva una gran voglia di parlare: ascoltatori, o
    almeno uomini presenti che potesse prender per tali,  non ne  mancava;
    e,  per  qualche  tempo,  anche  le parole eran venute via senza farsi
    pregare,  e s'eran lasciate collocare in un certo qual  ordine.  Ma  a
    poco  a poco,  quella faccenda di finir le frasi cominci a divenirgli
    fieramente  difficile.  Il  pensiero,  che  s'era  presentato  vivo  e
    risoluto alla sua mente, s'annebbiava e svaniva tutt'a un tratto; e la
    parola,  dopo  essersi  fatta  aspettare un pezzo,  non era quella che
    fosse al caso. In queste angustie,  per uno di que' falsi istinti che,
    in tante cose,  rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco.
    Ma di che aiuto gli potesse essere il fiasco, in una tale circostanza,
    chi ha fior di senno lo dica.
    Noi riferiremo soltanto  alcune  delle  moltissime  parole  che  mand
    fuori,  in  quella  sciagurata  sera:  le  molte  pi che tralasciamo,
    disdirebbero troppo;  perch,  non solo non hanno senso,  ma non fanno
    vista d'averlo: condizione necessaria in un libro stampato.
    "Ah oste, oste!" ricominci, accompagnandolo con l'occhio intorno alla
    tavola,  o  sotto  la cappa del cammino;  talvolta fissandolo dove non
    era, e parlando sempre in mezzo al chiasso della brigata: "oste che tu
    sei! Non posso mandarla gi... quel tiro del nome,  cognome e negozio.
    A un figliuolo par mio...! Non ti sei portato bene. Che soddisfazione,
    che sugo,  che gusto... di mettere in carta un povero figliuolo? Parlo
    bene,  signori?  Gli osti dovrebbero  tenere  dalla  parte  de'  buoni
    figliuoli...  Senti, senti, oste; ti voglio fare un paragone... per la
    ragione... Ridono eh? Ho un po' di brio,  s...  ma le ragioni le dico
    giuste.  Dimmi un poco; chi  che ti manda avanti la bottega? I poveri
    figliuoli,  n' vero?  dico bene?  Guarda un po' se que' signori delle
    gride vengono mai da te a bere un bicchierino."
    "Tutta gente che beve acqua," disse un vicino di Renzo.
    "Vogliono stare in s," soggiunse un altro,  "per poter dir le bugie a
    dovere."
    "Ah!" grid Renzo: "ora  il poeta che ha  parlato.  Dunque  intendete
    anche voi altri le mie ragioni. Rispondi dunque, oste: e Ferrer, che 
    il meglio di tutti,   mai venuto qui a fare un brindisi, e a spendere
    un becco d'un quattrino?  E quel cane assassino di don...  Sto  zitto,
    perch sono in cervello anche troppo. Ferrer e il padre Crrr... so io,
    son  due  galantuomini;  ma  ce  n' pochi de' galantuomini.  I vecchi
    peggio de' giovani; e i giovani... peggio ancora de' vecchi. Per, son
    contento che non si sia fatto sangue:  oib;  barbarie,  da  lasciarle
    fare al boia Pane; oh questo s. Ne ho ricevuti degli urtoni; ma... ne
    ho anche dati.  Largo!  abbondanza!  viva!...  Eppure, anche Ferrer...
    qualche parolina in latino...  "sis baras  trapolorum..."  Maledetto
    vizio!  Viva!  giustizia!  pane!  ah,  ecco le parole giuste!... L ci
    volevano que' galantuomini...  quando scapp fuori quel maledetto  ton
    ton  ton,  e  poi  ancora  ton ton ton.  Non si sarebbe fuggiti,  ve',
    allora. Tenerlo l quel signor curato... So io a chi penso!"
    A questa parola,  abbass la  testa,  e  stette  qualche  tempo,  come
    assorto in un pensiero: poi mise un gran sospiro,  e alz il viso, con
    due occhi inumiditi e lustri, con un certo accoramento cos svenevole,
    cos sguaiato,  che guai se chi n'era l'oggetto avesse potuto  vederlo
    un  momento.  Ma  quegli  omacci che gi avevan cominciato a prendersi
    spasso dell'eloquenza appassionata e imbrogliata di Renzo,  tanto  pi
    se  ne  presero  della  sua aria compunta;  i pi vicini dicevano agli
    altri: guardate;  e tutti si voltavano a lui;  tanto  che  divenne  lo
    zimbello della brigata. Non gi che tutti fossero nel loro buon senno,
    o  nel  loro  qual  si  fosse senno ordinario;  ma,  per dire il vero,
    nessuno n'era tanto uscito,  quanto il povero Renzo: e per di pi  era
    contadino.  Si misero,  or l'uno or l'altro, a stuzzicarlo con domande
    sciocche e grossolane,  con cerimonie canzonatorie.  Renzo,  ora  dava
    segno  d'averselo  per  male,  ora prendeva la cosa in ischerzo,  ora,
    senza  badare  a  tutte  quelle  voci,  parlava  di  tutt'altro,   ora
    rispondeva,  ora interrogava; sempre a salti, e fuor di proposito. Per
    buona  sorte,  in  quel  vaneggiamento,  gli  era  per  rimasta  come
    un'attenzione  istintiva  a  scansare i nomi delle persone;  dimodoch
    anche quello che doveva esser pi altamente fitto nella  sua  memoria,
    non  fu  proferito:  ch troppo ci dispiacerebbe se quel nome,  per il
    quale anche noi sentiamo un po' d'affetto e di riverenza,  fosse stato
    strascinato  per  quelle boccacce,  fosse divenuto trastullo di quelle
    lingue sciagurate.













    CAPITOLO 15.

    L'oste conduce a letto Renzo.  -  La relazione dell'oste al palazzo di
    giustizia.  -  Il brusco risveglio di Renzo.  -  La grande premura del
    notaio.   -  Renzo  condotto via ammanettato.-  I  prudenti  consigli
    del  notaio  e  la poca fiducia di Renzo.  -  Per la strada comincia a
    radunarsi gente.  -  Renzo chiama aiuto.   -  La folla incalza.   -  I
    birri cercano di svignarsela.-  Renzo se la d a gambe.

    L'oste, vedendo che il gioco andava in lungo, s'era accostato a Renzo;
    e pregando,  con buona grazia,  quegli altri che lo lasciassero stare,
    l'andava scotendo per un braccio,  e cercava di fargli intendere e  di
    persuaderlo che andasse a dormire. Ma Renzo tornava sempre da capo col
    nome  e cognome,  e con le gride,  e co' buoni figliuoli.  Per quelle
    parole: letto e  dormire,  ripetute  al  suo  orecchio,  gli  entraron
    finalmente  in  testa;  gli fecero sentire un po' pi distintamente il
    bisogno di ci che significavano,  e produssero un momento  di  lucido
    intervallo.  Quel  po' di senno che gli torn,  gli fece in certo modo
    capire che il pi se n'era  andato:  a  un  di  presso  come  l'ultimo
    moccolo rimasto acceso d'un'illuminazione, fa vedere gli altri spenti.
    Si fece coraggio;  stese le mani, e le appuntell sulla tavola; tent,
    una e due volte, d'alzarsi; sospir,  barcoll;  alla terza,  sorretto
    dall'oste,  si rizz.  Quello,  reggendolo tuttavia, lo fece uscire di
    tra la tavola e la panca; e, preso con una mano un lume,  con l'altra,
    parte lo condusse, parte lo tir, alla meglio, verso l'uscio di scala.
    L  Renzo,  al  chiasso  de' saluti che coloro gli urlavan dietro,  si
    volt in fretta;  e se il suo sostenitore non fosse stato ben lesto  a
    tenerlo  per un braccio,  la voltata sarebbe stata un capitombolo;  si
    volt dunque, e,  con l'altro braccio che gli rimaneva libero,  andava
    trinciando  e iscrivendo nell'aria certi saluti,  a guisa d'un nodo di
    Salomone.
    "Andiamo a letto,  a letto," disse l'oste,  strascicandolo;  gli  fece
    imboccar l'uscio;  e con pi fatica ancora,  lo tir in cima di quella
    scaletta, e poi nella camera che gli aveva destinata. Renzo,  visto il
    letto che l'aspettava,  si rallegr;  guard amorevolmente l'oste, con
    due occhietti che ora scintillavan pi che  mai,  ora  s'ecclissavano,
    come due lucciole;  cerc d'equilibrarsi sulle gambe;  e stese la mano
    al viso dell'oste, per prendergli il ganascino,  in segno d'amicizia e
    di riconoscenza;  ma non gli riusc.  "Bravo oste!" gli riusc per di
    dire: "ora vedo che sei un galantuomo: questa  un'opera  buona,  dare
    un  letto a un buon figliuolo;  ma quella figura che m'hai fatta,  sul
    nome e cognome,  quella non era da galantuomo.  Per  buona  sorte  che
    anch'io son furbo la mia parte..."
    L'oste,   il   quale  non  pensava  che  colui  potesse  ancora  tanto
    connettere;  l'oste che,  per  lunga  esperienza,  sapeva  quanto  gli
    uomini,  in  quello  stato,  sian pi soggetti del solito a cambiar di
    parere,  volle approfittare di quel lucido  intervallo,  per  fare  un
    altro tentativo.  "Figliuolo caro," disse,  con una voce e con un fare
    tutto gentile: "non l'ho fatto per seccarvi,  n per  sapere  i  fatti
    vostri.  Cosa volete?   legge: anche noi bisogna ubbidire; altrimenti
    siamo i primi a portarne la pena. E' meglio contentarli,  e...  Di che
    si tratta finalmente?  Gran cosa! dir due parole. Non per loro, ma per
    fare un piacere a me: via;  qui tra noi,  a quattr'occhi,  facciam  le
    nostre  cose;  ditemi  il vostro nome,  e...  e poi andate a letto col
    cuore quieto."
    "Ah birbone!" esclam Renzo: "mariolo! tu mi torni ancora in campo con
    quell'infamit del nome, cognome e negozio!"
    "Sta zitto, buffone; va a letto," diceva l'oste.
    Ma Renzo continuava pi forte: "ho inteso: sei della  lega  anche  tu.
    Aspetta,  aspetta,  che  t'accomodo  io." E voltando la testa verso la
    scaletta,  cominciava a urlare pi  forte  ancora:  "amici!  l'oste  
    della..."
    "Ho  detto  per  celia,"  grid questo sul viso di Renzo,  spingendolo
    verso il letto: "per celia: non hai inteso che ho detto per celia?"
    "Ah!  per celia: ora parli bene.  Quando hai detto  per  celia...  Son
    proprio celie." E cadde bocconi sul letto.
    "Animo;  spogliatevi;  presto," disse l'oste,  e al consiglio aggiunse
    l'aiuto;  che ce n'era bisogno.  Quando Renzo si fu levato il farsetto
    (e  ce ne volle),  l'oste l'agguant subito,  e corse con le mani alle
    tasche,  per vedere se c'era il morto.  Lo trov: e pensando  che,  il
    giorno dopo, il suo ospite avrebbe avuto a fare i conti con tutt'altri
    che con lui,  e che quel morto sarebbe probabilmente caduto in mani di
    dove un oste non avrebbe potuto farlo uscire; volle provarsi se almeno
    gli riusciva di concluder quest'altro affare.
    "Voi siete un buon figliuolo, un galantuomo; n' vero?" disse.
    "Buon figliuolo, galantuomo," rispose Renzo,  facendo tuttavia litigar
    le dita co' bottoni de' panni che non s'era ancor potuto levare.
    "Bene,"  replic  l'oste:  "saldate  ora  dunque  quel poco conticino,
    perch domani io devo uscire per certi miei affari..."
    "Quest' giusto," disse Renzo.  "Son  furbo,  ma  galantuomo...  Ma  i
    danari? Andare a cercare i danari ora!"
    "Eccoli qui," disse l'oste: e, mettendo in opera tutta la sua pratica,
    tutta la sua pazienza,  tutta la sua destrezza,  gli riusc di fare il
    conto con Renzo, e di pagarsi.
    "Dammi una mano, ch'io possa finir di spogliarmi,  oste," disse Renzo.
    "Lo vedo anch'io, ve', che ho addosso un gran sonno."
    L'oste  gli  diede l'aiuto richiesto;  gli stese per di pi la coperta
    addosso,  e gli disse sgarbatamente  "buona  notte",  che  gi  quello
    russava.  Poi, per quella specie d'attrattiva, che alle volte ci tiene
    a considerare un oggetto di stizza, al pari che un oggetto d'amore,  e
    che  forse  non    altro  che il desiderio di conoscere ci che opera
    fortemente sull'animo  nostro,  si  ferm  un  momento  a  contemplare
    l'ospite  cos  noioso  per  lui,  alzandogli  il  lume  sul  viso,  e
    facendovi, con la mano stessa, ribatter sopra la luce; in quell'atto a
    un di presso che vien dipinta Psiche, quando sta a spiare furtivamente
    le forme del consorte sconosciuto.  "Pezzo d'asino!" disse  nella  sua
    mente al povero addormentato: "sei andato proprio a cercartela. Domani
    poi,  mi  saprai  dire  che bel gusto ci avrai.  Tangheri,  che volete
    girare il mondo,  senza saper da  che  parte  si  levi  il  sole;  per
    imbrogliar voi e il prossimo."
    Cos detto o pensato,  ritir il lume,  si mosse, usc dalla camera, e
    chiuse  l'uscio  a  chiave.  Sul  pianerottolo  della  scala,   chiam
    l'ostessa; alla quale disse che lasciasse i figliuoli in guardia a una
    loro  servetta,  e  scendesse in cucina,  a far le sue veci.  "Bisogna
    ch'io vada fuori, in grazia d'un forestiero capitato qui,  non so come
    diavolo,  per mia disgrazia," soggiunse; e le raccont in compendio il
    noioso accidente. Poi soggiunse ancora: "occhio a tutto; e sopra tutto
    prudenza,  in questa maledetta giornata.  Abbiamo laggi una  mano  di
    scapestrati che,  tra il bere,  e tra che di natura sono sboccati,  ne
    dicon di tutti i colori. Basta, se qualche temerario..."
    "Oh! non sono una bambina, e so anch'io quel che va fatto. Finora,  mi
    pare che non si possa dire..."
    "Bene, bene; e badar che paghino; e tutti que' discorsi che fanno, sul
    vicario  di  provvisione  e  il governatore e Ferrer e i decurioni e i
    cavalieri e Spagna e Francia e altre simili corbellerie,  far vista di
    non sentire; perch, se si contraddice, la pu andar male subito; e se
    si  d ragione,  la pu andar male in avvenire: e gi sai anche tu che
    qualche volta quelli che le  dicon  pi  grosse...  Basta;  quando  si
    senton  certe  proposizioni,  girar la testa,  e dire: vengo;  come se
    qualcheduno chiamasse da un'altra parte.  Io cercher di  tornare  pi
    presto che posso."
    Ci  detto,  scese con lei in cucina,  diede un'occhiata in giro,  per
    veder se c'era novit di rilievo; stacc da un cavicchio il cappello e
    la cappa, prese un randello da un cantuccio, ricapitol,  con un'altra
    occhiata alla moglie,  l'istruzioni che le aveva date; e usc. Ma, gi
    nel far quelle operazioni,  aveva  ripreso,  dentro  di  s,  il  filo
    dell'apostrofe cominciata al letto del povero Renzo;  e la proseguiva,
    camminando in istrada.
    - Testardo d'un montanaro!   -  Ch,  per quanto Renzo  avesse  voluto
    tener nascosto l'esser suo, questa qualit si manifestava da s, nelle
    parole,  nella  pronunzia,  nell'aspetto  e negli atti.-  Una giornata
    come questa, a forza di politica, a forza d'aver giudizio, io n'uscivo
    netto;  e dovevi venir tu sulla fine,  a guastarmi l'uova nel paniere.
    Manca  osterie  in  Milano,  che tu dovessi proprio capitare alla mia?
    Fossi almeno capitato solo;  che avrei chiuso un  occhio,  per  questa
    sera; e domattina t'avrei fatto intender la ragione. Ma no signore; in
    compagnia ci vieni; e in compagnia d'un bargello, per far meglio!  -
    A ogni passo, l'oste incontrava o passeggieri scompagnati, o coppie, o
    brigate  di gente,  che giravano susurrando.  A questo punto della sua
    muta allocuzione, vide venire una pattuglia di soldati; e tirandosi da
    parte,  per lasciarli passare,  li guard con la coda  dell'occhio,  e
    continu tra s:  -  eccoli i gastigamatti.  E tu,  pezzo d'asino, per
    aver visto un po' di gente in giro a far baccano,  ti sei cacciato  in
    testa che il mondo abbia a mutarsi. E su questo bel fondamento, ti sei
    rovinato te, e volevi anche rovinar me, che non  giusto. Io facevo di
    tutto per salvarti,  e tu,  bestia, in contraccambio, c' mancato poco
    che non m'hai messo sottosopra l'osteria.  Ora toccher a te a levarti
    d'impiccio: per me ci penso io.  Come se io volessi sapere il tuo nome
    per una mia curiosit!  Cosa m'importa a me che tu ti chiami Taddeo  o
    Bartolommeo? Ci ho un bel gusto anch'io a prender la penna in mano! ma
    non siete voi altri soli a voler le cose a modo vostro.  Lo so anch'io
    che ci son  delle  gride  che  non  contan  nulla:  bella  novit,  da
    venircela  a dire un montanaro!  Ma tu non sai che le gride contro gli
    osti contano. E pretendi girare il mondo, e parlare; e non sai che,  a
    voler  fare  a modo suo,  e impiparsi delle gride,  la prima cosa  di
    parlarne con gran riguardo.  E per un povero oste che  fosse  del  tuo
    parere,  e  non domandasse il nome di chi capita a favorirlo,  sai tu,
    bestia,  cosa c' di bello?  "Sotto pena a qual si  voglia  dei  detti
    osti,  tavernai ed altri,  come sopra,  di trecento scudi": s, son l
    che covano trecento scudi;  e per  ispenderli  cos  bene;  "da  esser
    applicati per i due terzi alla regia Camera,  e l'altro all'accusatore
    o delatore": quel bel cecino! "Ed in caso di inabilit, cinque anni di
    galera,  e maggior pena pecuniaria o corporale,  all'arbitrio  di  sua
    eccellenza". Obbligatissimo alle sue grazie.  -
    A queste parole, l'oste toccava la soglia del palazzo di giustizia.
    L,  come  a  tutti gli altri ufizi,  c'era un gran da fare: per tutto
    s'attendeva a dar gli ordini che parevan pi  atti  a  preoccupare  il
    giorno seguente, a levare i pretesti e l'ardire agli animi vogliosi di
    nuovi  tumulti,  ad assicurare la forza nelle mani solite a adoprarla.
    S'accrebbe la soldatesca alla casa  del  vicario;  gli  sbocchi  della
    strada furono sbarrati di travi, trincerati di carri. S'ordin a tutti
    i  fornai  che  facessero  pane  senza  intermissione;   si  spedirono
    staffette a' paesi circonvicini,  con  ordini  di  mandar  grano  alla
    citt:  a  ogni forno furono deputati nobili,  che vi si portassero di
    buon mattino,  a invigilare sulla distribuzione e  a  tenere  a  freno
    gl'inquieti,  con l'autorit della presenza, e con le buone parole. Ma
    per dar, come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte,  e render
    pi  efficaci  i  consigli  con  un po' di spavento,  si pens anche a
    trovar la maniera di metter le mani addosso  a  qualche  sedizioso:  e
    questa  era  principalmente  la  parte  del capitano di giustizia;  il
    quale,  ognuno pu pensare che sentimenti avesse per le sollevazioni e
    per  i  sollevati,  con  una pezzetta d'acqua vulneraria sur uno degli
    organi della profondit metafisica. I suoi bracchi erano in campo fino
    dal principio del tumulto: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come
    ha detto l'oste,  un bargello travestito,  mandato in giro appunto per
    cogliere  sul  fatto qualcheduno da potersi riconoscere,  e tenerlo in
    petto, e appostarlo, e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta,  o il
    giorno dopo.  Sentite quattro parole di quella predica di Renzo, colui
    gli aveva fatto subito assegnamento sopra;  parendogli quello  un  reo
    buon  uomo,  proprio quel che ci voleva.  Trovandolo poi nuovo affatto
    del paese, aveva tentato il colpo maestro di condurlo caldo caldo alle
    carceri,  come alla locanda  pi  sicura  della  citt;  ma  gli  and
    fallito,  come avete visto. Pot per portare a casa la notizia sicura
    del  nome,   cognome  e  patria,   oltre  cent'altre   belle   notizie
    congetturali; dimodoch, quando l'oste capit l, a dir ci che sapeva
    intorno a Renzo, ne sapevan gi pi di lui. Entr nella solita stanza,
    e  fece  la  sua  deposizione:  come era giunto ad alloggiar da lui un
    forestiero, che non aveva mai voluto manifestare il suo nome.
    "Avete fatto il vostro dovere  a  informar  la  giustizia;"  disse  un
    notaio  criminale,  mettendo  gi la penna,  "ma gi lo sapevamo." Bel
    segreto!  -  penso l'oste:  -  ci vuole un gran talento!  -
    "E sappiamo anche," continu il notaio, "quel riverito nome."
    - Diavolo!  il nome poi,  com'hanno fatto?   -   pens  l'oste  questa
    volta.
    "Ma  voi,"  riprese  l'altro,  con  volto  serio,  "voi non dite tutto
    sinceramente."
    "Cosa devo dire di pi?"
    "Ah! ah!  sappiamo benissimo che colui ha portato nella vostra osteria
    una  quantit  di  pane  rubato,  e  rubato  con violenza,  per via di
    saccheggio e di sedizione."
    "Vien uno con un pane in tasca;  so assai dov'  andato  a  prenderlo.
    Perch,  a  parlar  come in punto di morte,  posso dire di non avergli
    visto che un pane solo."
    "Gi;  sempre scusare,  difendere: chi  sente  voi  altri,  son  tutti
    galantuomini.  Come  potete  provare  che  quel  pane  fosse  di  buon
    acquisto?"
    "Cosa ho da provare io? io non c'entro: io fo l'oste."
    "Non potrete per negare che codesto vostro avventore non abbia  avuta
    la  temerit di proferir parole ingiuriose contro le gride,  e di fare
    atti mali e indecenti contro l'arme di sua eccellenza."
    "Mi faccia grazia, vossignoria: come pu mai essere mio avventore,  se
    lo vedo per la prima volta?  E' il diavolo, con rispetto parlando, che
    l'ha mandato a casa mia: e se lo conoscessi, vossignoria vede bene che
    non avrei avuto bisogno di domandargli il suo nome."
    "Per, nella vostra osteria,  alla vostra presenza,  si son dette cose
    di  fuoco:  parole  temerarie,  proposizioni sediziose,  mormorazioni,
    strida, clamori."
    "Come vuole vossignoria ch'io badi agli  spropositi  che  posson  dire
    tanti  urloni  che  parlan  tutti  insieme?  Io devo attendere a' miei
    interessi, che sono un pover'uomo. E poi vossignoria sa bene che chi 
    di lingua sciolta,  per il solito  anche lesto  di  mano,  tanto  pi
    quando sono una brigata, e..."
    "S,  s;  lasciateli fare e dire: domani, domani, vedrete se gli sar
    passato il ruzzo. Cosa credete?"
    "Io non credo nulla."
    "Che la canaglia sia diventata padrona di Milano?"
    "Oh giusto!"
    "Vedrete, vedrete."
    "Intendo benissimo: il re sar sempre il re;  ma  chi  avr  riscosso,
    avr  riscosso:  e  naturalmente  un  povero  padre di famiglia non ha
    voglia di riscotere. Lor signori hanno la forza: a lor signori tocca."
    "Avete ancora molta gente in casa?"
    "Un visibilio."
    "E quel vostro avventore cosa fa? Continua a schiamazzare, a metter su
    la gente, a preparar tumulti per domani?"
    "Quel forestiero, vuol dire vossignoria:  andato a letto."
    "Dunque avete molta gente... Basta; badate a non lasciarlo scappare."
    - Che devo fare il birro io?   -  pens l'oste;  ma non disse n s n
    no.
    "Tornate pure a casa; e abbiate giudizio," riprese il notaio.
    "Io  ho sempre avuto giudizio.  Vossignoria pu dire se ho mai dato da
    fare alla giustizia."
    "E non crediate che la giustizia abbia perduta la sua forza."
    "Io? per carit! io non credo nulla: abbado a far l'oste."
    "La solita canzone: non avete mai altro da dire."
    "Che ho da dire altro? La verit  una sola."
    "Basta; per ora riteniamo ci che avete deposto; se verr poi il caso,
    informerete pi minutamente la giustizia,  intorno a ci che vi  potr
    venir domandato."
    "Cosa ho da informare?  io non so nulla;  appena appena ho la testa da
    attendere ai fatti miei".
    "Badate a non lasciarlo partire."
    "Spero che l'illustrissimo signor capitano sapr che son venuto subito
    a fare il mio dovere. Bacio le mani a vossignoria."
    Allo spuntar del giorno,  Renzo russava  da  circa  sett'ore,  ed  era
    ancora,  poveretto!  sul  pi  bello,  quando  due  forti  scosse alle
    braccia,   e  una  voce  che  dappi  del  letto   gridava:   "Lorenzo
    Tramaglino!", lo fecero riscotere. Si risent, ritir le braccia, apr
    gli  occhi  a stento;  e vide ritto appi del letto un uomo vestito di
    nero, e due armati,  uno di qua,  uno di l del capezzale.  E,  tra la
    sorpresa, e il non esser desto bene, e la spranghetta di quel vino che
    sapete, rimase un momento come incantato; e credendo di sognare, e non
    piacendogli quel sogno, si dimenava, come per isvegliarsi affatto.
    "Ah!  avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino?" disse l'uomo dalla
    cappa nera,  quel notaio medesimo della sera  avanti.  "Animo  dunque;
    levatevi, e venite con noi."
    "Lorenzo  Tramaglino!"  disse Renzo Tramaglino: cosa vuol dire questo?
    Che cosa volete da me? Chi v'ha detto il mio nome?"
    "Meno ciarle,  e fate presto," disse uno de' birri che gli  stavano  a
    fianco, prendendogli di nuovo il braccio.
    "Ohe!  che  prepotenza   questa?" grid Renzo,  ritirando il braccio.
    "Oste! o l'oste!"
    "Lo portiam via in camicia?" disse ancora quel  birro,  voltandosi  al
    notaio.
    "Avete inteso?" disse questo a Renzo: "si far cos,  se non vi levate
    subito subito, per venir con noi."
    "E perch?" domand Renzo.
    "Il perch lo sentirete dal signor capitano di giustizia."
    "Io? Io sono un galantuomo: non ho fatto nulla; e mi maraviglio..."
    "Meglio per voi, meglio per voi; cos, in due parole sarete spicciato,
    e potrete andarvene per i fatti vostri."
    "Mi lascino andare ora," disse Renzo: "io non ho che far nulla con  la
    giustizia."
    "Ors, finiamola!" disse un birro.
    "Lo portiamo via davvero?" disse l'altro.
    "Lorenzo Tramaglino!" disse il notaio.
    "Come sa il mio nome, vossignoria?"
    "Fate  il  vostro  dovere,"  disse il notaio a' birri;  i quali misero
    subito le mani addosso a Renzo, per tirarlo fuori del letto.
    "Eh!  non toccate la carne d'un galantuomo,  che...!  Mi so vestir  da
    me."
    "Dunque vestitevi subito," disse il notaio.
    "Mi  vesto," rispose Renzo;  e andava di fatti raccogliendo qua e l i
    panni sparsi sul letto,  come gli avanzi d'un naufragio  sul  lido.  E
    cominciando  a metterseli,  proseguiva tuttavia dicendo: "ma io non ci
    voglio andare dal capitano di giustizia. Non ho che far nulla con lui.
    Giacch mi si fa quest'affronto ingiustamente,  voglio esser  condotto
    da  Ferrer.   Quello  lo  conosco,   so  che    un  galantuomo;  m'ha
    dell'obbligazioni."
    "S, s, figliuolo, sarete condotto da Ferrer," rispose il notaio.  In
    altre  circostanze,  avrebbe riso,  proprio di gusto,  d'una richiesta
    simile; ma non era momento da ridere. Gi nel venire,  aveva visto per
    le  strade un certo movimento,  da non potersi ben definire se fossero
    rimasugli d'una sollevazione non del tutto sedata,  o  principi  d'una
    nuova: uno sbucar di persone,  un accozzarsi,  un andare a brigate, un
    far crocchi.  E ora,  senza farne sembiante o cercando almeno  di  non
    farlo, stava in orecchi, e gli pareva che il ronzo andasse crescendo.
    Desiderava  dunque  di spicciarsi;  ma avrebbe anche voluto condur via
    Renzo d'amore e d'accordo; giacch, se si fosse venuti a guerra aperta
    con lui,  non poteva  esser  certo,  quando  fossero  in  istrada,  di
    trovarsi  tre contr'uno.  Perci dava d'occhio a' birri,  che avessero
    pazienza, e non inasprissero il giovine; e dalla parte sua, cercava di
    persuaderlo con buone parole.  Il giovine intanto,  mentre si  vestiva
    adagino  adagino,   richiamandosi,   come  poteva,  alla  memoria  gli
    avvenimenti del giorno avanti, indovinava bene, a un di presso, che le
    gride e il nome e il cognome dovevano esser la causa di tutto; ma come
    diamine colui lo sapeva quel nome?  E  che  diamine  era  accaduto  in
    quella notte, perch la giustizia avesse preso tant'animo, da venire a
    colpo sicuro,  a metter le mani addosso a uno de' buoni figliuoli che,
    il giorno avanti,  avevan tanta voce in capitolo?  e che non  dovevano
    esser  tutti  addormentati,  poich  Renzo  s'accorgeva anche lui d'un
    ronzo crescente nella strada.  Guardando poi in viso  il  notaio,  vi
    scorgeva  in  pelle  in  pelle  la  titubazione che costui si sforzava
    invano di tener nascosta.  Onde,  cos per venire in chiaro delle  sue
    congetture,  e  scoprir paese,  come per tirare in lungo,  e anche per
    tentare un colpo,  disse: "vedo bene cos' l'origine di tutto  questo:
    gli   per amor del nome e del cognome.  Ier sera veramente ero un po'
    allegro: questi osti alle volte hanno certi  vini  traditori:  e  alle
    volte, come dico, quando il vino  gi,  lui che parla. Ma, se non si
    tratta d'altro,  or son pronto a darle ogni soddisfazione.  E poi, gi
    lei lo sa il mio nome. Chi diamine gliel ha detto?"
    "Bravo, figliuolo,  bravo!" rispose il notaio,  tutto manieroso: "vedo
    che avete giudizio;  e,  credete a me che son del mestiere,  voi siete
    pi furbo che tant'altri.  E' la miglior maniera  d'uscirne  presto  e
    bene: con codeste buone disposizioni, in due parole siete spicciato, e
    lasciato in libert.  Ma io,  vedete figliuolo, ho le mani legate, non
    posso rilasciarvi qui, come vorrei.  Via,  fate presto,  e venite pure
    senza timore; che quando vedranno chi siete; e poi io dir... Lasciate
    fare a me... Basta; sbrigatevi, figliuolo."
    "Ah!  lei  non  pu:  intendo," disse Renzo;  e continuava a vestirsi,
    rispingendo con de' cenni i cenni che i birri facevano di mettergli le
    mani addosso per farlo spicciare.
    "Passeremo dalla piazza del duomo?" domand poi al notaio.
    "Di dove volete;  per la pi corta,  affine di lasciarvi pi presto in
    libert,"  disse  quello,  rodendosi  dentro  di s,  di dover lasciar
    cadere in  terra  quella  domanda  misteriosa  di  Renzo,  che  poteva
    divenire   un   tema   di  cento  interrogazioni.   Quando  uno  nasce
    disgraziato!   -  pensava.   -  Ecco;  mi viene alle mani uno che,  si
    vede,  non  vorrebbe  altro  che  cantare;  e,  un  po' di respiro che
    s'avesse,  cos "extra formam",  accademicamente,  in via di  discorso
    amichevole,  gli  si  farebbe  confessar,  senza  corda,  quel che uno
    volesse;  un uomo da condurlo in prigione gi bell'e esaminato,  senza
    che  se  ne  fosse  accorto:  e  un  uomo  di questa sorte mi deve per
    l'appunto capitare in un momento cos angustiato. Eh!  non c' scampo,
    -    continuava a pensare,  tendendo gli orecchi,  e piegando la testa
    all'indietro:  -  non c' rimedio;  e  risica  d'essere  una  giornata
    peggio  di  ieri.    -    Ci  che  lo fece pensar cos,  fu un rumore
    straordinario che si sent nella strada: e non  pot  tenersi  di  non
    aprir l'impannata,  per dare un'occhiatina. Vide ch'era un crocchio di
    cittadini,  i quali all'intimazione di sbandarsi,  fatta loro  da  una
    pattuglia,   avevan  da  principio  risposto  con  cattive  parole,  e
    finalmente si separavan continuando a brontolare; e quel che al notaio
    parve un segno mortale,  i  soldati  eran  pieni  di  civilt.  Chiuse
    l'impannata, e stette un momento in forse, se dovesse condur l'impresa
    a  termine,  o  lasciar  Renzo in guardia de' due birri,  e correr dal
    capitano di giustizia, a render conto di ci che accadeva.  -  Ma,   -
    pens subito,   -  mi si dir che son un buon a nulla, un pusillanime,
    e che dovevo eseguir gli ordini.  Siamo  in  ballo;  bisogna  ballare.
    Malannaggia la furia! Maledetto il mestiere!  -
    Renzo  era levato;  i due satelliti gli stavano a' fianchi.  Il notaio
    accenn a costoro che non lo sforzasser troppo,  e disse  a  lui:  "da
    bravo, figliuolo; a noi, spicciatevi".
    Anche Renzo sentiva,  vedeva e pensava. Era ormai tutto vestito, salvo
    il farsetto,  che teneva con una  mano,  frugando  con  l'altra  nelle
    tasche.   "Ohe!"  disse,  guardando  il  notaio,  con  un  viso  molto
    significante: "qui c'era de' soldi e una lettera. Signor mio!"
    "Vi sar dato ogni cosa puntualmente," disse il notaio, "dopo adempite
    quelle poche formalit. Andiamo, andiamo."
    "No,  no,  no," disse Renzo,  tentennando il capo: "questa non mi  va:
    voglio  la  roba mia,  signor mio.  Render conto delle mie azioni: ma
    voglio la roba mia."
    "Voglio farvi vedere che mi fido di voi: tenete, e fate presto," disse
    il notaio, levandosi di seno, e consegnando,  con un sospiro,  a Renzo
    le cose sequestrate. Questo, riponendole al loro posto, mormorava tra'
    denti:  "alla  larga!  bazzicate  tanto  co' ladri,  che avete un poco
    imparato il mestiere." I birri non potevan pi stare alle mosse; ma il
    notaio li teneva a freno con gli occhi,  e diceva intanto tra s:    -
    se  tu arrivi a metter piede dentro quella soglia,  l'hai da pagar con
    usura, l'hai da pagare.  -
    Mentre Renzo si metteva il farsetto, e prendeva il cappello, il notaio
    fece cenno a un de' birri,  che s'avviasse per  la  scala;  gli  mand
    dietro il prigioniero,  poi l'altro amico;  poi si mosse anche lui. In
    cucina che furono, mentre Renzo dice: "e quest'oste benedetto dove s'
    cacciato?" il notaio fa un altro cenno a' birri;  i  quali  afferrano,
    l'uno  la  destra,  l'altro  la  sinistra del giovine,  e in fretta in
    fretta gli legano i polsi con certi ordigni, per quell'ipocrita figura
    d'eufemismo,  chiamati manichini.  Consistevano questi (ci dispiace di
    dover  discendere  a particolari indegni della gravit storica;  ma la
    chiarezza lo richiede),  consistevano in una cordicella lunga  un  po'
    pi  che  il giro d'un polso ordinario,  la quale aveva nelle cime due
    pezzetti  di  legno,  come  due  piccole  stanghette.   La  cordicella
    circondava il polso del paziente;  i legnetti,  passati tra il medio e
    l'anulare del prenditore, gli rimanevano chiusi in pugno, di modo che,
    girandoli, ristringeva la legatura, a volont;  e con ci aveva mezzo,
    non   solo  d'assicurare  la  presa,   ma  anche  di  martirizzare  un
    ricalcitrante: e a questo fine, la cordicella era sparsa di nodi.
    Renzo  si  divincola,   grida:  "che  tradimento     questo?   A   un
    galantuomo...!"  Ma il notaio.  che per ogni tristo fatto aveva le sue
    buone parole, "abbiate pazienza," diceva: "fanno il loro dovere.  Cosa
    volete? son tutte formalit; e anche noi non possiamo trattar la gente
    a  seconda  del  nostro  cuore.  Se  non si facesse quello che ci vien
    comandato,  staremmo  freschi  noi  altri,  peggio  di  voi.   Abbiate
    pazienza."
    Mentre  parlava,  i  due  a cui toccava a fare,  diedero una girata a'
    legnetti.  Renzo s'acquiet,  come un cavallo bizzarro che si sente il
    labbro stretto tra le morse, e esclam: "pazienza!"
    "Bravo  figliuolo!"  disse  il  notaio:  "questa    la  vera  maniera
    d'uscirne a bene. Cosa volete?   una seccatura;  lo vedo anch'io;  ma
    portandovi  bene,  in  un  momento ne siete fuori.  E giacch vedo che
    siete ben disposto,  e io mi sento inclinato a aiutarvi,  voglio darvi
    anche un altro parere,  per vostro bene. Credete a me, che son pratico
    di queste cose: andate via diritto diritto, senza guardare in qua e in
    l, senza farvi scorgere: cos nessuno bada a voi, nessuno s'avvede di
    quel che ,  e voi conservate il vostro onore.  Di qui  a  un'ora  voi
    siete in libert: c' tanto da fare,  che avranno fretta anche loro di
    sbrigarvi: e poi parler io...  Ve n'andate  per  i  fatti  vostri;  e
    nessuno  sapr  che  siete  stato  nelle  mani della giustizia.  E voi
    altri," continu  poi,  voltandosi  a'  birri,  con  un  viso  severo:
    "guardate  bene  di non fargli male,  perch lo proteggo io: il vostro
    dovere bisogna che lo facciate; ma ricordatevi che  un galantuomo, un
    giovine civile, il quale,  di qui a poco,  sar in libert;  e che gli
    deve  premere il suo onore.  Andate in maniera che nessuno s'avveda di
    nulla: come se foste tre galantuomini che vanno a spasso." E, con tono
    imperativo, e con sopracciglio minaccioso, concluse: "m'avete inteso."
    Voltandosi poi a Renzo, col sopracciglio spianato, e col viso divenuto
    a un tratto ridente,  che pareva volesse dire: oh  noi  s  che  siamo
    amici!,  gli  bisbigli  di nuovo: "giudizio;  fate a mio modo: andate
    raccolto e quieto;  fidatevi di chi  vi  vuol  bene:  andiamo".  E  la
    comitiva s'avvi.
    Per,  di  tante  belle  parole,  Renzo non ne credette una: n che il
    notaio volesse pi bene a lui che a' birri,  n che prendesse tanto  a
    cuore  la  sua  riputazione,  n che avesse intenzion d'aiutarlo: cap
    benissimo che il galantuomo,  temendo che si presentasse per la strada
    qualche buona occasione di scappargli dalle mani, metteva innanzi que'
    bei motivi,  per istornar lui dallo starci attento e da approfittarne.
    Dimodoch tutte quelle  esortazioni  non  servirono  ad  altro  che  a
    confermarlo  nel  disegno  che  gi  aveva  in testa,  di far tutto il
    contrario.
    Nessuno concluda da ci che il  notaio  fosse  un  furbo  inesperto  e
    novizio;  perch  s'ingannerebbe.  Era  un furbo matricolato,  dice il
    nostro storico, il quale pare che fosse nel numero de' suoi amici: ma,
    in quel momento, si trovava con l'animo agitato.  A sangue freddo,  vi
    so  dir io come si sarebbe fatto beffe di chi,  per indurre un altro a
    fare una  cosa  per  s  sospetta,  fosse  andato  suggerendogliela  e
    inculcandogliela caldamente,  con quella miserabile finta di dargli un
    parere disinteressato,  da amico.  Ma  una  tendenza  generale  degli
    uomini,  quando  sono agitati e angustiati,  e vedono ci che un altro
    potrebbe fare per levarli d'impiccio,  di chiederglielo con istanza  e
    ripetutamente  e  con ogni sorte di pretesti;  e i furbi,  quando sono
    angustiati e agitati,  cadono anche loro sotto  questa  legge  comune.
    Quindi    che,  in  simili  circostanze,  fanno  per  lo pi una cos
    meschina figura.  Que' ritrovati maestri,  quelle belle malizie con le
    quali  sono  avvezzi  a vincere,  che son diventate per loro quasi una
    seconda natura,  e che,  messe in opera a tempo,  e  condotte  con  la
    pacatezza d'animo, con la serenit di mente necessarie, fanno il colpo
    cos bene e cos nascostamente,  e conosciute anche, dopo la riuscita,
    riscotono l'applauso universale: i poverini quando sono alle  strette,
    le  adoprano  in  fretta,  all'impazzata,  senza  garbo n grazia.  Di
    maniera che a uno che li veda ingegnarsi e arrabattarsi a  quel  modo,
    fanno piet e movon le risa, e l'uomo che pretendono allora di mettere
    in mezzo,  quantunque meno accorto di loro,  scopre benissimo tutto il
    loro gioco,  e da quegli artifizi ricava lume per s,  contro di loro.
    Perci  non si pu mai abbastanza raccomandare a' furbi di professione
    di conservar sempre il loro sangue freddo,  o  d'esser  sempre  i  pi
    forti, che  la pi sicura.
    Renzo adunque, appena furono in istrada, cominci a girar gli occhi in
    qua  e  in l,  a sporgersi con la persona,  a destra e a sinistra,  a
    tender gli orecchi.  Non c'era per concorso straordinario;  e  bench
    sul viso di pi d'un passeggiero si potesse legger facilmente un certo
    non so che di sedizioso, pure ognuno andava diritto per la sua strada;
    e sedizione propriamente detta, non c'era.
    "Giudizio,  giudizio!"  gli  susurrava il notaio dietro le spalle: "il
    vostro  onore;   l'onore,   figliuolo."  Ma  quando   Renzo,   badando
    attentamente  a  tre che venivano con visi accesi,  sent che parlavan
    d'un forno,  di farina nascosta,  di giustizia,  cominci anche a  far
    loro  de'  cenni  col  viso,  e  a  tossire  in  quel  modo che indica
    tutt'altro che un raffreddore.  Quelli guardarono pi attentamente  la
    comitiva,  e si fermarono; con loro si fermarono altri che arrivavano;
    altri, che gli eran passati davanti, voltatisi al bisbiglo, tornavano
    indietro, e facevan coda.
    "Badate a voi;  giudizio,  figliuolo;  peggio  per  voi,  vedete;  non
    guastate  i  fatti  vostri;  l'onore,  la  riputazione,"  continuava a
    susurrare il notaio.  Renzo  faceva  peggio.  I  birri,  dopo  essersi
    consultati  con  l'occhio,  pensando  di far bene (ognuno  soggetto a
    sbagliare), gli diedero una stretta di manichini.
    "Ahi!  ahi!  ahi!" grida il tormentato: al grido,  la gente  s'affolla
    intorno;  n'accorre  da  ogni parte della strada: la comitiva si trova
    incagliata. "E' un malvivente," bisbigliava il notaio a quelli che gli
    erano a ridosso: " un ladro colto  sul  fatto.  Si  ritirino,  lascin
    passar  la giustizia." Ma Renzo,  visto il bel momento,  visti i birri
    diventar bianchi, o almeno pallidi,  -  se non m'aiuto ora, pens, mio
    danno.   -  E subito alz la voce: "figliuoli!  mi menano in prigione,
    perch  ieri  ho  gridato: pane e giustizia.  Non ho fatto nulla;  son
    galantuomo: aiutatemi, non m'abbandonate, figliuoli!"
    Un mormoro favorevole,  voci pi chiare  di  protezione  s'alzano  in
    risposta: i birri sul principio comandano, poi chiedono, poi pregano i
    pi  vicini  d'andarsene,  e  di far largo: la folla in vece incalza e
    pigia sempre pi.  Quelli,  vista la mala  parata,  lascian  andare  i
    manichini, e non si curan pi d'altro che di perdersi nella folla, per
    uscirne  inosservati.  Il  notaio  desiderava  ardentemente  di far lo
    stesso; ma c'era de' guai,  per amor della cappa nera.  Il pover'uomo,
    pallido  e  sbigottito,  cercava  di  farsi piccino piccino,  s'andava
    storcendo,  per isgusciar fuor della folla;  ma non poteva  alzar  gli
    occhi,  che non se ne vedesse venti addosso. Studiava tutte le maniere
    di comparire un estraneo che, passando di l a caso,  si fosse trovato
    stretto   nella   calca,   come   una   pagliucola  nel  ghiaccio;   e
    riscontrandosi a viso a viso con uno che lo  guardava  fisso,  con  un
    cipiglio peggio degli altri, lui, composta la bocca al sorriso, con un
    suo fare sciocco, gli domand: "cos' stato?"
    "Uh   corvaccio!"  rispose  colui.   "Corvaccio!   corvaccio!"  rison
    all'intorno.  Alle grida s'aggiunsero gli urtoni;  di maniera che,  in
    poco  tempo,  parte con le gambe proprie,  parte con le gomita altrui,
    ottenne ci che pi gli premeva in quel momento, d'esser fuori di quel
    serra serra.
















    CAPITOLO 16.

    Renzo esce da porta Orientale  con  l'intenzione  di  dirigersi  verso
    Bergamo.    -  Gli vien detto ch' fuor di strada e si mette sulla via
    giusta.   -  Si ferma in una casetta solitaria e domanda di  nuovo  la
    strada.  -  Giunge a Gorgonzola ed entra in un'osteria.  -  "Maledetti
    gli  osti!".   -  Renzo sente anche qualcosa sul suo conto dalla bocca
    d'un mercante di Milano.  -  Renzo continua la sua strada.

    "Scappa, scappa,  galantuomo: l c' un convento,  ecco l una chiesa;
    di  qui,  di  l,"  si  grida  a  Renzo da ogni parte.  In quanto allo
    scappare, pensate se aveva bisogno di consigli.  Fin dal primo momento
    che  gli  era  balenato in mente una speranza d'uscir da quell'unghie,
    aveva cominciato a fare i suoi  conti,  e  stabilito,  se  questo  gli
    riusciva,  d'andare senza fermarsi,  fin che non fosse fuori, non solo
    della citt, ma del ducato.  -  Perch,  -  aveva pensato,   -  il mio
    nome l'hanno su' loro libracci,  in qualunque maniera l'abbiano avuto;
    e col nome e cognome, mi vengono a prendere quando vogliono.   -  E in
    quanto a un asilo,  non vi si sarebbe cacciato che quando avesse avuto
    i birri alle spalle.  -  Perch, se posso esser uccel di bosco,  aveva
    anche pensato,  -  non voglio diventare uccel di gabbia.  Aveva dunque
    disegnato  per  suo  rifugio  quel  paese  nel  territorio di Bergamo,
    dov'era accasato quel suo cugino Bortolo, se ve ne rammentate, che pi
    volte l'aveva invitato a andar l.  Ma trovar la strada,  l stava  il
    male.  Lasciato  in  una  parte  sconosciuta  d'una  citt si pu dire
    sconosciuta,  Renzo non sapeva neppure  da  che  porta  s'uscisse  per
    andare a Bergamo; e quando l'avesse saputo, non sapeva poi andare alla
    porta.  Fu  l l per farsi insegnar la strada da qualcheduno de' suoi
    liberatori; ma siccome nel poco tempo che aveva avuto per meditare su'
    casi suoi,  gli eran passate per la mente certe idee su quello spadaio
    cos obbligante,  padre di quattro figliuoli,  cos, a buon conto, non
    volle manifestare i suoi disegni a una gran brigata, dove ce ne poteva
    essere qualche altro di quel conio; e risolvette subito d'allontanarsi
    in fretta di l: che la strada se la farebbe poi insegnare,  in  luogo
    dove  nessuno  sapesse chi era,  n il perch la domandasse.  Disse a'
    suoi  liberatori:  "grazie  tante,  figliuoli:  siate  benedetti,"  e,
    uscendo  per  il  largo  che  gli  fu  fatto immediatamente,  prese la
    rincorsa, e via; dentro per un vicolo, gi per una stradetta,  galopp
    un  pezzo,  senza  saper dove.  Quando gli parve d'essersi allontanato
    abbastanza,  rallent il passo,  per non dar sospetto;  e  cominci  a
    guardare  in  qua  e in l,  per isceglier la persona a cui far la sua
    domanda,  una faccia che ispirasse  confidenza.  Ma  anche  qui  c'era
    dell'imbroglio.  La domanda per s era sospetta; il tempo stringeva; i
    birri,  appena liberati da quel piccolo intoppo,  dovevan senza dubbio
    essersi rimessi in traccia del loro fuggitivo;  la voce di quella fuga
    poteva essere arrivata fin l;  e in tali strette,  Renzo dovette fare
    forse  dieci  giudizi  fisionomici,  prima di trovar la figura che gli
    paresse a proposito.  Quel grassotto,  che stava  ritto  sulla  soglia
    della  sua  bottega,  a  gambe larghe,  con le mani di dietro,  con la
    pancia in fuori,  col mento  in  aria,  dal  quale  pendeva  una  gran
    pappagorgia, e che, non avendo altro che fare, andava alternativamente
    sollevando   sulla  punta  de'  piedi  la  sua  massa  tremolante,   e
    lasciandola ricadere sui calcagni,  aveva un viso di cicalone curioso,
    che,   in   vece   di   dar   delle  risposte,   avrebbe  fatto  delle
    interrogazioni. Quell'altro che veniva innanzi, con gli occhi fissi, e
    col labbro in fuori,  non che insegnar presto e bene la  strada  a  un
    altro,  appena pareva conoscer la sua. Quel ragazzotto, che, a dire il
    vero, mostrava d'esser molto sveglio, mostrava per d'essere anche pi
    malizioso;  e probabilmente avrebbe avuto un gusto matto a far  andare
    un  povero  contadino  dalla  parte  opposta  a quella che desiderava.
    Tant' vero che all'uomo  impicciato,  quasi  ogni  cosa    un  nuovo
    impiccio! Visto finalmente uno che veniva in fretta, pens che questo,
    avendo  probabilmente  qualche  affare  pressante,  gli  risponderebbe
    subito, senz'altre chiacchiere; e sentendolo parlar da s, giudic che
    dovesse essere un uomo sincero.  Gli s'accost,  e disse: "di  grazia,
    quel signore, da che parte si va per andare a Bergamo?"
    "Per andare a Bergamo? Da porta orientale."
    "Grazie tante; e per andare a porta orientale?"
    "Prendete  questa  strada  a  mancina;  vi  troverete sulla piazza del
    duomo; poi..."
    "Basta, signore;  il resto lo so.  Dio gliene renda merito." E diviato
    s'incammin dalla parte che gli era stata indicata. L'altro gli guard
    dietro  un momento,  e,  accozzando nel suo pensiero quella maniera di
    camminare con la domanda,  disse tra s:  -    o  n'ha  fatta  una,  o
    qualcheduno la vuol fare a lui.  -
    Renzo arriva sulla piazza del duomo;  l'attraversa, passa accanto a un
    mucchio di cenere e di carboni spenti, e riconosce gli avanzi del fal
    di cui era stato spettatore il giorno avanti;  costeggia  gli  scalini
    del duomo, rivede il forno delle grucce, mezzo smantellato, e guardato
    da soldati; e tira diritto per la strada da cui era venuto insieme con
    la folla;  arriva al convento de' cappuccini;  d un'occhiata a quella
    piazza e alla porta della chiesa,  e  dice  tra  s,  sospirando:    -
    m'aveva  per  dato  un  buon parere quel frate di ieri: che stessi in
    chiesa a aspettare, e a fare un po' di bene.  -
    Qui,  essendosi fermato un momento a guardare attentamente alla  porta
    per cui doveva passare,  e vedendovi,  cos da lontano,  molta gente a
    guardia,  e avendo la fantasia un po' riscaldata (bisogna  compatirlo;
    aveva  i  suoi motivi),  prov una certa ripugnanza ad affrontare quel
    passo.  Si trovava cos a mano un luogo d'asilo,  e dove,  con  quella
    lettera,  sarebbe ben raccomandato;  fu tentato fortemente d'entrarvi.
    Ma, subito ripreso animo,  pens:  -  uccel di bosco,  fin che si pu.
    Chi mi conosce?  Di ragione,  i birri non si saran fatti in pezzi, per
    andarmi ad aspettare a tutte le porte.  -  Si volt, per vedere se mai
    venissero da quella parte: non vide n quelli,  n altri che paressero
    occuparsi  di lui.  Va innanzi;  rallenta quelle gambe benedette,  che
    volevan sempre correre, mentre conveniva soltanto camminare;  e adagio
    adagio, fischiando in semitono, arriva alla porta.
    C'era,  proprio sul passo,  un mucchio di gabellini,  e, per rinforzo,
    anche de' micheletti spagnoli;  ma stavan tutti attenti  verso  il  di
    fuori,  per  non  lasciare  entrar  di quelli che,  alla notizia d'una
    sommossa,  v'accorrono,  come i corvi  al  campo  dove    stata  data
    battaglia;  di  maniera che Renzo,  con un'aria indifferente,  con gli
    occhi bassi,  e con un andare cos tra il viandante e uno che  vada  a
    spasso,  usc,  senza  che  nessuno gli dicesse nulla;  ma il cuore di
    dentro faceva un gran battere.  Vedendo a diritta una viottola,  entr
    in quella,  per evitare la strada maestra; e cammin un pezzo prima di
    voltarsi neppure indietro.
    Cammina, cammina;  trova cascine,  trova villaggi,  tira innanzi senza
    domandarne  il nome;   certo d'allontanarsi da Milano,  spera d'andar
    verso Bergamo;  questo gli basta  per  ora.  Ogni  tanto,  si  voltava
    indietro; ogni tanto, andava anche guardando e strofinando or l'uno or
    l'altro  polso,  ancora  un  po' indolenziti,  e segnati in giro d'una
    striscia rosseggiante,  vestigio della  cordicella.  I  suoi  pensieri
    erano,  come  ognuno  pu immaginarsi,  un guazzabuglio di pentimenti,
    d'inquietudini,  di rabbie,  di tenerezze;  era uno studio faticoso di
    raccapezzare le cose dette e fatte la sera avanti, di scoprir la parte
    segreta  della  sua dolorosa storia,  e sopra tutto come avevan potuto
    risapere il suo nome.  I  suoi  sospetti  cadevan  naturalmente  sullo
    spadaio,   al  quale  si  rammentava  bene  d'averlo  spiattellato.  E
    ripensando alla maniera con cui gliel aveva cavato di bocca, e a tutto
    il fare di colui,  e a tutte quell'esibizioni che riuscivan  sempre  a
    voler saper qualcosa,  il sospetto diveniva quasi certezza. Se non che
    si rammentava poi anche,  in confuso,  d'aver,  dopo la partenza dello
    spadaio,  continuato a cicalare;  con chi, indovinala grillo; di cosa,
    la memoria,  per quanto venisse esaminata,  non lo  sapeva  dire:  non
    sapeva dir altro che d'essersi in quel tempo trovata fuor di casa.  Il
    poverino si smarriva in quella  ricerca:  era  come  un  uomo  che  ha
    sottoscritti molti fogli bianchi,  e gli ha affidati a uno che credeva
    il fior de' galantuomini;  e scoprendolo poi un imbroglione,  vorrebbe
    conoscere lo stato de' suoi affari: che conoscere?  un caos. Un altro
    studio  penoso  era  quello  di  far  sull'avvenire un disegno che gli
    potesse piacere: quelli che non erano in aria, eran tutti malinconici.
    Ma ben presto,  lo studio pi penoso fu quello di  trovar  la  strada.
    Dopo aver camminato un pezzo,  si pu dire,  alla ventura, vide che da
    s non ne poteva uscire.  Provava bens una certa ripugnanza a  metter
    fuori quella parola Bergamo, come se avesse un non so che di sospetto,
    di  sfacciato;  ma  non  si  poteva far di meno.  Risolvette dunque di
    rivolgersi,  come aveva fatto in Milano,  al primo  viandante  la  cui
    fisionomia gli andasse a genio; e cos fece.
    "Siete  fuor  di  strada," gli rispose questo;  e.  pensatoci un poco,
    parte con parole, parte co' cenni,  gl'indic il giro che doveva fare,
    per rimettersi sulla strada maestra. Renzo lo ringrazi, fece le viste
    di far come gli era stato detto,  prese in fatti da quella parte,  con
    intenzione per d'avvicinarsi bens a quella benedetta strada maestra,
    di non perderla di vista, di costeggiarla pi che fosse possibile;  ma
    senza  mettervi piede.  Il disegno era pi facile da concepirsi che da
    eseguirsi.  La conclusione fu che,  andando cos da destra a sinistra,
    e,  come si dice, a zig zag, parte seguendo l'altre indicazioni che si
    faceva coraggio a pescar qua e l,  parte correggendole secondo i suoi
    lumi,  e  adattandole  al suo intento,  parte lasciandosi guidar dalle
    strade in cui si trovava incamminato,  il nostro fuggitivo aveva fatte
    forse dodici miglia,  che non era distante da Milano pi di sei;  e in
    quanto a Bergamo,  era molto se non se n'era allontanato.  Cominci  a
    persuadersi che,  anche in quella maniera,  non se n'usciva a bene;  e
    pens a trovar qualche altro ripiego.  Quello che gli venne in  mente,
    fu di scovar,  con qualche astuzia, il nome di qualche paese vicino al
    confine,  e al  quale  si  potesse  andare  per  istrade  comunali:  e
    domandando di quello, si farebbe insegnar la strada, senza seminar qua
    e  l quella domanda di Bergamo,  che gli pareva puzzar tanto di fuga,
    di sfratto, di criminale.
    Mentre cerca la maniera di pescar  tutte  quelle  notizie,  senza  dar
    sospetto,  vede  pendere  una frasca da una casuccia solitaria,  fuori
    d'un paesello. Da qualche tempo,  sentiva anche crescere il bisogno di
    ristorar  le  sue  forze;  pens che l sarebbe il luogo di fare i due
    servizi in una volta; entr.  Non c'era che una vecchia,  con la rocca
    al fianco,  e col fuso in mano.  Chiese un boccone;  gli fu offerto un
    po' di stracchino e del vin buono; accett lo stracchino,  del vino la
    ringrazi  (gli  era venuto in odio,  per quello scherzo che gli aveva
    fatto la sera avanti);  e si mise a  sedere,  pregando  la  donna  che
    facesse presto.  Questa, in un momento, ebbe messo in tavola; e subito
    dopo cominci a tempestare il suo ospite di domande, e sul suo essere,
    e sui gran fatti di Milano: ch la voce n'era arrivata fin l.  Renzo,
    non solo seppe schermirsi dalle domande,  con molta disinvoltura;  ma,
    approfittandosi della difficolt medesima, fece servire al suo intento
    la curiosit della vecchia, che gli domandava dove fosse incamminato.
    "Devo andare in molti luoghi," rispose: "e,  se trovo un  ritaglio  di
    tempo.  vorrei  anche  passare  un  momento  da quel paese,  piuttosto
    grosso, sulla strada di Bergamo,  vicino al confine,  per nello stato
    di  Milano...  Come  si  chiama?"  -  Qualcheduno ce ne sar,  pensava
    intanto tra s.
    "Gorgonzola, volete dire," rispose la vecchia.
    "Gorgonzola!" ripet Renzo,  quasi per mettersi  meglio  in  mente  la
    parola. "E' molto lontano di qui?" riprese poi.
    "Non lo so precisamente: saranno dieci,  saranno dodici miglia.  Se ci
    fosse qualcheduno de' miei figliuoli, ve lo saprebbe dire."
    "E credete che ci si possa andare per  queste  belle  viottole,  senza
    prender la strada maestra?  dove c' una polvere,  una polvere!  Tanto
    tempo che non piove!"
    "A me mi par di s: potete domandare nel  primo  paese  che  troverete
    andando a diritta." E glielo nomin.
    "Va  bene;"  disse Renzo;  s'alz,  prese un pezzo di pane che gli era
    avanzato della magra colazione,  un pane ben  diverso  da  quello  che
    aveva  trovato,  il  giorno avanti,  appi della croce di san Dionigi;
    pag il conto, usc, e prese a diritta.  E,  per non ve l'allungar pi
    del bisogno,  col nome di Gorgonzola in bocca,  di paese in paese,  ci
    arriv, un'ora circa prima di sera.
    Gi cammin facendo, aveva disegnato di far l un'altra fermatina,  per
    fare  un pasto un po' pi sostanzioso.  Il corpo avrebbe anche gradito
    un po' di letto;  ma prima che contentarlo in questo,  Renzo l'avrebbe
    lasciato   cader   rifinito   sulla  strada.   Il  suo  proposito  era
    d'informarsi  all'osteria,   della  distanza   dell'Adda,   di   cavar
    destramente  notizia  di  qualche  traversa  che  mettesse  l,  e  di
    rincamminarsi da quella parte, subito dopo essersi rinfrescato. Nato e
    cresciuto alla seconda sorgente,  per dir cos,  di quel fiume,  aveva
    sentito dir pi volte,  che,  a un certo punto, e per un certo tratto,
    esso faceva confine tra lo stato milanese e il veneto: del punto e del
    tratto non aveva un'idea precisa; ma, allora come allora,  l'affar pi
    urgente  era  di passarlo,  dovunque si fosse.  Se non gli riusciva in
    quel giorno,  era risoluto di camminare fin che l'ora e la lena glielo
    permettessero:  e d'aspettar poi l'alba,  in un campo,  in un deserto;
    dove piacesse a Dio; pur che non fosse un'osteria.
    Fatti alcuni passi in Gorgonzola, vide un'insegna, entr;  e all'oste,
    che gli venne incontro,  chiese un boccone, e una mezzetta di vino: le
    miglia di pi,  e il tempo gli avevan fatto  passare  quell'odio  cos
    estremo  e  fanatico.  "Vi prego di far presto," soggiunse: "perch ho
    bisogno di rimettermi subito in istrada." E questo lo disse,  non solo
    perch  era  vero,  ma  anche per paura che l'oste,  immaginandosi che
    volesse dormir l,  non gli uscisse fuori a domandar del  nome  e  del
    cognome, e donde veniva, e per che negozio... Alla larga!
    L'oste rispose a Renzo, che sarebbe servito; e questo si mise a sedere
    in fondo della tavola, vicino all'uscio: il posto de' vergognosi.
    C'erano in quella stanza alcuni sfaccendati del paese,  i quali,  dopo
    aver discusse e commentate  le  gran  notizie  di  Milano  del  giorno
    avanti,  si  struggevano  di sapere un poco come fosse andata anche in
    quel giorno: tanto pi che quelle prime eran pi atte a  stuzzicar  la
    curiosit,  che  a  soddisfarla:  una  sollevazione,  n soggiogata n
    vittoriosa, sospesa pi che terminata dalla notte; una cosa tronca, la
    fine d'un atto piuttosto che d'un dramma. Un di coloro si stacc dalla
    brigata, s'accost al soprarrivato, e gli domand se veniva da Milano.
    "Io?" disse Renzo sorpreso, per prender tempo a rispondere.
    "Voi, se la domanda  lecita."
    Renzo, tentennando il capo,  stringendo le labbra,  e facendone uscire
    un suono inarticolato,  disse: "Milano, da quel che ho sentito dire...
    non dev'essere un luogo da andarci in questi momenti, meno che per una
    gran necessit."
    "Continua dunque anche oggi il fracasso?" domand, con pi istanza, il
    curioso.
    "Bisognerebbe esser l, per saperlo," disse Renzo.
    "Ma voi, non venite da Milano?"
    "Vengo da Liscate,"  rispose  lesto  il  giovine,  che  intanto  aveva
    pensata  la  sua  risposta.  Ne  veniva in fatti,  a rigor di termini,
    perch c'era passato; e il nome l'aveva saputo, a un certo punto della
    strada,  da un viandante che gli aveva indicato  quel  paese  come  il
    primo che doveva attraversare, per arrivare a Gorgonzola.
    "Oh!"  disse l'amico;  come se volesse dire: faresti meglio a venir da
    Milano, ma pazienza.  "E a Liscate," soggiunse,  "non si sapeva niente
    di Milano?"
    "Potrebb'essere  benissimo  che  qualcheduno l sapesse qualche cosa,"
    rispose il montanaro: "ma io non ho sentito dir nulla."
    E queste parole le profer in quella maniera particolare che  par  che
    voglia dire: ho finito. Il curioso ritorn al suo posto; e, un momento
    dopo, l'oste venne a mettere in tavola.
    "Quanto c' di qui all'Adda?" gli disse Renzo,  mezzo tra' denti,  con
    un fare da addormentato, che gli abbiam visto qualche altra volta.
    "All'Adda, per passare?" disse l'oste.
    "Cio... s... all'Adda."
    "Volete passare dal ponte di Cassano, o sulla chiatta di Canonica?"
    "Dove si sia... Domando cos per curiosit."
    "Eh,  volevo  dire,  perch  quelli  sono  i  luoghi  dove  passano  i
    galantuomini, la gente che pu dar conto di s."
    "Va bene: e quanto c'?"
    "Fate  conto che,  tanto a un luogo,  come all'altro,  poco pi,  poco
    meno, ci sar sei miglia."
    "Sei miglia!  non credevo tanto," disse Renzo.  "E gi," riprese  poi,
    con un'aria d'indifferenza, portata fino all'affettazione: "e gi, chi
    avesse bisogno di prendere una scorciatoia, ci saranno altri luoghi da
    poter passare?"
    "Ce  n' sicuro," rispose l'oste,  ficcandogli in viso due occhi pieni
    d'una curiosit maliziosa.  Bast questo per far morir tra'  denti  al
    giovine  l'altre  domande  che  aveva  preparate.  Si  tir davanti il
    piatto;  e guardando la mezzetta che l'oste aveva posata,  insieme con
    quello, sulla tavola, disse: "il vino  sincero?"
    "Come  l'oro,"  disse  l'oste:  "domandatene pure a tutta la gente del
    paese e del contorno,  che se n'intende: e poi,  lo sentirete." E cos
    dicendo, torn verso la brigata.
    -  Maledetti  gli osti!   -  esclam Renzo tra s:  -  pi ne conosco,
    peggio  li  trovo.     -    Non  ostante,   si  mise  a  mangiare  con
    grand'appetito,  stando,  nello  stesso tempo,  in orecchi,  senza che
    paresse suo fatto,  per veder di scoprir paese,  di rilevare  come  si
    pensasse  col  sul  grand'avvenimento  nel quale egli aveva avuta una
    piccola parte, e d'osservare specialmente se,  tra que' parlatori,  ci
    fosse qualche galantuomo, a cui un povero figliuolo potesse fidarsi di
    domandar la strada, senza timore d'esser messo alle strette, e forzato
    a ciarlare de' fatti suoi.
    "Ma!"  diceva  uno:  "questa  volta  par proprio che i milanesi abbian
    voluto far davvero. Basta; domani al pi tardi, si sapr qualcosa."
    "Mi pento di non esser andato a Milano stamattina," diceva un altro.
    "Se vai domani, vengo anch'io," disse un terzo;  poi un altro,  poi un
    altro.
    "Quel  che  vorrei  sapere,"  riprese il primo,  " se que' signori di
    Milano penseranno anche alla povera gente di campagna,  o  se  faranno
    far la legge buona solamente per loro.  Sapete come sono eh? Cittadini
    superbi, tutto per loro: gli altri, come se non ci fossero."
    "La bocca l'abbiamo anche noi, sia per mangiare, sia per dir la nostra
    ragione," disse un altro,  con voce tanto pi modesta,  quanto pi  la
    proposizione  era  avanzata:  "e quando la cosa sia incamminata..." Ma
    credette meglio di non finir la frase.
    "Del grano nascosto,  non ce n' solamente in Milano,"  cominciava  un
    altro,  con  un'aria  cupa e maliziosa;  quando sentono avvicinarsi un
    cavallo.  Corron tutti all'uscio: e,  riconosciuto colui che arrivava,
    gli vanno incontro.  Era un mercante di Milano, che, andando pi volte
    l'anno a Bergamo, per i suoi traffichi,  era solito passar la notte in
    quell'osteria;  e siccome ci trovava quasi sempre la stessa compagnia,
    li conosceva tutti. Gli s'affollano intorno; uno prende la briglia, un
    altro la staffa. "Ben arrivato, ben arrivato!"
    "Ben trovati."
    "Avete fatto buon viaggio?"
    "Buonissimo; e voi altri, come state?"
    "Bene, bene. Che nuove ci portate di Milano?"
    "Ah!  ecco quelli delle  novit,"  disse  il  mercante,  smontando,  e
    lasciando il cavallo in mano d'un garzone.  "E poi,  e poi," continu,
    entrando con la compagnia,  "a quest'ora le saprete  forse  meglio  di
    me."
    "Non sappiamo nulla,  davvero," disse pi d'uno, mettendosi la mano al
    petto.
    "Possibile?" disse il mercante. "Dunque ne sentirete delle belle...  o
    delle brutte.  Ehi,  oste,  il mio letto solito  in libert? Bene: un
    bicchier di vino,  e il mio  solito  boccone,  subito;  perch  voglio
    andare  a  letto  presto,  per  partir presto domattina,  e arrivare a
    Bergamo per l'ora del desinare.  E voi altri," continu,  mettendosi a
    sedere,  dalla  parte  opposta  a  quella  dove  stava Renzo,  zitto e
    attento, "voi altri non sapete di tutte quelle diavolerie di ieri?"
    "Di ieri s."
    "Vedete dunque," riprese il mercante,  "se le  sapete  le  novit.  Lo
    dicevo io che,  stando qui sempre di guardia,  per frugar,  quelli che
    passano..."
    "Ma oggi, com' andata oggi?"
    "Ah oggi. Non sapete niente d'oggi?"
    "Niente affatto: non  passato nessuno."
    "Dunque lasciatemi bagnar le labbra;  e poi vi dir  le  cose  d'oggi.
    Sentirete." Emp il bicchiere, lo prese con una mano, poi con le prime
    due dita dell'altra sollev i baffi,  poi si lisci la barba, bevette,
    e riprese: "oggi,  amici cari,  ci  manc  poco,  che  non  fosse  una
    giornata brusca come ieri,  o peggio.  E non mi par quasi vero d'esser
    qui a chiacchierar con voi altri; perch avevo gi messo da parte ogni
    pensiero di viaggio, per restare a guardar la mia povera bottega."
    "Che diavolo c'era?" disse uno degli ascoltanti.
    "Proprio il diavolo: sentirete." E trinciando la pietanza che gli  era
    stata  messa  davanti,  e poi mangiando,  continu il suo racconto.  I
    compagni. ritti di qua e di l della tavola, lo stavano a sentire, con
    la bocca aperta;  Renzo,  al suo posto,  senza che paresse suo  fatto,
    stava attento, forse pi di tutti, masticando adagio adagio gli ultimi
    suoi bocconi.
    "Stamattina  dunque  que'  birboni che ieri avevano fatto quel chiasso
    orrendo,  si trovarono a' posti convenuti (gi c'era  un'intelligenza:
    tutte  cose  preparate);  si riunirono,  e ricominciarono quella bella
    storia di girare di strada in strada,  gridando per tirar altra gente.
    Sapete che  come quando si spazza,  con riverenza parlando,  la casa;
    il mucchio del sudiciume ingrossa quanto pi va avanti.  Quando  parve
    loro  d'esser  gente abbastanza,  s'avviarono verso la casa del signor
    vicario di provvisione;  come se non bastassero le  tirannie  che  gli
    hanno fatte ieri: a un signore di quella sorte!  oh che birboni!  E la
    roba che dicevan contro di lui!  Tutte invenzioni: un signor  dabbene,
    puntuale;  e  io lo posso dire,  che son tutto di casa,  e lo servo di
    panno per le livree della servit.  S'incamminaron dunque verso quella
    casa:  bisognava  veder  che  canaglia,  che facce: figuratevi che son
    passati davanti alla mia bottega: facce che...  i  giudei  della  "Via
    Crucis" non ci son per nulla.  E le cose che uscivan da quelle bocche!
    da turarsene gli orecchi,  se non fosse stato che non tornava conto di
    farsi  scorgere.  Andavan  dunque  con  la buona intenzione di dare il
    sacco; ma..." E qui, alzata in aria, e stesa la mano sinistra, si mise
    la punta del pollice alla punta del naso.
    "Ma?" dissero forte tutti gli ascoltatori.
    "Ma," continu il mercante, "trovaron la strada chiusa con travi e con
    carri,  e,  dietro quella barricata,  una bella fila di micheletti con
    gli  archibusi  spianati,  per  riceverli  come si meritavano.  Quando
    videro questo bell'apparato... Cosa avreste fatto voi altri?"
    "Tornare indietro."
    "Sicuro; e cos fecero. Ma vedete un poco se non era il demonio che li
    portava.  Son l sul Cordusio,  vedon l quel forno che,  fin da ieri,
    avevan  voluto  saccheggiare;  e cosa si faceva in quella bottega?  si
    distribuiva il pane agli avventori;  c'era de' cavalieri,  e  fior  di
    cavalieri,  a invigilare che tutto andasse bene; e costoro (avevano il
    diavolo addosso vi dico, e poi c'era chi gli aizzava), costoro, dentro
    come disperati; piglia tu,  che piglio anch'io: in un batter d'occhio,
    cavalieri,  fornai,  avventoli,  pani,  banco,  panche,  madie, casse,
    sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sottosopra."
    "E i micheletti?"
    "I micheletti avevan la casa del  vicario  da  guardare:  non  si  pu
    cantare,  e portar la croce. Fu in un batter d'occhio, vi dico: piglia
    piglia; tutto ci che c'era buono a qualcosa, fu preso. E poi torna in
    campo quel bel ritrovato di ieri, di portare il resto sulla piazza,  e
    di farne una fiammata.  E gi cominciavano, i manigoldi, a tirar fuori
    roba; quando uno pi manigoldo degli altri,  indovinate un po' con che
    bella proposta venne fuori."
    "Con che cosa?"
    "Di fare un mucchio di tutto nella bottega,  e di dar fuoco al mucchio
    e alla casa insieme. Detto fatto..."
    "Ci han dato fuoco?"
    "Aspettate.  Un galantuomo del vicinato ebbe un'ispirazione dal cielo.
    Corse  su  nelle stanze,  cerc d'un Crocifisso,  lo trov,  l'attacc
    all'archetto d'una finestra,  prese da capo  d'un  letto  due  candele
    benedette,  le accese,  e le mise sul davanzale, a destra e a sinistra
    del Crocifisso.  La gente guarda in su.  In un Milano,  bisogna dirla,
    c'  ancora  del  timor di Dio;  tutti tornarono in s.  La pi parte,
    voglio dire; c'era bens de' diavoli che,  per rubare,  avrebbero dato
    fuoco  anche  al  paradiso;  ma  visto  che  la gente non era del loro
    parere,  dovettero smettere,  e star cheti.  Indovinate ora chi arriv
    all'improvviso.  Tutti i monsignori del duomo, in processione, a croce
    alzata, in abito corale;  e monsignor Mazenta,  arciprete,  cominci a
    predicare  da  una  parte,   e  monsignor  Settala,  penitenziere,  da
    un'altra,  e gli altri anche loro: ma,  brava gente!  ma  cosa  volete
    fare? ma  questo l'esempio che date a' vostri figliuoli? ma tornate a
    casa;  ma  non sapete che il pane  a buon mercato,  pi di prima?  ma
    andate a vedere, che c' l'avviso sulle cantonate."
    "Era vero?"
    "Diavolo! Volete che i monsignori del duomo venissero in cappa magna a
    dir delle fandonie?"
    "E la gente cosa fece?"
    "A poco a poco se n'andarono;  corsero alle cantonate;  e,  chi sapeva
    leggere,  la  c'era  proprio  la  meta.  Indovinate  un  poco: un pane
    d'ott'once per un soldo."
    "Che bazza!"
    "La vigna  bella; pur che la duri. Sapete quanta farina hanno mandata
    a male, tra ieri e stamattina? Da mantenerne il ducato per due mesi."
    "E per fuori di Milano, non s' fatta nessuna legge buona?"
    "Quel che s' fatto per Milano,   tutto a spese della citt.  Non  so
    che  vi dire: per voi altri sar quel che Dio vorr.  A buon conto,  i
    fracassi son finiti. Non v'ho detto tutto; ora viene il buono."
    "Cosa c' ancora?"
    "C' che,  ier sera o stamattina che sia,  ne  sono  stati  agguantati
    molti;  e  subito  s'  saputo  che  i capi saranno impiccati.  Appena
    cominci a spargersi questa voce,  ognuno andava a  casa  per  la  pi
    corta,  per  non arrischiare d'esser nel numero.  Milano,  quand'io ne
    sono uscito, pareva un convento di frati."
    "Gl'impiccheranno poi davvero?"
    "Eccome! e presto," rispose il mercante.
    "E la gente cosa far?" domand ancora colui che aveva  fatta  l'altra
    domanda.
    "La gente?  ander a vedere," disse il mercante.  "Avevan tanta voglia
    di veder morire un cristiano all'aria aperta,  che volevano,  birboni!
    far  la festa al signor vicario di provvisione.  In vece sua,  avranno
    quattro tristi,  serviti con  tutte  le  formalit,  accompagnati  da'
    cappuccini,  e  da' confratelli della buona morte;  e gente che se l'
    meritato.  E'  una  provvidenza,  vedete;  era  una  cosa  necessaria.
    Cominciavan  gi  a  prender  il  vizio d'entrar nelle botteghe,  e di
    servirsi, senza metter mano alla borsa; se li lasciavan fare,  dopo il
    pane  sarebbero venuti al vino,  e cos di mano in mano...  Pensate se
    coloro volevano smettere,  di loro spontanea volont,  una usanza cos
    comoda.  E vi so dir io che,  per un galantuomo che ha bottega aperta,
    era un pensier poco allegro."
    "Davvero," disse  uno  degli  ascoltatori.  "Davvero,"  ripeteron  gli
    altri, a una voce.
    "E,"  continu  il  mercante,  asciugandosi  la  barba col tovagliolo,
    "l'era ordita da un pezzo: c'era una lega, sapete?"
    "C'era una lega?"
    "C'era una lega. Tutte cabale ordite da' navarrini,  da quel cardinale
    l  di  Francia,  sapete  chi voglio dire,  che ha un certo nome mezzo
    turco,  e che ogni giorno ne pensa una,  per far qualche dispetto alla
    corona di Spagna.  Ma sopra tutto,  tende a far qualche tiro a Milano;
    perch vede bene, il furbo, che qui sta la forza del re."
    "Gi."
    "Ne volete  una  prova?  Chi  ha  fatto  il  pi  gran  chiasso,  eran
    forestieri;  andavano  in  giro  facce,  che  in Milano non s'eran mai
    vedute.  Anzi mi dimenticavo di dirvene una che  m'  stata  data  per
    certa.  La giustizia aveva acchiappato uno in un'osteria..." Renzo, il
    quale non perdeva un ette di quel discorso,  al tocco di questa corda,
    si sent venir freddo,  e diede un guizzo, prima che potesse pensare a
    contenersi.   Nessuno  per  se  n'avvide;   e  il   dicitore,   senza
    interrompere  il  filo del racconto,  seguit: "uno che non si sa bene
    ancora da che parte fosse venuto,  da chi fosse mandato,  n che razza
    d'uomo si fosse;  ma certo era uno de' capi.  Gi ieri,  nel forte del
    baccano, aveva fatto il diavolo; e poi, non contento di questo,  s'era
    messo   a  predicare,   e  a  proporre,   cos  una  galanteria,   che
    s'ammazzassero tutti i signori. Birbante!  Chi farebbe viver la povera
    gente,  quando i signori fossero ammazzati?  La giustizia, che l'aveva
    appostato,  gli mise l'unghie addosso;  gli  trovarono  un  fascio  di
    lettere; e lo menavano in gabbia; ma che? i suoi compagni, che facevan
    la ronda intorno all'osteria, vennero in gran numero, e lo liberarono,
    il manigoldo."
    "E cosa n' stato?"
    "Non  si sa;  sar scappato,  o sar nascosto in Milano: son gente che
    non ha n casa n tetto,  e  trovan  per  tutto  da  alloggiare  e  da
    rintanarsi:  per finch il diavolo pu,  e vuole aiutarli: ci dan poi
    dentro quando meno se lo pensano;  perch,  quando la pera    matura,
    convien che caschi. Per ora si sa di sicuro che le lettere son rimaste
    in  mano  della giustizia,  e che c' descritta tutta la cabala;  e si
    dice che n'ander di mezzo molta gente.  Peggio per  loro;  che  hanno
    messo  a soqquadro mezzo Milano,  e volevano anche far peggio.  Dicono
    che i fornai son birboni. Lo so anch'io; ma bisogna impiccarli per via
    di giustizia.  C' del grano nascosto.  Chi non lo sa?  Ma tocca a chi
    comanda a tener buone spie,  e andarlo a disotterrare, e mandare anche
    gl'incettatori a dar calci all'aria, in compagnia de' fornai. E se chi
    comanda non fa nulla,  tocca alla citt a ricorrere;  e se  non  danno
    retta  alla  prima,   ricorrere  ancora;  ch  a  forza  di  ricorrere
    s'ottiene;  e non metter su un'usanza cos scellerata  d'entrar  nelle
    botteghe e ne' fondachi, a prender la roba a man salva."
    A  Renzo  quel  poco  mangiare era andato in tanto veleno.  Gli pareva
    mill'anni d'esser fuori e lontano da quell'osteria,  da quel paese;  e
    pi  di  dieci  volte  aveva detto a s stesso: andiamo,  andiamo.  Ma
    quella paura di dar sospetto,  cresciuta  allora  oltremodo,  e  fatta
    tiranna  di  tutti  i suoi pensieri,  l'aveva tenuto sempre inchiodato
    sulla panca.  In quella perplessit,  pens che il ciarlone doveva poi
    finire  di  parlar  di  lui;  e  concluse tra s,  di moversi,  appena
    sentisse attaccare qualche altro discorso.
    "E per questo," disse uno della brigata,  "io che so come vanno queste
    faccende,  e che ne' tumulti i galantuomini non ci stanno bene, non mi
    son lasciato vincere dalla curiosit, e son rimasto casa mia."
    "E io, mi son mosso?" disse un altro.
    "Io?" soggiunse un terzo: "se per caso mi  fossi  trovato  in  Milano,
    avrei  lasciato imperfetto qualunque affare,  e sarei tornato subito a
    casa mia. Ho moglie e figliuoli, e poi, dico la verit,  i baccani non
    mi piacciono."
    A questo punto,  l'oste,  ch'era stato anche lui a sentire, and verso
    l'altra cima della tavola,  per veder  cosa  faceva  quel  forestiero.
    Renzo  colse  l'occasione,  chiam l'oste con un cenno,  gli chiese il
    conto, lo sald senza tirare,  quantunque l'acque fossero molto basse;
    e,  senza far altri discorsi,  and diritto all'uscio, pass la soglia
    e, a guida della Provvidenza, s'incammin dalla parte opposta a quella
    per cui era venuto.


















    CAPITOLO 17.

    Renzo verso l'Adda.  -  Sopraggiunge la notte mentre  in un bosco.  -
    Ode il rumore dell'acqua e corre a vedere se vi fosse  qualche  barca.
    -   Non vedendo niente ritorna nel bosco.   -  Uno squallido albergo e
    un duro giaciglio.  -  Al mattino passa l'Adda e giunge a Bergamo.   -
    Affettuosa accoglienza di Bortolo.

    Basta  spesso una voglia,  per non lasciar ben avere un uomo;  pensate
    poi due alla volta,  l'una  in  guerra  coll'altra.  Il  povero  Renzo
    n'aveva,  da molte ore,  due tali in corpo,  come sapete: la voglia di
    correre,  e quella di  star  nascosto:  e  le  sciagurate  parole  del
    mercante gli avevano accresciuta oltremodo l'una e l'altra a un colpo.
    Dunque  la  sua  avventura  aveva fatto chiasso;  dunque lo volevano a
    qualunque patto;  chi sa quanti birri erano in  campo  per  dargli  la
    caccia!  quali  ordini  erano  stati  spediti  di  frugar  ne'  paesi,
    nell'osterie, per le strade!  Pensava bens che finalmente i birri che
    lo conoscevano, eran due soli, e che il nome non lo portava scritto in
    fronte;  ma  gli  tornavano  in  mente  certe storie che aveva sentite
    raccontare,  di fuggitivi colti e scoperti per  istrane  combinazioni,
    riconosciuti  all'andare,   all'aria  sospettosa,   ad  altri  segnali
    impensati: tutto gli faceva ombra. Quantunque,  nel momento che usciva
    di Gorgonzola,  scoccassero le ventiquattro, e le tenebre che venivano
    innanzi, diminuissero sempre pi que' pericoli,  ci non ostante prese
    contro  voglia  la  strada maestra,  e si propose d'entrar nella prima
    viottola che gli paresse  condur  dalla  parte  dove  gli  premeva  di
    riuscire.  Sul principio,  incontrava qualche viandante;  ma, pieno la
    fantasia di quelle brutte apprensioni,  non  ebbe  cuore  d'abbordarne
    nessuno,  per informarsi della strada.  -  Ha detto sei miglia, colui,
    -  pensava:  -  se andando fuor di  strada  dovessero  anche  diventar
    otto o dieci,  le gambe che hanno fatte l'altre, faranno anche queste.
    Verso Milano non  vo  di  certo;  dunque  vo  verso  l'Adda.  Cammina,
    cammina,  o  presto  o tardi,  ci arriver.  L'Adda ha buona voce;  e,
    quando le sar vicino,  non ho pi bisogno di  chi  me  l'insegni.  Se
    qualche  barca  c',  da  poter passare,  passo subito,  altrimenti mi
    fermer fino alla mattina,  in un  campo,  sur  una  pianta,  come  le
    passere: meglio sur una pianta, che in prigione.  -
    Ben  presto  vide  aprirsi  una  straducola  a mancina;  e v'entr.  A
    quell'ora, se si fosse abbattuto in qualcheduno, non avrebbe pi fatte
    tante cerimonie per farsi insegnar la strada;  ma  non  sentiva  anima
    vivente. Andava dunque dove la strada lo conduceva; e pensava.
    -  Io  fare  il  diavolo!  Io ammazzare tutti i signori!  Un fascio di
    lettere, io! I miei compagni che mi stavano a far la guardia! Pagherei
    qualche cosa a trovarmi a  viso  a  viso  con  quel  mercante,  di  l
    dall'Adda   (ah  quando  l'avr  passata  quest'Adda  benedetta!),   e
    fermarlo,  e domandargli con comodo  dov'abbia  pescate  tutte  quelle
    belle notizie.  Sappiate ora,  mio caro signore,  che la cosa  andata
    cos e cos, e che il diavolo ch'io ho fatto,  stato d'aiutar Ferrer,
    come se fosse stato un mio fratello; sappiate che que' birboni che,  a
    sentir voi,  erano i miei amici, perch, in un certo momento, io dissi
    una parola da buon cristiano,  mi  vollero  fare  un  brutto  scherzo;
    sappiate che,  intanto che voi stavate a guardar la vostra bottega, io
    mi faceva schiacciar le costole,  per salvare il vostro signor vicario
    di provvisione,  che non l'ho mai n visto n conosciuto.  Aspetta che
    mi mova un'altra volta, per aiutar signori... E vero che bisogna farlo
    per l'anima: son prossimo anche loro.  E quel gran fascio di  lettere,
    dove  c'era  tutta la cabala,  e che adesso  in mano della giustizia,
    come voi sapete di certo;  scommettiamo che ve  lo  fo  comparir  qui,
    senza  l'aiuto del diavolo?  Avreste curiosit di vederlo quel fascio?
    Eccolo qui...  Una lettera sola?...  S signore,  una lettera sola;  e
    questa lettera,  se lo volete sapere, l'ha scritta un religioso che vi
    pu insegnar la dottrina, quando si sia; un religioso che, senza farvi
    torto,  val pi un pelo della sua barba  che  tutta  la  vostra;  e  
    scritta,  questa lettera,  come vedete,  a un altro religioso, un uomo
    anche lui... Vedete ora quali sono i furfanti miei amici. E imparate a
    parlare un'altra volta;  principalmente quando si tratta del prossimo.
    -
    Ma  dopo  qualche  tempo,  questi  pensieri  ed altri simili cessarono
    affatto: le circostanze presenti occupavan tutte le facolt del povero
    pellegrino.  La paura d'essere inseguito o scoperto,  che aveva  tanto
    amareggiato  il  viaggio  in  pieno  giorno,  non  gli  dava ormai pi
    fastidio; ma quante cose rendevan questo molto pi noioso! Le tenebre,
    la solitudine, la stanchezza cresciuta,  e ormai dolorosa;  tirava una
    brezzolina sorda,  uguale, sottile, che doveva far poco servizio a chi
    si trovava ancora indosso quegli stessi vestiti che  s'era  messi  per
    andare  a  nozze in quattro salti,  e tornare subito trionfante a casa
    sua;  e,  ci che rendeva  ogni  cosa  pi  grave,  quell'andare  alla
    ventura,  e,  per dir cos, al tasto, cercando un luogo di riposo e di
    sicurezza.
    Quando s'abbatteva a passare per qualche paese,  andava adagio adagio,
    guardando  per  se ci fosse ancora qualche uscio aperto;  ma non vide
    mai altro segno di gente desta,  che qualche lumicino  trasparente  da
    qualche impannata.  Nella strada fuor dell'abitato, si soffermava ogni
    tanto;  stava in orecchi,  per veder se sentiva quella benedetta  voce
    dell'Adda;  ma invano. Altre voci non sentiva, che un mugolo di cani,
    che veniva da qualche cascina isolata, vagando per l'aria, lamentevole
    insieme e minaccioso.  Al suo avvicinarsi a qualcheduna di quelle,  il
    mugolo  si  cambiava  in un abbaiar frettoloso e rabbioso: nel passar
    davanti alla porta, sentiva,  vedeva quasi,  il bestione,  col muso al
    fessolino  della porta,  raddoppiar gli urli cosa che gli faceva andar
    via la tentazione di picchiare, e di chieder ricovero. E forse,  anche
    senza i cani,  non ci si sarebbe risolto.   -  Chi  l?   -  pensava:
    cosa volete a quest'ora? Come siete venuto qui? Fatevi conoscere.  Non
    c' osterie da alloggiare?  Ecco, andandomi bene, quel che mi diranno,
    se picchio: quand'anche non ci  dorma  qualche  pauroso  che,  a  buon
    conto,  si  metta  a  gridare:  aiuto!  al ladro!  Bisogna aver subito
    qualcosa di chiaro da rispondere: e cosa  ho  da  rispondere  io?  Chi
    sente  un  rumore  la  notte,  non gli viene in testa altro che ladri,
    malviventi,  trappole: non  si  pensa  mai  che  un  galantuomo  possa
    trovarsi  in istrada di notte,  se non  un cavaliere in carrozza.   -
    Allora serbava quel partito all'estrema necessit,  e tirava  innanzi,
    con la speranza di scoprire almeno l'Adda,  se non passarla, in quella
    notte; e di non dover andarne alla cerca di giorno chiaro.
    Cammina,  cammina: arriv dove la campagna  coltivata  moriva  in  una
    sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno
    un  certo  qual  argomento  di  fiume vicino,  e s'inoltr per quella,
    seguendo un sentiero che l'attraversava.  Fatti pochi passi,  si ferm
    ad ascoltare; ma ancora invano. La noia del viaggio veniva accresciuta
    dalla salvatichezza del luogo,  da quel non veder pi n un gelso,  n
    una vite, n altri segni di coltura umana,  che prima pareva quasi che
    gli  facessero  una  mezza compagnia.  Ci non ostante and avanti;  e
    siccome nella sua mente  cominciavano  a  suscitarsi  certe  immagini,
    certe apparizioni, lasciatevi in serbo dalle novelle sentite raccontar
    da  bambino,  cos,  per  discacciarle,  o per acquietarle,  recitava,
    camminando, dell'orazioni per i morti.
    A poco a poco, si trov tra macchie pi alte, di pruni,  di quercioli,
    di marruche.  Seguitando a andare avanti,  e allungando il passo,  con
    pi impazienza che voglia,  cominci a veder tra  le  macchie  qualche
    albero  sparso;  e  andando  ancora,  sempre  per  lo stesso sentiero,
    s'accorse  d'entrare  in  un  bosco.   Provava  un  certo  ribrezzo  a
    inoltrarvisi;  ma  lo vinse,  e contro voglia and avanti;  ma pi che
    s'inoltrava,  pi  il  ribrezzo  cresceva,  pi  ogni  cosa  gli  dava
    fastidio.  Gli  alberi  che  vedeva in lontananza,  gli rappresentavan
    figure strane,  deformi,  mostruose;  l'annoiava  l'ombra  delle  cime
    leggermente  agitate,  che  tremolava sul sentiero illuminato qua e l
    dalla luna;  lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava  o
    moveva  camminando,  aveva per il suo orecchio un non so che d'odioso.
    Le gambe provavano come una smania,  un  impulso  di  corsa,  e  nello
    stesso tempo pareva che durassero fatica a regger la persona.  Sentiva
    la brezza notturna batter pi rigida e maligna sulla  fronte  e  sulle
    gote;  se la sentiva scorrer tra i panni e le carni, e raggrinzarle, e
    penetrar pi acuta nelle ossa  rotte  dalla  stanchezza,  e  spegnervi
    quell'ultimo  rimasuglio  di  vigore.  A un certo punto,  quell'uggia,
    quell'orrore indefinito con cui l'animo combatteva da  qualche  tempo,
    parve  che a un tratto lo soverchiasse.  Era per perdersi affatto;  ma
    atterrito,  pi che d'ogni altra cosa,  del suo terrore,  richiam  al
    cuore  gli  antichi  spiriti,   e  gli  comand  che  reggesse.   Cos
    rinfrancato un  momento,  si  ferm  su  due  piedi  a  deliberare;  e
    risolveva  d'uscir  subito  di  l  per  la strada gi fatta,  d'andar
    diritto all'ultimo paese per  cui  era  passato,  di  tornar  tra  gli
    uomini,  e  di cercare un ricovero,  anche all'osteria.  E stando cos
    fermo,  sospeso il frusco  de'  piedi  nel  fogliame,  tutto  tacendo
    d'intorno  a  lui,  cominci  a  sentire  un rumore,  un mormoro,  un
    mormoro d'acqua corrente.  Sta in orecchi:  n'  certo;  esclama:  "
    l'Adda!" Fu il ritrovamento d'un amico, d'un fratello, d'un salvatore.
    La  stanchezza  quasi scomparve,  gli torn il polso,  sent il sangue
    scorrer libero e tepido per tutte le vene,  sent crescer  la  fiducia
    de' pensieri, e svanire in gran parte quell'incertezza e gravit delle
    cose;  e non esit a internarsi sempre pi nel bosco, dietro all'amico
    rumore.
    Arriv in pochi momenti all'estremit del piano,  sull'orlo d'una riva
    profonda;  e guardando in gi tra le macchie che tutta la rivestivano,
    vide l'acqua luccicare e correre.  Alzando poi  lo  sguardo,  vide  il
    vasto piano dell'altra riva,  sparso di paesi,  e al di l i colli,  e
    sur uno di quelli una gran macchia biancastra,  che  gli  parve  dover
    essere  una citt,  Bergamo sicuramente.  Scese un po' sul pendo,  e,
    separando e diramando,  con le mani e  con  le  braccia,  il  prunaio,
    guard  gi  se  qualche  barchetta  si movesse nel fiume,  ascolt s
    sentisse batter de' remi;  ma non vide n sent nulla.  Se fosse stato
    qualcosa  di  meno dell'Adda,  Renzo scendeva subito,  per tentarne il
    guado;  ma sapeva bene che l'Adda non era fiume da trattarsi  cos  in
    confidenza.
    Perci si mise a consultar tra s,  molto a sangue freddo, sul partito
    da prendere.  Arrampicarsi sur  una  pianta,  e  star  l  a  aspettar
    l'aurora,  per  forse sei ore che poteva ancora indugiare,  con quella
    brezza, con quella brina,  vestito cos,  c'era pi che non bisognasse
    per  intirizzir  davvero.  Passeggiare innanzi e indietro,  tutto quel
    tempo,  oltre che sarebbe stato poco efficace aiuto contro  il  rigore
    del  sereno,  era  un  richieder troppo da quelle povere gambe che gi
    avevano fatto pi del loro dovere.  Gli venne in mente d'aver  veduto,
    in  uno  dei  campi  pi  vicini alla sodaglia,  una di quelle capanne
    coperte di paglia, costrutte di tronchi e di rami,  intonacati poi con
    la mota,  dove i contadini del milanese usan,  l'estate,  depositar la
    raccolta,  e ripararsi la  notte  a  guardarla:  nell'altre  stagioni,
    rimangono  abbandonate.  La disegn subito per suo albergo;  si rimise
    sul sentiero, ripass il bosco, le macchie, la sodaglia;  e and verso
    la capanna.  Un usciaccio intarlato e sconnesso, era rabbattuto, senza
    chiave n catenaccio; Renzo l'apr,  entr;  vide sospeso per aria,  e
    sostenuto da ritorte di rami, un graticcio, a foggia d'"hamac"; ma non
    si cur di salirvi. Vide in terra un po' di paglia; e pens che, anche
    l, una dormitina sarebbe ben saporita.
    Prima  per  di  sdraiarsi  su quel letto che la Provvidenza gli aveva
    preparato,  vi s'inginocchi,  a ringraziarla di quel benefizio,  e di
    tutta  l'assistenza  che  aveva  avuta  da  essa,  in quella terribile
    giornata.  Disse poi le sue solite divozioni;  e per  di  pi,  chiese
    perdono a Domeneddio di non averle dette la sera avanti; anzi, per dir
    le sue parole, d'essere andato a dormire come un cane, e peggio.  -  E
    per questo,  soggiunse poi tra s; appoggiando le mani sulla paglia, e
    d'inginocchioni mettendosi a giacere:  -  per questo, m' toccata,  la
    mattina,  quella bella svegliata.  -  Raccolse poi tutta la paglia che
    rimaneva all'intorno,  e  se  l'accomod  addosso,  facendosene,  alla
    meglio,  una specie di coperta,  per temperare il freddo, che anche l
    dentro si faceva sentir molto bene;  e vi  si  rannicchi  sotto,  con
    l'intenzione  di  dormire  un bel sonno,  parendogli d'averlo comprato
    anche pi caro del dovere.
    Ma appena ebbe chiusi gli occhi,  cominci nella sua memoria  o  nella
    sua fantasia (il luogo preciso non ve lo saprei dire), cominci, dico,
    un  andare  e venire di gente,  cos affollato,  cos incessante,  che
    addio sonno.  Il mercante,  il notaio,  i birri,  lo spadaio,  l'oste,
    Ferrer,  il vicario, la brigata dell'osteria, tutta quella turba delle
    strade,  poi don Abbondio,  poi don Rodrigo: tutta gente con cui Renzo
    aveva che dire.
    Tre  sole  immagini  gli  si  presentavano  non accompagnate da alcuna
    memoria  amara,  nette  d'ogni  sospetto,  amabili  in  tutto;  e  due
    principalmente,  molto differenti al certo, ma strettamente legate nel
    cuore del giovine: una treccia nera e una barba bianca.  Ma  anche  la
    consolazione  che  provava nel fermare sopra di esse il pensiero,  era
    tutt'altro che pretta e tranquilla.  Pensando al buon  frate,  sentiva
    pi  vivamente  la  vergogna  delle  proprie  scappate,   della  turpe
    intemperanza,  del bel caso che aveva fatto de'  paterni  consigli  di
    lui;  e contemplando l'immagine di Lucia!  non ci proveremo a dire ci
    che sentisse: il lettore conosce  le  circostanze;  se  lo  figuri.  E
    quella povera Agnese, come l'avrebbe potuta dimenticare? Quell'Agnese,
    che l'aveva scelto, che l'aveva gi considerato come una cosa sola con
    la  sua  unica  figlia,  e prima di ricever da lui il titolo di madre,
    n'aveva preso il linguaggio e il cuore,  e  dimostrata  co'  fatti  la
    premura.  Ma  era  un  dolore  di  pi,  e non il meno pungente,  quel
    pensiero,  che,  in grazia appunto di cos  amorevoli  intenzioni,  di
    tanto  bene che voleva a lui,  la povera donna si trovava ora snidata,
    quasi raminga, incerta dell'avvenire, e raccoglieva guai e travagli da
    quelle cose appunto da cui aveva sperato il  riposo  e  la  giocondit
    degli  ultimi suoi anni.  Che notte,  povero Renzo!  Quella che doveva
    esser la quinta delle sue nozze! Che stanza! Che letto matrimoniale! E
    dopo qual giornata!  E per arrivare a qual domani,  a  qual  serie  di
    giorni!    -   Quel che Dio vuole,   -  rispondeva ai pensieri che gli
    davan pi noia:  -  quel che Dio vuole.  Lui sa quel che fa: c' anche
    per noi.  Vada tutto in isconto de' miei peccati. Lucia  tanto buona!
    non vorr poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo!  -
    Tra  questi  pensieri,   e  disperando  ormai  d'attaccar   sonno,   e
    facendosegli  il  freddo  sentir sempre pi,  a segno ch'era costretto
    ogni tanto a tremare e a battere i  denti,  sospirava  la  venuta  del
    giorno,  e  misurava  con  impazienza il lento scorrer dell'ore.  Dico
    misurava,  perch,  ogni mezz'ora,  sentiva in  quel  vasto  silenzio,
    rimbombare i tocchi d'un orologio: m'immagino che dovesse esser quello
    di  Trezzo.  E  la prima volta che gli fer gli orecchi quello scocco,
    cos inaspettato,  senza che potesse avere alcuna idea del luogo donde
    venisse,   gli   fece  un  senso  misterioso  e  solenne,   come  d'un
    avvertimento  che  venisse  da  persona  non  vista,   con  una   voce
    sconosciuta.
    Quando  finalmente  quel  martello ebbe battuto undici tocchi,  ch'era
    l'ora disegnata da Renzo per levarsi,  s'alz  mezzo  intirizzito,  si
    mise inginocchioni,  disse, e con pi fervore del solito, le divozioni
    della mattina, si rizz, si stir in lungo e in largo,  scosse la vita
    e  le  spalle,  come  per mettere insieme tutte le membra,  che ognuno
    pareva che facesse da s,  soffi in una mano,  poi nell'altra,  se le
    stropicci,  apr l'uscio della capanna;  e,  per la prima cosa, diede
    un'occhiata in qua e in l, per vedere se c'era nessuno. E non vedendo
    nessuno,  cerc  con  l'occhio  il  sentiero  della  sera  avanti;  lo
    riconobbe subito, e prese per quello.
    Il cielo prometteva una bella giornata: la luna,  in un canto, pallida
    e senza raggio,  pure spiccava nel campo immenso d'un  bigio  ceruleo,
    che,  gi  gi  verso  l'oriente,  s'andava sfumando leggermente in un
    giallo roseo. Pi gi,  all'orizzonte,  si stendevano,  a lunghe falde
    ineguali,  poche nuvole, tra l'azzurro e il bruno, le pi basse orlate
    al di sotto d'una striscia quasi di fuoco,  che di  mano  in  mano  si
    faceva  pi  viva  e tagliente: da mezzogiorno,  altre nuvole ravvolte
    insieme,  leggieri e soffici,  per dir cos,  s'andavan lumeggiando di
    mille  colori senza nome: quel cielo di Lombardia,  cos bello quand'
    bello,  cos splendido,  cos in pace.  Se Renzo si fosse  trovato  l
    andando   a  spasso,   certo  avrebbe  guardato  in  su,   e  ammirato
    quell'albeggiare cos diverso da quello ch'era solito vedere ne'  suoi
    monti;  ma  badava  alla sua strada,  e camminava a passi lunghi,  per
    riscaldarsi, e per arrivar presto.  Passa i campi,  passa la sodaglia,
    passa  le macchie,  attraversa il bosco,  guardando in qua e in l,  e
    ridendo e vergognandosi nello stesso tempo,  del ribrezzo che vi aveva
    provato poche ore prima;   sul ciglio della riva,  guarda gi;  e, di
    tra i rami,  vede una  barchetta  di  pescatore,  che  veniva  adagio,
    contr'acqua,  radendo  quella sponda.  Scende subito per la pi corta,
    tra i pruni;  sulla riva; d una voce leggiera leggiera al pescatore;
    e,  con l'intenzione di far come se  chiedesse  un  servizio  di  poca
    importanza, ma, senza avvedersene, in una maniera mezzo supplichevole,
    gli accenna che approdi.  Il pescatore gira uno sguardo lungo la riva,
    guarda attentamente lungo l'acqua  che  viene,  si  volta  a  guardare
    indietro,  lungo l'acqua che va, e poi dirizza la prora verso Renzo, e
    approda.  Renzo che stava sull'orlo della riva,  quasi  con  un  piede
    nell'acqua,  afferra la punta del battello,  ci salta dentro,  e dice:
    "mi fareste il  servizio,  col  pagare,  di  tragittarmi  di  l?"  Il
    pescatore  l'aveva indovinato,  e gi voltava da quella parte.  Renzo,
    vedendo sul fondo della barca un altro remo, si china, e l'afferra.
    "Adagio, adagio," disse il padrone;  ma nel veder poi con che garbo il
    giovine aveva preso lo strumento,  e si disponeva a maneggiarlo,  "ah,
    ah," riprese: "siete del mestiere."
    "Un pochino," rispose Renzo,  e ci si mise con un  vigore  e  con  una
    maestria,  pi  che da dilettante.  E senza mai rallentare,  dava ogni
    tanto un'occhiata ombrosa alla riva da cui s'allontanavano,  e poi una
    impaziente a quella dov'eran rivolti, e si coceva di non poterci andar
    per la pi corta;  ch la corrente era,  in quel luogo, troppo rapida,
    per  tagliarla  direttamente;  e  la  barca,  parte  rompendo,   parte
    secondando il filo dell'acqua, doveva fare un tragitto diagonale. Come
    accade in tutti gli affari un po' imbrogliati,  che le difficolt alla
    prima si presentino all'ingrosso,  e nell'eseguire poi,  vengan  fuori
    per minuto,  Renzo,  ora che l'Adda era, si pu dir, passata, gli dava
    fastidio di non saper di  certo  se  l  essa  fosse  confine,  o  se,
    superato quell'ostacolo,  gliene rimanesse un altro da superare. Onde,
    chiamato il pescatore, e accennando col capo quella macchia biancastra
    che aveva veduta la notte avanti,  e che allora gli appariva  ben  pi
    distinta, disse: " Bergamo, quel paese?"
    "La citt di Bergamo," rispose il pescatore.
    "E quella riva l,  bergamasca?"
    "Terra di san Marco."
    "Viva san Marco!" esclam Renzo. Il pescatore non disse nulla.
    Toccano finalmente quella riva; Renzo vi si slancia; ringrazia Dio tra
    s,  e  poi  con la bocca il barcaiolo;  mette le mani in tasca,  tira
    fuori una berlinga,  che,  attese le circostanze,  non fu  un  piccolo
    sproprio,  e la porge al galantuomo; il quale, data ancora un'occhiata
    alla riva milanese,  e al fiume di sopra e di sotto,  stese  la  mano,
    prese  la mancia,  la ripose,  poi strinse le labbra,  e per di pi ci
    mise il dito  in  croce,  accompagnando  quel  gesto  con  un'occhiata
    espressiva; e disse poi: "buon viaggio", e torn indietro.
    Perch  la  cos  pronta  e  discreta  cortesia  di  costui  verso uno
    sconosciuto  non  faccia  troppo  maravigliare  il  lettore,  dobbiamo
    informarlo  che  quell'uomo,  pregato  spesso  d'un simile servizio da
    contrabbandieri e da banditi, era avvezzo a farlo, non tanto per amore
    del poco e incerto guadagno che gliene poteva venire,  quanto per  non
    farsi  de' nemici in quelle classi.  Lo faceva,  dico,  ogni volta che
    potesse esser sicuro che non lo vedessero n gabellieri, n birri,  n
    esploratori.  Cos,  senza  voler  pi  bene  ai primi che ai secondi,
    cercava di soddisfarli tutti,  con quell'imparzialit,  che  la  dote
    ordinaria  di  chi    obbligato a trattar con cert'uni,  e soggetto a
    render conto a cert'altri.
    Renzo si ferm un momentino sulla riva a contemplar la  riva  opposta,
    quella terra che poco prima scottava tanto sotto i suoi piedi.  -  Ah!
    ne  son  proprio  fuori!    -   fu il suo primo pensiero.   -  Sta l,
    maledetto paese,  -  fu il secondo,  l'addio alla patria.  Ma il terzo
    corse  a  chi  lasciava in quel paese.  Allora incroci le braccia sul
    petto, mise un sospiro,  abbass gli occhi sull'acqua che gli scorreva
    a' piedi,  e pens  -   passata sotto il ponte!  -  Cos, all'uso del
    suo paese,  chiamava,  per antonomasia,  quello di Lecco  -  Ah  mondo
    birbone! Basta; quel che Dio vuole.  -
    Volt  le spalle a que' tristi oggetti,  e s'incammin,  prendendo per
    punto di mira la macchia  biancastra  sul  pendio  del  monte,  finch
    trovasse  qualcheduno da farsi insegnar la strada giusta.  E bisognava
    vedere con che disinvoltura s'accostava a' viandanti,  e,  senza tanti
    rigiri,  nominava  il paese dove abitava quel suo cugino.  Dal primo a
    cui si rivolse, seppe che gli rimanevano ancor nove miglia da fare.
    Quel viaggio non fu lieto.  Senza parlare de' guai che  Renzo  portava
    con  s,  il  suo  occhio  veniva  ogni momento rattristato da oggetti
    dolorosi, da' quali dovette accorgersi che troverebbe nel paese in cui
    s'inoltrava,  la penuria che aveva lasciata  nel  suo.  Per  tutta  la
    strada, e pi ancora nelle terre e ne' borghi, incontrava a ogni passo
    poveri,  che  non eran poveri di mestiere,  e mostravan la miseria pi
    nel viso che nel vestiario: contadini, montanari, artigiani,  famiglie
    intere; e un misto ronzo di preghiere, di lamenti e di vagiti. Quella
    vista,  oltre  la  compassione  e  la malinconia,  lo metteva anche in
    pensiero de' casi suoi.
    - Chi sa.   -  andava meditando,   -  se trovo da  far  bene?  se  c'
    lavoro,  come negli anni passati?  Basta; Bortolo mi voleva bene,  un
    buon figliuolo,  ha fatto  danari,  m'ha  invitato  tante  volte;  non
    m'abbandoner.  E poi,  la Provvidenza m'ha aiutato finora;  m'aiuter
    anche per l'avvenire.  -
    Intanto l'appetito, risvegliato gi da qualche tempo, andava crescendo
    di miglio in miglio;  e quantunque Renzo,  quando  cominci  a  dargli
    retta, sentisse di poter reggere, senza grand'incomodo, per quelle due
    o  tre  che gli potevan rimanere;  pens,  da un'altra parte,  che non
    sarebbe una bella cosa di presentarsi al cugino  come  un  pitocco,  e
    dirgli,  per  primo  complimento: dammi da mangiare.  Si lev di tasca
    tutte le sue ricchezze, le fece scorrere sur una mano,  tir la somma.
    Non era un conto che richiedesse una grande aritmetica;  ma per c'era
    abbondantemente  da  fare  una  mangiatina.   Entr  in  un'osteria  a
    ristorarsi lo stomaco;  e in fatti,  pagato che ebbe, gli rimase ancor
    qualche soldo.
    Nell'uscire,  vide,  accanto  alla  porta,   che  quasi  v'inciampava,
    sdraiate in terra,  pi che sedute, due donne, una attempata, un'altra
    pi giovine, con un bambino,  che,  dopo aver succhiata invano l'una e
    l'altra mammella,  piangeva,  piangeva; tutti del color della morte: e
    ritto, vicino a loro, un uomo,  nel viso del quale e nelle membra,  si
    potevano ancora vedere i segni d'un'antica robustezza,  domata e quasi
    spenta dal lungo disagio.  Tutt'e tre stesero la mano verso colui  che
    usciva con passo franco, e con l'aspetto rianimato: nessuno parl; che
    poteva dir di pi una preghiera?
    "La  c' la Provvidenza!" disse Renzo;  e,  cacciata subito la mano in
    tasca,  la vot di que' pochi soldi;  li mise nella mano che si  trov
    pi vicina, e riprese la sua strada.
    La  refezione  e  l'opera  buona  (giacch  siam composti d'anima e di
    corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri. Certo,
    dall'essersi cos spogliato degli ultimi danari, gli era venuto pi di
    confidenza per l'avvenire,  che non gliene avrebbe  dato  il  trovarne
    dieci volte tanti. Perch, se a sostenere in quel giorno que' poverini
    che  mancavano  sulla  strada,  la  Provvidenza  aveva tenuti in serbo
    proprio gli ultimi quattrini d'un estraneo,  fuggitivo,  incerto anche
    lui del come vivrebbe;  chi poteva credere che volesse poi lasciare in
    secco colui del quale s'era servita a ci,  e  a  cui  aveva  dato  un
    sentimento  cos  vivo  di  s stessa,  cos efficace,  cos risoluto?
    Questo era, a un di presso,  il pensiero del giovine;  per men chiaro
    ancora  di quello ch'io l'abbia saputo esprimere.  Nel rimanente della
    strada,  ripensando a' casi suoi,  tutto gli si spianava.  La carestia
    doveva  poi  finire:  tutti gli anni si miete: intanto aveva il cugino
    Bortolo e la propria abilit: aveva,  per di pi,  a casa  un  po'  di
    danaro,  che  si  farebbe  mandar  subito.  Con  quello,  alla peggio,
    camperebbe, giorno per giorno, finch tornasse l'abbondanza.   -  Ecco
    poi  tornata  finalmente l'abbondanza,   -  proseguiva Renzo nella sua
    fantasia:  -  rinasce la furia de' lavori: i padroni fanno a gara  per
    aver degli operai milanesi, che son quelli che sanno bene il mestiere;
    gli operai milanesi alzan la cresta; chi vuol gente abile, bisogna che
    la paghi; si guadagna da vivere per pi d'uno, e da metter qualcosa da
    parte;  e  si  fa  scrivere  alle donne che vengano...  E poi,  perch
    aspettar tanto? Non  vero che, con quel poco che abbiamo in serbo, si
    sarebbe campati l,  anche  quest'inverno?  Cos  camperemo  qui.  De'
    curati  ce  n' per tutto.  Vengono quelle due care donne: si mette su
    casa.  Che piacere,  andar passeggiando su questa stessa strada  tutti
    insieme!  andar  fino all'Adda in baroccio,  e far merenda sulla riva,
    proprio sulla riva,  e far vedere alle donne il  luogo  dove  mi  sono
    imbarcato,  il prunaio da cui sono sceso, quel posto dove sono stato a
    guardare se c'era un battello.  -
    Arriva al paese del  cugino;  nell'entrare,  anzi  prima  di  mettervi
    piede,  distingue una casa alta alta,  a pi ordini di finestre lunghe
    lunghe;  riconosce un filatoio,  entra,  domanda ad alta voce,  tra il
    rumore  dell'acqua  cadente e delle rote,  se stia l un certo Bortolo
    Castagneri.
    "Il signor Bortolo! Eccolo l."
    - Signore?  buon segno,   -  pensa Renzo;  vede il cugino,  gli  corre
    incontro  Quello  si volta,  riconosce il giovine,  che gli dice: "son
    qui." Un oh! di sorpresa, un alzar di braccia,  un gettarsele al collo
    scambievolmente. Dopo quelle prime accoglienze, Bortolo tira il nostro
    giovine  lontano  dallo  strepito  degli  ordigni,  e  dagli occhi de'
    curiosi, in un'altra stanza,  e gli dice: "ti vedo volentieri;  ma sei
    un  benedetto  figliuolo.  T'avevo  invitato tante volte;  non sei mai
    voluto venire; ora arrivi in un momento un po' critico."
    "Se te lo devo dire,  non son venuto via di mia volont," disse Renzo;
    e,  con  la  pi  gran brevit,  non per senza molta commozione,  gli
    raccont la dolorosa storia.
    "E' un altro par di maniche," disse Bortolo.  "Oh povero Renzo!  Ma tu
    hai fatto capitale di me;  e io non t'abbandoner.  Veramente, ora non
    c' ricerca d'operai; anzi appena appena ognuno tiene i suoi,  per non
    perderli e disviare il negozio; ma il padrone mi vuol bene, e ha della
    roba. E, a dirtela, in gran parte la deve a me, senza vantarmi: lui il
    capitale,  e io quella poca abilit.  Sono il primo lavorante,  sai? e
    poi,  a dirtela,  sono il "factotum".  Povera Lucia  Mondella!  Me  ne
    ricordo, come se fosse ieri: una buona ragazza! sempre la pi composta
    in  chiesa;  e  quando si passava da quella sua casuccia...  Mi par di
    vederla, quella casuccia,  appena fuor del paese,  con un bel fico che
    passava il muro..."
    "No, no; non ne parliamo."
    "Volevo  dire  che,  quando  si passava da quella casuccia,  sempre si
    sentiva quell'aspo che girava,  girava,  girava.  E quel don  Rodrigo!
    gi,  anche al mio tempo,  era per quella strada; ma ora fa il diavolo
    affatto, a quel che vedo: fin che Dio gli lascia la briglia sul collo.
    Dunque,  come ti dicevo,  anche qui si patisce un  po'  la  fame...  A
    proposito, come stai d'appetito?"
    "Ho mangiato poco fa, per viaggio."
    "E a danari. come stiamo?"
    Renzo stese una mano,  l'avvicin alla bocca,  e vi fece scorrer sopra
    un piccol soffio.
    "Non importa," disse Bortolo: "n'ho io: e non ci pensare, che,  presto
    presto,  cambiandosi  le  cose,  se  Dio vorr,  me li renderai,  e te
    n'avanzer anche per te."
    "Ho qualcosina a casa; e me li far mandare."
    "Va bene;  e intanto fa conto di me.  Dio m'ha dato  del  bene  perch
    faccia  del  bene;  e  se non ne fo a' parenti e agli amici,  a chi ne
    far?"
    "L'ho  detto  io  della  Provvidenza!"   esclam   Renzo,   stringendo
    affettuosamente la mano al buon cugino.
    "Dunque,"  riprese questo,  "in Milano hanno fatto tutto quel chiasso.
    Mi paiono un po' matti coloro. Gi, n'era corsa la voce anche qui;  ma
    voglio che tu mi racconti poi la cosa pi minutamente.  Eh!  n'abbiamo
    delle cose da discorrere. Qui per, vedi, la va pi quietamente,  e si
    fanno le cose con un po' pi di giudizio. La citt ha comprate duemila
    some  di  grano  da  un  mercante che sta a Venezia: grano che vien di
    Turchia; ma, quando si tratta di mangiare,  la non si guarda tanto per
    il sottile. Ora senti un po' cosa nasce: nasce che i rettori di Verona
    e di Brescia chiudono i passi,  e dicono: di qui non passa grano.  Che
    ti fanno  i  bergamaschi?  Spediscono  a  Venezia  Lorenzo  Torre,  un
    dottore, ma di quelli! E' partito in fretta, s' presentato al doge, e
    ha detto: che idea  venuta a que' signori rettori? Ma un discorso! un
    discorso,  dicono,  da dare alle stampe.  Cosa vuol dire avere un uomo
    che sappia parlare! Subito un ordine che si lasci passare il grano;  e
    i  rettori,  non  solo  lasciarlo passare,  ma bisogna che lo facciano
    scortare;   ed    in  viaggio.   E  s'  pensato  anche  al  contado.
    Giovanbatista  Biava,  nunzio  di  Bergamo  in  Venezia (un uomo anche
    quello!) ha fatto intendere al  senato  che,  anche  in  campagna,  si
    pativa la fame;  e il senato ha concesso quattro mila staia di miglio.
    Anche questo aiuta a far pane. E poi,  lo vuoi sapere?  se non ci sar
    pane,  mangeremo del companatico.  Il Signore m'ha dato del bene, come
    ti dico.  Ora ti condurr dal mio padrone: gli ho parlato di te  tante
    volte,  e ti far buona accoglienza.  Un buon bergamascone all'antica,
    un uomo di cuor largo.  Veramente,  ora  non  t'aspettava;  ma  quando
    sentir la storia...  E poi gli operai sa tenerli di conto,  perch la
    carestia passa,  e il negozio dura.  Ma prima di  tutto,  bisogna  che
    t'avverta d'una cosa.  Sai come ci chiamano in questo paese, noi altri
    dello stato di Milano?"
    "Come ci chiamano?"
    "Ci chiaman baggiani."
    "Non  un bel nome."
    "Tant': chi  nato  nel  milanese,  e  vuol  vivere  nel  bergamasco,
    bisogna prenderselo in santa pace.  Per questa gente, dar del baggiano
    a un milanese,  come dar dell'illustrissimo a un cavaliere."
    "Lo diranno, m'immagino, a chi se lo vorr lasciar dire."
    "Figliuolo mio,  se tu non sei disposto a  succiarti  del  baggiano  a
    tutto  pasto,  non  far  conto di poter viver qui.  Bisognerebbe esser
    sempre col  coltello  in  mano:  e  quando,  supponiamo,  tu  n'avessi
    ammazzati due,  tre, quattro, verrebbe poi quello che ammazzerebbe te:
    e allora,  che bel gusto di comparire al tribunal di Dio,  con  tre  o
    quattro omicidi sull'anima!"
    "E  un  milanese  che  abbia un po' di..." e qui picchi la fronte col
    dito,  come aveva fatto nell'osteria della luna piena.  "Voglio  dire,
    uno che sappia bene il suo mestiere?"
    "Tutt'uno: qui  un baggiano anche lui.  Sai come dice il mio padrone,
    quando parla di me co' suoi amici?  -  Quel baggiano  stato la man di
    Dio,  per il mio negozio;  se non  avessi  quel  baggiano,  sarei  ben
    impicciato.  -  L' usanza cos."
    "L'  un'usanza  sciocca.  E  vedendo  quello  che  sappiam  fare (ch
    finalmente chi ha portata qui quest'arte,  e chi la  fa  andare  siamo
    noi), possibile che non si sian corretti?"
    "Finora  no:  col  tempo pu essere;  i ragazzi che vengon su;  ma gli
    uomini fatti, non c' rimedio: hanno preso quel vizio,  non lo smetton
    pi. Cos' poi finalmente? Era ben un'altra cosa quelle galanterie che
    t'hanno  fatte,  e  il  di  pi  che  ti  volevan  fare  i nostri cari
    compatriotti."
    "Gi,  vero: se non c' altro di male..."
    "Ora che sei persuaso di questo, tutto ander bene. Vieni dal padrone,
    e coraggio."
    Tutto in fatti and bene, e tanto a seconda delle promesse di Bortolo,
    che crediamo inutile di farne particolar  relazione.  E  fu  veramente
    provvidenza;  perch la roba e i quattrini che Renzo aveva lasciati in
    casa, vedremo or ora quanto fosse da farci assegnamento.













    CAPITOLO 18.

    Renzo  ricercato nel suo paese.   -  Il Griso ritorna da  Monza.    -
    Don  Rodrigo pensa a chi rivolgersi per poter rapire Lucia.   Il padre
    Cristoforo lascia Pescarenico.   -  Al monastero di  Monza  giunge  la
    notizia della fuga di Renzo.  -  Agnese vuol ritornare a casa.  -  Suo
    colloquio con fra Galdino a Pescarenico.   -  Il conte Attilio si reca
    dal conte zio.

    Quello stesso giorno,  13 di novembre,  arriva un espresso  al  signor
    podest  di Lecco,  e gli presenta un dispaccio del signor capitano di
    giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e pi opportuna
    inquisizione,  per iscoprire se  un  certo  giovine  nominato  Lorenzo
    Tramaglino,  filatore di seta, scappato dalle forze "praedicti egregii
    domini capitanei",  sia tornato,  "palam  vet  clam",  al  suo  paese,
    "ignotum"  quale  per  l'appunto,  "verum  in territorio Leuci quod si
    compertum fuerit sic esse",  cerchi il detto signor  podest,  "quanta
    maxima  diligentia fieri poterit",  d'averlo nelle mani;  e,  legato a
    dovere,   "videlizet"  con  buone  manette,   attesa   l'esperimentata
    insufficienza  de'  manichini  per  il  nominato  soggetto,  lo faccia
    condurre nelle carceri,  e lo ritenga l,  sotto buona  custodia,  per
    farne  consegna  a chi sar spedito a prenderlo;  e tanto nel caso del
    s,  come nel caso del no,  "accedatis ad  domum  praedicti  Laurentii
    Tramaliini;  et,  facta  debita  diligentia,  quidquid ad rem repertum
    fuerit auferatis; et informationes de alius prava qualitate, vita,  et
    complicibus sumatis";  e di tutto il detto e il fatto, il trovato e il
    non trovato, il preso e il lasciato, "diligenter referatis". Il signor
    podest,  dopo essersi umanamente cerziorato che il soggetto  non  era
    tornato in paese, fa chiamare il console del villaggio, e si fa condur
    da  lui  alla casa indicata,  con gran treno di notaio e di birri.  La
    casa  chiusa; chi ha le chiavi non c',  o non si lascia trovare.  Si
    sfonda l'uscio;  si fa la debita diligenza, vale a dire che si fa come
    in una citt presa d'assalto.  La voce di quella spedizione si  sparge
    immediatamente  per  tutto  il contorno;  viene agli orecchi del padre
    Cristoforo; il quale, attonito non meno che afflitto, domanda al terzo
    e al quarto,  per aver qualche lume intorno alla  cagione  d'un  fatto
    cos  inaspettato;  ma  non raccoglie altro che congetture in aria,  e
    scrive subito al padre Bonaventura,  dal quale spera di poter ricevere
    qualche  notizia  pi precisa.  Intanto i parenti e gli amici di Renzo
    vengono citati a deporre  ci  che  posson  sapere  della  sua  "prava
    qualit":  aver  nome  Tramaglino   una disgrazia,  una vergogna,  un
    delitto: il paese  sottosopra.  A poco a poco,  si viene a sapere che
    Renzo    scappato  dalla  giustizia,  nel bel mezzo di Milano,  e poi
    scomparso;  corre voce che abbia fatto qualcosa di grosso;  ma la cosa
    poi  non  si  sa  dire,  o si racconta in cento maniere.  Quanto pi 
    grossa, tanto meno vien creduta nel paese, dove Renzo  conosciuto per
    un bravo giovine: i pi presumono,  e vanno susurrandosi agli  orecchi
    l'uno con l'altro,  che  una macchina mossa da quel prepotente di don
    Rodrigo,  per rovinare il  suo  povero  rivale.  Tant'  vero  che,  a
    giudicar per induzione, e senza la necessaria cognizione de' fatti, si
    fa alle volte gran torto anche ai birbanti.
    Ma  noi,  co' fatti alla mano,  come si suol dire,  possiamo affermare
    che,  se colui non aveva avuto parte nella sciagura di  Renzo,  se  ne
    compiacque  per,  come  se  fosse  opera  sua,  e ne trionf co' suoi
    fidati,  e principalmente col conte Attilio.  Questo,  secondo i  suoi
    primi disegni,  avrebbe dovuto a quell'ora trovarsi gi in Milano; ma,
    alle prime notizie del tumulto,  e della canaglia che  girava  per  le
    strade,  in  tutt'altra  attitudine  che  di ricever bastonate,  aveva
    creduto bene di trattenersi in campagna, fino a cose quiete. Tanto pi
    che,  avendo offeso molti,  aveva qualche ragion di temere che  alcuno
    de' tanti,  che solo per impotenza stavano cheti,  non prendesse animo
    dalle circostanze, e giudicasse il momento buono da far le vendette di
    tutti.  Questa sospensione non fu di lunga durata: l'ordine venuto  da
    Milano dell'esecuzione da farsi contro Renzo era gi un indizio che le
    cose avevan ripreso il corso ordinario;  e,  quasi nello stesso tempo,
    se n'ebbe la certezza positiva. Il conte Attilio part immediatamente,
    animando il cugino a persister nell'impresa,  a spuntar  l'impegno,  e
    promettendogli che,  dal canto suo, metterebbe subito mano a sbrigarlo
    dal frate; al qual affare,  il fortunato accidente dell'abietto rivale
    doveva fare un gioco mirabile. Appena partito Attilio, arriv il Griso
    da  Monza  sano e salvo,  e rifer al suo padrone ci che aveva potuto
    raccogliere: che Lucia era ricoverata  nel  tal  monastero,  sotto  la
    protezione della tal signora;  e stava sempre nascosta,  come se fosse
    una monaca anche lei,  non mettendo mai  piede  fuor  della  porta,  e
    assistendo  alle  funzioni  di  chiesa da una finestrina con la grata:
    cosa che dispiaceva a molti, i quali avendo sentito motivar non so che
    di sue avventure,  e dir gran cose del suo viso,  avrebbero voluto  un
    poco vedere come fosse fatto.
    Questa  relazione  mise il diavolo addosso a don Rodrigo,  o,  per dir
    meglio,  rend pi cattivo quello che gi  ci  stava  di  casa.  Tante
    circostanze  favorevoli  al suo disegno infiammavano sempre pi la sua
    passione,  cio  quel  misto  di  puntiglio,   di  rabbia  e  d'infame
    capriccio,  di  cui  la  sua  passione  era  composta.  Renzo assente,
    sfrattato,  bandito,  di maniera che ogni cosa diventava lecita contro
    di lui,  e anche la sua sposa poteva esser considerata, in certo modo,
    come roba di rubello: il solo uomo al  mondo  che  volesse  o  potesse
    prender le sue parti,  e fare un rumore da esser sentito anche lontano
    e da persone alte, l'arrabbiato frate,  tra poco sarebbe probabilmente
    anche lui fuor del caso di nuocere.  Ed ecco che un nuovo impedimento,
    non che contrappesare tutti que' vantaggi,  li rendeva,  si pu  dire,
    inutili.  Un  monastero  di Monza,  quand'anche non ci fosse stata una
    principessa, era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e per
    quanto egli ronzasse con la fantasia  intorno  a  quel  ricovero,  non
    sapeva immaginar n via n verso d'espugnarlo, n con la forza, n per
    insidie.  Fu  quasi quasi per abbandonar l'impresa;  fu per risolversi
    d'andare a Milano, allungando anche la strada,  per non passar neppure
    da Monza;  e a Milano, gettarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti,
    per discacciar,  con pensieri affatto allegri,  quel pensiero divenuto
    ormai  tutto tormentoso.  Ma,  ma,  ma,  gli amici;  piano un poco con
    questi amici.  In vece d'una distrazione,  poteva aspettarsi di trovar
    nella  loro  compagnia,  nuovi  dispiaceri:  perch Attilio certamente
    avrebbe gi preso la tromba,  e messo tutti in  aspettativa.  Da  ogni
    parte  gli  verrebbero  domandate  notizie  della montanara: bisognava
    render ragione.  S'era voluto,  s'era tentato;  cosa  s'era  ottenuto?
    S'era  preso  un impegno: un impegno un po' ignobile,  a dire il vero:
    ma, via,  uno non pu alle volte regolare i suoi capricci;  il punto 
    di soddisfarli;  e come s'usciva da quest'impegno?  Dandola vinta a un
    villano e a un frate! Uh! E quando una buona sorte inaspettata,  senza
    fatica  del buon a nulla aveva tolto di mezzo l'uno,  e un abile amico
    l'altro, il buon a nulla non aveva saputo valersi della congiuntura, e
    si ritirava vilmente dall'impresa.  Ce n'era pi del bisogno,  per non
    alzar  mai  pi  il  viso tra i galantuomini,  o avere ogni momento la
    spada alle mani. E poi, come tornare, o come rimanere in quella villa,
    in quel paese,  dove,  lasciando  da  parte  i  ricordi  incessanti  e
    pungenti della passione,  si porterebbe lo sfregio d'un colpo fallito?
    dove, nello stesso tempo, sarebbe cresciuto l'odio pubblico, e scemata
    la riputazion del potere?  dove sul viso d'ogni mascalzone,  anche  in
    mezzo agl'inchini, si potrebbe leggere un amaro: l'hai ingoiata, ci ho
    gusto?  La strada dell'iniquit,  dice qui il manoscritto,  larga; ma
    questo non vuol dire che sia comoda: ha i suoi buoni intoppi,  i  suoi
    passi  scabrosi;    noiosa  la  sua  parte,  e faticosa,  bench vada
    all'ingi.
    A don Rodrigo,  il quale non voleva  uscirne,  n  dare  addietro,  n
    fermarsi,  e non poteva andare avanti da s,  veniva bens in mente un
    mezzo con cui potrebbe: ed era di chieder l'aiuto d'un  tale,  le  cui
    mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri: un uomo
    o  un  diavolo,  per  cui  la  difficolt  dell'imprese era spesso uno
    stimolo a prenderle sopra di s.  Ma questo partito aveva anche i suoi
    inconvenienti e i suoi rischi, tanto pi gravi quanto meno si potevano
    calcolar  prima;  giacch  nessuno  avrebbe  saputo prevedere fin dove
    anderebbe,  una volta che si fosse imbarcato con  quell'uomo,  potente
    ausiliario certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiere.
    Tali  pensieri  tennero  per pi giorni don Rodrigo tra un s e un no,
    l'uno e l'altro pi che noiosi.  Venne intanto una lettera del cugino,
    la  quale  diceva  che la trama era ben avviata.  Poco dopo il baleno,
    scoppi il tuono; vale a dire che, una bella mattina,  si sent che il
    padre Cristoforo era partito dal convento di Pescarenico.  Questo buon
    successo  cos  pronto,  la  lettera  d'Attilio  che  faceva  un  gran
    coraggio, e minacciava di gran canzonature, fecero inclinar sempre pi
    don  Rodrigo  al partito rischioso: ci che gli diede l'ultima spinta,
    fu la notizia inaspettata che  Agnese  era  tornata  a  casa  sua:  un
    impedimento  di  meno  vicino  a  Lucia.  Rendiam  conto di questi due
    avvenimenti, cominciando dall'ultimo.
    Le due povere donne s'erano appena accomodate nel loro  ricovero,  che
    si sparse per Monza,  e per conseguenza anche nel monastero,  la nuova
    di quel gran fracasso di Milano; e dietro alla nuova grande, una serie
    infinita di particolari,  che andavano  crescendo  e  variandosi  ogni
    momento. La fattoressa, che, dalla sua casa, poteva tenere un orecchio
    alla strada,  e uno al monastero,  raccoglieva notizie di qui, notizie
    di l, e ne faceva parte all'ospiti. "Due, sei, otto,  quattro,  sette
    ne hanno messi in prigione;  gl'impiccheranno,  parte davanti al forno
    "delle grucce", parte in cima alla strada dove c' la casa del vicario
    di provvisione... Ehi, ehi, sentite questa! n' scappato uno, che  di
    Lecco, o di quelle parti. Il nome non lo so;  ma verr qualcheduno che
    me lo sapr dire; per veder se lo conoscete."
    Quest'annunzio,  con  la circostanza d'esser Renzo appunto arrivato in
    Milano nel giorno fatale,  diede qualche inquietudine  alle  donne,  e
    principalmente a Lucia;  ma pensate cosa fu quando la fattoressa venne
    a dir loro: " proprio del vostro paese quello che se l' battuta, per
    non essere impiccato;  un filatore di seta,  che si chiama Tramaglino:
    lo conoscete?"
    A Lucia,  ch'era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro di
    mano; impallid,  si cambi tutta,  di maniera che la fattoressa se ne
    sarebbe avvista certamente, se le fosse stata pi vicina. Ma era ritta
    sulla  soglia  con Agnese;  la quale,  conturbata anche lei,  per non
    tanto, pot star forte; e,  per risponder qualcosa,  disse che,  in un
    piccolo  paese,  tutti  si conoscono,  e che lo conosceva,  ma che non
    sapeva pensare come mai gli fosse  potuta  seguire  una  cosa  simile;
    perch era un giovine posato.  Domand poi se era scappato di certo, e
    dove.
    "Scappato,  lo  dicon  tutti;  dove,   non  si  sa;   pu  essere  che
    l'acchiappino  ancora,  pu  essere che sia in salvo;  ma se gli torna
    sotto l'unghie, il vostro giovine posato..."
    Qui,  per buona  sorte,  la  fattoressa  fu  chiamata,  e  se  n'and:
    figuratevi  come  rimanessero  la madre e la figlia.  Pi d'un giorno,
    dovettero la povera donna e la desolata fanciulla stare  in  una  tale
    incertezza, a mulinare sul come, sul perch, sulle conseguenze di quel
    fatto  doloroso,  a commentare,  ognuna tra s,  o sottovoce tra loro,
    quando potevano, quelle terribili parole.
    Un gioved finalmente,  capit al monastero un uomo a cercar d'Agnese.
    Era  un  pesciaiolo  di  Pescarenico,  che  andava  a Milano,  secondo
    l'ordinario,  a spacciar la sua mercanzia;  e il buon frate Cristoforo
    l'aveva  pregato  che,  passando  per  Monza,  facesse una scappata al
    monastero, salutasse le donne da parte sua,  raccontasse loro quel che
    si  sapeva  del  tristo  caso  di  Renzo,  raccomandasse  loro  d'aver
    pazienza,  e  confidare  in  Dio;  e  che  lui  povero  frate  non  si
    dimenticherebbe certamente di loro, e spierebbe l'occasione di poterle
    aiutare;  e intanto non mancherebbe, ogni settimana, di far loro saper
    le sue nuove, per quel mezzo, o altrimenti. Intorno a Renzo,  il messo
    non seppe dir altro di nuovo e di certo,  se non la visita fattagli in
    casa, e le ricerche per averlo nelle mani;  ma insieme ch'erano andate
    tutte  a  voto,  e  si  sapeva  di  certo che s'era messo in salvo sul
    bergamasco. Una tale certezza,  e non fa bisogno di dirlo,  fu un gran
    balsamo  per Lucia: d'allora in poi le sue lacrime scorsero pi facili
    e pi dolci; prov maggior conforto negli sfoghi segreti con la madre;
    e in tutte le sue preghiere, c'era mescolato un ringraziamento.
    Gertrude la faceva venire spesso in un suo parlatorio  privato,  e  la
    tratteneva  talvolta lungamente,  compiacendosi dell'ingenuit e della
    dolcezza della poverina,  e nel sentirsi ringraziare e  benedire  ogni
    momento.  Le  raccontava  anche,  in  confidenza,  una parte (la parte
    netta) della sua storia,  di ci che aveva  patito,  per  andar  l  a
    patire;  e  quella  prima  maraviglia  sospettosa  di  Lucia  s'andava
    cambiando in compassione.  Trovava in quella storia  ragioni  pi  che
    sufficienti  a  spiegar  ci  che  c'era d'un po' strano nelle maniere
    della sua benefattrice;  tanto pi  con  l'aiuto  di  quella  dottrina
    d'Agnese su' cervelli de' signori. Per quanto per si sentisse portata
    a  contraccambiare  la  confidenza che Gertrude le dimostrava,  non le
    pass neppur per la testa di parlarle delle  sue  nuove  inquietudini,
    della sua nuova disgrazia,  di dirle chi fosse quel filatore scappato;
    per non rischiare di spargere una voce  cos  piena  di  dolore  e  di
    scandolo.  Si  schermiva  anche,  quanto  poteva,  dal rispondere alle
    domande curiose di quella, sulla storia antecedente alla promessa;  ma
    qui  non  eran  ragioni di prudenza.  Era perch alla povera innocente
    quella storia pareva pi spinosa,  pi difficile  da  raccontarsi,  di
    tutte quelle che aveva sentite,  e che credesse di poter sentire dalla
    signora. In queste c'era tirannia, insidie,  patimenti;  cose brutte e
    dolorose,  ma  che  pur si potevan nominare: nella sua c'era mescolato
    per tutto un sentimento,  una parola,  che non le pareva possibile  di
    proferire,  parlando  di  s;  e alla quale non avrebbe mai trovato da
    sostituire una perifrasi che non le paresse sfacciata: l'amore!
    Qualche volta, Gertrude quasi s'indispettiva di quello star cos sulle
    difese;  ma vi traspariva tanta amorevolezza,  tanto  rispetto,  tanta
    riconoscenza,  e anche tanta fiducia! Qualche volta forse, quel pudore
    cos delicato,  cos ombroso,  le dispiaceva ancor pi  per  un  altro
    verso;  ma tutto si perdeva nella soavit d'un pensiero che le tornava
    ogni momento,  guardando Lucia:  -  a questa fo del bene   -.  Ed  era
    vero;  perch,  oltre  il  ricovero,  que'  discorsi,  quelle  carezze
    famigliari erano di non poco conforto a Lucia. Un altro ne trovava nel
    lavorar di continuo; e pregava sempre che le dessero qualcosa da fare:
    anche nel parlatorio,  portava sempre qualche lavoro da tener le  mani
    in  esercizio:  ma,  come  i  pensieri  dolorosi si caccian per tutto!
    cucendo,  cucendo,  ch'era un mestiere quasi nuovo per lei,  le veniva
    ogni poco in mente il suo aspo; e dietro all'aspo, quante cose!
    Il secondo gioved, torn quel pesciaiolo o un altro messo, co' saluti
    del  padre  Cristoforo,  e con la conferma della fuga felice di Renzo.
    Notizie pi positive intorno  a'  suoi  guai,  nessuna;  perch,  come
    abbiam detto al lettore,  il cappuccino aveva sperato d'averle dal suo
    confratello di Milano, a cui l'aveva raccomandato; e questo rispose di
    non aver veduto n la persona, n la lettera;  che uno di campagna era
    bens  venuto  al convento,  a cercar di lui;  ma che,  non avendocelo
    trovato, era andato via, e non era pi comparso.
    Il terzo gioved, non si vide nessuno; e, per le povere donne,  fu non
    solo  una  privazione  d'un  conforto desiderato e sperato,  ma,  come
    accade per ogni piccola cosa  a  chi    afflitto  e  impicciato,  una
    cagione d'inquietudine, di cento sospetti molesti. Gi prima d'allora,
    Agnese aveva pensato a fare una scappata a casa;  questa novit di non
    vedere l'ambasciatore promesso,  la fece risolvere.  Per Lucia era una
    faccenda  seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre;  ma
    la smania di saper  qualche  cosa,  e  la  sicurezza  che  trovava  in
    quell'asilo  cos  guardato e sacro,  vinsero le sue ripugnanze.  E fu
    deciso tra loro che Agnese anderebbe il giorno  seguente  ad  aspettar
    sulla  strada  il  pesciaiolo  che  doveva  passar di l,  tornando da
    Milano; e gli chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi
    condurre a' suoi monti.  Lo trov in fatti,  gli domand se  il  padre
    Cristoforo  non  gli  aveva  data  qualche  commissione  per  lei:  il
    pesciaiolo,  tutto il giorno  avanti  la  sua  partenza  era  stato  a
    pescare,  e  non  aveva  saputo  niente  del padre.  La donna non ebbe
    bisogno di pregare,  per ottenere il  piacere  che  desiderava:  prese
    congedo dalla signora e dalla figlia,  non senza lacrime,  promettendo
    di mandar subito le sue nuove, e di tornar presto; e part.
    Nel viaggio, non accadde nulla di particolare.  Riposarono parte della
    notte in un'osteria,  secondo il solito; ripartirono innanzi giorno; e
    arrivaron di buon'ora a Pescarenico. Agnese smont sulla piazzetta del
    convento,  lasci andare il suo conduttore con molti: Dio ve ne  renda
    merito;  e giacch era l, volle, prima d'andare a casa, vedere il suo
    buon frate benefattore. Son il campanello; chi venne a aprire, fu fra
    Galdino, quel delle noci.
    "Oh! la mia donna, che vento v'ha portata?"
    "Vengo a cercare il padre Cristoforo."
    "Il padre Cristoforo? Non c'."
    "Oh! star molto a tornare?"
    "Ma...?" disse il frate, alzando le spalle,  e ritirando nel cappuccio
    la testa rasa.
    "Dov' andato?"
    "A Rimini."
    "A?"
    "A Rimini."
    "Dov' questo paese?"
    "Eh  eh eh!" rispose il frate,  trinciando verticalmente l'aria con la
    mano distesa, per significare una gran distanza.
    "Oh povera me! Ma perch  andato via cos all'improvviso?"
    "Perch ha voluto cos il padre provinciale."
    "E perch mandarlo via? che faceva tanto bene qui? Oh Signore!"
    "Se i superiori dovessero render conto degli ordini  che  danno,  dove
    sarebbe l'ubbidienza, la mia donna?"
    "S; ma questa  la mia rovina."
    "Sapete  cosa sar?  Sar che a Rimini avranno avuto bisogno d'un buon
    predicatore (ce n'abbiamo per tutto;  ma alle volte ci vuol quell'uomo
    fatto  apposta);  il  padre  provinciale  di  l avr scritto al padre
    provinciale di qui,  se aveva un soggetto cos  e  cos;  e  il  padre
    provinciale  avr  detto: qui ci vuole il padre Cristoforo.  Dev'esser
    proprio cos, vedete."
    "Oh poveri noi! Quand' partito?"
    "Ierlaltro."
    "Ecco!  s'io davo retta alla mia  ispirazione  di  venir  via  qualche
    giorno prima! E non si sa quando possa tornare? cos a un di presso?"
    "Eh  la  mia  donna!  lo sa il padre provinciale;  se lo sa anche lui.
    Quando un nostro padre predicatore  ha  preso  il  volo,  non  si  pu
    prevedere  su  che ramo potr andarsi a posare.  Li cercan di qua,  li
    cercan di l: e abbiamo conventi in tutte le quattro parti del  mondo.
    Supponete che,  a Rimini,  il padre Cristoforo faccia un gran fracasso
    col suo quaresimale: perch non predica sempre a braccio,  come faceva
    qui,  per i pescatori e i contadini: per i pulpiti delle citt,  ha le
    sue belle prediche scritte;  e fior di roba.  Si sparge  la  voce,  da
    quelle parti,  di questo gran predicatore;  e lo possono cercare da...
    da che so io?  E allora,  bisogna mandarlo;  perch noi viviamo  della
    carit di tutto il mondo, ed  giusto che serviamo tutto il mondo."
    "Oh Signore! Signore!" esclam di nuovo Agnese, quasi piangendo: "come
    devo fare,  senza quell'uomo?  Era quello che ci faceva da padre!  Per
    noi  una rovina."
    "Sentite, buona donna;  il padre Cristoforo era veramente un uomo;  ma
    ce n'abbiamo degli altri,  sapete? pieni di carit e di talento, e che
    sanno trattare ugualmente co' signori e co' poveri.  Volete  il  padre
    Atanasio?  volete il padre Girolamo?  volete il padre Zaccaria?  E' un
    uomo di vaglia, vedete, il padre Zaccaria. E non istate a badare, come
    fanno certi ignoranti, che sia cos mingherlino, con una vocina fessa,
    e una barbetta misera misera: non dico per predicare, perch ognuno ha
    i suoi doni; ma per dar pareri,  un uomo, sapete?"
    "Oh per carit!" esclam  Agnese  con  quel  misto  di  gratitudine  e
    d'impazienza,  che  si  prova  a  un'esibizione in cui si trovi pi la
    buona volont altrui, che la propria convenienza: "cosa m'importa a me
    che un uomo sia o non sia un altro, quando quel pover'uomo che non c'
    pi, era quello che sapeva le nostre cose, e aveva preparato tutto per
    aiutarci?"
    "Allora, bisogna aver pazienza."
    "Questo lo so," rispose Agnese: "scusate dell'incomodo."
    "Di che cosa, la mia donna? mi dispiace per voi.  E se vi risolvete di
    cercar  qualcheduno  de'  nostri  padri,  il convento  qui che non si
    move. Ehi, mi lascer poi veder presto, per la cerca dell'olio."
    "State bene," disse Agnese;  e  s'incammin  verso  il  suo  paesetto,
    desolata,  confusa,  sconcertata,  come  il  povero  cieco  che avesse
    perduto il suo bastone.
    Un po' meglio informati che fra Galdino,  noi possiamo dire come  and
    veramente la cosa. Attilio, appena arrivato a Milano, and, come aveva
    promesso a don Rodrigo,  a far visita al loro comune zio del Consiglio
    segreto.  (Era una consulta,  composta allora di tredici personaggi di
    toga e di spada, da cui il governatore prendeva parere, e che, morendo
    uno di questi, o venendo mutato, assumeva temporariamente il governo).
    Il conte zio,  togato, e uno degli anziani del consiglio, vi godeva un
    certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri,
    non  c'era  il  suo  compagno.   Un   parlare   ambiguo,   un   tacere
    significativo, un restare a mezzo, uno stringer d'occhi che esprimeva:
    non  posso  parlare;  un lusingare senza promettere,  un minacciare in
    cerimonia;  tutto era diretto a quel fine;  e tutto,  o  pi  o  meno,
    tornava  in pro.  A segno che fino a un: io non posso niente in questo
    affare: detto talvolta per la pura verit,  ma detto in modo  che  non
    gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realt
    del  suo  potere:  come quelle scatole che si vedono ancora in qualche
    bottega di speziale,  con su certe parole  arabe,  e  dentro  non  c'
    nulla;  ma  servono  a  mantenere il credito alla bottega.  Quello del
    conte  zio,  che,  da  gran  tempo,  era  sempre  andato  crescendo  a
    lentissimi gradi,  ultimamente aveva fatto in una volta un passo, come
    si dice,  di gigante,  per un'occasione straordinaria,  un  viaggio  a
    Madrid,  con una missione alla corte;  dove, che accoglienza gli fosse
    fatta,  bisognava sentirlo raccontar da lui.  Per non  dir  altro,  il
    conte duca l'aveva trattato con una degnazione particolare,  e ammesso
    alla sua  confidenza,  a  segno  d'avergli  una  volta  domandato,  in
    presenza,  si pu dire, di mezza la corte, come gli piacesse Madrid, e
    d'avergli  un'altra  volta  detto  a  quattr'occhi,   nel  vano  d'una
    finestra,  che  il  duomo di Milano era il tempio pi grande che fosse
    negli stati del re.
    Fatti i suoi complimenti al conte  zio,  e  presentatigli  quelli  del
    cugino,  Attilio,  con  un  suo contegno serio,  che sapeva prendere a
    tempo,  disse: "credo  di  fare  il  mio  dovere  senza  mancare  alla
    confidenza di Rodrigo,  avvertendo il signore zio d'un affare che,  se
    lei non ci  mette  una  mano,  pu  diventar  serio,  e  portar  delle
    conseguenze..."
    "Qualcheduna delle sue, m'immagino."
    "Per  giustizia,  devo  dire  che  il  torto  non  dalla parte di mio
    cugino. Ma  riscaldato; e, come dico, non c' che il signore zio, che
    possa..."
    "Vediamo, vediamo."
    "C' da quelle parti un frate cappuccino che l'ha  con  Rodrigo  e  la
    cosa  arrivata a un punto che..."
    "Quante  volte  v'ho detto,  all'uno e all'altro,  che i frati bisogna
    lasciarli cuocere nel loro brodo?  Basta il da fare che  danno  a  chi
    deve...  a  chi  tocca..."  E  qui  soffi.  "Ma  voi altri che potete
    scansarli..."
    "Signore zio,  in questo,   mio dovere di dirle che Rodrigo l'avrebbe
    scansato, se avesse potuto. E' il frate che l'ha con lui, che ha preso
    a provocarlo in tutte le maniere..."
    "Che diavolo ha codesto frate con mio nipote?"
    "Prima di tutto,   una testa inquieta,  conosciuto per tale, e che fa
    professione di prendersela coi cavalieri. Costui protegge, dirige, che
    so io?  una contadinotta di l;  e ha per questa creatura una  carit,
    una carit... non dico pelosa, ma una carit molto gelosa, sospettosa,
    permalosa."
    "Intendo,"  disse  il  conte zio;  e sur un certo fondo di goffaggine,
    dipintogli in viso dalla natura,  velato poi e ricoperto,  a pi mani,
    di politica,  balen un raggio di malizia, che vi faceva un bellissimo
    vedere.
    "Ora,  da qualche tempo," continu Attilio,  "s'  cacciato  in  testa
    questo frate, che Rodrigo avesse non so che disegni sopra questa..."
    "S'  cacciato in testa,  s' cacciato in testa: lo conosco anch'io il
    signor don Rodrigo;  e ci vuol altro  avvocato  che  vossignoria,  per
    giustificarlo in queste materie."
    "Signore  zio,  che  Rodrigo possa aver fatto qualche scherzo a quella
    creatura, incontrandola per la strada, non sarei lontano dal crederlo:
     giovine,  e finalmente non  cappuccino;  ma queste son bazzecole da
    non  trattenerne  il  signore zio: il serio  che il frate s' messo a
    parlar di Rodrigo come si farebbe d'un mascalzone,  cerca  d'aizzargli
    contro tutto il paese..."
    "E gli altri frati?"
    "Non  se  ne  impicciano,  perch lo conoscono per una testa calda,  e
    hanno tutto il rispetto per  Rodrigo;  ma,  dall'altra  parte,  questo
    frate  ha  un  gran  credito presso i villani,  perch fa poi anche il
    santo, e..."
    "M'immagino che non sappia che Rodrigo  mio nipote."
    "Se lo sa! Anzi questo  quel che gli mette pi il diavolo addosso."
    "Come? come?"
    "Perch,  e lo va dicendo lui,  ci trova pi gusto a  farla  vedere  a
    Rodrigo,  appunto  perch  questo  ha un protettor naturale,  di tanta
    autorit come vossignoria: e che lui se  la  ride  de'  grandi  e  de'
    politici,  e  che  il  cordone  di  san Francesco tien legate anche le
    spade, e che..."
    "Oh frate temerario! Come si chiama costui?"
    "Fra Cristoforo da ***" disse Attilio;  e il conte zio,  preso da  una
    cassetta  del  suo  tavolino,  un  libriccino  di memorie,  vi scrisse
    soffiando, soffiando,  quel povero nome.  Intanto Attilio seguitava "
    sempre stato di quell'umore,  costui: si sa la sua vita. Era un plebeo
    che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del
    suo paese; e,  per rabbia di non poterla vincer con tutti,  ne ammazz
    uno; onde, per iscansar la forca, si fece frate."
    "Ma  bravo!  ma  bene!  La vedremo,  la vedremo," diceva il conte zio,
    seguitando a soffiare.
    "Ora poi," continuava Attilio,  " pi arrabbiato che mai perch gli e
    andato  a monte un disegno che gli premeva molto molto: e da questo il
    signore zio capir che uomo sia.  Voleva costui  maritare  quella  sua
    creatura: fosse per levarla dai pericoli del mondo,  lei m'intende,  o
    per che altro si fosse,  la voleva  maritare  assolutamente;  e  aveva
    trovato il... l'uomo: un'altra sua creatura, un soggetto, che, forse e
    senza forse,  anche il signore zio lo conoscer di nome;  perch tengo
    per certo che il Consiglio segreto avr dovuto occuparsi di quel degno
    soggetto."
    "Chi  costui?"
    "Un filatore di seta, Lorenzo Tramaglino, quello che..."
    "Lorenzo Tramaglino!" esclam il conte zio. "Ma bene! ma bravo, padre!
    Sicuro... in fatti..., aveva una lettera per un...  Peccato che...  Ma
    non importa; va bene. E perch il signor don Rodrigo non mi dice nulla
    di  tutto  questo?  perch lascia andar le cose tant'avanti,  c non si
    rivolge a chi lo pu e vuole dirigere e sostenere?"
    "Dir il vero anche in questo," proseguiva  Attilio.  "Da  una  parte,
    sapendo quante brighe,  quante cose ha per la testa il signore zio..."
    (questo,  soffiando,  vi mise la mano,  come per significare  la  gran
    fatica  ch'era  a farcele star tutte) "s' fatto scrupolo di darle una
    briga di pi.  E poi,  dir tutto: da quello che ho potuto  capire,  
    cos irritato,  cos fuor de' gangheri,  cos stucco delle villanie di
    quel frate,  che ha pi voglia di farsi giustizia da  s,  in  qualche
    maniera  sommaria,  che  d'ottenerla  in  una maniera regolare,  dalla
    prudenza e dal braccio del signore zio. Io ho cercato di smorzare;  ma
    vedendo  che  la  cosa andava per le brutte,  ho creduto che fosse mio
    dovere d'avvertir di tutto il signore zio,  che alla fine  il capo  e
    la colonna della casa..."
    "Avresti tatto meglio a parlare un poco prima."
    "E' vero; ma io andavo sperando che la cosa svanirebbe da s, o che il
    frate tornerebbe finalmente in cervello,  o che se n'anderebbe da quel
    convento, come accade di questi frati, che ora sono qua,  ora sono l;
    e allora tutto sarebbe finito. Ma..."
    "Ora toccher a me a raccomodarla."
    "Cos ho pensato anch'io.  Ho detto tra me: il signore zio, con la sua
    avvedutezza, con la sua autorit, sapr lui prevenire uno scandolo,  e
    insieme  salvar  l'onore  di Rodrigo,  che  poi anche il suo.  Questo
    frate,  dicevo io,  l'ha sempre col cordone di san Francesco;  ma  per
    adoprarlo a proposito,  il cordone di san Francesco,  non  necessario
    d'averlo intorno alla pancia.  Il signore zio ha cento mezzi ch'io non
    conosco:  so  che  il  padre  provinciale ha,  com' giusto,  una gran
    deferenza per lui;  e se il signore zio crede che in  questo  caso  il
    miglior  ripiego  sia  di  far  cambiar  aria  al  frate,  lui con due
    parole..."
    "Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria," disse un po' ruvidamente
    il conte zio.
    "Ah  vero!" esclam Attilio, con una tentennatina di testa,  e con un
    sogghigno  di compassione per s stesso.  "Son io l'uomo da dar pareri
    al signore zio!  Ma  la passione che ho della riputazione del  casato
    che  mi  fa  parlare.  E  ho  anche paura d'aver fatto un altro male,"
    soggiunse con un'aria pensierosa:  "ho  paura  d'aver  fatto  torto  a
    Rodrigo  nel  concetto  del signore zio.  Non mi darei pace,  se fossi
    cagione di farle pensare che Rodrigo non abbia tutta  quella  fede  in
    lei,  tutta quella sommissione che deve avere. Creda, signore zio, che
    in questo caso  proprio..."
    "Via, via; che torto,  che torto tra voi altri due?  che sarete sempre
    amici,  finch l'uno non metta giudizio. Scapestrati, scapestrati, che
    sempre ne fate una;  e a me tocca di rattopparle:  che...  mi  fareste
    dire uno sproposito, mi date pi da pensare voi altri due, che," e qui
    immaginatevi  che  soffio  mise,  "tutti  questi  benedetti  affari di
    stato."
    Attilio  fece  ancora  qualche  scusa,   qualche   promessa,   qualche
    complimento;  poi  si  licenzi,  e  se n'and,  accompagnato da un "e
    abbiamo giudizio",  ch'era la formola di commiato del conte zio per  i
    suoi nipoti.
















    CAPITOLO 19.

    Il  conte  zio  persuade  il  padre  provinciale  sul  conto del padre
    Cristoforo.   -  Il padre Cristoforo trasferito a  Rimini.    -    Don
    Rodrigo,   per  effettuare  il  suo  disegno,  risolve  di  rivolgersi
    all'innominato.  -  Storia e carattere dell'innominato.

    Chi,  vedendo in un campo mal coltivato,  un'erbaccia,  per esempio un
    bel lapazio,  volesse proprio sapere se sia venuto da un seme maturato
    nel campo stesso,  o portatovi dal vento,  o lasciatovi  cader  da  un
    uccello,   per  quanto  ci  pensasse,   non  ne  verrebbe  mai  a  una
    conclusione.  Cos anche noi non sapremmo dire se dal  fondo  naturale
    del suo cervello,  o dall'insinuazione d'Attilio, venisse al conte zio
    la risoluzione di servirsi del padre provinciale  per  troncare  nella
    miglior  maniera quel nodo imbrogliato.  Certo  che Attilio non aveva
    detta a caso quella parola; e quantunque dovesse aspettarsi che,  a un
    suggerimento  cos  scoperto,  la  boria ombrosa del conte zio avrebbe
    ricalcitrato,  a ogni modo volle fargli balenar dinanzi l'idea di quel
    ripiego,  e  metterlo  sulla  strada,  dove  desiderava  che  andasse.
    Dall'altra parte, il ripiego era talmente adattato all'umore del conte
    zio,  talmente indicato dalle circostanze,  che senza suggerimento  di
    chi  si  sia,  si  pu  scommettere  che  l'avrebbe trovato da s.  Si
    trattava che,  in una guerra pur troppo aperta,  uno del suo nome,  un
    suo  nipote,  non  rimanesse  al  di sotto: punto essenzialissimo alla
    riputazione del potere che gli stava tanto a cuore.  La  soddisfazione
    che il nipote poteva prendersi da s, sarebbe stata un rimedio peggior
    del  male,  una sementa di guai;  e bisognava impedirla,  in qualunque
    maniera,  e senza perder  tempo.  Comandargli  che  partisse  in  quel
    momento  dalla  sua  villa  gi  non  avrebbe ubbidito;  e quand'anche
    avesse,  era un cedere il campo,  una ritirata della casa dinanzi a un
    convento.  Ordini, forza legale spauracchi di tal genere, non valevano
    contro un  avversario  di  quella  condizione:  il  clero  regolare  e
    secolare era affatto immune da ogni giurisdizione laicale; non solo le
    persone,  ma  i  luoghi ancora abitati da esso: come deve sapere anche
    chi non avesse letta  altra  storia  che  la  presente;  che  starebbe
    fresco.  Tutto quel che si poteva contro un tale avversario era cercar
    d'allontanarlo, e il mezzo a ci era il padre provinciale, in arbitrio
    del quale era l'andare e lo stare di quello.
    Ora,  tra il padre  provinciale  e  il  conte  zio  passava  un'antica
    conoscenza:  s'eran  veduti di rado,  ma sempre con gran dimostrazioni
    d'amicizia,  e con esibizioni sperticate di servizi.  E alle volte,  
    meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui,  che con
    un solo di questi,  il quale non vede che la sua causa,  non sente che
    la sua passione,  non cura che il suo punto; mentre l'altro vede in un
    tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose
    da scansare, cento cose da salvare;  e si pu quindi prendere da cento
    parti.
    Tutto  ben ponderato,  il conte zio invit un giorno a pranzo il padre
    provinciale, e gli fece trovare una corona di commensali assortiti con
    un intendimento sopraffino.  Qualche  parente  de'  pi  titolati,  di
    quelli  il  cui  solo  casato  era  un  gran titolo;  e che,  col solo
    contegno,  con  una  certa  sicurezza  nativa,   con  una  sprezzatura
    signorile, parlando di cose grandi con termini famigliari, riuscivano,
    anche  senza farlo apposta,  a imprimere e rinfrescare,  ogni momento,
    l'idea della superiorit e della potenza; e alcuni clienti legati alla
    casa per una dipendenza ereditaria,  e al personaggio per una  servit
    di tutta la vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di s, con
    la  bocca,  con gli occhi,  con gli orecchi,  con tutta la testa,  con
    tutto il corpo,  con tutta l'anima,  alle frutte v'avevan  ridotto  un
    uomo a non ricordarsi pi come si facesse a dir di no.
    A tavola,  il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul tema
    di Madrid.  A Roma si va per pi strade;  a  Madrid  egli  andava  per
    tutte. Parl della corte, del conte duca, de' ministri, della famiglia
    del  governatore,  delle  cacce  del  toro,  che  lui poteva descriver
    benissimo, perch le aveva godute da un posto distinto, dell'Escuriale
    di cui poteva render conto a un puntino,  perch un creato  del  conte
    duca l'aveva condotto per tutti i buchi.  Per qualche tempo,  tutta la
    compagnia stette, come un uditorio, attenta a lui solo,  poi si divise
    in  colloqui particolari;  e lui allora continu a raccontare altre di
    quelle belle cose,  come in confidenza,  al padre provinciale che  gli
    era accanto,  e che lo lasci dire,  dire e dire. Ma a un certo punto,
    diede una giratina al discorso,  lo stacc da Madrid,  e di  corte  in
    corte,  di dignit in dignit,  lo tir sul cardinal Barberini, ch'era
    cappuccino, e fratello del papa allora sedente,  Urbano Ottavo:
    niente meno. Il conte zio dovette anche lui lasciar parlare un poco, e
    stare  a sentire,  e ricordarsi che finalmente,  in questo mondo,  non
    c'era soltanto i personaggi che facevan per lui.  Poco dopo alzati  da
    tavola,  preg  il  padre  provinciale  di  passar con lui in un'altra
    stanza.
    Due potest,  due canizie,  due esperienze consumate  si  trovavano  a
    fronte.  Il  magnifico  signore  fece sedere il padre molto reverendo,
    sedette anche lui,  e cominci: "stante l'amicizia che  passa  tra  di
    noi, ho creduto di far parola a vostra paternit d'un affare di comune
    interesse,  da concluder tra di noi,  senz'andar per altre strade, che
    potrebbero... E perci, alla buona, col cuore in mano,  le dir di che
    si tratta;  e in due parole son certo che anderemo d'accordo. Mi dica:
    nel loro convento di Pescarenico c' un padre Cristoforo da ***?"
    Il provinciale fece cenno di s.
    "Mi dica un poco vostra paternit,  schiettamente,  da  buon  amico...
    questo soggetto...  questo padre... Di persona io non lo conosco; e s
    che de' padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini  d'oro,  zelanti,
    prudenti,  umili; sono stato amico dell'ordine fin da ragazzo... Ma in
    tutte le famiglie un po' numerose...  c'  sempre  qualche  individuo,
    qualche testa...  E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che
     un uomo...  un po' amico de' contrasti...  che non ha  tutta  quella
    prudenza,  tutti  que' riguardi...  Scommetterei che ha dovuto dar pi
    d'una volta da pensare a vostra paternit."
    - Ho inteso:  un impegno,   -  pensava intanto il provinciale:  colpa
    mia;  lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo
    girare di pulpito in pulpito,  e non lasciarlo fermare sei mesi in  un
    luogo, specialmente in conventi di campagna.  -
    "Oh!"   disse   poi:  "mi  dispiace  davvero  di  sentire  che  vostra
    magnificenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mentre, per
    quanto ne so io,  un religioso... esemplare in convento,  e tenuto in
    molta stima anche di fuori."
    "Intendo  benissimo;  vostra paternit deve...  Per,  per,  da amico
    sincero,  voglio avvertirla d'una cosa che le sar utile di sapere;  e
    se anche ne fosse gi informata,  posso, senza mancare a' miei doveri,
    metterle sott'occhio certe conseguenze...  possibili: non dico di pi.
    Questo  padre  Cristoforo,  sappiamo  che proteggeva un uomo di quelle
    parti, un uomo... vostra paternit n'avr sentito parlare; quello che,
    con tanto scandolo,  scapp dalle  mani  della  giustizia,  dopo  aver
    fatto,  in quella terribile giornata di san Martino,  cose...  cose...
    Lorenzo Tramaglino!"
    - Ahi!   -  pens il provinciale;  e  disse:  "questa  circostanza  mi
    riesce nuova;  ma vostra magnificenza sa bene che una parte del nostro
    ufizio  appunto d'andare in cerca de' traviati, per ridurli..."
    "Va bene;  ma la protezione de' traviati d'una  certa  specie...!  Son
    cose spinose,  affari delicati..." E qui, in vece di gonfiar le gote e
    di soffiare,  strinse le labbra,  e tir dentro  tant'aria  quanta  ne
    soleva mandar fuori,  soffiando.  E riprese: "ho creduto bene di darle
    un cenno su  questa  circostanza,  perch  se  mai  sua  eccellenza...
    Potrebbe  esser  fatto qualche passo a Roma...  non so niente...  e da
    Roma venirle..."
    "Son ben tenuto a vostra magnificenza  di  codesto  avviso;  per  son
    certo  che,  se  si  prenderanno informazioni su questo proposito,  si
    trover che il padre Cristoforo non avr avuto che fare con l'uomo che
    lei dice,  se non a fine di mettergli il cervello a partito.  Il padre
    Cristoforo, lo conosco."
    "Gi lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo,  le cosette che
    ha fatte in giovent."
    "E' la gloria dell'abito questa, signor conte,  che un uomo,  il quale
    al  secolo  ha  potuto far dir di s,  con questo indosso,  diventi un
    altro. E da che il padre Cristoforo porta quest'abito..."
    "Vorrei crederlo: lo dico di cuore: vorrei crederlo,  ma  alle  volte,
    come dice il proverbio... l'abito non fa il monaco."
    Il  proverbio  non  veniva in taglio esattamente;  ma il conte l'aveva
    sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla  punta  della
    lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio.
    "Ho de' riscontri," continuava, "ho de' contrassegni..."
    "Se lei sa positivamente," disse il provinciale, "che questo religioso
    abbia  commesso qualche errore (tutti si pu mancare) avr per un vero
    favore l'esserne informato.  Son superiore: indegnamente;  ma lo  sono
    appunto per correggere, per rimediare."
    "Le dir: insieme con questa circostanza dispiacevole della protezione
    aperta  di  questo  padre  per  chi  le  ho  detto,  c' un'altra cosa
    disgustosa, e che potrebbe...  Ma,  tra di noi,  accomoderemo tutto in
    una  volta.  C',  dico,  che  lo  stesso  padre Cristoforo ha preso a
    cozzare con mio nipote, don Rodrigo ***."
    "Oh! questo mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace davvero."
    "Mio nipote  giovine,  vivo,  si sente quello che ,  non  avvezzo a
    esser provocato..."
    "Sar mio dovere di prender buone informazioni d'un fatto simile. Come
    ho gi detto a vostra magnificenza,  e parlo con un signore che non ha
    meno giustizia che pratica di mondo, tutti siamo di carne,  soggetti a
    sbagliare...  tanto  da  una  parte,  quanto dall'altra: e se il padre
    Cristoforo avr mancato..."
    "Veda vostra paternit; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di
    noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo... si fa peggio.
    Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche,  principiano talvolta da
    una bagattella,  e vanno avanti,  vanno avanti...  A voler trovarne il
    fondo,  o non se ne viene a capo,  o vengon fuori cent'altri imbrogli.
    Sopire,  troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire. Mio nipote
     giovine;  il religioso,  da quel  che  sento,  ha  ancora  tutto  lo
    spirito, le... inclinazioni d'un giovine; e tocca a noi, che abbiamo i
    nostri anni... pur troppo eh, padre molto reverendo?..."
    Chi fosse stato l a vedere,  in quel punto, fu come quando, nel mezzo
    d'un'opera seria, s'alza, per isbaglio, uno scenario, prima del tempo,
    e si vede un cantante che, non pensando,  in quel momento,  che ci sia
    un  pubblico  al  mondo,  discorre alla buona con un suo compagno.  Il
    viso, l'atto, la voce del conte zio, nel dir quel "pur troppo!", tutto
    fu naturale: l non c'era politica: era proprio vero che gli dava noia
    d'avere i suoi anni.  Non gi che piangesse  i  passatempi,  il  brio,
    l'avvenenza  della  giovent:  frivolezze,  sciocchezze,  miserie!  La
    cagion del suo dispiacere era ben  pi  soda  e  importante:  era  che
    sperava un certo posto pi alto,  quando fosse vacato; e temeva di non
    arrivare a tempo. Ottenuto che l'avesse, si poteva esser certi che non
    si sarebbe pi curato degli anni,  non  avrebbe  desiderato  altro,  e
    sarebbe  morto  contento,  come  tutti  quelli che desideran molto una
    cosa, assicurano di voler fare, quando siano arrivati a ottenerla.
    Ma per lasciarlo parlar lui, "tocca a noi", continu, "a aver giudizio
    per i giovani, e a rassettar le loro malefatte. Per buona sorte, siamo
    ancora a tempo;  la cosa non ha fatto chiasso;   ancora il caso  d'un
    buon "principiis obsta". Allontanare il fuoco dalla paglia. Alle volte
    un soggetto che,  in un luogo,  non fa bene,  o che pu esser causa di
    qualche  inconveniente,  riesce  a  maraviglia  in  un  altro.  Vostra
    paternit sapr ben trovare la nicchia conveniente a questo religioso.
    C'  giusto  anche  l'altra  circostanza,  che  possa  esser caduto in
    sospetto  di  chi...   potrebbe  desiderare  che  fosse  rimosso:   e,
    collocandolo in qualche posto un po' lontanetto, facciamo un viaggio e
    due servizi;  tutto s'accomoda da s,  o per dir meglio, non c' nulla
    di guasto."
    Questa conclusione,  il padre  provinciale  se  l'aspettava  fino  dal
    principio del discorso.   -  Eh gi!  -  pensava tra s:  -  vedo dove
    vuoi andar a parare: delle solite;  quando un povero frate   preso  a
    noia da voi altri, o da uno di voi altri, o vi d ombra, subito, senza
    cercar  se abbia torto o ragione,  il superiore deve farlo sgomberare.
    -
    E quando il conte ebbe finito, e messo un lungo soffio, che equivaleva
    a un punto fermo, "intendo benissimo", disse il provinciale, "quel che
    il signor conte vuol dire; ma prima di fare un passo..."
    "E' un passo e non  un passo,  padre  molto  reverendo:    una  cosa
    naturale,  una  cosa ordinaria;  e se non si prende questo ripiego,  e
    subito,  prevedo  un  monte  di  disordini,  un'iliade  di  guai.  Uno
    sproposito...  mio nipote non crederei... ci son io, per questo... Ma,
    al punto a cui la cosa  arrivata,  se non  la  tronchiamo  noi  senza
    perder tempo,  con un colpo netto,  non  possibile che si fermi,  che
    resti segreta...  e allora  non    pi  solamente  mio  nipote...  Si
    stuzzica un vespaio,  padre molto reverendo. Lei vede; siamo una casa,
    abbiamo attinenze..."
    "Cospicue."
    "Lei m'intende: tutta gente che ha sangue nelle vene, e che,  a questo
    mondo...    qualche  cosa.  C'entra  il puntiglio;  diviene un affare
    comune;  e allora...  anche chi  amico della pace...  Sarebbe un vero
    crepacuore per me,  di dovere... di trovarmi... io che ho sempre avuta
    tanta propensione per i padri cappuccini...!  Loro padri,  per far del
    bene, come fanno con tanta edificazione del pubblico, hanno bisogno di
    pace, di non aver contese, di stare in buona armonia con chi... E poi,
    hanno  de' parenti al secolo...  e questi affaracci di puntiglio,  per
    poco che vadano in lungo, s'estendono, si ramificano,  tiran dentro...
    mezzo mondo.  Io mi trovo in questa benedetta carica,  che m'obbliga a
    sostenere  un  certo  decoro...  Sua  eccellenza...   i  miei  signori
    colleghi...  tutto diviene affar di corpo... tanto pi con quell'altra
    circostanza... Lei sa come vanno queste cose."
    "Veramente," disse  il  padre  provinciale,  "il  padre  Cristoforo  
    predicatore; e avevo gi qualche pensiero... Mi si richiede appunto...
    Ma  in  questo  momento,  in  tali  circostanze,  potrebbe  parere una
    punizione; e una punizione prima d'aver ben messo in chiaro..."
    "No punizione, no: un provvedimento prudenziale,  un ripiego di comune
    convenienza,  per  impedire  i  sinistri  che  potrebbero...  mi  sono
    spiegato."
    "Tra il signor conte e me, la cosa rimane in questi termini;  intendo.
    Ma,  stando  il  fatto  come  fu  riferito  a  vostra magnificenza,  
    impossibile, mi pare,  che nel paese non sia traspirato qualcosa.  Per
    tutto c' degli aizzatori, de' mettimale, o almeno de' curiosi maligni
    che,  se  posson  vedere  alle prese signori e religiosi,  ci hanno un
    gusto matto;  e fiutano,  interpretano,  ciarlano...  Ognuno ha il suo
    decoro da conservare; e io poi, come superiore (indegno), ho un dovere
    espresso...  L'onor dell'abito...  non  cosa mia...  un deposito del
    quale...  Il suo signor nipote,  giacch   cos  alterato  come  dice
    vostra  magnificenza,  potrebbe prender la cosa come una soddisfazione
    data a lui, e... non dico vantarsene, trionfarne, ma..."
    "Le pare,  padre molto reverendo?  Mio nipote  un cavaliere  che  nel
    mondo  considerato...  secondo il suo grado e il dovere: ma davanti a
    me  un ragazzo;  e non  far  n  pi  n  meno  di  quello  che  gli
    prescriver  io.  Le  dir di pi: mio nipote non ne sapr nulla.  Che
    bisogno abbiamo noi di render conto? Son cose che facciamo tra di noi,
    da buoni amici; e tra di noi hanno da rimanere. Non si dia pensiero di
    ci.  Devo essere avvezzo a non parlare."  E  soffi.  "In  quanto  ai
    cicaloni,"  riprese,  "che  vuol  che dicano?  Un religioso che vada a
    predicare in un altro paese,   cosa cos ordinaria!  E poi,  noi  che
    vediamo...  noi che prevediamo... noi che ci tocca... non dobbiamo poi
    curarci delle ciarle."
    "Per, affine di prevenirle, sarebbe bene che, in quest'occasione,  il
    suo  signor nipote facesse qualche dimostrazione,  desse qualche segno
    palese d'amicizia, di riguardo... non per noi, ma per l'abito."
    "Sicuro,  sicuro;  quest' giusto...  Per non c' bisogno: so  che  i
    cappuccini  son  sempre accolti come si deve da mio nipote.  Lo fa per
    inclinazione:  un genio in famiglia: e poi sa di far cosa grata a me.
    Del resto,  in questo caso...  qualcosa di straordinario...    troppo
    giusto.  Lasci fare a me,  padre molto reverendo;  che comander a mio
    nipote...  Cio  bisogner  insinuargli  con  prudenza,  affinch  non
    s'avveda  di  quel  che   passato tra di noi.  Perch non vorrei alle
    volte che mettessimo un impiastro dove non c' ferita.  E per quel che
    abbiamo  concluso,  quanto pi presto sar,  meglio.  E se si trovasse
    qualche nicchia un po' lontana... per levar proprio ogni occasione..."
    "Mi vien chiesto per l'appunto un predicatore da  Rimini;  fors'anche,
    senz'altro motivo, avrei potuto metter gli occhi..."
    "Molto a proposito, molto a proposito. E quando...?"
    "Giacch la cosa si deve fare, si far presto."
    "Presto,  presto,  padre molto reverendo;  meglio oggi che domani. E,"
    continuava poi, alzandosi da sedere, "se posso qualche cosa, tanto io,
    come la mia famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini..."
    "Conosciamo  per  prova  la  bont  della  casa,"   disse   il   padre
    provinciale, alzatosi anche lui, e avviandosi verso l'uscio, dietro al
    suo vincitore.
    "Abbiamo  spento  una  favilla,"  disse  questo,  soffermandosi,  "una
    favilla, padre molto reverendo,  che poteva destare un grand'incendio.
    Tra buoni amici, con due parole s'accomodano di gran cose."
    Arrivato  all'uscio,  lo spalanc,  e volle assolutamente che il padre
    provinciale  andasse  avanti:  entrarono  nell'altra  stanza,   e   si
    riunirono al resto della compagnia.
    Un grande studio, una grand'arte, di gran parole, metteva quel signore
    nel   maneggio   d'un   affare;   ma   produceva   poi  anche  effetti
    corrispondenti. Infatti,  col colloquio che abbiam riferito,  riusc a
    far  andar  fra Cristoforo a piedi da Pescarenico a Rimini,  che  una
    bella passeggiata.
    Una sera,  arriva a Pescarenico un cappuccino di Milano,  con un plico
    per il padre guardiano. C' dentro l'obbedienza per fra Cristoforo, di
    portarsi  a  Rimini,  dove  predicher  la  quaresima.  La  lettera al
    guardiano porta l'istruzione d'insinuare al detto  frate  che  deponga
    ogni pensiero d'affari che potesse avere avviati nel paese da cui deve
    partire,  e  che  non  vi  mantenga  corrispondenze:  il  frate latore
    dev'essere il compagno di viaggio.  Il guardiano  non  dice  nulla  la
    sera;   la  mattina,   fa  chiamar  fra  Cristoforo,   gli  fa  vedere
    l'obbedienza,  gli dice che vada a prender la sporta,  il bastone,  il
    sudario e la cintura,  e con quel padre compagno che gli presenta,  si
    metta poi subito in viaggio.
    Se fu un colpo per il nostro frate,  lo lascio pensare a  voi.  Renzo,
    Lucia,  Agnese,  gli vennero subito in mente; e esclam, per dir cos,
    dentro di s:  -  oh Dio!  cosa faranno que' meschini,  quando io  non
    sar  pi  qui!    -    Ma alz gli occhi al cielo,  e s'accus d'aver
    mancato di fiducia, d'essersi creduto necessario a qualche cosa.  Mise
    le  mani in croce sul petto,  in segno d'ubbidienza,  e chin la testa
    davanti al padre guardiano;  il quale lo tir poi in disparte,  e  gli
    diede   quell'altro   avviso,   con   parole   di  consiglio,   e  con
    significazione di precetto. Fra Cristoforo and alla sua cella,  prese
    la sporta,  vi ripose il breviario,  il suo quaresimale, e il pane del
    perdono, s'allacci la tonaca con la sua cintura di pelle, si licenzi
    da' suoi confratelli che si trovavano in convento,  and da  ultimo  a
    prender la benedizione del guardiano,  e col compagno, prese la strada
    che gli era stata prescritta.
    Abbiamo detto che don Rodrigo,  intestato pi che mai di venire a fine
    della  sua  bella impresa,  s'era risoluto di cercare il soccorso d'un
    terribile uomo. Di costui non possiam dare n il nome,  n il cognome,
    n un titolo,  e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ci: cosa
    tanto pi strana,  che del personaggio troviamo memoria  in  pi  d'un
    libro  (libri  stampati,  dico) di quel tempo.  Che il personaggio sia
    quel medesimo,  l'identit de' fatti non lascia luogo a dubitarne;  ma
    per  tutto  un  grande  studio a scansarne il nome quasi avesse dovuto
    bruciar la penna,  la mano dello scrittore.  Francesco  Rivola,  nella
    vita del cardinal Federigo Borromeo,  dovendo parlar di quell'uomo, lo
    chiama "un signore altrettanto potente per  ricchezze,  quanto  nobile
    per nascita," e fermi l.  Giuseppe Ripamonti,  che,  nel quinto libro
    della quinta decade della sua  "Storia  Patria",  ne  fa  pi  distesa
    menzione,  lo nomina uno, costui, colui, quest'uomo, quel personaggio.
    "Riferir," dice,  nel suo bel  latino,  da  cui  traduciamo  come  ci
    riesce,  "il  caso  d'un tale che essendo de' primi tra i grandi della
    citt,  aveva stabilita la sua dimora in  una  campagna,  situata  sul
    confine;  e l,  assicurandosi a forza i delitti,  teneva per niente i
    giudizi, i giudici, ogni magistratura,  la sovranit;  menava una vita
    affatto  indipendente;  ricettatore  di forusciti,  foruscito un tempo
    anche lui;  poi tornato,  come se niente fosse..." Da questo scrittore
    prenderemo qualche altro passo,  che ci venga in taglio per confermare
    e per dilucidare il racconto del nostro  anonimo;  col  quale  tiriamo
    avanti.
    Fare  ci  ch'era  vietato  dalle  leggi,  o  impedito  da  una  forza
    qualunque;  esser arbitro,  padrone negli  affari  altrui,  senz'altro
    interesse  che il gusto di comandare;  esser temuto da tutti,  aver la
    mano da coloro ch'eran soliti averla dagli altri;  tali erano state in
    ogni  tempo  le passioni principali di costui.  Fino dall'adolescenza,
    allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze,  di tante gare,  alla
    vista  di  tanti  tiranni,  provava  un  misto  sentimento di sdegno e
    d'invidia impaziente.  Giovine,  e vivendo in citt,  non  tralasciava
    occasione,  anzi n'andava in cerca,  d'aver che dire co' pi famosi di
    quella professione,  d'attraversarli,  per provarsi con loro,  e farli
    stare  a  dovere,  o  tirarli a cercare la sua amicizia.  Superiore di
    ricchezze e di seguito alla pi parte,  e forse a tutti d'ardire e  di
    costanza,  ne  ridusse  molti  a ritirarsi da ogni rivalit,  molti ne
    conci male,  molti n'ebbe amici;  non gi amici del  pari,  ma,  come
    soltanto   potevan   piacere   a  lui,   amici  subordinati,   che  si
    riconoscessero suoi inferiori,  che gli stessero  alla  sinistra.  Nel
    fatto per,  veniva anche lui a essere il faccendiere, lo strumento di
    tutti coloro: essi  non  mancavano  di  richiedere  ne'  loro  impegni
    l'opera  d'un  tanto ausiliario;  per lui,  tirarsene indietro sarebbe
    stato decadere dalla sua  riputazione,  mancare  al  suo  assunto.  Di
    maniera che,  per conto suo,  e per conto d'altri,  tante ne fece che,
    non bastando n il nome,  n il parentado,  n gli amici,  n  la  sua
    audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici, e contro tante animosit
    potenti,  dovette dar luogo,  e uscir dallo stato.  Credo che a questa
    circostanza si riferisca un tratto notabile raccontato dal  Ripamonti.
    "Una  volta  che costui ebbe a sgomberare il paese,  la segretezza che
    us,  il rispetto,  la timidezza,  furon tali: attravers la  citt  a
    cavallo,  con un seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti
    al palazzo di corte,  lasci alla guardia un'imbasciata d'impertinenze
    per il governatore."
    Nell'assenza,  non  ruppe le pratiche,  n tralasci le corrispondenze
    con que' suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre
    letteralmente dal Ripamonti, "in lega occulta di consigli atroci, e di
    cose funeste".  Pare anzi che allora contraesse con pi alte  persone,
    certe  nuove  terribili pratiche,  delle quali lo storico summentovato
    parla con una brevit  misteriosa.  "Anche  alcuni  principi  esteri,"
    dice,  "si  valsero  pi volte dell'opera sua,  per qualche importante
    omicidio,  e spesso gli ebbero a mandar da lontano rinforzi  di  gente
    che servisse sotto i suoi ordini."
    Finalmente (non si sa dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, per
    qualche  potente intercessione,  o l'audacia di quell'uomo gli tenesse
    luogo d'immunit, si risolvette di tornare a casa, e vi torn difatti;
    non per in Milano,  ma  in  un  castello  confinante  col  territorio
    bergamasco,  che  allora  era,  come ognun sa,  stato veneto.  "Quella
    casa," cito ancora il Ripamonti,  "era  come  un'officina  di  mandati
    sanguinosi:  servitori  la cui testa era messa a taglia,  e che avevan
    per mestiere di troncar  teste:  n  cuoco,  n  sguattero  dispensati
    dall'omicidio:  le  mani de' ragazzi insanguinate." Oltre questa bella
    famiglia domestica, n'aveva, come afferma lo stesso storico,  un'altra
    di  soggetti simili,  dispersi e posti come a quartiere in vari luoghi
    de' due stati sul lembo de' quali viveva,  e  pronti  sempre  a'  suoi
    ordini.
    Tutti  i  tiranni,  per  un  bel  tratto di paese all'intorno,  avevan
    dovuto,  chi  in  un'occasione  e  chi  in  un'altra,   scegliere  tra
    l'amicizia  e l'inimicizia di quel tiranno straordinario.  Ma ai primi
    che avevano voluto provar di resistergli, la gli era andata cos male,
    che nessuno si sentiva pi di mettersi a quella prova.  E  neppur  col
    badare  a'  fatti  suoi,  con  lo stare a s,  uno non poteva rimanere
    indipendente  da  lui.   Capitava  un  suo  messo  a  intimargli   che
    abbandonasse  la  tale  impresa,  che  cessasse  di  molestare  il tal
    debitore,  o cose simili: bisognava rispondere s  o  no.  Quando  una
    parte,  con  un omaggio vassallesco,  era andata a rimettere in lui un
    affare qualunque, l'altra parte si trovava a quella dura scelta,  o di
    stare  alla  sua  sentenza,  o  di  dichiararsi  suo  nemico;  il  che
    equivaleva a esser, come si diceva altre volte, tisico in terzo grado.
    Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per aver ragione in effetto;
    molti anche, avendo ragione,  per preoccupare un cos gran patrocinio,
    e chiuderne l'adito all'avversario: gli uni e gli altri divenivano pi
    specialmente  suoi  dipendenti.  Accadde  qualche  volta che un debole
    oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo
    le parti del debole, forz il prepotente a finirla,  a riparare il mal
    fatto,  a chiedere scusa;  o,  se stava duro, gli mosse tal guerra, da
    costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece
    anche pagare un pi pronto e pi terribile fio.  E in quei casi,  quel
    nome  tanto temuto e abborrito era stato benedetto un momento: perch,
    non dir quella giustizia,  ma quel rimedio,  quel compenso qualunque,
    non si sarebbe potuto, in que' tempi, aspettarlo da nessun altra forza
    n privata,  n pubblica. Pi spesso, anzi per l'ordinario, la sua era
    stata ed era ministra di voleri iniqui,  di soddisfazioni  atroci,  di
    capricci  superbi.  Ma gli usi cos diversi di quella forza producevan
    sempre l'effetto medesimo,  d'imprimere negli animi una grand'idea  di
    quanto   egli   potesse  volere  e  eseguire  in  onta  dell'equit  e
    dell'iniquit,  quelle due cose che metton tanti ostacoli alla volont
    degli  uomini,  e  li fanno cos spesso tornare indietro.  La fama de'
    tiranni ordinari rimaneva per lo pi ristretta in quel piccolo  tratto
    di  paese dov'erano i pi ricchi e i pi forti: ogni distretto aveva i
    suoi;  e si rassomigliavan tanto,  che non c'era ragione che la  gente
    s'occupasse  di  quelli che non aveva a ridosso.  Ma la fama di questo
    nostro era gi da gran tempo diffusa in ogni parte del  milanese:  per
    tutto, la sua vita era un soggetto di racconti popolari; e il suo nome
    significava  qualcosa  d'irresistibile,  di  strano,  di favoloso.  Il
    sospetto che per tutto s'aveva de' suoi collegati e de'  suoi  sicari,
    contribuiva  anch'esso  a tener viva per tutto la memoria di lui.  Non
    eran pi che sospetti;  giacch chi avrebbe confessata apertamente una
    tale dipendenza?  ma ogni tiranno poteva essere un suo collegato, ogni
    malandrino,  uno de' suoi;  e l'incertezza stessa  rendeva  pi  vasta
    l'opinione,  e  pi  cupo  il terrore della cosa.  E ogni volta che in
    qualche parte si vedessero comparire figure di bravi sconosciute e pi
    brutte dell'ordinario,  a ogni fatto enorme di cui non si sapesse alla
    prima  indicare  o indovinar l'autore,  si proferiva,  si mormorava il
    nome di colui che noi,  grazie a quella benedetta,  per non dir altro,
    circospezione   de'   nostri  autori,   saremo  costretti  a  chiamare
    l'innominato.
    Dal castellaccio di costui al palazzotto di don Rodrigo, non c'era pi
    di sette miglia: e quest'ultimo,  appena divenuto padrone  e  tiranno,
    aveva  dovuto vedere che,  a cos poca distanza da un tal personaggio,
    non era possibile far quel mestiere senza venire alle prese,  o  andar
    d'accordo con lui.  Gli s'era perci offerto e gli era divenuto amico,
    al modo di tutti  gli  altri,  s'intende;  gli  aveva  reso  pi  d'un
    servizio  (il  manoscritto non dice di pi);  e n'aveva riportate ogni
    volta promesse di contraccambio e  d'aiuto,  in  qualunque  occasione.
    Metteva per molta cura a nascondere una tale amicizia, o almeno a non
    lasciare scorgere quanto stretta,  e di che natura fosse.  Don Rodrigo
    voleva bens  fare  il  tiranno,  ma  non  il  tiranno  salvatico:  la
    professione  era  per  lui  un  mezzo,  non uno scopo;  voleva dimorar
    liberamente in citt,  godere i comodi,  gli spassi,  gli onori  della
    vita civile;  e perci bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di
    conto parenti, coltivasse l'amicizia di persone alte,  avesse una mano
    sulle bilance della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla
    sua  parte,  o  per  farle  sparire,  o  per  darle anche,  in qualche
    occasione,  sulla testa di qualcheduno che in  quel  modo  si  potesse
    servir  pi  facilmente  che  con l'armi della violenza privata,  Ora,
    l'intrinsichezza, diciam meglio, una lega con un uomo di quella sorte,
    con un aperto nemico della forza pubblica,  non gli avrebbe certamente
    fatto  buon gioco a ci,  specialmente presso il conte zio.  Per quel
    tanto d'una tale amicizia che non era possibile di nascondere,  poteva
    passare per una relazione indispensabile con un uomo la cui inimicizia
    era troppo pericolosa;  e cos ricevere scusa dalla necessit: giacch
    chi ha l'assunto di provvedere,  e non n'ha a volont,  o non ne trova
    il  verso,  alla lunga acconsente che altri provveda da s,  fino a un
    certo segno, a' casi suoi;  e se non acconsente espressamente,  chiude
    un occhio.
    Una mattina,  don Rodrigo usc a cavallo,  in treno da caccia, con una
    piccola scorta di bravi a piedi; il Griso alla staffa, e quattro altri
    in coda; e s'avvi al castello dell'innominato.













    CAPITOLO 20.

    Don  Rodrigo  giunge  alla  "Malanotte".    -    L'innominato  accetta
    l'incarico  e  invia il Nibbio a Monza,  da Egidio.   -  Il turbamento
    dell'innominato.   -  Il Nibbio  ritorna  riferendo  che  l'impresa  
    facile.    -  Gertrude tenta di resistere alla proposta di Egidio,  ma
    alfine cede.  -  La commissione affidata a Lucia.  -  Il rapimento.  -
    L'innominato,  vista la carrozza,  manda  una  portantina  a  prendere
    Lucia.

    Il  castello  dell'innominato  era  a  cavaliere a una valle angusta e
    uggiosa,  sulla cima d'un poggio  che  sporge  in  fuori  da  un'aspra
    giogaia di monti, ed , non si saprebbe dir bene, se congiunto ad essa
    o separatone,  da un mucchio di massi e di dirupi, e da un andirivieni
    di tane e di precipizi,  che si  prolungano  anche  dalle  due  parti.
    Quella che guarda la valle  la sola praticabile;  un pendo piuttosto
    erto,  ma uguale e continuato;  a prati in alto;  nelle falde a campi,
    sparsi  qua e l di casucce.  Il fondo  un letto di ciottoloni,  dove
    scorre un  rigagnolo  o  torrentaccio,  secondo  la  stagione:  allora
    serviva di confine ai due stati.  I gioghi opposti,  che formano,  per
    dir cos, l'altra parete della valle,  hanno anch'essi un po' di falda
    coltivata;  il resto  schegge e macigni,  erte ripide, senza strada e
    nude, meno qualche cespuglio ne' fessi e sui ciglioni.
    Dall'alto del castellaccio,  come l'aquila dal suo nido  insanguinato,
    il  selvaggio  signore dominava all'intorno tutto lo spazio dove piede
    d'uomo potesse posarsi, e non vedeva mai nessuno al dl sopra di s, n
    pi in alto. Dando un'occhiata in giro, scorreva tutto quel recinto, i
    pendi, il fondo, le strade praticate l dentro. Quella che,  a gomiti
    e  a giravolte,  saliva al terribile domicilio,  si spiegava davanti a
    chi guardasse di lass,  come un nastro serpeggiante: dalle  finestre,
    dalle  feritoie,  poteva il signore contare a suo bell'agio i passi di
    chi veniva,  e spianargli l'arme contro,  cento volte.  E anche  d'una
    grossa compagnia,  avrebbe potuto, con quella guarnigione di bravi che
    teneva lass,  stenderne sul sentiero,  o  farne  ruzzolare  al  fondo
    parecchi, prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che
    lass,  ma  neppure  nella  valle,  e neppur di passaggio,  non ardiva
    metter piede nessuno che non fosse ben visto dal padrone del castello.
    Il birro poi che vi si fosse lasciato vedere,  sarebbe stato  trattato
    come  una  spia  nemica  che  venga  colta  in  un  accampamento.   Si
    raccontavano le storie tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar
    l'impresa;  ma eran gi storie  antiche,  e  nessuno  de'  giovani  si
    rammentava d'aver veduto nella valle uno di quella razza,  n vivo, n
    morto.
    Tale  la descrizione che l'anonimo fa del  luogo:  del  nome,  nulla;
    anzi,  per non metterci sulla strada di scoprirlo, non dice niente del
    viaggio di don Rodrigo,  e lo porta addirittura nel mezzo della valle,
    appi  del poggio,  all'imboccatura dell'erto e tortuoso sentiero.  L
    c'era una taverna,  che si sarebbe anche potuta chiamare un  corpo  di
    guardia.  Sur  una  vecchia  insegna  che  pendeva sopra l'uscio,  era
    dipinto da tutt'e due le parti un sole raggiante; ma la voce pubblica,
    che talvolta ripete i nomi come le vengono insegnati, talvolta li rif
    a modo suo, non chiamava quella taverna che col nome della Malanotte.
    Al rumore d'una cavalcatura che s'avvicinava, comparve sulla soglia un
    ragazzaccio,  armato come un saracino;  e data un'occhiata,  entr  ad
    informare tre sgherri,  che stavan giocando,  con certe carte sudice e
    piegate  in  forma  di  tegoli.  Colui  che  pareva  il  capo  s'alz,
    s'affacci  all'uscio,  e,  riconosciuto un amico del suo padrone,  lo
    saluto rispettosamente.  Don  Rodrigo,  resogli  con  molto  garbo  il
    saluto,  domand se il signore si trovasse al castello;  e rispostogli
    da quel caporalaccio, che credeva di s, smont da cavallo, e butt la
    briglia al Tiradritto, uno del suo seguito. Si lev lo schioppo,  e lo
    consegn  al  Montanarolo,  come  per isgravarsi d'un peso inutile,  e
    salir pi lesto; ma, in realt, perch sapeva bene,  che su quell'erta
    non era permesso d'andar con lo schioppo.  Si cav poi di tasca alcune
    berlinghe,  e le diede al Tanabuso,  dicendogli: "voi altri  state  ad
    aspettarmi;  e intanto starete un po' allegri con questa brava gente".
    Cav finalmente alcuni scudi d'oro, e li mise in mano al caporalaccio,
    assegnandone met a lui,  e met  da  dividersi  tra  i  suoi  uomini.
    Finalmente,  col  Griso,  che  aveva  anche  lui  posato  lo schioppo,
    cominci a piedi la salita.  Intanto i tre  bravi  sopraddetti,  e  lo
    Squinternotto ch'era il quarto (oh! vedete che bei nomi, da serbarceli
    con tanta cura),  rimasero coi tre dell'innominato, e con quel ragazzo
    allevato alle forche, a giocare, a trincare, e a raccontarsi a vicenda
    le loro prodezze.
    Un altro bravaccio dell'innominato,  che saliva,  raggiunse poco  dopo
    don Rodrigo;  lo guard,  lo riconobbe,  e s'accompagn con lui; e gli
    risparmi cos la noia di dire il suo nome,  e di rendere altro  conto
    di  s  a  quant'altri  avrebbe  incontrati,  che non lo conoscessero.
    Arrivato al castello,  e introdotto  (lasciando  per  il  Griso  alla
    porta),  fu  fatto  passare per un andirivieni di corridoi bui,  e per
    varie sale tappezzate di moschetti, di sciabole e di partigiane,  e in
    ognuna  delle  quali  c'era  di guardia qualche bravo;  e,  dopo avere
    alquanto aspettato, fu ammesso in quella dove si trovava l'innominato.
    Questo  gli  and  incontro,   rendendogli  il   saluto,   e   insieme
    guardandogli  le  mani e il viso,  come faceva per abitudine,  e ormai
    quasi involontariamente,  a chiunque venisse da lui,  per quanto fosse
    de' pi vecchi e provati amici.  Era grande,  bruno,  calvo; bianchi i
    pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli
    si sarebbe dato pi de' sessant'anni che aveva;  ma  il  contegno,  le
    mosse, la durezza risentita de' lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma
    vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e d'animo, che sarebbe
    stata straordinaria in un giovine.
    Don  Rodrigo  disse  che  veniva  per  consiglio  e  per  aiuto;  che,
    trovandosi in un impegno difficile,  dal quale il suo  onore  non  gli
    permetteva di ritirarsi,  s'era ricordato delle promesse di quell'uomo
    che non prometteva mai troppo, n invano;  e si fece ad esporre il suo
    scellerato imbroglio.  L'innominato che ne sapeva gi qualcosa,  ma in
    confuso,  stette a sentire con attenzione,  e come curioso  di  simili
    storie,  e  per  essere  in  questa  mischiato  un  nome  a lui noto e
    odiosissimo, quello di fra Cristoforo, nemico aperto de' tiranni, e in
    parole e, dove poteva, in opere. Don Rodrigo, sapendo con chi parlava,
    si mise poi a esagerare le difficolt dell'impresa;  la  distanza  del
    luogo, un monastero, la signora!... A questo, l'innominato, come se un
    demonio  nascosto  nel  suo  cuore gliel avesse comandato,  interruppe
    subitamente,  dicendo  che  prendeva  l'impresa  sopra  di  s.  Prese
    l'appunto del nome della nostra povera Lucia,  e licenzi don Rodrigo,
    dicendo: "tra poco avrete da me l'avviso di quel che dovrete fare".
    Se il lettore si ricorda  di  quello  sciagurato  Egidio  che  abitava
    accanto al monastero dove la povera Lucia stava ricoverata, sappia ora
    che costui era uno de' pi stretti ed intimi colleghi di scelleratezze
    che  avesse  l'innominato:  perci  questo aveva lasciata correre cos
    prontamente e risolutamente la sua parola.  Ma appena rimase solo,  si
    trov, non dir pentito, ma indispettito d'averla data. Gi da qualche
    tempo  cominciava a provare,  se non un rimorso,  una cert'uggia delle
    sue scelleratezze.  Quelle tante ch'erano ammontate,  se non sulla sua
    coscienza,  almeno nella sua memoria,  si risvegliavano ogni volta che
    ne commettesse una di nuovo,  e si  presentavano  all'animo  brutte  e
    troppe:  era  come il crescere e crescere d'un peso gi incomodo.  Una
    certa ripugnanza provata ne' primi delitti,  e vinta poi,  e scomparsa
    quasi  affatto,  tornava ora a farsi sentire.  Ma in que' primi tempi,
    l'immagine d'un avvenire lungo,  indeterminato,  il  sentimento  d'una
    vitalit  vigorosa,  riempivano l'animo d'una fiducia spensierata: ora
    all'opposto,  i pensieri dell'avvenire eran quelli che  rendevano  pi
    noioso il passato. - Invecchiare! morire! e poi?  -  E, cosa notabile!
    l'immagine  della  morte,  che,  in un pericolo vicino,  a fronte d'un
    nemico,  soleva raddoppiar gli spiriti di  quell'uomo,  e  infondergli
    un'ira  piena  di coraggio,  quella stessa immagine,  apparendogli nel
    silenzio della notte,  nella sicurezza del suo castello,  gli  metteva
    addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un
    avversario  mortale  anche  lui;  non  si  poteva rispingerla con armi
    migliori, e con un braccio pi pronto; veniva sola, nasceva di dentro;
    era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento;  e,  intanto
    che  la  mente  combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero,
    quella s'avvicinava.  Ne' primi tempi,  gli esempi cos frequenti,  lo
    spettacolo,  per  dir cos,  continuo della violenza,  della vendetta,
    dell'omicidio,  ispirandogli un'emulazione feroce,  gli avevano  anche
    servito  come  d'una  specie d'autorit contro la coscienza: ora,  gli
    rinasceva ogni tanto nell'animo l'idea  confusa,  ma  terribile,  d'un
    giudizio  individuale,  d'una ragione indipendente dall'esempio;  ora,
    l'essere uscito dalla turba volgare de' malvagi,  l'essere  innanzi  a
    tutti, gli dava talvolta il sentimento d'una solitudine tremenda. Quel
    Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava
    di negare n di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci
    fosse,  ora,  in certi momenti d'abbattimento senza motivo, di terrore
    senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di s: Io sono per.
    Nel primo bollor delle passioni,  la legge che aveva,  se  non  altro,
    sentita annunziare in nome di Lui,  non gli era parsa che odiosa: ora,
    quando gli tornava d'improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la
    concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi
    con  nessuno  su  questa  sua  nuova  inquietudine,  la  copriva  anzi
    profondamente, e la mascherava con l'apparenze d'una pi cupa ferocia;
    e  con  questo mezzo,  cercava anche di nasconderla a s stesso,  o di
    soffogarla.    Invidiando   (giacch   non   poteva   annientarli   n
    dimenticarli) que' tempi in cui era solito commettere l'iniquit senza
    rimorso,  senz'altro  pensiero che della riuscita,  faceva ogni sforzo
    per  farli  tornare,  per  ritenere  o  per  riafferrare  quell'antica
    volont, pronta, superba, imperturbata, per convincer s stesso ch'era
    ancor quello.
    Cos  in  quest'occasione,  aveva subito impegnata la sua parola a don
    Rodrigo,  per chiudersi l'adito a ogni esitazione.  Ma appena  partito
    costui,  sentendo  scemare  quella  fermezza  che  s'era comandata per
    promettere,  sentendo a  poco  a  poco  venirsi  innanzi  nella  mente
    pensieri  che  lo tentavano di mancare a quella parola,  e l'avrebbero
    condotto a scomparire in faccia a un amico,  a un complice secondario;
    per  troncare a un tratto quel contrasto penoso chiam il Nibbio,  uno
    de' pi destri e arditi ministri delle sue enormit,  e quello di  cui
    era  solito  servirsi  per la corrispondenza con Egidio.  E,  con aria
    risoluta, gli comand che montasse subito a cavallo, andasse diritto a
    Monza, informasse Egidio dell'impegno contratto,  e richiedesse il suo
    aiuto per adempirlo.
    Il  messo  ribaldo  torn  pi  presto  che  il  suo  padrone  non  se
    l'aspettasse,  con la risposta d'Egidio: che l'impresa  era  facile  e
    sicura;  gli si mandasse subito una carrozza,  con due o tre bravi ben
    travisati;  e lui prendeva la cura di tutto il resto,  e guiderebbe la
    cosa. A quest'annunzio, l'innominato, comunque stesse di dentro, diede
    ordine in fretta al Nibbio stesso,  che disponesse tutto secondo aveva
    detto Egidio, e andasse con due altri che gli nomin, alla spedizione.
    Se per rendere l'orribile servizio che gli era stato  chiesto,  Egidio
    avesse  dovuto  far  conto  de' soli suoi mezzi ordinari,  non avrebbe
    certamente  data  cos  subito  una  promessa  cos  decisa.  Ma,   in
    quell'asilo  stesso  dove  pareva  che  tutto dovesse essere ostacolo,
    l'atroce giovine aveva un mezzo noto a lui solo;  e ci  che  per  gli
    altri sarebbe stata la maggior difficolt,  era strumento per lui. Noi
    abbiamo riferito come la sciagurata signora desse una volta retta alle
    sue parole;  e il lettore pu avere inteso che  quella  volta  non  fu
    l'ultima, non fu che un primo passo in una strada d'abbominazione e di
    sangue. Quella stessa voce, che aveva acquistato forza e, direi quasi,
    autorit  dal delitto,  le impose ora il sagrifizio dell'innocente che
    aveva in custodia.
    La proposta riusc spaventosa a Gertrude.  Perder Lucia  per  un  caso
    impreveduto, senza colpa, le sarebbe parsa una sventura, una punizione
    amara:  e  le  veniva  comandato  di  privarsene  con  una  scellerata
    perfidia,  di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo  d'espiazione.  La
    sventurata  tent  tutte le strade per esimersi dall'orribile comando;
    tutte, fuorch la sola ch'era sicura, e che le stava pur sempre aperta
    davanti. Il delitto  un padrone rigido e inflessibile, contro cui non
    divien forte se non chi se ne ribella interamente.  A questo  Gertrude
    non voleva risolversi; e ubbid.
    Era  il  giorno  stabilito;  l'ora  convenuta s'avvicinava;  Gertrude,
    ritirata con Lucia nel suo parlatorio privato,  le faceva pi  carezze
    dell'ordinario, e Lucia le riceveva e le contraccambiava con tenerezza
    crescente:  come la pecora,  tremolando senza timore sotto la mano del
    pastore che la palpa e la strascina  mollemente,  si  volta  a  leccar
    quella mano; e non sa che, fuori della stalla, l'aspetta il macellaio,
    a cui il pastore l'ha venduta un momento prima.
    "Ho  bisogno d'un gran servizio;  e voi sola potete farmelo.  Ho tanta
    gente a' miei comandi;  ma di cui mi fidi,  nessuno.  Per un affare di
    grand'importanza,  che vi dir poi, ho bisogno di parlar subito subito
    con quel padre guardiano de' cappuccini che v'ha condotta qui  da  me,
    la mia povera Lucia; ma  anche necessario che nessuno sappia che l'ho
    mandato   a  chiamare  io.   Non  ho  che  voi  per  far  segretamente
    quest'imbasciata."
    Lucia fu atterrita d'una tale richiesta;  e con quella sua suggezione,
    ma  senza  nascondere  una  gran  maraviglia,   addusse  subito,   per
    disimpegnarsene,  le ragioni che  la  signora  doveva  intendere,  che
    avrebbe  dovute  prevedere:  senza  la madre,  senza nessuno,  per una
    strada solitaria, in un paese sconosciuto... Ma Gertrude,  ammaestrata
    a  una  scola  infernale,  mostr tanta maraviglia anche lei,  e tanto
    dispiacere di trovare una tal ritrosia nella persona  di  cui  credeva
    poter  far  pi  conto,  figur  di trovar cos vane quelle scuse!  di
    giorno chiaro,  quattro passi,  una strada che Lucia aveva fatta pochi
    giorni  prima,   e  che,   quand'anche  non  l'avesse  mai  veduta,  a
    insegnargliela,  non la  poteva  sbagliare!...  Tanto  disse,  che  la
    poverina,  commossa e punta a un tempo, si lasci sfuggir di bocca: "e
    bene; cosa devo fare?"
    "Andate al convento de' cappuccini:"  e  le  descrisse  la  strada  di
    nuovo: "fate chiamare il padre guardiano, ditegli, da solo a solo, che
    venga da me subito subito; ma che non dica a nessuno che son io che lo
    mando a chiamare."
    "Ma  cosa  dir alla fattoressa,  che non m'ha mai vista uscire,  e mi
    domander dove vo?"
    "Cercate di passare senz'esser vista;  e se non vi riesce,  ditele che
    andate alla chiesa tale, dove avete promesso di fare orazione."
    Nuova difficolt per la povera giovine: dire una bugia;  ma la signora
    si mostr di nuovo cos afflitta delle ripulse,  le  fece  parer  cos
    brutta cosa l'anteporre un vano scrupolo alla riconoscenza, che Lucia,
    sbalordita  pi  che  convinta,  e  soprattutto  commossa pi che mai,
    rispose: "e bene; ander. Dio m'aiuti!" E si mosse.
    Quando Gertrude,  che dalla grata la  seguiva  con  l'occhio  fisso  e
    torbido,  la  vide  metter piede sulla soglia,  come sopraffatta da un
    sentimento irresistibile, apr la bocca, e disse: "sentite, Lucia!"
    Questa si volt, e torn verso la grata. Ma gi un altro pensiero,  un
    pensiero  avvezzo  a  predominare,  aveva  vinto  di nuovo nella mente
    sciagurata di  Gertrude.  Facendo  le  viste  di  non  esser  contenta
    dell'istruzioni gi date, spieg di nuovo a Lucia la strada che doveva
    tenere,  e  la  licenzi  dicendo: "fate ogni cosa come v'ho detto,  e
    tornate presto". Lucia part.
    Pass inosservata la porta del chiostro,  prese  la  strada,  con  gli
    occhi bassi,  rasente al muro; trov, con l'indicazioni avute e con le
    proprie rimembranze, la porta del borgo, n'usc, and tutta raccolta e
    un po' tremante,  per la strada maestra,  arriv in  pochi  momenti  a
    quella che conduceva al convento,  e la riconobbe.  Quella strada era,
    ed  tutt'ora,  affondata,  a guisa d'un letto di fiume,  tra due alte
    rive  orlate  di  macchie,  che  vi  forman sopra una specie di volta.
    Lucia,  entrandovi,  e vedendola affatto solitaria,  sent crescere la
    paura,  e  allungava il passo;  ma poco dopo si rincor alquanto,  nel
    vedere una carrozza da viaggio ferma, e accanto a quella, davanti allo
    sportello aperto, due viaggiatori che guardavano in qua e in l,  come
    incerti  della  strada.  Andando  avanti,  sent uno di que' due,  che
    diceva: "ecco una buona giovine che c'insegner la  strada".  Infatti,
    quando  fu  arrivata  alla  carrozza,  quel medesimo,  con un fare pi
    gentile che non fosse l'aspetto,  si volt,  e disse: "quella giovine,
    ci sapreste insegnar la strada di Monza?"
    "Andando di l, vanno a rovescio," rispondeva la poverina: "Monza  di
    qua..." e si voltava,  per accennar col dito;  quando l'altro compagno
    (era il Nibbio),  afferrandola d'improvviso per  la  vita,  l'alz  da
    terra.  Lucia gir la testa indietro atterrita,  e cacci un urlo;  il
    malandrino la mise per forza nella carrozza: uno che  stava  a  sedere
    davanti,  la  prese  e  la  cacci,  per  quanto lei si divincolasse e
    stridesse,  a  sedere  dirimpetto  a  s:  un  altro,   mettendole  un
    fazzoletto alla bocca,  le chiuse il grido in gola. In tanto il Nibbio
    entr presto presto anche lui nella carrozza: lo sportello si  chiuse,
    e  la  carrozza  part di carriera.  L'altro che le aveva fatta quella
    domanda traditora, rimasto nella strada, diede un'occhiata in qua e in
    l,  per veder se fosse accorso qualcheduno agli urli  di  Lucia:  non
    c'era  nessuno,  salt  sur  una riva,  attaccandosi a un albero della
    macchia,  e disparve.  Era costui uno  sgherro  d'Egidio;  era  stato,
    facendo l'indiano, sulla porta del suo padrone, per veder quando Lucia
    usciva dal monastero; l'aveva osservata bene, per poterla riconoscere;
    ed era corso per una scorciatoia, ad aspettarla al posto convenuto.
    Chi potr ora descrivere il terrore,  l'angoscia di costei,  esprimere
    ci che passava nel suo animo?  Spalancava gli occhi  spaventati,  per
    ansiet  di  conoscere  la  sua  orribile situazione,  e li richiudeva
    subito, per il ribrezzo e per il terrore di que' visacci: si storceva,
    ma era tenuta da tutte le parti: raccoglieva tutte  le  sue  forze,  e
    dava  delle stratte,  per buttarsi verso lo sportello;  ma due braccia
    nerborute la  tenevano  come  conficcata  nel  fondo  della  carrozza;
    quattro  altre manacce ve l'appuntellavano.  Ogni volta che aprisse la
    bocca per cacciare un urlo,  il fazzoletto veniva a soffogarglielo  in
    gola.  Intanto  tre  bocche  d'inferno,  con  la  voce  pi  umana che
    sapessero formare,  andavan  ripetendo:  "zitta,  zitta,  non  abbiate
    paura, non vogliamo farvi male". Dopo qualche momento d'una lotta cos
    angosciosa,  parve che s'acquietasse; allent le braccia, lasci cader
    la testa all'indietro,  alz a stento le  palpebre,  tenendo  l'occhio
    immobile;  e  quegli  orridi  visacci che le stavan davanti le parvero
    confondersi e ondeggiare insieme in un mescuglio mostruoso:  le  fugg
    il  colore  dal  viso;  un sudor freddo glielo copr;  s'abbandon,  e
    svenne.
    "Su, su, coraggio," diceva il Nibbio. "Coraggio,  coraggio," ripetevan
    gli  altri  due birboni;  ma lo smarrimento d'ogni senso preservava in
    quel momento Lucia dal sentire i conforti di quelle orribili voci.
    "Diavolo! par morta," disse uno di coloro: "se fosse morta davvero?"
    "Oh!  morta!" disse l'altro: " uno di quegli svenimenti  che  vengono
    alle  donne.  Io  so  che,  quando  ho  voluto mandare all'altro mondo
    qualcheduno, uomo o donna che fosse, c' voluto altro."
    "Via!" disse il Nibbio: "attenti al vostro  dovere,  e  non  andate  a
    cercar  altro.  Tirate  fuori  dalla  cassetta i tromboni,  e teneteli
    pronti;  ch in questo bosco dove s'entra ora,  c' sempre de' birboni
    annidati.  Non cos in mano,  diavolo! riponeteli dietro le spalle, l
    stesi: non vedete che costei   un  pulcin  bagnato  che  basisce  per
    nulla?  Se  vede  armi,    capace  di  morir  davvero.  E quando sar
    rinvenuta, badate bene di non farle paura;  non la toccate,  se non vi
    fo segno; a tenerla basto io. E zitti: lasciate parlare a me."
    Intanto  la  carrozza,  andando  sempre di corsa,  s'era inoltrata nel
    bosco.
    Dopo qualche tempo, la povera Lucia cominci a risentirsi,  come da un
    sonno  profondo  e  affannoso,  e  apr  gli  occhi.  Pen  alquanto a
    distinguere gli spaventosi oggetti che la circondavano,  a raccogliere
    i suoi pensieri: alfine comprese di nuovo la sua terribile situazione.
    Il  primo  uso che fece delle poche forze ritornatele,  fu di buttarsi
    ancora verso lo sportello, per slanciarsi fuori; ma fu ritenuta, e non
    pot che vedere un momento la solitudine selvaggia del luogo  per  cui
    passava.  Cacci di nuovo un urlo;  ma il Nibbio,  alzando la manaccia
    col fazzoletto,  "via," le disse,  pi  dolcemente  che  pot;  "state
    zitta,  che  sar  meglio per voi: non vogliamo farvi male;  ma se non
    istate zitta, vi faremo star noi".
    "Lasciatemi andare! Chi siete voi?  Dove mi conducete?  Perch m'avete
    presa? Lasciatemi andare, lasciatemi andare!"
    "Vi dico che non abbiate paura: non siete una bambina, e dovete capire
    che  noi  non  vogliamo  farvi  male.  Non  vedete  che avremmo potuto
    ammazzarvi cento volte,  se avessimo cattive intenzioni?  Dunque state
    quieta."
    "No, no, lasciatemi andare per la mia strada: io non vi conosco.
    "Vi conosciamo noi."
    "Oh  santissima  Vergine!  come mi conoscete?  Lasciatemi andare,  per
    carit. Chi siete voi? Perch m'avete presa?"
    "Perch c' stato comandato."
    "Chi? chi? chi ve lo pu aver comandato?"
    "Zitta!" disse con un visaccio severo il Nibbio: "a noi non si  fa  di
    codeste domande."
    Lucia tent un'altra volta di buttarsi d'improvviso allo sportello; ma
    vedendo  ch'era  inutile,  ricorse  di nuovo alle preghiere;  e con la
    testa bassa,  con le gote irrigate di lacrime,  con la voce interrotta
    dal pianto, con le mani giunte dinanzi alle labbra, "oh!" diceva: "per
    l'amor  di Dio,  e della Vergine santissima,  lasciatemi andare!  Cosa
    v'ho fatto di male io?  Sono una povera creatura che  non  v'ha  fatto
    niente.  Quello  che  m'avete  fatto  voi,  ve lo perdono di cuore;  e
    pregher Dio per voi. Se avete anche voi una figlia,  una moglie,  una
    madre,  pensate  quello  che patirebbero,  se fossero in questo stato.
    Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che
    Dio vi usi misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore
    mi far trovar la mia strada."
    "Non possiamo."
    "Non potete?  Oh Signore!  perch non potete?  Dove  volete  condurmi?
    Perch...?"
    "Non  possiamo:   inutile: non abbiate paura,  che non vogliamo farvi
    male: state quieta, e nessuno vi toccher."
    Accorata, affannata, atterrita sempre pi nel vedere che le sue parole
    non facevano nessun colpo,  Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano
    il cuore degli uomini, e pu, quando voglia, intenerire i pi duri. Si
    strinse il pi che pot,  nel canto della carrozza, mise le braccia in
    croce sul petto, e preg qualche tempo con la mente; poi, tirata fuori
    la corona, cominci a dire il rosario,  con pi fede,  con pi affetto
    che  non  avesse ancor fatto in vita sua.  Ogni tanto sperando d'avere
    impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro;
    ma sempre inutilmente.  Poi ricadeva ancora senza sentimenti,  poi  si
    riaveva di nuovo,  per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge
    il cuore a descriverle pi a  lungo:  una  piet  troppo  dolorosa  ci
    affretta  al  termine di quel viaggio,  che dur pi di quattr'ore;  e
    dopo il quale avremo altre ore angosciose da  passare.  Trasportiamoci
    al castello dove l'infelice era aspettata.
    Era aspettata dall'innominato, con un'inquietudine, con una sospension
    d'animo insolita. Cosa strana! quell'uomo, che aveva disposto a sangue
    freddo  di  tante vite,  che in tanti suoi fatti non aveva contato per
    nulla i dolori da lui cagionati,  se non qualche volta per  assaporare
    in  essi  una selvaggia volutt di vendetta,  ora,  nel metter le mani
    addosso a questa sconosciuta, a questa povera contadina,  sentiva come
    un  ribrezzo,  direi  quasi  un  terrore.  Da un'alta finestra del suo
    castellaccio,  guardava da qualche tempo verso uno sbocco della valle;
    ed ecco spuntar la carrozza,  e venire innanzi lentamente: perch quel
    primo andar di carriera aveva consumata la foga, e domate le forze de'
    cavalli. E bench, dal punto dove stava a guardare, la non paresse pi
    che una di quelle carrozzine che si danno per balocco ai fanciulli, la
    riconobbe subito, e si sent il cuore batter pi forte.
    - Ci sar?   -  pens subito;  e continuava tra s:  -  che noia mi d
    costei! Liberiamocene.  -
    E voleva chiamare uno de suoi sgherri, e spedirlo subito incontro alla
    carrozza,  a  ordinare  al Nibbio che voltasse,  e conducesse colei al
    palazzo di don Rodrigo.  Ma un "no" imperioso  che  rison  nella  sua
    mente,  fece svanire quel disegno.  Tormentato per dal bisogno di dar
    qualche  ordine,   riuscendogli  intollerabile  lo  stare   aspettando
    oziosamente  quella  carrozza  che veniva avanti passo passo,  come un
    tradimento, che so io? come un gastigo,  fece chiamare una sua vecchia
    donna.
    Era  costei  nata  in quello stesso castello,  da un antico custode di
    esso,  e aveva passata l tutta la sua vita.  Ci che aveva  veduto  e
    sentito  fin  dalle  fasce,  le aveva impresso nella mente un concetto
    magnifico e terribile del  potere  de'  suoi  padroni;  e  la  massima
    principale  che aveva attinta dall'istruzioni e dagli esempi,  era che
    bisognava ubbidirli in ogni cosa,  perch potevano far del gran male e
    del gran bene.  L'idea del dovere,  deposta come un germe nel cuore di
    tutti gli uomini,  svolgendosi nel suo,  insieme co'  sentimenti  d'un
    rispetto,  d'un  terrore,  d'una cupidigia servile,  s'era associata e
    adattata a quelli. Quando l'innominato,  divenuto padrone,  cominci a
    far  quell'uso  spaventevole  della  sua  forza,  costei  ne  prov da
    principio un certo ribrezzo insieme e un sentimento  pi  profondo  di
    sommissione.  Col  tempo,  s'era  avvezzata  a  ci che aveva tutto il
    giorno davanti agli occhi  e  negli  orecchi:  la  volont  potente  e
    sfrenata  d'un  cos  gran  signore,  era  per  lei come una specie di
    giustizia fatale.  Ragazza gi fatta,  aveva sposato  un  servitor  di
    casa,  il quale, poco dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa,
    lasci l'ossa sur una strada,  e lei vedova nel castello.  La vendetta
    che il signore ne fece subito,  le diede una consolazione feroce, e le
    accrebbe l'orgoglio di trovarsi sotto una tal protezione.  D'allora in
    poi,  non mise piede fuor del castello,  che molto di rado; e a poco a
    poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle  che
    ne  riceveva  in  quel  luogo.  Non  era  addetta  ad  alcun  servizio
    particolare,  ma in quella masnada di sgherri,  ora l'uno ora l'altro,
    le davan da fare ogni poco;  ch'era il suo rodimento.  Ora aveva cenci
    da rattoppare,  ora da preparare in fretta da mangiare a chi  tornasse
    da una spedizione,  ora feriti da medicare. I comandi poi di coloro, i
    rimproveri,  i ringraziamenti,  eran conditi di beffe  e  d'improperi:
    vecchia,  era il suo appellativo usuale; gli aggiunti, che qualcheduno
    sempre ci se n'attaccava,  variavano secondo le circostanze e  l'umore
    dell'amico.  E  colei,  disturbata  nella pigrizia,  e provocata nella
    stizza, ch'erano due delle sue passioni predominanti,  contraccambiava
    alle  volte  que'  complimenti  con  parole,  in  cui  Satana  avrebbe
    riconosciuto pi del suo ingegno, che in quelle de' provocatori.
    "Tu vedi laggi quella carrozza!" le disse il signore.
    "La vedo," rispose la vecchia, cacciando avanti il mento appuntato,  e
    aguzzando  gli  occhi infossati,  come se cercasse di spingerli su gli
    orli dell'occhiaie.
    "Fa allestir  subito  una  bussola,  entraci,  e  fatti  portare  alla
    Malanotte.  Subito subito;  che tu ci arrivi prima di quella carrozza:
    gi la viene avanti col passo della morte.  In quella carrozza  c'...
    ci dev'essere...  una giovine.  Se c', d al Nibbio, in mio nome, che
    la metta nella bussola,  e lui venga su subito da me.  Tu starai nella
    bussola,  con quella...  giovine; e quando sarete quass, la condurrai
    nella tua camera.  Se ti domanda dove la meni,  di chi  il  castello,
    guarda di non..."
    "Oh!" disse la vecchia.
    "Ma," continu l'innominato, "falle coraggio."
    "Cosa le devo dire?"
    "Cosa le devi dire?  Falle coraggio,  ti dico. Tu sei venuta a codesta
    et, senza sapere come si fa coraggio a una creatura, quando si vuole!
    Hai tu mai sentito affanno di cuore?  Hai tu mai avuto paura?  Non sai
    le  parole che fanno piacere in que' momenti?  Dille di quelle parole:
    trovale, alla malora. Va."
    E partita che fu, si ferm alquanto alla finestra, con gli occhi fissi
    a quella carrozza, che gi appariva pi grande di molto;  poi gli alz
    al  sole,  che  in quel momento si nascondeva dietro la montagna,  poi
    guard le nuvole sparse al di sopra,  che di brune si fecero,  quasi a
    un  tratto,  di  fuoco.  Si  ritir,  chiuse la finestra,  e si mise a
    camminare  innanzi  e  indietro  per  la  stanza,   con  un  passo  di
    viaggiatore frettoloso.







    CAPITOLO 21.

    Lucia al castello con la vecchia.  -  La relazione del Nibbio. - Nuovo
    turbamento  nel  cuore  dell'innominato  e  la sua curiosit di vedere
    Lucia.   -  "Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia".   -
    Le  angustie  di  Lucia  e  le  parole  della vecchia.   -  Il voto di
    verginit.  -  I rimorsi dell'innominato e il pensiero dell'aldil.  -
    Un bel mattino con allegro scampanare.  -  L'innominato manda un bravo
    ad informarsi.


    La vecchia era corsa a ubbidire e a comandare,  con l'autorit di quel
    nome  che,  da  chiunque  fosse  pronunziato in quel luogo,  li faceva
    spicciar tutti;  perch a nessuno veniva in testa  che  ci  fosse  uno
    tanto ardito da servirsene falsamente. Si trov infatti alla Malanotte
    un po' prima che la carrozza ci arrivasse;  e vistala venire,  usc di
    bussola,  fece  segno  al  cocchiere  che  fermasse,  s'avvicin  allo
    sportello;  e al Nibbio,  che mise il capo fuori, rifer sottovoce gli
    ordini del padrone.
    Lucia, al fermarsi della carrozza, si scosse, e rinvenne da una specie
    di letargo. Si sent da capo rimescolare il sangue,  spalanc la bocca
    e gli occhi,  e guard. Il Nibbio s'era tirato indietro, e la vecchia,
    col mento sullo sportello,  guardando Lucia,  diceva: "venite,  la mia
    giovine;  venite,  poverina; venite con me, che ho ordine di trattarvi
    bene e di farvi coraggio".
    Al suono d'una voce di  donna,  la  poverina  prov  un  conforto,  un
    coraggio momentaneo;  ma ricadde subito in uno spavento pi cupo. "Chi
    siete?" disse con voce tremante,  fissando lo sguardo attonito in viso
    alla vecchia.
    "Venite,  venite,  poverina," andava questa ripetendo. Il Nibbio e gli
    altri   due,   argomentando   dalle   parole   e   dalla   voce   cos
    straordinariamente raddolcita di colei, quali fossero l'intenzioni del
    signore, cercavano di persuader con le buone l'oppressa a ubbidire. Ma
    lei   seguitava   a  guardar  fuori;   bench  il  luogo  selvaggio  e
    sconosciuto,  e la sicurezza de' suoi  guardiani  non  le  lasciassero
    concepire  speranza  di  soccorso,  apriva  non  ostante  la bocca per
    gridare;  ma vedendo il  Nibbio  far  gli  occhiacci  del  fazzoletto,
    ritenne il grido,  trem,  si storse,  fu presa e messa nella bussola.
    Dopo,  c'entr la vecchia;  il Nibbio disse ai due altri manigoldi che
    andassero  dietro,  e  prese speditamente la salita,  per accorrere ai
    comandi del padrone.
    "Chi siete?" domandava  con  ansiet  Lucia  al  ceffo  sconosciuto  e
    deforme: "perch son con voi? dove sono? dove mi conducete?"
    "Da  chi  vuol farvi del bene," rispondeva la vecchia,  "da un gran...
    Fortunati quelli a cui vuol far del bene! Buon per voi,  buon per voi.
    Non  abbiate  paura,  state  allegra,  ch  m'ha  comandato  di  farvi
    coraggio. Glielo direte, eh? che v'ho fatto coraggio?"
    "Chi ?  perch?  che vuol da me?  Io non son sua.  Ditemi dove  sono;
    lasciatemi  andare;  dite  a  costoro  che  mi lascino andare,  che mi
    portino in qualche chiesa.  Oh!  voi che siete una donna,  in nome  di
    Maria Vergine!..."
    Quel nome santo e soave,  gi ripetuto con venerazione ne' primi anni,
    e poi non pi invocato per tanto tempo,  n forse  sentito  proferire,
    faceva  nella  mente  della sciagurata che lo sentiva in quel momento,
    un'impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce,
    in un vecchione accecato da bambino.
    Intanto l'innominato, ritto sulla porta del castello, guardava in gi;
    e vedeva la bussola venir passo  passo,  come  prima  la  carrozza,  e
    avanti,  a  una distanza che cresceva ogni momento,  salir di corsa il
    Nibbio.  Quando questo fu in cima,  il  signore  gli  accenn  che  lo
    seguisse; e and con lui in un stanza del castello.
    "Ebbene?" disse, fermandosi l.
    "Tutto  a un puntino," rispose,  inchinandosi,  il Nibbio: "l'avviso a
    tempo,  la donna a tempo,  nessuno sul luogo,  un urlo  solo,  nessuno
    comparso,  il  cocchiere  pronto,  i  cavalli bravi,  nessun incontro:
    ma..."
    "Ma che?"
    "Ma...  dico il vero,  che avrei avuto pi piacere che l'ordine  fosse
    stato  di  darle  una  schioppettata  nella  schiena,  senza  sentirla
    parlare, senza vederla in viso."
    "Cosa? cosa? che vuoi tu dire?"
    "Voglio dire che tutto quel tempo,  tutto  quel  tempo...  M'ha  fatto
    troppa compassione."
    "Compassione! Che sai tu di compassione? Cos' la compassione?"
    "Non  l'ho  mai  capito  cos  bene come questa volta:  una storia la
    compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender  possesso,
    non  pi uomo."
    "Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione."
    "O signore illustrissimo!  tanto tempo...!  piangere,  pregare,  e far
    cert'occhi,  diventar bianca bianca come morta,  e poi singhiozzare  e
    pregar di nuovo, e certe parole..."
    -    Non  la voglio in casa costei,   -  pensava intanto l'innominato.
    Sono stato una bestia a  impegnarmi;  ma  ho  promesso,  ho  promesso.
    Quando  sar  lontana...    -  E alzando la testa,  in atto di comando
    verso il Nibbio,  "ora," gli disse,  "metti da parte  la  compassione:
    monta a cavallo, prendi un compagno, due se vuoi, e va di corsa a casa
    di quel don Rodrigo che tu sai.  Digli che mandi...  ma subito subito,
    perch altrimenti..."
    Ma un altro "no" interno pi imperioso del primo gli proib di finire.
    "No," disse con voce risoluta,  quasi per esprimere  a  s  stesso  il
    comando  di quella voce segreta,  "no: va a riposarti;  e domattina...
    farai quello che ti dir!"
    - Un qualche demonio ha costei dalla sua,   -   pensava  poi,  rimasto
    solo,  ritto,  con  le braccia incrociate sul petto,  e con lo sguardo
    immobile sur una parte del  pavimento,  dove  il  raggio  della  luna,
    entrando da una finestra alta,  disegnava un quadrato di luce pallida,
    tagliata  a  scacchi  dalle  grosse  inferriate,   e  intagliata   pi
    minutamente  dai piccoli compartimenti delle vetriate.   -  Un qualche
    demonio,  o...  un qualche angelo che la  protegge...  Compassione  al
    Nibbio!...  Domattina,  domattina di buon'ora,  fuor di qui costei; al
    suo destino,  e non se ne parli pi,  e,   -  proseguiva tra  s,  con
    quell'animo con cui si comanda a un ragazzo indocile,  sapendo che non
    ubbidir,  -  e non ci si pensi pi.  Quell'animale di don Rodrigo non
    mi venga a romper la testa con ringraziamenti;  che...  non voglio pi
    sentir parlar di costei. L'ho servito perch...  perch ho promesso: e
    ho promesso perch...  il mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene
    questo servizio, colui. Vediamo un poco...  -
    E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso, per
    compenso,  e  quasi  per  pena;  ma gli si attraversaron di nuovo alla
    mente quelle parole: compassione al Nibbio!   -  Come pu  aver  fatto
    costei?     -    continuava,  strascinato  da  quel  pensiero.  Voglio
    vederla... Eh! no... S, voglio vederla.  -
    E d'una stanza in un'altra, trov una scaletta,  e su a tastone,  and
    alla camera della vecchia, e picchi all'uscio con un calcio.
    "Chi ?"
    "Apri."
    A quella voce,  la vecchia fece tre salti;  e subito si sent scorrere
    il paletto negli anelli,  e l'uscio si spalanc.  L'innominato,  dalla
    soglia, diede un'occhiata in giro; e, al lume d'una lucerna che ardeva
    sur  un tavolino,  vide Lucia rannicchiata in terra,  nel canto il pi
    lontano dall'uscio.
    "Chi t'ha detto che  tu  la  buttassi  l  come  un  sacco  di  cenci,
    sciagurata?" disse alla vecchia, con un cipiglio iracondo.
    "S'  messa dove le  piaciuto," rispose umilmente colei: "io ho fatto
    di tutto per farle coraggio: lo pu dire anche lei;  ma non c'  stato
    verso."
    "Alzatevi," disse l'innominato a Lucia,  andandole vicino. Ma Lucia, a
    cui il picchiare, l'aprire, il comparir di quell'uomo,  le sue parole,
    avevan  messo  un nuovo spavento nell'animo spaventato,  stava pi che
    mai raggomitolata nel cantuccio, col viso nascosto tra le mani,  e non
    movendosi, se non che tremava tutta.
    "Alzatevi,  ch non voglio farvi del male...  e posso farvi del bene,"
    ripet il signore... "Alzatevi!" ton poi quella voce, sdegnata d'aver
    due volte comandato invano.
    Come rinvigorita  dallo  spavento,  l'infelicissima  si  rizz  subito
    inginocchioni;  e  giungendo  le  mani,  come  avrebbe fatto davanti a
    un'immagine,  alz gli occhi in viso all'innominato,  e riabbassandoli
    subito, disse: "son qui: m'ammazzi".
    "V'ho detto che non voglio farvi del male," rispose con voce mitigata,
    l'innominato,  fissando  quel  viso  turbato  dall'accoramento  e  dal
    terrore.
    "Coraggio, coraggio," diceva la vecchia: "se lo dice lui, che non vuol
    farvi del male..."
    "E perch," riprese Lucia con una voce,  in  cui,  col  tremito  della
    paura,  si  sentiva  una  certa  sicurezza dell'indegnazione disperata
    "perch mi fa patire le pene dell'inferno? Cosa le ho fatto io?..."
    "V'hanno forse maltrattata? Parlate."
    "Oh maltrattata! M'hanno presa a tradimento, per forza! perch? perch
    m'hanno presa?  perch son qui?  dove sono?  Sono una povera creatura:
    cosa le ho fatto? In nome di Dio..."
    "Dio,  Dio,"  interruppe  l'innominato:  "sempre  Dio:  coloro che non
    possono difendersi da s,  che non hanno la forza,  sempre han  questo
    Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete
    con codesta vostra parola? Di farmi...?" e lasci la frase a mezzo.
    "Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che
    lei  mi  usi  misericordia?  Dio  perdona tante cose,  per un'opera di
    misericordia! Mi lasci andare,  per carit mi lasci andare!  Non torna
    conto  a  uno  che un giorno deve morire di far patir tanto una povera
    creatura.  Oh!  lei che pu comandare,  dica che  mi  lascino  andare!
    M'hanno portata qui per forza.  Mi mandi con questa donna a ***, dov'
    mia madre. Oh Vergine santissima!  mia madre!  mia madre,  per carit,
    mia  madre!  Forse  non    lontana di qui...  ho veduto i miei monti!
    Perch lei mi fa patire?  Mi faccia condurre in una  chiesa.  Pregher
    per lei,  tutta la mia vita.  Cosa le costa dire una parola?  Oh ecco!
    vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica.  Dio perdona
    tante cose, per un'opera di misericordia!".
    -   Oh perch non  figlia d'uno di quei cani che m'hanno bandito!   -
    pensava l'innominato:  -  d'uno di que' vili che mi vorrebbero  morto!
    che ora godrei di questo suo strillare; e in vece...  -
    "Non  iscacci  una  buona ispirazione!" proseguiva fervidamente Lucia,
    rianimata dal  vedere  una  cert'aria  d'esitazione  nel  viso  e  nel
    contegno del suo tiranno.  "Se lei non mi fa questa carit, me la far
    il Signore: mi far morire, e per me sar finita; ma lei!...  Forse un
    giorno anche lei...  Ma no,  no;  pregher sempre io il Signore che la
    preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola?  Se provasse lei
    a patir queste pene!..."
    "Via,  fatevi coraggio," interruppe l'innominato, con una dolcezza che
    fece  strasecolar  la  vecchia.   "V'ho  fatto   nessun   male?   V'ho
    minacciata?"
    "Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente piet di questa povera
    creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura pi di tutti gli altri,
    potrebbe farmi morire;  e in vece mi ha...  un po' allargato il cuore.
    Dio gliene  render  merito.  Compisca  l'opera  di  misericordia:  mi
    liberi, mi liberi."
    "Domattina..."
    "Oh mi liberi ora, subito..."
    "Domattina  ci  rivedremo,  vi  dico.  Via,  intanto  fatevi coraggio.
    Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno."
    "No,  no;  io moio se alcuno entra qui: io moio.  Mi  conduca  lei  in
    chiesa... que' passi Dio glieli conter."
    "Verr  una  donna  a  portarvi  da  mangiare," disse l'innominato;  e
    dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un tal
    ripiego,  e che gli  fosse  nato  il  bisogno  di  cercarne  uno,  per
    rassicurare una donnicciola.
    "E tu," riprese poi subito,  voltandosi alla vecchia,  "falle coraggio
    che mangi;  mettila a dormire in  questo  letto:  e  se  ti  vuole  in
    compagnia,  bene;  altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in terra.
    Falle coraggio, ti dico; tienla allegra.  E che non abbia a lamentarsi
    di te!"
    Cos detto,  si mosse rapidamente verso l'uscio.  Lucia s'alz e corse
    per trattenerlo,  e rinnovare la sua preghiera;  ma era  sparito.  "Oh
    povera me!  Chiudete,  chiudete subito." E sentito ch'ebbe accostare i
    battenti  e  scorrere  il  paletto,  torn  a  rannicchiarsi  nel  suo
    cantuccio.  "Oh  povera  me!"  esclam  di  nuovo  singhiozzando: "chi
    pregher ora?  Dove sono?  Ditemi voi,  ditemi per carit,  chi  quel
    signore... quello che m'ha parlato?"
    "Chi ,  eh? chi ? Volete ch'io ve lo dica. Aspetta ch'io te lo dica.
    Perch  vi  protegge,   avete  messo  su  superbia;   e  volete  esser
    soddisfatta voi, e farne andar di mezzo me. Domandatene a lui. S'io vi
    contentassi anche in questo, non mi toccherebbe di quelle buone parole
    che avete sentite voi."  -  Io son vecchia, son vecchia,  -  continu,
    mormorando tra i denti.  -  Maledette le giovani, che fanno bel vedere
    a piangere e a ridere,  e hanno sempre ragione.   -  Ma sentendo Lucia
    singhiozzare,  e tornandole  minaccioso  alla  mente  il  comando  del
    padrone,  si  chin  verso  la  povera  rincantucciata,  e,  con  voce
    raddolcita,  riprese: "via,  non v'ho  detto  niente  di  male:  state
    allegra. Non mi domandate di quelle cose che non vi posso dire; e, del
    resto,  state  di  buon  animo.  Oh  se  sapeste  quanta gente sarebbe
    contenta di sentirlo parlare come ha parlato a voi! State allegra, che
    or ora verr da mangiare;  e io che capisco...  nella maniera che v'ha
    parlato,  ci sar della roba buona.  E poi anderete a letto,  e...  mi
    lascerete un cantuccino anche a me,  spero," soggiunse con  una  voce,
    suo malgrado, stizzosa.
    "Non  voglio  mangiare,  non  voglio  dormire.  Lasciatemi stare;  non
    v'accostate; non partite di qui!"
    "No, no,  via," disse la vecchia,  ritirandosi,  e mettendosi a sedere
    sur  una  seggiolaccia,  donde  dava  alla  poverina certe occhiate di
    terrore e d'astio insieme;  e poi  guardava  il  suo  covo,  rodendosi
    d'esserne  forse  esclusa per tutta la notte,  e brontolando contro il
    freddo.  Ma si rallegrava col pensiero della cena,  e con la  speranza
    che ce ne sarebbe anche per lei.  Lucia non s'avvedeva del freddo, non
    sentiva la fame,  e come sbalordita,  non aveva de' suoi  dolori,  de'
    suoi  terrori stessi,  che un sentimento confuso,  simile all'immagini
    sognate da un febbricitante.
    Si riscosse quando sent picchiare;  e,  alzando la faccia  atterrita,
    grid: "chi ? chi ? Non venga nessuno!"
    "Nulla,  nulla;  buone nuove," disse la vecchia: " Marta che porta da
    mangiare."
    "Chiudete, chiudete!" gridava Lucia.
    "Ih! subito, subito," rispondeva la vecchia; e presa una paniera dalle
    mani di quella Marta,  la mand via,  richiuse,  e venne  a  posar  la
    paniera  sur  una tavola nel mezzo della camera.  Invit poi pi volte
    Lucia che venisse a goder di quella buona roba. Adoprava le parole pi
    efficaci, secondo lei, a mettere appetito alla poverina, prorompeva in
    esclamazioni sulla squisitezza de' cibi: "di que' bocconi che,  quando
    le persone come noi possono arrivare a assaggiarne, se ne ricordan per
    un pezzo! Del vino che beve il padrone co' suoi amici... quando capita
    qualcheduno di quelli...!  e vogliono stare allegri!  Ehm!" Ma vedendo
    che tutti gl'incanti riuscivano inutili,  "siete voi che non  volete,"
    disse.  "Non istate poi a dirgli domani ch'io non v'ho fatto coraggio.
    Manger io;  e ne rester pi  che  abbastanza  per  voi,  per  quando
    metterete  giudizio,  e  vorrete  ubbidire."  Cos  detto,  si  mise a
    mangiare avidamente. Saziata che fu, s'alz,  and verso il cantuccio,
    e, chinandosi sopra Lucia, l'invit di nuovo a mangiare, per andar poi
    a letto.
    "No,  no,  non  voglio nulla," rispose questa,  con voce fiacca e come
    sonnolenta. Poi, con pi risolutezza,  riprese: " serrato l'uscio?  
    serrato bene?" E dopo aver guardato in giro per la camera,  s'alz, e,
    con le mani avanti, con passo sospettoso, andava verso quella parte.
    La vecchia ci corse prima di lei, stese la mano al paletto, lo scosse,
    e disse: "sentite? vedete?  serrato bene? siete contenta ora?"
    "Oh contenta! contenta io qui!" disse Lucia, rimettendosi di nuovo nel
    suo cantuccio. "Ma il Signore lo sa che ci sono!"
    "Venite a letto: cosa volete far l, accucciata come un cane?  S' mai
    visto rifiutare i comodi, quando si possono avere?"
    "No, no; lasciatemi stare."
    "Siete voi che lo volete.  Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto
    sulla sponda; star incomoda per voi. Se volete venire a letto, sapete
    come avete a fare.  Ricordatevi che  v'ho  pregata  pi  volte."  Cos
    dicendo, si cacci sotto vestita; e tutto tacque.
    Lucia stava immobile in quel cantuccio,  tutta in un gomitolo,  con le
    ginocchia alzate,  con le mani appoggiate sulle ginocchia,  e col viso
    nascosto nelle mani.  Non era il suo n sonno n veglia, ma una rapida
    successione,  una torbida vicenda  di  pensieri,  d'immaginazioni,  di
    spaventi.   Ora,  pi  presente  a  s  stessa,  e  rammentandosi  pi
    distintamente  gli  orrori  veduti  e  sofferti  in  quella  giornata,
    s'applicava  dolorosamente  alle circostanze dell'oscura e formidabile
    realt in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una
    regione  ancor  pi  oscura,  si  dibatteva  contro  i  fantasmi  nati
    dall'incertezza  e  dal  terrore.  Stette  un pezzo in quest'angoscia;
    alfine, pi che mai stanca e abbattuta,  stese le membra intormentite,
    si  sdrai,  o  cadde  sdraiata,  e  rimase  alquanto in uno stato pi
    somigliante a un sonno vero.  Ma tutt'a un tratto si risent,  come  a
    una chiamata interna, e prov il bisogno di risentirsi interamente, di
    riaver tutto il suo pensiero,  di conoscere dove fosse,  come, perch.
    Tese l'orecchio a un suono: era il russare  lento,  arrantolato  della
    vecchia;  spalanc  gli  occhi,  e  vide  un chiarore fioco apparire e
    sparire a vicenda: era il  lucignolo  della  lucerna,  che,  vicino  a
    spegnersi,  scoccava una luce tremola,  e subito la ritirava,  per dir
    cos,  indietro,  come  il venire e l'andare dell'onda sulla riva:  e
    quella  luce,  fuggendo  dagli oggetti,  prima che prendessero da essa
    rilievo e colore distinto,  non rappresentava  allo  sguardo  che  una
    successione  di  guazzabugli.  Ma  ben  presto le recenti impressioni,
    ricomparendo nella mente,  l'aiutarono a distinguere ci che  appariva
    confuso  al  senso.  L'infelice risvegliata riconobbe la sua prigione:
    tutte le memorie dell'orribil  giornata  trascorsa,  tutti  i  terrori
    dell'avvenire,  l'assalirono  in una volta: quella nuova quiete stessa
    dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell'abbandono in cui
    era lasciata,  le facevano un nuovo spavento: e fu vinta  da  un  tale
    affanno,  che desider di morire.  Ma in quel momento, si ramment che
    poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero,  le spunt in cuore
    come un'improvvisa speranza.  Prese di nuovo la sua corona, e cominci
    a dire il rosario; e,  di mano in mano che la preghiera usciva dal suo
    labbro tremante,  il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata.
    Tutt'a un tratto, le pass per la mente un altro pensiero;  che la sua
    orazione sarebbe stata pi accetta e pi certamente esaudita,  quando,
    nella sua desolazione,  facesse anche qualche offerta.  Si ricord  di
    quello che aveva di pi caro,  o che di pi caro aveva avuto; giacch,
    in quel momento, l'animo suo non poteva sentire altra affezione che di
    spavento,  n concepire altro desiderio che della liberazione;  se  ne
    ricord, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S'alz, e si mise
    in ginocchio,  e tenendo giunte al petto le mani,  dalle quali pendeva
    la corona,  alz il viso e le pupille al cielo,  e disse:  "o  Vergine
    santissima!  Voi,  a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante
    volte m'avete consolata!  Voi che avete patito tanti dolori,  e  siete
    ora  tanto  gloriosa,  e  avete  fatti  tanti  miracoli  per  i poveri
    tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo,  fatemi tornar
    salva  con  mia madre,  Madre del Signore;  e fo voto a voi di rimaner
    vergine; rinunzio per sempre al quel mio poveretto,  per non esser mai
    d'altri che vostra."
    Proferite queste parole, abbass la testa, e si mise la corona intorno
    al collo,  quasi come un segno di consacrazione,  e una salvaguardia a
    un tempo,  come un'armatura della nuova milizia a cui s'era  ascritta.
    Rimessasi  a  sedere  in  terra,  sent  entrar  nell'animo  una certa
    tranquillit,   una  pi  larga  fiducia.   Le  venne  in  mente  quel
    "domattina" ripetuto dallo sconosciuto potente,  e le parve di sentire
    in quella parola una promessa di salvazione.  I  sensi  affaticati  da
    tanta  guerra  s'assopirono  a  poco  a poco in quell'acquietamento di
    pensieri: e finalmente,  gi vicino  a  giorno,  col  nome  della  sua
    protettrice  tronco  tra  le  labbra,  Lucia  s'addorment  d'un sonno
    perfetto e continuo.
    Ma c'era qualchedun altro  in  quello  stesso  castello,  che  avrebbe
    voluto fare altrettanto,  e non pot mai. Partito, o quasi scappato da
    Lucia,  dato l'ordine per la cena di lei,  fatta una consueta visita a
    certi posti del castello,  sempre con quell'immagine viva nella mente,
    e con quelle parole risonanti all'orecchio,  il signore s'era andato a
    cacciare  in  camera,  s'era chiuso dentro in fretta e furia,  come se
    avesse  avuto  a  trincerarsi  contro  una  squadra   di   nemici;   e
    spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma quell'immagine, pi
    che  mai  presente,  parve  che  in  quel  momento gli dicesse: tu non
    dormirai.   -  Che sciocca curiosit da donnicciola,   -   pensava,  -
    m' venuta di vederla?  Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non 
    pi uomo;  vero, non  pi uomo!... Io?...  io non son pi uomo,  io?
    Cos' stato?  che diavolo m' venuto addosso? che c' di nuovo? Non lo
    sapevo io prima d'ora,  che le donne strillano?  Strillano  anche  gli
    uomini alle volte,  quando non si possono rivoltare.  Che diavolo! non
    ho mai sentito belar donne? -
     E qui, senza che s'affaticasse molto a rintracciare nella memoria, la
    memoria da s gli rappresent pi  d'un  caso  in  cui  n  preghi  n
    lamenti non l'avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni.  Ma
    la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza, che
    gi gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell'animo quella
    molesta piet;  vi destava in vece una specie di terrore,  una non  so
    qual  rabbia  di  pentimento.  Di maniera che gli parve un sollievo il
    tornare a quella prima  immagine  di  Lucia,  contro  la  quale  aveva
    cercato  di  rinfrancare  il  suo  coraggio.    -  E' viva costei,   -
    pensava,  -  qui; sono a tempo; le posso dire: andate,  rallegratevi;
    posso  veder quel viso cambiarsi,  le posso anche dire: perdonatemi...
    Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? io...! Ah,  eppure!  se
    una parola,  una parola tale mi potesse far bene, levarmi d'addosso un
    po' di questa diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa
    son ridotto!  Non son pi uomo,  non son pi uomo!...  Via!   -  disse
    poi,  rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto
    le coperte divenute pesanti pesanti:  -  via!  sono sciocchezze che mi
    son passate per la testa altre volte. Passer anche questa.  -
    E  per  farla  passare,   and  cercando  col  pensiero  qualche  cosa
    importante,  qualcheduna di quelle che solevano occuparlo  fortemente,
    onde applicarvelo tutto;  ma non ne trov nessuna.  Tutto gli appariva
    cambiato:  ci  che  altre  volte  stimolava  pi  fortemente  i  suoi
    desideri,  ora non aveva pi nulla di desiderabile: la passione,  come
    un cavallo divenuto tutt'a un tratto resto per un'ombra,  non  voleva
    pi andare avanti.  Pensando all'imprese avviate e non finite, in vece
    d'animarsi al compimento,  in vece  d'irritarsi  degli  ostacoli  (ch
    l'ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza,
    quasi  uno  spavento  de'  passi  gi  fatti.  Il tempo gli s'affacci
    davanti voto d'ogni intento, d'ogni occupazione, d'ogni volere,  pieno
    soltanto  di  memorie intollerabili;  tutte l'ore somiglianti a quella
    che gli passava cos lenta, cos pesante sul capo.  Si schierava nella
    fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno
    di  loro  una  cosa  che gl'importasse;  anzi l'idea di rivederli,  di
    trovarsi tra loro, era un nuovo peso,  un'idea di schifo e d'impiccio.
    E se volle trovare un'occupazione per l'indomani,  un'opera fattibile,
    dovette pensare che all'indomani poteva  lasciare  in  libert  quella
    poverina.
    - La liberer, s; appena spunta il giorno, correr da lei, e le dir:
    andate,  andate. La faro accompagnare... E la promessa? e l'impegno? e
    don Rodrigo?... Chi  don Rodrigo?  -
    A  guisa  di  chi    colto  da  una  interrogazione   inaspettata   e
    imbarazzante d'un superiore,  l'innominato pens subito a rispondere a
    questa che s'era fatta lui stesso,  o piuttosto quel  nuovo  lui,  che
    cresciuto  terribilmente  a  un  tratto,   sorgeva  come  a  giudicare
    l'antico.  Andava dunque cercando le  ragioni  per  cui,  prima  quasi
    d'esser  pregato,  s'era  potuto  risolvere a prender l'impegno di far
    tanto patire, senz'odio,  senza timore,  un'infelice sconosciuta,  per
    servire  colui;  ma,  non  che  riuscisse a trovar ragioni che in quel
    momento gli paressero buone a  scusare  il  fatto,  non  sapeva  quasi
    spiegare a s stesso come ci si fosse indotto.  Quel volere, piuttosto
    che una deliberazione,  era stato un movimento  istantaneo  dell'animo
    ubbidiente  a sentimenti antichi,  abituali,  una conseguenza di mille
    fatti antecedenti;  e il  tormentato  esaminator  di  s  stesso,  per
    rendersi  ragione  d'un  sol  fatto,  si trov ingolfato nell'esame di
    tutta la sua vita. Indietro,  indietro,  d'anno in anno,  d'impegno in
    impegno,  di  sangue  in  sangue,  di  scelleratezza in scelleratezza:
    ognuna  ricompariva  all'animo  consapevole  e  nuovo,   separata  da'
    sentimenti che l'avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una
    mostruosit  che  que' sentimenti non avevano allora lasciato scorgere
    in essa.  Eran tutte sue,  eran  lui;  l'orrore  di  questo  pensiero,
    rinascente a ognuna di quell'immagini,  attaccato a tutte, crebbe fino
    alla disperazione.  S'alz in furia a sedere,  gett in furia le  mani
    alla parete accanto al letto,  afferr una pistola, la stacc, e... al
    momento di finire una vita divenuta insopportabile,  il  suo  pensiero
    sorpreso da un terrore,  da un'inquietudine, per dir cos, superstite,
    si slanci nel tempo che pure continuerebbe a  scorrere  dopo  la  sua
    fine.   S'immaginava   con  raccapriccio  il  suo  cadavere  sformato,
    immobile,  in bala  del  pi  vile  sopravvissuto;  la  sorpresa,  la
    confusione  nel castello,  il giorno dopo: ogni cosa sottosopra;  lui,
    senza forza,  senza voce,  buttato chi sa dove.  Immaginava i discorsi
    che  se ne sarebber fatti l,  d'intorno,  lontano;  la gioia de' suoi
    nemici. Anche le tenebre,  anche il silenzio,  gli facevan veder nella
    morte  qualcosa  di  pi tristo,  di spaventevole;  gli pareva che non
    avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all'aperto,  in faccia alla
    gente:   buttarsi  in  un  fiume  e  sparire.   E  assorto  in  queste
    contemplazioni tormentose,  andava alzando  e  riabbassando,  con  una
    forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balen
    in  mente  un  altro pensiero.   -  Se quell'altra vita di cui m'hanno
    parlato quand'ero ragazzo,  di cui parlano sempre,  come se fosse cosa
    sicura;  se quella vita non c',  se  un'invenzione de' preti, che fo
    io? perch morire? cos'importa quello che ho fatto? cos'importa?  una
    pazzia la mia... E se c' quest'altra vita...!  -
    A un tal dubbio, a un tal rischio,  gli venne addosso una disperazione
    pi nera,  pi grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la
    morte. Lasci cader l'arme, e stava con le mani ne' capelli,  battendo
    i denti, tremando. Tutt'a un tratto, gli tornarono in mente parole che
    aveva  sentite  e  risentite,  poche  ore prima:  -  Dio perdona tante
    cose,  per un'opera di misericordia!   -  E non gli tornavan  gi  con
    quell'accento d'umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con
    un  suono  pieno  d'autorit,  e  che  insieme  induceva  una  lontana
    speranza. Fu quello un momento di sollievo: lev le mani dalle tempie,
    e, in un'attitudine pi composta, fiss gli occhi della mente in colei
    da cui aveva sentite quelle parole;  e la  vedeva,  non  come  la  sua
    prigioniera,  non  come una supplichevole,  ma in atto di chi dispensa
    grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a
    liberarla,  a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio  e
    di  vita;  s'immaginava di condurla lui stesso alla madre.   -  E poi?
    che far domani, il resto della giornata? che far doman l'altro?  che
    far dopo doman l'altro?  E la notte? la notte, che torner tra dodici
    ore! Oh la notte!  no,  no,  la notte!   -  E ricaduto nel vto penoso
    dell'avvenire,  cercava  indarno un impiego del tempo,  una maniera di
    passare  i  giorni,  le  notti.  Ora  si  proponeva  d'abbandonare  il
    castello,  e d'andarsene in paesi lontani,  dove nessun lo conoscesse,
    neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con s: ora gli
    rinasceva una fosca speranza di ripigliar l'animo antico,  le  antiche
    voglie;  e che quello fosse come un delirio passeggiero; ora temeva il
    giorno,  che doveva farlo vedere a' suoi cos  miserabilmente  mutato;
    ora  lo  sospirava,  come  se  dovesse  portar  la luce anche ne' suoi
    pensieri.  Ed ecco,  appunto sull'albeggiare,  pochi momenti dopo  che
    Lucia s'era addormentata, ecco che, stando cos immoto a sedere, sent
    arrivarsi all'orecchio come un'onda di suono non bene espresso, ma che
    pure  aveva  non  so  che d'allegro.  Stette attento,  e riconobbe uno
    scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento,  sent anche l'eco
    del  monte,  che  ogni tanto ripeteva languidamente il concerto,  e si
    confondeva con esso.  Di l a  poco,  sente  un  altro  scampano  pi
    vicino,  anche  quello  a festa;  poi un altro.   -  Che allegria c'?
    cos'hanno di bello tutti costoro?   -  Salt fuori da quel  covile  di
    pruni;  e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guard. Le
    montagne  eran  mezze  velate  di  nebbia;  il  cielo,  piuttosto  che
    nuvoloso,  era tutto una nuvola cenerognola;  ma, al chiarore che pure
    andava a poco a poco crescendo, si distingueva,  nella strada in fondo
    alla  valle,  gente  che  passava,  altra  che  usciva  dalle case,  e
    s'avviava,  tutti dalla stessa parte,  verso lo sbocco,  a destra  del
    castello,   tutti   col   vestito  delle  feste,   e  con  un'alacrit
    straordinaria.
    - Che diavolo hanno costoro?  che c' d'allegro  in  questo  maledetto
    paese?  dove  va tutta quella canaglia?   - E data una voce a un bravo
    fidato che dormiva in una stanza accanto,  gli domand qual  fosse  la
    cagione di quel movimento.  Quello,  che ne sapeva quanto lui, rispose
    che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato alla
    finestra tutto intento al  mobile  spettacolo.  Erano  uomini,  donne,
    fanciulli,  a brigate,  a coppie,  soli; uno, raggiungendo chi gli era
    avanti, s'accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s'univa col
    primo che rintoppasse;  e andavano insieme,  come amici,  a un viaggio
    convenuto.  Gli  atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia
    comune;  e quel rimbombo non  accordato  ma  consentaneo  delle  varie
    campane,  quali pi,  quali meno vicine, pareva, per dir cos, la voce
    di que' gesti,  e il supplimento delle parole che non potevano arrivar
    lass.  Guardava,  guardava;  e  gli  cresceva  in  cuore  una pi che
    curiosit di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto  uguale  a
    tanta gente diversa.


    GLOSSARIO.

    ABBURATTARE. Separare, come il buratto separa la crusca dalla farina.
    ASPO. Arnese di legno su cui si forma la matassa del filato.
    BERLINGA. Moneta milanese.
    BORDONE. Bastone da viaggio.
    BRACCIERE.  Servo,  presso le nobili famiglie, che d il braccio a chi
    sale in carrozza o ne scende.
    BULLETTA. Certificato.
    BUSSOLA. Portantina.
    CAPPELLETTI.  Soldati a  servizio  della  repubblica  di  Venezia,  di
    origine  albanese,  cos  chiamati  perch  portavano un piccolo casco
    senza visiera.
    GABELLINI. Guardie del dazio.
    GIULIO.  Moneta del valore di 56 centesimi,  fatta  coniare  dal  papa
    Giulio Secondo (Cap. 28).
    GRASCE. Derrate alimentari.
    GUALCHIERE.  Macchine per sodare i panni, con magli o pestelli, che si
    alzano e abbassano alternativamente.
    PARPAGLIOLA. Moneta milanese del valore di 10 centesimi e poco pi.
    PARTIGIANA. Lancia corta.
    RAVEGGIOLI. Piccole forme di formaggio fresco..
    REALE. Moneta di cinquanta centesimi.
    RUSPI. Zecchini d'oro.
    SALTERELLO. Cartoccio,  ben legato,  contenente polvere da sparo,  che
    accesa, lo fa saltare.
    SANROCCHINO. Mantello da pellegrino, come quello portato da san Rocco.
    SAGRARE. Imprecare; dal latino: "execrari".
    STILI. Antenne di legno (Cap. 25).
    TERZETTA. Piccola pistola.
    TOPPONI. Piccoli panini.
    TURCIMANNO.  Parola  d'origine araba;  indica l'interprete che legge o
    spiega una lettera.
    TROMBONI.  Fucili con la canna che si allargava all'estremit a  guisa
    di tromba.

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